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	<title>Appunti di storia e filosofia &#187; etruschi</title>
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		<title>Etruschi: la religione</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Nov 2008 13:55:11 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli autori latini erano concordi nel definire gli etruschi un popolo religiosissimo esperto nell&#8217;arte divinatoria. Ebbero infatti un&#8217;articolata letteratura religiosa, oggi purtroppo irrimediabilmente perduta. Esistevano una serie di rigide regole che determinavano il rapporto tra gli dèi e gli uomini (quella che costituiva la &#8221;disciplina etrusca&#8221;, ossia scienza etrusca), quindi sul rito e sull&#8217;interpretazione della volontà divina.<br />
Di queste norme possiamo farci solo un&#8217;idea attraverso alcuni passi di Cicerone, Plinio il Vecchio, Livio o Seneca (che si rifacevano a traduzioni che non ci sono pervenute) e tramite rarissimi documenti etruschi come la &#8220;mummia di Zagabria&#8221; o il &#8220;fegato di Piacenza&#8221;.<br />
Sappiamo inoltre che quella etrusca fu una religione rivelata attraverso le profezie di esseri superiori come il fanciullo Tagete e la ninfa Vegoe o Vegonia. Fra gli etruschi delle origini la divinità appare sempre in modo molto impreciso, sia nell&#8217;aspetto che nelle mansioni ed è ragionevole pensare che in principio vi fosse un&#8217;unica entità divina che si manifestava in molteplici modi, assumendo connotati diversi. Tra l&#8217;VIII e il VI secolo a.C. si assiste alla trasformazione della religione etrusca. Dalla Grecia vennero importate in Etruria nuove divinità; quelle indigene assunsero figura umana e col tempo ereditarono le caratteristiche e le mansioni degli dèi dell&#8217;Olimpo classico.</p>
<p><strong>Il pantheon etrusco</strong><br />
Le più antichità divinità degli etruschi rappresentavano le forze della natura, distruttrici e creatrici al tempo stesso: Tarconte era il dio della tempesta, distruttore ma anche dispensatore di benefica pioggia; Velka era il dio del fuoco e, insieme, della vegetazione.<br />
Sommo dio dell&#8217;Etruria &#8211; dice Varrone &#8211; era Velthune (in latino Vertumnus o Voltumna), il multiforme, che rappresentava l&#8217;eterno mutare della stagioni ed era adorato nel santuario federale di Volsinii.<br />
All&#8217;antico pantheon appartenevano anche gli dèi Selvans (Silvano) e Ani (poi Giano) e la dea Northia, divinità probabilmente del fato. Dal VII secolo a.C. molte divinità di fondo originariamente etrusco vennero assimilate agli dèi olimpici: la divinità superiore Tinia (o Tin), rappresentata sempre col fulmine, fu l&#8217;equivalente di Zeus ossia Juppiter (Giove); lo stesso avvenne con Uni, compagna di Tinia, che divenne Hera, ossia la Iuno latina (Giunone).<br />
Turan, la dea dell&#8217;amore, fu assimilata ad Afrodite e quindi alla Venus (Venere) latina; Menerva ad Athena (Minerva); Maris ad Ares (Marte); Nethuns a Poseidon (Nettuno); Turms a Hermes (Mercurio); Fufluns a Dionisio (Bacco); Sethlans a Efesto (Vulcano); di Castor e Pollux (Castore e Polluce, i Dioscuri) diventati Castur e Pultuce, ecc.. Ci furono anche dèi nuovi, importati direttamente dal mondo greco, che conservarono il loro nome appena etruschizzato: Artemis (ossia Diana) divenne Aritimi, Apollon (Apollo) fu chiamato Apulu, Heracles (Ercole) cambiò in Hercle. Controversa è l&#8217;origine etrusca delle &#8221;triadi&#8221; che conosciamo con certezza soltanto nel mondo romano: non è chiaro se la triade capitolina Giove-Giunone-Minerva corrisponda a Tinia-Uni-Menerva.<br />
Di sicura origine greca sono invece le coppie (&#8220;diadi&#8221;), come quella degli dèi infernali Ade e Persefone (in etrusco Aita e Phersipnai). Gli Etruschi credevano nell&#8217;ineluttabilità del destino, al limite potevano solo rendere più piacevole la loro permanenza terrena, per questo motivo compivano feste e riti magici. Credevano nell&#8217;aldilà, in particolare nell&#8217;inferno, che aveva una porta di accesso, detta mundus, sorvegliato dalla terribile figura del demone Tuchulcha, mostro con orecchie d&#8217;asino, il muso di avvoltoio e i capelli fatti da serpenti. Questa figura fa maggiormente la sua presenza nella fase di declino della cultura etrusca, caratterizzata dalla presenza di morte e persecuzioni.<br />
Il demone degli inferi era Charun, che accompagna i morti nell&#8217;aldilà, da cui si rievoca la figura di Caronte, portava indosso un mantello ed aveva in mano un martello, simile a quello impiegato oggi per la sepoltura del Papa, con il quale si tocca tre volte la tempia del pontefice defunto. Un gioco funebre caratteristico è quello legato al mito di Phersu, da cui ha origine la parola &#8220;persona&#8221;, che aizza un cane contro una persona con la testa coperta da un sacco, che lentamente viene legata.<br />
Il cane sbrana la persona e sta a testimoniare l&#8217;ineluttabilità del destino. Le tombe rappresentavano le scene di vita quotidiana: gioia, feste, pranzi e, negli ultimi anni, dolore e terrore. Adottarono un calendario introdotto dai Tarquini, con influenze mesopotamiche, e poi modificato da Cesare, con l&#8217;aiuto sempre di tirreni. In esso si ricordavano feste e appuntamenti sacri. Suddivisero la loro era in dieci saeculum dopo dei quali ci sarebbe stata la fine della civiltà tirrenica, come in realtà fu confermato dalla storia.</p>
<p><strong>Lo spazio sacro</strong><br />
Lo spazio &#8220;sacro&#8221;, orientato e suddiviso, risponde ad un concetto che in latino si esprime con la parola templum.<br />
Esso riguarda il cielo, o un&#8217;area terrestre consacrata &#8211; come il recinto di un santuario, di una città, di un&#8217;acropoli, ecc. -, ovvero anche una superficie assai più piccola (ad esempio il fegato di un animale utilizzato per le pratiche divinatorie), purchè sussistano le condizioni dell&#8217;orientamento e della partizione secondo il modello celeste.<br />
L&#8217;orientamento è determinato dai quattro punti cardinali. congiunti da due rette incrociate, di cui quella nord-sud era chiamata cardo (con vocabolo prelatino) e quella est-ovest decumanus nella terminologia dell&#8217;urbanistica e dell&#8217;agrimensura romana che sappiamo strettamente collegate alla dottrina etrusco-italica.</p>
<p>Posto idealmente lo spettatore nel punto d&#8217;incrocio delle due rette, con le spalle a settentrione, egli ha dietro di se tutto lo spazio situato a nord del decumanus. Questa metà dello spazio totale si chiama appunto «parte posteriore» (pars postica).<br />
L&#8217;altra metà che egli ha dinnanzi agli occhi, verso mezzogiorno, costituisce la «parte anteriore» (pars antica). Una analoga bipartizione dello spazio si ha nel senso longitudinale del cardo: a sinistra il settore orientale, di buon auspicio (pars sinistra o jamiliaris); a destra il settore occidentale, sfavorevole (pars d extra o hostilis). La volta celeste, così orientata e divisa, s&#8217;immaginava ulteriormente suddivisa in sedici parti minori, nelle quali erano le abitazioni di diverse divinità.<br />
