Alessandro Magno e la Macedonia

Il regno macedone si era costituito dal VI secolo a.C. nella regione montuosa a nord della Grecia. All’inizio del IV secolo a.C. la monarchia macedone si presentava come uno stato fortemente centralizzato.

Con l’ascesa al trono del sovrano Filippo II (359 a.C.) maturò il progetto di un’espansione verso la Grecia. La superiorità militare macedone ebbe la meglio sulla volontà di resistenza dei greci, che furono sconfitti nella decisiva battaglia di Cheronea, in Beozia (338).
Succedete a Filippo suo figlio Alessandro. Aveva venti anni e nutriva in cuore una ambizione smisurata. Educato dal filosofo Aristotetele, addestrato alle armi e alla politica dai generali di suo padre, dotato di grande intelligenza, di energia e di tenacia, creò un impero mondiale. Appena salito al trono, Alessandro si fece confermare i diritti di cui aveva goduto suo padre, il comando supremo dell’esercito.

Quindi volle dimostrare ai popoli soggetti che la morte di Filippo non aveva diminuito la forza della Macedonia: accorse in Illiria a domare una ribellione e, essendo insorta Tebe alla falsa notizia della sua morte, se ne impadronì con la forza, la rese al suolo e ne vendette schiavi gli abitanti. L’esempio era sufficiente per dissuadere gli altri confederati da ogni insubordinazione e potè dedicarsi alla guerra nazionale contro la Persia. Nella primavera del 335 a.C. si diresse verso la Siria, e a Isso affrontò affronto l’esercito del re di Persia Dario III.

Gli Asiatici, sebbene superiori di numero, furono travolti dalle falangi macedoni e Dario si salvò con la fuga. Prima di penetrare nell’interno dell’Asia, egli volle assicurarsi il possesso di tutta la costa mediterranea. Penetrò nell’Egitto. Presso il ramo sinistro del delta del Nilo fondò una città, Alessandria. Dall’Egitto, Alessandro ritornò sui suoi passi, sconfisse nuovamente Dario presso Guaguamela, in Mesopotamia.

Con questa vittoria caddero nelle sue mani Babilonia, Susa e Persepoli. Continuando l’inseguimento di Dario, Alessandro penetrò nella Media. Nel 328 a.C., aveva attraversato tutto l’Iran, giungendo con un amplissimo giro fina alla Battriana: aveva toccato gli estremi dell’impero.
Prima di varcare il passo Khyber e entrare in India, Alessandro sentì il bisogno di riorganizzare l’armata che aveva guidato attraverso l’Iran e la Battriana e di adattarla al clima e al terrno differente.

Bruciò tutti i carriaggi colmi di bottino che impedivano la sua mobilità e congedò un gran numero dei suoi veterani ormai inutilizzabili, riforgiando la sua armata con l’impiego di parecchie migliaia di cavalieri iranici. Le forze combattenti ammontavano a circa 40000 uomini.

Mentre le truppe pesanti, al comando di Perdicca ed Efestione, mossero insieme ai bagagli attraverso la valle del Kabul fino all’attuale Charsadda, Alessandro alla testa di truppe armate più alla leggera si spinse più a nord, attraverso le regioni dello Swat, abitate da popolazioni montanare indiane estremamente bellicose e restie a sottomettersi. Perdicca ed Efestione che, avevano compiuto un percorso più facile, avevano costruito un ponte sull’Indo, e su esso, nella Primavera del 326, Alessandro passò nel territorio del Punjab, che come dice il nome, è una regione composta da cinque fiumi, affluenti dell’Indo che convogliano su di esso le acque della catena Hymalaiana.
Il territorio in cui era penetrato l’esercito macedone era dominato da tre potentati. Nella Primavera del 326 Alessandro entrò nel regno di Ambhi, da lui poi ribattezzato Taxila, e ricevette un’accoglienza amichevole dal sovrano, che lo equipaggiò con elefanti e truppe.

I regni di Taxila e Poro erano in relazioni ostili e per questa ragione Alessandro poteva contare in Taxila come un valido alleato.

Abisare preferì una tattica più attendista, pronto a soccorrere il vincitore dello scontro che si andava profilando. Alessandro raggunse l’Idaspe (una regione del Poro), proprio mentre stava iniziando la lunga stagione delle piogge monsoniche e il fiume si stava gonfiando.

Sull’altra sponda il Re indiano aveva schierato le sue truppe al completo, circa 30000 uomini e 200 elefanti. Attraversare il fiume su zattere davanti al nemico non era un piano che avesse prospettive di successo, perché l’esercito sarebbe stato attaccato appena uscito dal fiume senza potersi schierare; bisognava cercare un guado non sorvegliato. Alessandro ordinò ai suoi soldati di fare un rumore continuo e spostarsi in continuazione, in modo da abituare gli Indiani a non dare troppo peso a queste continue manovre. Poi, dopo avere lasciato Cratero al comando del corpo principale dell’armata, guidò una forza d’assalto composta da 5000 cavalieri e 6000 fanti equipaggiati con barche e zattere, verso un guado, situato una ventina di chilometri più a monte del punto in cui era accampato l’esercito indiano.
Il guado si presentava particolarmente difficile: erano iniziate le piogge monsoniche e il fiume stava rapidamente crescendo di livello; i fanti e i cavalieri si videro costretti ad attraversare con l’acqua fino al petto e pure i cavalli soffrirono non poco la violenza della corrente.