Questo schema appare riflesso nelle caselle del bordo esterno (appunto in numero di sedici) e nelle caselle interne (ad esse corrispondenti, seppure in maniera non del tutto chiara) del fegato di Piacenza. Tra i numi dei sedici campi celesti, citati da M. Cappella, e i nomi divini in scritti sul fegato esistono indubbie concordanze, ma non una corrispondenza assoluta, perche l&#8217;originaria tradizione etrusca pervenne presumibilmente alterata nelle fonti del tardo scrittore romano, con qualche spostamento nelle sequenze.<br />
Ciò nonostante è possibile ricostruire un quadro approssimativo del sistema di ubicazione cosmica degli dèi secondo la dottrina etrusca. Esso ci mostra che le grandi divinità superiori, fortemente personalizzate e tendenzialmente favorevoli, si localizzavano nelle plaghe orientali del cielo, specie nel settore nord-est; le divinità della terra e della natura si collocavano verso mezzogiorno; le divinità infernali e del fato, paurose ed inesorabili, si supponevano abitare nelle tristi regioni dell&#8217;occaso, segnatamente nel settore nord-ovest, considerato come il più nefasto.<br />
La posizione dei segni che si manifestano in cielo (fulmini, volo di uccelli, apparizioni prodigiose) indica da qual nume proviene agli uomini il messaggio e se esso è di buono o di cattivo augurio.<br />
Indipendentemente dal punto di origine, una complicata casistica riguardante le caratteristiche del segnale (per esempio la forma, il colore, l&#8217;effetto del fulmine, o il giorno della sua caduta) aiuta a precisarne la natura: se si tratti cioè di un richiamo amichevole, o di un ordine, o di un annuncio senza speranza e così via. Lo stesso valore esortativo o profetico hanno le speciali caratteristiche presentate dal fegato di un animale sacrificato, preso in esame dall&#8217;aruspice, secondo una corrispondenza delle sue singole parti con i settori celesti.<br />
Così l&#8217;«arte fulguratoria» e l&#8217;aruspicina, le due forme tipiche della divinazione etrusca, appaiono strettamente collegate; ne fa meraviglia che esse possano essere state esercitate da un medesimo personaggio, come quel L. Cafatius di cui si rinvenne a Pesaro l&#8217;epitafio bilingue e che fu appunto haruspex (in etrusco netsvis) e fulguriator (cioè inrerprete dei fulmini: in etrusco trutnvt frontac o trutnvt?). Uguali norme devono aver presieduto all&#8217;osservazione divinatoria del volo degli uccelli, come intravvediamo specialmente da fonti umbre (Tavole di Gubbio) e latine. A tal proposito ha speciale importanza lo spazio terrestre d&#8217;osservazione, e cioè il templum augurale, con il suo orientamento e le sue partizioni, cui senza dubbio si ricollega la disposizione non soltanto dei recinti sacri, ma dello stesso tempio vero e proprio, cioè l&#8217;edificio sacro contenente il simulacro divino, che in Etruria appare di regola orientato verso sud o sud-est, con una pars antica che corrisponde alla facciata ed al colonnato ed una pars postica rappresentata dalla cella o dalle celle. E del pari le regole sacre dell&#8217;orientamento si osservano (almeno idealmente) nella planimetria delle città (concreto esempio monumentale è Marzabotto in Emilia), e nella partizione dei campi.<br />
In tutte queste concezioni e queste pratiche, come in generale nelle manifestazioni rituali etrusche, si ha l&#8217;impressione, come già accennato, di un abbandono, quasi di una abdicazione dell&#8217;attività spirituale umana di fronte alla divinità: che si rivela nella duplice ossessione della conoscenza e dell&#8217;attuazione della volontà divina, e cioè da un lato nello sviluppo delle pratiche divinatorie, da un altro lato nella rigida minuziosità del culto.<br />
Così anche l&#8217;adempimento o la violazione delle leggi divine, nonche le riparazioni attuate attraverso i riti espiatorii, sembrano essere soprattutto formali, al di fuori di un autentico valore etico, secondo concezioni largamente diffuse nel mondo antico, che però appaiono soprattutto accentuate nella religiosità etrusca. Ma è possibile che almeno gli aspetti più rigidi di questo formalismo si siano definiti soltanto nella fase finale della civiltà etrusca, e precisamente nell &#8216;ambito di quelle classi sacerdotali le cui elaborazioni rituali e teologiche trovarono la loro espressione nei libri sacri, forse favorite dal desiderio dei sacerdoti stessi di accentrare nelle loro mani l&#8217;interpretazione della volontà divina e quindi la direzione della vita spirituale della nazione.<br />
Un altro aspetto, che si ricollega alla mentalità primitiva degli Etruschi, è l&#8217;interpretazione illogica e mistica dei fenomeni naturali, che persistendo sino in età molto recente viene a contrastare in maniera drammatica con la razionalità scientifica dei Greci.<br />
A questo riguardo è particolarmente significativo e rivelatore un passo di Seneca (Quaest. nat., II, 32, 2) a proposito dei fulmini: Hoc inter nos et Tuscos&#8230;interest: nos putamus, quia nubes collisae sunt, fulmina emitti,. ipsi existimant nubes collidi, ut fulmina emittantur,&#8221; nam, cum omnia addeum referant, in ea opinionesunt, tamquam non, quiafactasunt, significent, sed quia significatura sunt, fiant. (La differenza fra noi [cioè il mondo ellenistico-romano] e gli Etruschi&#8230; è questa: che noi riteniamo che i fulmini scocchino in seguito all&#8217;urto delle nubi; essi credono che le nubi si urtino per far scoccare i fulmini; tutto infatti attribuendo alla divinità, sono indotti ad opinare non già che le cose abbiano un significato in quanto avvengono, ma piuttosto che esse avvengano perche debbono avere un significato&#8230;).</p>
<p><strong>L&#8217;al di là</strong><br />
La mistica unità del mondo celeste e del mondo terrestre si estende verisimilmente anche al mondo sotterraneo, nel quale è localizzato, secondo le dottrine etrusche più evolute, il reame dei morti. Gran parte delle nostre conoscenze sulla civiltà degli antichi Etruschi proviene, come è noto, dalle tombe (la stragrande maggioranza delle iscrizioni è di carattere funerario; alle pitture, alle sculture, alle suppellettili sepolcrali siamo debitori dei dati fondamentali sullo sviluppo delle forme artistiche e sugli aspetti della vita).<br />
Ed è naturale che le tombe ci offrano, più o meno direttamente, indizi sulle credenze relative alla sorte futura degli uomini e sui costumi e sui riti collegati a queste credenze. Ciò nonostante siamo ancora ben lungi dall&#8217;avere una idea chiara dell&#8217;escatologia etrusca. Motivi complessi e contrastanti denunciano livelli diversi di mentalità religiosa ed influenze eterogenee. Ne risultano problemi tuttora in parte irresoluti, singolarmente affascinanti.<br />
Il carattere stesso delle tombe e dei loro equipaggiamenti, soprattutto nelle fasi più antiche, offre una testimonianza inequivocabile del persistere di concezioni primitive universalmente diffuse nel mondo mediterraneo, secondo le quali la individualità del defunto, comunque immaginata, sopravvive in qualche modo congiunta con le sue spoglie mortali, là dove esse furono deposte.<br />
Ne consegue l&#8217;esigenza, fondamentale per i superstiti, di garantire, difendere, prolungare concretamente questa sopravvivenza, non soltanto come tributo sentimentale di affettuosa pietà, ma come obbligo religioso non disgiunto, probabilmente, da timore.<br />
A questo genere di concezioni appartiene in Etruria, come altrove (e segnatamente nell&#8217;antico Egitto), la tendenza ad immaginare il sepolcro nelle forme di una casa, a dotarlo di arredi e di oggetti d&#8217;uso, ad arricchirlo di figurazioni pregne, almeno originariamente, di significato magico (specialmente pitture tombali con s.cene di banchetto, di musica, di danze, di giuochi atletici, ecc.), a circondare il cadavere delle sue vesti, dei suoi gioielli e delle sue armi; a servirlo con cibi e bevande; ad accompagnarlo con figurine di familiari; e, infine, a riprodurre l&#8217;immagine somatica del morto stesso, per offrire un incorruttibile «appoggio» allo spirito minacciato dal disfacimento del corpo, onde in Etruria (come già in Egitto) sembra nascere il ritratto funerario. Ma quale sia l&#8217;effettiva e più profonda natura delle idee religio- se che traspariscono esteriormente in così fatte costumanze e come esse abbiano potuto sussistere ed evolversi accanto ad altre credenze è cosa ancora tutto sommato assai oscura.<br />
All&#8217;origine della storia delle città etrusche vediamo infatti dominare pressoche esclusivo un rito funebre, quale è quello della cremazione, che non può non riflettere concetti estranei a quelli del legame materiale tra spirito e corpo del defunto; che anzi, almeno nella piena età storica, esso sembra talvolta significare un&#8217;idea di «liberazione» dell&#8217;anima dai ceppi della materia verso una sfera celeste.<br />
Tanto più curioso è osservare come nelle tombe etrusche del periodo villanoviano e orientalizzante le ceneri e le ossa dei morti bruciati si contengano talvolta in urne in forma di abitazioni o entro vasi che tentano di riprodurre le fattezze del morto (i così detti &#8220;canopi&#8221; di Chiusi): ciò che rivela, già dai tempi più antichi del formarsi della nazione etrusca, una mescolanza di credenze e forse anche un riaffermarsi delle tradizionifunerarie mediterranee sul costume diffuso dai seguaci della cremazione.<br />
Ne si può affermare che l&#8217;idea della sopravvivenza nella tomba escluda assolutamente una fede nella trasmigrazione delle anime verso un regno dell&#8221;&#8216;al di là&#8221;. Ma è certo che in Etruria quest&#8217;ultima concezione si venne affermando e concretando progressivamente sotto l&#8217;influsso della religione e della mitologia greca, con l&#8217;attenuarsi delle credenze primitive: e si configurò secondo la visione dell&#8217;averno omerico, popolato da divinità ctonie, spiriti di antichi eroi ed ombre di defunti. Già nei monumenti del V e IV secolo, e poi soprattutto in quelli di età ellenistica, la sorte futura è rappresentata come un viaggio dell&#8217;anima verso il regno dei morti e come un soggiorno nel mondo sotterraneo.<br />
Soggiorno triste, senza speranza, a volte dominato dallo spavento che incute la presenza di mostruosi dèmoni, o addirittura dai tormenti che essi infliggono alle anime. È, in sostanza, la materializzazione dell&#8217;angoscia della morte in una escatologia essenzialmente primitivistica. E a simboleggiare la morte sono specialmente due figure infernali: la dea Vanth dalle grandi ali e con la torcia, che, simile alla greca Moira, rappresenta il fato implacabile; e il dèmone Charun, figura semibestiale armata di un pesante martello, che può considerarsi una paurosa deformazione del greco Caronte dal quale prende il nome. Sia di Vanth sia di Charun esistono moltiplicazioni, forse con una propria individualità ed un proprio secondo nome. Ma la demonologia infernale è ricca e pittoresca, e conosce altri personaggi, come l&#8217;orripilante Tuchulcha dal volto di avvoltoio, dalle orecchie d&#8217;asino e armato di serpenti; accoglie largamente la simbologia di animali ctonii, come il serpente e il cavallo.<br />
Anche per questa fase più tardiva le fonti monumentali, nei loro aspetti frammentari ed esteriori, sono insufficienti a darci un&#8217;idea sicura e completa delle credenze contemporanee sull&#8217;oltretomba. Stando alle pitture e ai rilievi sepolcrali, parrebbe che il destino dei morti fosse inesorabilmente triste ed uguale per tutti: la legge crudele non risparmia neanche i personaggi più illustri, la cui affermazione di superiorità si limita ai costumi sfarzosi, agli attributi delle cariche rivestite e al seguito che li accompagna nel viaggio agli inferi.<br />
Esistono tuttavia nella tradizione letteraria, alcuni accenni più o meno espliciti a consolanti dottrine di salvazione, e cioè alla possibilità che le anime conseguano uno stato di beatitudine o addirittura q i deificazione, attraverso speciali riti che sarebbero stati descritti dagli Etruschi nei loro Libri Acherontici. Un prezioso documento originale di queste cerimonie di suffragio, con prescrizioni di offerte e di sacrifici a divinità specialmente infernali, sembra esserci conservato nel testo etrusco della tegola di Capua, che risale al V secolo a.C..<br />
Non sappiamo fino a che punto allo sviluppo di queste nuove concezioni escatologiche abbia contribuito il diffondersi in Etruria di dottrine orfiche, pita- goriche e, più ancora, dionisiache (il culto di Bacco è, in verità, largamente attestato anche in rapporto con il mondo funerario). Comunque le speranze di salvazione sembrano restare collegate al concetto delle operazioni magico-religiose, proprie di una spiritualità primitiva, piuttosto che dipendere da un superiore principio etico di retribuzione del bene compiuto in vita.</p>
<p><strong>Forme del culto</strong><br />
Le testimonianze monumentali, i documenti scritti etruschi e i riferimenti delle fonti letterarie classiche offrono numerosi dati per la ricostruzione della vita religiosa e delle forme del culto. Si tratta di costumanze che, almeno per quel che riguarda gli aspetti sostanziali (luoghi sacri e templi, organizzazione del sacerdozio, sacrifici, preghiere, offerte di doni votivi, ecc.), non differiscono profondamente dalle analoghe manifestazioni del mondo greco, italico e, specialmente, romano.<br />
Ciò si spiega per un verso considerando i comuni orientamenti spirituali della civiltà greco-italica a partire dall&#8217;età arcaica, per altro verso tenendo conto della fortissima influenza esercitata dalla religione etrusca su quella romana. Uno studio delle antichità religiose etrusche non può quindi prescindere dal quadro, ben altrimenti particolareggiato e complesso, che in materia rituale ci presentano la Grecia e Roma: tanto più difficile è determinare i riflessi che le concezioni proprie della mentalità religiosa etrusca ebbero, con motivi peculiari, nella prassi del culto.<br />
Sarà, in primo luogo, da attribuire agli Etruschi quella concreta e quasi materialistica adesione a norme sancite ab antiquo, quel preoccupato formalismo dei riti, quel frequente insistere sui sacrifici espiatorii, che si avvertono nell&#8217;ambito delle tradizioni religiose romane come un elemento in certo senso estraneo alla semplice religiosità agreste dei prisci Latini e indizio della presenza di un fattore collaterale che non può non riportarsi ad una antica e matura civiltà cerimoniale, quale è appunto l&#8217;etrusca.<br />