Una volta passati tutti senza perdite, Alessandro dispose le truppe per la marcia, con gli arcieri e la cavalleria in testa, mentre la fanteria seguiva in formazione. Gli esploratori indiani avevano informato re Poro che gli invasori avevano forzato il fiume, ed egli, probabilmente non consapevole della reale consistenza del corpo di sbarco, inviò contro di loro un contingente composto da 2000 cavalieri e 120 carri, guidati dal suo stesso figlio, che si rivelò inadeguato al compito. Gli Indiani si batterono coraggiosamente ma furono alla fine sconfitti e volti in fuga perdendo tutti i carri, mentre lo stesso figlio di Poro cadde in battaglia. Una volta appreso l’esito dello scontro Poro capì che la minaccia principale veniva da Alessandro e non dalle truppe macedoni ancora schierate dall’altra parte del fiume, per cui risolse di muovere l’intero esercito contro di lui, dopo avere lasciato una schiera esigua a custodia del fiume di fronte a Cratero. Vinse in una grande battaglia il re Poro. Ma qui la sua energia dovette piegarsi davanti al malcontento dei soldati, esauriti dalla lunga guerra. Tutta l’opera sua, durante e dopo la spedizione, è dominata dal pensiero di dare alla conquista un saldo fondamenta, e la marcia degli eserciti fu accompagnato dalla fondazione di numerose colonie, che dovevano diventare fiorenti centri di propagazione dell’ellenismo (cultura greca).

Alessandro si propose di fondere l’Occidente e l’Oriente, di fare dei molti popoli e delle molte civiltà un popolo e una civiltà unica. Incorporò nell’esercito contigenti indigeni. Dare effettività unità all’impero si rivelò opera ben difficile della conquista militare. L’opera non fu compiuta.

A Babilonia, mentre pensava ai grandi disegni politici ed economici, il 13 giugno 323 a.C. Alessandro moriva all’età di 33 anni di regno.

La scomparsa prematura e improvvisa di Alessandro tolse all’impero il suo principio creatore e regolatore: il partito ateniese antimacedone, proclamò la guerra di liberazione contro l’oppressore e fu seguito dalle altre città greche. Nel corso del III secolo a.C. la Macedonia tenne direttamente soggetta una parte della Grecia.

Dopo la morte di Alessandro, l’immenso impero da lui conquistato si frazionò a causa delle lotte che i suoi generali intrapresero per la successione. Dopo circa un ventennio di conflitti, al posto dell’unico impero si formarono alcuni grandi stati detti regni ellenistici.

Lo Stato ellenistico maggiormente attivo, più ricco (grano, papiro, birra, oro) e politicamente tranquillo è l’Egitto tolemaico (304-30 a.C.).

La Pirenaica legò i suoi destini all’Egitto dei Tolomei.

Tolomeo I fonda il Museo e la Biblioteca di Alessandria, che presto diviene la più grande di tutto il mondo classico.
La Macedonia degli Antigonidi, fondata da Antigono Gonata dopo la vittoria sui Galati a Lisimachea (277 a.C.) è la prima a entrare in conflitto con Roma durante le Guerre Macedoniche (221-168 a.C.), fino a ridursi a provincia romana (148 a.C.). I tentativi di Atene e delle altre città greche di riconquistare l’indipendenza cozzano contro il pugno di ferro di Antipatro (322 a.C.) e di Antigono Gonata (261 a.C.).
Diversa è la situazione nel composito Oriente dei Seleucidi (304-64 a.C.). Dalla nuova capitale Seleucia i sovrani cercano di governare (anche con l’ausilio di postazioni militari fisse e di una moneta unica) un territorio troppo vasto, che racchiude perdipiù genti di differente costume e lingua (le più diffuse divengono il greco e l’aramaico).

Il regno si erode quasi subito con la vittoria dell’indiano Ciandragupta su Seleuco I, nel territorio del Punjab. Vasti territori dell’Asia Minore si staccano anche sotto il regno di Antioco I “Sotere” (il Regno del Ponto di Mitridate 280 a.C. ca.), mentre una calata di Celti (279 a.C.) porta alla fondazione del Regno di Bitinia. Si stacca poi, ad opera di Eumene I, il Regno di Pergamo (263 a.C.), ove si erige una vasta biblioteca.

Ma è l’arrivo dei Parti (247 a.C.) a far crollare il regno seleucide.

Questa tribù scitica giunge dal Caspio e dal deserto iranico sotto la guida di Arsace I. Vincendo Antioco II e Seleuco II, i Parti fondano un vero impero sotto la guida di Mitridate I (171-138 a.C.), che domina su Iran e Mesopotamia. Dopo che il figlio, Fraate I, muore combattendo la tribù dei Saci, l’impero passa a Mitridate II (124-87 a.C.), sotto il quale si verificano i primi scontri di una secolare lotta contro Roma.
Libro, Edizioni Scolastiche Bruno Mondatori- Il lavoro dell’uomo / Libro, Europeans book Milano- Atlantica n.7 / Cd, Rizzoli Larousse 2001- Enciclopedia multimediale / Internet- Cronologia.

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