Questa ars colendi religiones (secondo l&#8217;espressione di Livio nel passo sopra citato) risponde in pieno al senso di subordinazione dell&#8217;uomo alla divinità, che sappiamo predominante nella religiosità etrusca e presuppone la fede nella efficacia magica del rito, proprio delle mentalità più primitive. La concretezza degli atti cultuali si manifesta nella precisa determinazione dei luoghi, dei tempi, delle persone e delle modalità, entro i quali e attraverso i quali si compie l&#8217;azione stessa volta ad invocare o a placare la divinità: quell&#8217;azione che i Romani chiamavano nel loro complesso res divina e gli Etruschi probabilmente ais(u)na (cioè, appunto, servizio &#8220;divino&#8221;, da ais &#8220;dio&#8221;): donde, anche, la parola umbra esono &#8220;sacrificio&#8221;.<br />
Essa si svolge nei luoghi consacrati (tempia) dei quali si è fatta già menzione: recinti con altari ed edifici sacri contenenti immagini delle divinità. Sovente questi edifici sono orientati verso sud e sud-est. Il concetto di consacrazione al culto di un determinato luogo o edificio è forse espresso in etrusco dalla parola sacni (donde il verbo sacnisa): questa condizione può estendersi, come in Grecia e nel mondo italico e romano, ad un complesso di recinti e templi, per esempio sulle acropoli delle città (Marzabotto); carattere in certo senso analogo hanno anche le tombe, presso le quali o entro le quali si compiono sacrifici funerari o si depongono offerte.<br />
Speciale importanza deve avere avuto in Etruria la regolamentazione cronologica delle feste e delle cerimonie, che, insieme con le modalità delle azioni sacre, costituiva la materia dei Libri Rituales ricordati dalla tradizione. Il massimo testo rituale etrusco, tramandatoci nella lingua originale -e cioè il manoscritto su tela parzialmente conservato nelle fasce della mummia di Zagabria &#8211; contiene un vero e proprio calendario liturgico, Con l&#8217;indicazione dei mesi e dei giorni ai quali si riportano le cerimonie descritte. È probabile che altri documenti fossero redatti nella forma attestata dai calendari sacri latini: e cioè come una elencazione consecutiva di giorni contrassegnati dal solo titolo delle feste o dal nome della divinità celebrata.<br />
Il calendario etrusco era forse analogo al calendario romano precesareo: conosciamo il nome di alcuni mesi e sembra che le &#8220;idi&#8221;, circa a metà del mese, abbiano un nome di origine etrusca; ma il computo dei giorni del mese segue generalmente, a differenza del calendario romano, una numerazione consecutiva. Ogni santuario ed ogni città doveva avere, come è logico, le sue feste particolari: tale è appunto il caso del sacni cilfh (santuario di una città non altrimenti identificabile), al quale fa riferimento il rituale di Zagabria.<br />
Le celebrazioni annuali del santuario di Voltumna presso Volsinii avevano invece carattere nazionale, come sappiamo dalla tradizione. Tra le cerimonie e gli usi sacri può ricordarsi quello della infissione dei chiodi per segnare gli anni (clavi annales) nel tempio della dea Nortia a Volsinii, ricordato a proposito dell&#8217;analogo rito del tempio di Giove Capitolino a Roma. Anche per intendere la natura e l&#8217;organizzazione dei sacerdozi siamo costretti ad avvalerci del confronto con il mondo italico e romano.<br />
Abbiamo in ogni caso indizi per ritenere che essi fossero varii e specializzati, strettamente collegati con le pubbliche magistrature e sovente riuniti in collegi. Il titolo sacerdotale cepen (con le variante cipen attestata in Campania), particolarmente frequente nei testi etruschi, è ad esempio seguito spesso da un attributo che ne determina la sfera d&#8217;azione o le specifiche funzioni: come nel caso di cepen fhaurx, che senza dubbio indica un sacerdote funerario (da fhaura «tomba»).<br />
La dignità sacerdotale in genere o specifici sacerdozi sono designati anche con altre parole: quali eisnevc (in rapporto con aisna, l&#8217;azione sacrificale), celu, forse santi, ecc. Si hanno inoltre i sacerdoti divinatori: e cioè gli aruspici (netsvis), rappresentati nei monumenti con un costume caratteristico composto di un berretto a terminazione cilindrica e di un manto frangiato, e gl&#8217;interpreti dei fulmini (trutnvt?). Il titolo marun-, è, come già sappiamo, in rapporto con funzioni sacrali, per esempio nel culto di Bacco (marunux paxanati, maru paxafhuras): si osservi il doppio titolo cepen marunuxva, che indica probabilmente un sacerdozio con le funzioni proprie dei maru.<br />
Si può ricordare anche il titolo zilx cexaneri, nel quale si è voluto intendere qualcosa come &#8220;curator sacris faciundis&#8221;, (ma è congettura molto opinabile). Probabilmente a confraternite si riferiscono termini collettivi quali paxafhuras, formalmente analoghi a quelli che esprimono aggregati gentilizi (per es. Velfhinafhuras nel senso dei membri della famiglia Velfhina) o altri collegi.<br />
A Tarquinia esisteva in età romana un arda LX haruspicum veri similmente di antica origine. Uno degli attributi dei sacerdoti era illituo, bastone dall&#8217;estremità ricurva, che è però frequentemente rappresentato nei monumenti anche in rapporto ad attività profane, per esempio in mano ai giudici delle gare atletiche. L &#8216;azione del culto è volta ad interrogare la volontà degli dèi, secondo le norme dell&#8217;arte divinatoria; e quindi ad invocare il loro aiuto e perdono attraverso l&#8217;offerta.<br />
È probabile che l&#8217;una e l&#8217;altra operazione fossero strettamente collegate tra loro; benche sia ricordata dalle fonti letterarie una distinzione tra vittime sacrificate per la consultazione delle viscere (hastiae cansultatariae) e vittime destinate all&#8217;offerta vera e propria, in sostituzione dei sacrifici umani (hastiae animales). Del pari intrecciate in complicati cerimoniali sembrano le offerte incruente (di liquidi e cibi) con quelle cruente di animali.<br />
Il grande rituale di Zagabria e il rituale funerario della Tegola di Capua descrivevano minuziosamente, in tono prescrittivo e con un linguaggio tecnico specializzato, queste liturgie; ma lo stato delle nostre cognizioni della lingua etrusca non ci consente di stabilire con esattezza il significato di molti &#8216;termini impiegati nella descrizione dei riti e, pertanto, di ricostruirne in pieno lo svolgimento. La preghiera, la musica, la danza dovevano avere larga parte nelle cerimonie. Una scena di culto con offerte è rappresentata nella parete di fondo della Tomba del Letto Funebre di Tarquinia.<br />
I doni votivi offerti nei santuari, per grazie chieste o ricevute, consistono per lo più di statue di bronzo, pietra, terracotta, raffiguranti le divinità stesse e gli offerenti, o anche animali, in sostituzione delle vittime, e parti del corpo umano; inoltre vasi, armi, ecc. Questi oggetti che erano ammassati in depositi o favisse, recano spesso iscrizioni dedicatorie. Essi variano per valore artistico e per pregio (la massima parte è costituita da modeste figuri ne di terracotta lavorate a stampo): ciò che indica, intorno ai grandi centri del culto, una diffusa e profonda religiosità popolare.</p>
<p><strong>Il culto degli dei e dei defunti</strong><br />
Dopo che i sacerdoti avevano ottenuto attraverso la divinazione la conoscenza del volere divino, si dava attuazione a tutto ciò che ne derivava dal punto di vista del comportamento, sulla base delle norme che facevano anch&#8217;esse parte della &#8221;disciplina etrusca&#8221; ed erano oggetto di trattazione nei Libri Rituales. Queste norme si traducevano (e si esaurivano) in una serie impressionante di pratiche, cerimonie e riti rigidamente codificati e ripetuti meccanicamente fino a diventare puro e semplice formalismo.<br />
Essi toccavano sia gli aspetti religiosi della vita degli etruschi sia quelli civili, secondo il principio che &#8221;ogni azione umana doveva essere compiuta in conformità della disciplina&#8221;. E per ogni rito, cerimonia di culto o servizio divino doveva essere stabilito con precisione il luogo, il tempo, il modo, lo scopo, la persona preposta e, naturalmente, la divinità che veniva chiamata in causa. Le funzioni sacre si svolgevano perciò in luoghi rigidamente circoscritti e consacrati (templi, santuari, altari) e il loro svolgimento era codificato fin nei minimi particolari tanto che, se veniva sbagliato od omesso anche un solo gesto, tutta l&#8217;azione doveva essere ripetuta da capo. Musica e danza vi trovavano ampio spazio.<br />
Oltre all&#8217;uso di sacrificare bovini, ovini e volatili, particolarmente diffuso era quello dei doni votivi che potevano andare dagli ex voto (statue e statuine di divinità e di offerenti), alle prede di guerra (armi, carri), agli stessi edifici sacri (dedicazione di un tempio o di un sacello).<br />
Tra le pratiche di carattere religioso quelle destinate ai defunti avevano presso gli etruschi un carattere tutto particolare. Esse erano legate alla concezione (del resto diffusa in altre civiltà del Mediterraneo) che l&#8217;attività vitale del defunto, la sua &#8221;individualità&#8221; continuasse anche dopo la morte e che questa sopravvivenza avesse luogo nella tomba.<br />
Spettava però ai vivi, ai familiari e dei parenti, garantire la sopravvivenza dell&#8217;entità vitale del defunto al quale doveva essere data una tomba, cioè una nuova casa, e un corredo di abiti, oggetti d&#8217;uso personali, cibi, di cui si serviva simbolicamente o magicamente. Per la stessa ragione vitalità e forza venivano trasmesse al defunto con giochi e gare atletiche che si svolgevano in occasione dei funerali o delle ricorrenze anniversarie della morte.<br />
Quanto alle pratiche proprie dei funerali, la prassi non era dissimile da quella che avveniva altrove: esposizione del cadavere al compianto pubblico e alle lamentazioni di donne appositamente pagate (prefiche), corteo funebre e banchetto presso la tomba. Il culto della &#8221;sopravvivenza&#8221; nel sepolcro era ulteriormente sviluppato nel culto degli antenati e in particolar modo del capostipite, specie delle famiglie gentilizie.<br />
Tra il V e il IV secolo a.C., però, la fede della sopravvivenza del morto nella tomba cambiò sotto l&#8217;effetto delle suggestioni provenienti dalla civiltà greca. Ad essa si sostituì la concezione di un &#8221;mondo dei morti&#8221; (simile all&#8217;Averno o all&#8217;Ade) dove le &#8221;ombre&#8221; soggiornavano. Ai defunti vennero allora dedicati particolari riti di suffragio, stabiliti dai Libri Acherontici, e offerte alle divinità infere (in particolare il sangue di alcuni animali) che potevano consentire alle anime il conseguimento di uno speciale stato di beatitudine.</p>
<p><strong>La &#8220;disciplina etrusca&#8221;</strong><br />
Secondo gli etruschi gli dèi condizionavano il mondo e ogni azione umana: occorreva quindi &#8220;tradurre&#8221; la loro volontà andando in cerca dei segni attraverso i quali essa si manifestava. Perciò era necessario avere a disposizione un codice che interpretasse quei segni e un prontuario di norme precise e costanti che per ogni segno indicasse il conseguente comportamento atto a soddisfare (e quindi a seguire) la volontà degli dèi. Questo complesso di conoscenze fu chiamato dai romani &#8221;disciplina etrusca&#8221; i cui principi ispiratori erano fatti risalire dagli etruschi all&#8217;intervento rivelatore della stessa divinità.<br />
Essa si sarebbe servita di esseri mitici o semidei (come il fanciullo Tagete o la ninfa Vegoe) i quali avrebbero &#8221;dettato&#8221; le verità soprannaturali e insegnato agli uomini l&#8217;arte di avvicinarsi ad esse: in pratica la divinazione.<br />
Appositi collegi sacerdotali, che si tramandavano la professione di padre in figlio, erano preposti all&#8217;interpretazione dei segni della volontà divine: i fulguratores osservavano le traiettorie dei fulmini, gli àuguri interpretavano i voli degli uccelli, gli arùspici leggevano il fegato delle pecore e di altri animali sacrificati. Le dottrine divinatorie, e tutte le altre che formavano il corpus minuzioso e vastissimo dei riti etruschi, erano tramandati nei testi della cosiddetta &#8221;disciplina etrusca&#8221;: i Libri Haruspicini, svelati dal fanciullo Tagete, trattavano la consultazione delle viscere degli animali; i Libri Fulguratores, il cui contenuto era stato manifestato dalla ninfa Vegoe, riguardavano la scienza dei fulmini; i Libri Rituales, svelati anch&#8217;essi dalla ninfa Vegoe, trattavano della suddivisione della volta celeste, della gromatica (ripartizione dei campi), dei riti e delle modalità per la fondazione delle città e per la consacrazione dei santuari, e infine degli ordinamenti civili e militari.<br />
Esistevano poi i Libri Acherontici, svelati da Tagete, che esponevano le credenze nell&#8217;oltretomba e dettavano le norme per i riti di salvazione. Infine v&#8217;erano i Libri Fatales, nei quali si trattava dei dieci secoli di vita assegnati dal Fato alla nazione etrusca, e i Libri Ostentaria che trattavano dell&#8217;interpretazione dei prodigi e dei fenomeni naturali.</p>
<p><strong>L&#8217;interpretazione dei fulmini</strong><br />
L&#8217;osservazione e l&#8217;interpretazione dei fulmini era regolata da una casistica alquanto complessa. Grande importanza avevano il luogo e il giorno in cui essi apparivano, ma anche la forma, il colore e gli effetti provocati. Le varie divinità che avevano la facoltà di lanciarli disponevano, ciascuna, di un solo fulmine alla volta, mentre Tinia ne aveva a disposizione tre. Il primo era il fulmine &#8220;ammonitore&#8221; che il dio lanciava di sua spontanea volontà e veniva interpretato come avvertimento; il secondo era il fulmine che &#8220;atterrisce&#8221; ed era considerato manifestazione d&#8217;ira; il terzo era il fulmine &#8220;devastatore&#8221;, motivo di annientamento e di trasformazione: Seneca scrive che esso &#8220;devasta tutto ciò su cui cade e trasforma ogni stato di cose che trova, sia pubbliche che private&#8221;.<br />
I fulmini erano variamente classificati a seconda che il loro avviso valesse per tutta la vita o solamente per un periodo determinato oppure per un tempo diverso da quello della caduta. C&#8217;era poi il fulmine che scoppiava a ciel sereno, senza che alcuno pensasse o facesse nulla, e questo, sempre stando a quel che dice Seneca, &#8220;o minaccia o promette o avverte&#8221;; quindi quello che &#8220;fora&#8221;, sottile e senza danni; quello che &#8220;schianta&#8221;; quello che &#8220;brucia&#8221;, ecc.<br />
Ma Seneca parla anche di fulmini che andavano in aiuto di chi li osservava, che recavano invece danno, che esortavano a compiere un sacrificio, ecc. Con un tale groviglio di possibilità, solo i sacerdoti esperti potevano sbrogliarsi. Plinio il Vecchio arriva ad affermare che un sacerdote esperto poteva anche riuscire a scongiurare la caduta di un fulmine o, al contrario, riuscire con speciali preghiere, ad ottenerla.<br />
Resta da dire che dopo la caduta di un fulmine c&#8217;era l&#8217;obbligo di costruire per esso una tomba: un piccolo pozzo, ricoperto da un tumuletto di terra, in cui dovevano essere accuratamente sepolti tutti i resti delle cose che il fulmine stesso aveva colpito, compresi gli eventuali cadaveri di persone uccise dalla scarica. Naturalmente, il luogo e la tomba erano considerati sacri e inviolabili ed essendo ritenuto di cattivo auspicio calpestarli, erano recintati e accuratamente evitati dalla gente, quali &#8220;nefasti da sfuggire&#8221;, come scriveva nel I secolo d.C. il poeta romano Persio originario dell&#8217;etrusca Volterra.</p>
<p><strong>L&#8217;interpretazione delle viscere</strong><br />
Le viscere degli animali di cui si servivano gli Aruspici (dette in latino exta) erano di diverso tipo: polmoni, milza, cuore, ma specialmente fegato (in latino hepas). Esse venivano strappate ancora palpitanti dal corpo degli animali appena uccisi ed espressamente riservati alla consultazione divinatoria e quindi distinti da quelli immolati per il sacrificio. Esse venivano strappate ancora palpitanti dal corpo degli animali appena uccisi ed espressamente riservati alla consultazione divinatoria e quindi distinti da quelli immolati per i sacrifici. Si trattava in genere di buoi e talvolta anche di cavalli ma soprattutto di pecore.<br />
Delle viscere dovevano essere prese in considerazione la forma, le dimensioni, il colore ed ogni minimo particolare, specialmente gli eventuali difetti. Quando non rivelavano nulla di apprezzabile per la divinazione, erano ritenute &#8220;mute&#8221; e inutilizzabili; erano invece &#8220;adiutorie&#8221; quando indicavano qualche rimedio per scampare ad un pericolo; &#8220;regali&#8221; se promettevano onori ai potenti, eredità ai privati, ecc.; &#8220;pestifere&#8221; quando minacciavano lutti e disgrazie.<br />
L&#8217;osservazione era più minuziosa nel caso del fegato, dato che in esso, per l&#8217;aspetto generale e per la particolare conformazione, veniva riconosciuto il &#8220;tempio terrestre&#8221; corrispondente al &#8220;tempio celeste&#8221;. La sua importanza era del resto connessa alla credenza diffusa presso gli antichi che esso fosse la sede degli affetti, del coraggio, dell&#8217;ira e dell&#8217;intelligenza. Ritenuto che nel fegato fosse esattamente proiettata la divisione della volta celeste, si trattava di riconoscere a quale delle caselle di quella corrispondessero, nel fegato, le irregolarità.<br />
Le imperfezioni, i segni particolari o anche le regolarità, e quindi prendere in considerazione i messaggi della divinità che occupava la casella interessata. Per meglio riuscire nell&#8217;intento, per l&#8217;istruzione dei giovani aruspici, venivano utilizzati degli appositi modelli di fegato, in bronzo o in terracotta, sui quali erano riprodotte le varie ripartizioni e scritti i nomi delle diverse divinità.</p>
<p><strong>L&#8217;osservazione dei prodigi</strong><br />
La fama di insuperabili interpreti di viscere e fulmini, della quale godevano gli Etruschi, era completata da quella che li riteneva anche esperti conoscitori del significato di ogni genere di prodigi. Il romano Varrone, che desumeva evidentemente da fonti etrusche, riferisce che tra i prodigi si distinguevano l&#8217;ostentum, che prediceva il futuro; il &#8220;prodigio&#8221;, che indicava il da farsi; il &#8220;miracolo&#8221;, che manifestava qualcosa di straordinario; il &#8220;mostro&#8221;, che dava un avvertimento.<br />
Tra i prodigi più frequenti erano annoverati la pioggia di sangue, la pioggia di pietre e quella di latte, gli animali che parlavano, la grandine, le comete, le statue che sudavano, ecc. In aggiunta alle manifestazioni di carattere straordinario, nelle categorie dei prodigi rientravano anche fatti del tutto naturali: c&#8217;erano perciò alberi e animali &#8220;felici&#8221; o &#8220;infelici&#8221;, cioè portatori di cattivo o di buon auspicio, piante commestibili che portavano bene e piante selvatiche che portavano male.<br />
La casistica era infinita: ad essa tutti prestavano in genere molta attenzione, magari per tradizione o per rispetto della comune opinione.</p>
<p><strong>Libri Fulgurales</strong><br />
Seneca (II 32 ss.) e Plinio (II,135 ss:) hanno conservato una larga parte di excepta dai libri fulgorales etruschi e della loro minuziosa casistica (soprattutto delle opere del volterrano Cecina). Il principio basilare e&#8217; quello secondo il quale: alcuni Dei posseggono le Manubiae, ovvero le potesta&#8217; di scagliare i fulmini.(Serv. Aen. I,42.) In particolare 9 dei (Plin. n. h.,II,138), forse da identificare con i misteriosi dii novensiles o novensides della lista di Marziano Capella, ma noti anche in dediche romane. I tipi di Fulmine sono 11 per 9 Dei, perche&#8217; Tinia (Tin = Giove) possiede 3 manubiae. (Plin. n.h., II, 138; Sen. n.q. II,41) Le 3 manubie possono distinguersi per il loro significato e per il fatto di essere scagliati da Giove da solo o con il &#8220;consiglio&#8221; degli altri Dei.<br />
Prima manubia: del Solo Tinia<br />
Seconda manubia: di Tinia + i 12 Dei Consentes<br />
Terza Manubia: di Tinai + Dei Involuti<br />
I 3 tipi di fulmini possono essere di natura fisica (Fest. p. 114 L; Sen. n.q. II, 40) oppure per alcuni (Serv. auct. Aen. VIII, 429)<br />
ostentatorium = dimostrativo<br />
(dopo consultazione con i 12 Dei Consentes. Segno di Ira degli Dei.Utile e dannoso serve per impaurire). peremptorium = perentorio<br />
(Dopo consultazione con i Dei superiores et involuti. Devasta. Indica che tutto verra&#8217; radicalmente trasforamato nella vita pubblica o privata.)<br />
presagum = presago<br />
(Di avvertimento per suadere (convincere) o dissuadere (far cambiare idea)).<br />
Da Seneca ..manubia placata est et ipsius concilio iovis mittitur.<br />
oppure per altri (Serv. Aen. I, 230)<br />
quod terreat = che atterisce<br />
quod adflet = che soffia<br />
quod puniat = che punisce<br />
Degli altri 9 Dei abbiamo solo degli indizi,dalle fonti letterari, per 5 di essi:<br />
Uni = Giunone<br />
Menerva = (Mnrva,Menrua,Meneruva,Merva,Merua,Mera)= Minerva<br />
Sethlans = Vulcano<br />
Mari = (Mars,Maris) Marte<br />
Satres = (Satrs) Saturno<br />
La dottrina romana del fulmine attribuiva i fulmini notturni a Summanus e tenendo conto del fegato di Piacenza e cio&#8217; che dice Capella probabilmente il corrispondente etrusco potrebbe essere Cilen &#8211; Nocturnus. Mentre l&#8217;identita&#8217; tra Vetisl etrusco e Vediovis o Veiovis romano farebbe attribuire a questo una manubia infera, anche in considerazione di uno Zeus sbarbato munito di fulmine frequente nella iconografia etrusca. Anche per i fulmini vale la dottrina delle 16 regioni che vale per l&#8217;epatoscopia.(Plin. n.h. II, 143)<br />
L&#8217;esame del fulmine (e del tuono) da parte dell&#8217;aruspice prevedeva una casitica precisa, enunciataci da Seneca (n.q. II ,48 ,2 ):<br />
Da parte di quale Dio proviene<br />
quale = di che tipo e&#8217;<br />
quantum = la durata<br />
ubi factum sit, cui = l&#8217;oggetto colpito<br />
quando, in qua re = in che circostanza</p>
<p>Per quel che riguarda il tipo:<br />
1) di che colore era il fulmine<br />
manubiae albae = bianche = forse di Tinia<br />
manubiae nigrae = nere = di Sethlans<br />
manubiae rubrae = rosse = forse di Mari<br />
Provenienti dai Pianeti associati al nome divino e non dal Dio.<br />
I fulmini provenienti da Satres provenivano anche dalla Terra in inverno ed erano detti Infernali.</p>
<p>2) genus:<br />
l&#8217;acre del fulmine, il grave del tuono, intensita&#8217; e capacita&#8217; erano di 3 tipi:<br />
quod terebrat = che perfora,sottile e fiammeggiante.<br />
quod dissipat = che si disperde,passante,capace di rompere senza perforare.<br />
quod urit = che brucia in 3 modi<br />
come un soffio (afflat) e senza grave danno bruciando dando fuoco</p>
<p>3) C&#8217; erano fulmini Secchi &#8211; Umidi e Clarum (Plinio)<br />
Per quel che riguarda l&#8217;oggetto colpito i fulmini possono essere<br />
fatidica = cioe&#8217; portatori espressi di segni eventualmente comprensibili (fata)<br />
bruta = privi di significato<br />
vana = il cui significato si perde<br />
l&#8217;oggetto puo&#8217; essere<br />
schiantato = discutere<br />
non rompersi = terebrare<br />
essere + o &#8211; affumicato = urere<br />
restare affumicato = fuscare</p>
<p>Per quel che riguarda l&#8217;auruspice Seneca dice che il sacerdote procedeva<br />
con l&#8217;analisi sistematica = quomodo exploremus<br />
con l&#8217;interpetazione dei segni = quomodo interpretemus<br />
con l&#8217;espiazione, propiziazione e purificazione = quomodo exoremus<br />
Ma soprattuto il sacerdote non era solo in grado di leggere i segni<br />
ma anche di evocarli con l&#8217;attirare (exorare) il fulmine.</p>
<p><strong>L&#8217;arte della divinazione</strong><br />
Il segno più importante, la &#8220;voce&#8221; più potente della divinità era il fulmine, che proveniva direttamente dal dio supremo Tinia; l&#8217;ars fulguratoria, cioè quella di trarre dalla sua osservazione tutte le informazioni possibili, era quindi al primo posto nella divinazione etrusca.<br />
Era regolata da una casistica alquanto complessa che teneva conto della parte del cielo in cui il fulmine appariva (la volta celeste era divisa in sedici parti, abitata ognuna da una divinità), della forma, del colore, degli effetti provocati e del giorno della caduta. Oltre all&#8217;osservazione dei fulmini (cheraunoscopia) c&#8217;era un&#8217;altra forma di divinazione molto generalizzata alla quale era possibile ricorrere ogni volta che fosse ritenuto utile o necessario senza dover attendere altre forme di prodigi dipendenti invece dal caso, come appunto il fulmine.<br />
Era l&#8217;epatoscopia, o lettura del fegato degli animali sacrificati, che i romani chiamavano haruspicina. Il fegato, la cui immagine si riteneva fosse proiettata la divisione della volta celeste, veniva strappato ancora palpitante dal corpo dell&#8217;animale (pecora, bue, cavallo) e se ne osservavano le regolarità e irregolarità a ognuna delle quali era attribuito un messaggio.<br />
Per questo venivano usati degli appositi modelli in bronzo o in terracotta sui quali erano riprodotte le varie ripartizioni e scritti i nomi delle divinità. Fra i modelli giunti sino a noi il più celebre è il &#8220;Fegato di Piacenza&#8221;. Oltre al fegato gli arùspici leggevano anche altre viscere come il cuore, i polmoni, la milza.</p>
<p><strong>Il rito di fondazione</strong><br />
Fra i dettami della disciplina etrusca famoso in tutta l&#8217;antichità era quello della fondazione di città per il quale erano previste meticolosissime disposizioni. Gli aùguri cominciavano col delimitare una porzione di cielo consacrata proprio in funzione del rito (e definita con il termine significativo di templum) all&#8217;interno della quale trarre gli auspici dedotti dal volo degli uccelli che la attraversavano, dai fenomeni meteorologici che in quel perimetro potevano verificarsi, o da altre manifestazione considerate provenienti dalle divinità.<br />
Erano poi individuati il centro della città stessa e delle principali direttrici viarie scavando fosse in cui venivano deposte offerte e sovrapposti cippi che fungevano sia da punti di riferimento sia da luoghi sacrali. Veniva poi tracciato con un aratro dal vomere di bronzo un solco continuo che disegnava il perimetro delle mura, interrotto solo là dove si sarebbero aperte le porte delle città; il solco diventava subito linea inviolabile per tutti gli uomini e attraversarlo equivaleva ad attaccare la città.<br />
Lungo tutto il perimetro delle mura correva inoltre, tanto all&#8217;esterno quanto all&#8217;interno, un&#8217;ampia fascia di terreno (il pomerium) che non doveva essere né coltivata né edificata e che era dedicata alla divinità. Una solenne cerimonia di sacrificio inaugurava la città così prefigurata. La fondazione di Roma a opera di Romolo e Remo così come ce l&#8217;hanno tramandata le leggende è un&#8217;applicazione puntuale del rito etrusco: i gemelli che osservano il volo degli uccelli per decidere chi dei due dovesse dare il nome alla città, il solco tracciato da Romolo, l&#8217;uccisione di Remo che, saltando all&#8217;interno del perimetro, profana i sacri confini e &#8220;invade&#8221; la nuova fondazione.</p>
<p><strong>Le pratiche rituali</strong><br />
Dal momento che con le arti divinatorie veniva raggiunta la conoscenza del volere divino, si trattava di dare attuazione a tutto ciò che ne derivava dal punto di vista del comportamento. Occorreva cioè agire sulla base delle norme prescritte dalla &#8220;disciplina&#8221; e oggetto della trattazione specifica dei &#8220;libri rituali&#8221;. Tali norme si traducevano in una serie interminabile di pratiche, di cerimonie, di riti.<br />
Si dovevano perciò determinare i luoghi, i tempi e i modi nei quali e con i quali doveva essere eseguito quello che veniva chiamato il &#8220;servizio divino&#8221; (aisuna o aisna, da ais che significa dio), nell&#8217;indicazione delle persone alle quali l&#8217;azione competeva e, naturalmente, prima di tutto, della divinità alla quale essa era dedicata. I luoghi dovevano essere circoscritti, delimitati e consacrati; i tempi regolati dalla successione cronologica delle feste e delle cerimonie previste ed elencate nei calendari sacri; i modi rispettati fin nei minimi particolari, tanto che, qualora fosse stato sbagliato oppure omesso un solo gesto, tutta l&#8217;azione avrebbe dovuto essere ripresa da capo. Nelle funzioni trovavano ampio spazio la musica e la danza; le preghiere potevano essere d&#8217;espiazione, di ringraziamento o di invocazione; i sacrifici cruenti riguardavano particolari categorie di animali; le offerte comprendevano prodotti della terra, vino, focacce e altri cibi preparati.<br />
Particolarmente diffusa, tanto a livello di religiosità &#8220;ufficiale&#8221; quanto a livello di religiosità popolare, era l&#8217;usanza dei doni votivi. Nel primo caso poteva trattarsi di statue o altre opere d&#8217;arte, di oggetti particolarmente preziosi, di prede di guerra e di edifici sacri; nel secondo caso i doni erano solitamente piccoli oggetti, per lo più di terracotta (ma anche di bronzo, di cera e mollica di pane) che i fedeli compravano nelle apposite rivendite presso i santuari.</p>
<p><strong>Il rituale funerario</strong><br />
Durante il periodo villanoviano, il corpo del defunto era spesso cremato; le sue ossa combuste venivano raccolte in un apposito vaso che per la sua forma gli archeologi hanno chiamato &#8220;biconico&#8221;, poichè costituito da due coni contrapposti, collegati per le basi (museo archeologico-topografico, sala di Roselle ecc.). In genere, questo contenitore ha soltanto un&#8217; ansa (quando ve n&#8217;erano due, una veniva ritualmente spezzata). Inoltre, la sua bocca è coperta da una ciotola, anch&#8217;essa munita di una sola ansa; oppure, nel caso che il defunto fosse appartenuto alla classe dei guerrieri, è talvolta coperta da un elmo.<br />
Il vaso e il corredo funebre, composto dagli oggetti più cari al defunto, vengono deposti in un &#8220;pozzetto&#8221;, scavato appositamente nel terreno; talvolta, le sue pareti vengono foderate con lastre di pietra e l&#8217;apertura ne è chiusa con un lastrone. In alcune zone dell&#8217;Etruria d&#8217;epoca villanoviana i cinerari hanno la forma di capanna, le cosiddette &#8220;urne a capanna&#8221; appunto (museo archeologico-topografico, sala di Vetulonia), quasi a voler ricostruire per il defunto la sua casa terrena. Il corredo mostra alcune differenze, soprattutto a livello di sesso: spesso la presenza di un rasoio distingue la deposizione dell&#8217;uomo, mentre quella della donna è evidenziata da oggetti usati per la filatura, come un fuso o una fuseruola.<br />
Successivamente, nell&#8217;VIlI secolo a.C. il corredo che accompagna il defunto diventa più prezioso, aumentano gli oggetti di metallo, soprattutto in bronzo, e compa- provenienti dalla Grecia; cominciano inoltre altri tipi di sepolture, contraddistinte da dimensioni maggiori, come le tombe a fossa, nelle quali viene deposto il defunto inumato. Con l&#8217;inizio di questo tipo di sepoltura, il rito cambia; in- fatti, il corpo del defunto non è cremato, ma è deposto in una fossa scavata nel terreno, munita talvolta di pareti foderate con lastre di pietra -Sovana-, come i &#8220;pozzetti&#8221;. In alcune aree dell&#8217;Etruria, per esempio a Vetulonia, più tombe di questo tipo vengono riunite entro circoli di pietre, quasi a voler tener uniti i membri di una medesima famiglia.<br />
La differente ricchezza presente nei contesti funebri è un dato molto importante perche segnala, all&#8217;interno della società etrusca, il formarsi di una diversa stratificazione sociale rispetto alla più omogenea situazione del periodo villanoviano. Nel periodo orientalizzante, nel VII secolo a.C., troviamo tombe costruite o scavate nella roccia; la scelta fra le due possibilità è dovuta ai diversi tipi di formazione geologica presenti nelle differenti aree e, per molti decenni, i membri di una stessa famiglia (gens) vengono sepolti all&#8217;interno di una medesima tomba.<br />
I corredi raggiungono talora livelli di ricchezza eccezionali; la tomba assume carattere monumentale, manifestando così la potenza della famiglia a cui appartiene. Un lungo dròmos (corridoio) porta all&#8217;interno della tomba, in cui è scavata o costruita la camera funeraria sotterranea; all&#8217;esterno la protegge un tumulo artificiale di terra, contenuto da un &#8220;tamburo&#8221; (un muro circolare) di pietra. Dal VI secolo a.C. diminuiscono le dimensioni delle tombe, scompare il loro aspetto monumentale e si assiste talvolta a una specie di &#8220;pianificazione edilizia&#8221; all&#8217;interno della necropoli, come quella della Necropoli del Crocifisso del Tufo a Orvieto.<br />
Il dato archeologico ci fa comprendere, in tale caso, che la grande aristocrazia, quella proprietaria dei monumentali tumuli, ha perso potere in quest&#8217;area, lasciando spazio a un ceto medio. Le costruzioni monumentali permangono in uso solo in alcune zone dell&#8217;Etruria. A Populonia troviamo nella seconda metà del VI secolo un tipo di costruzione piuttosto origi nale, la cosiddetta &#8220;tomba a edicola&#8221;, il cui esterno è simile a una piccola casa munita di un tetto a doppio spiovente.<br />
Nel periodo ellenistico ci sono ancora tombe di proporzioni monumentali, come quelle di Sovana o di Norchia, le note e affascinanti tombe rupestri scavate nella roccia tufacea. Le loro facciate imitano quelle dei templi o dei palazzi, come si rileva per la tomba Ildebranda a Sovana. S&#8217;intendeva evidentemente eroizzare il defunto, deponendo il suo corpo all&#8217;interno di un vero e proprio &#8220;tempio&#8221;; vicino alla tomba vi possono essere altari per le celebrazioni cultuali dei defunti.<br />
Nello stesso periodo, a Volterra le tombe vengono scavate nella roccia tufacea; sulle loro banchine, ricavate nella pietra, troviamo urne contenenti le &#8220;ceneri&#8221; dei defunti di una medesima gens . Tali &#8220;urnette&#8221;, prodotte dalle botteghe locali in alabastro o tufo, sono decorate sulla cassa con rilievi più o meno alti, raffiguranti scene mitologiche tratte dal repertorio greco (Iliade, Odissea, ecc. ) oppure legati al mondo etrusco (il congedo del defunto dai propri cari, mostri dell&#8217;aldilà ecc.). Il coperchio &#8220;rappresenta&#8221; in genere il defunto/a disteso sul letto da banchetto. Il viso della persona effigiata non è inteso quale ritratto nel senso proprio del termine, ma piuttosto una &#8220;tipologia&#8221; di volto, che raffigura per esempio una &#8220;giovane donna&#8221; oppure un &#8220;uomo anziano&#8221;.<br />
Nel II secolo a.C., accanto a questo tipo di urna cineraria, rivolta a una committenza appartenente a un ceto &#8220;medio&#8221;, compaiono urnette in terracotta, provenienti dal territorio di Chiusi, realizzate a matrice e deposte in tombe a &#8220;nicchiotto&#8221; semplicemente scavate. Furono fatte per una classe sociale economicamente meno rilevante, che tuttavia ebbe notevole fortuna politica nell&#8217;Etruria Settentrionale del tempo. In alto, sulla cassa, è scritto il nome del defunto, a testimoniare la diffusione dell&#8217;alfabetizzazione, ormai raggiunta anche da ceti sociali &#8220;subalterni&#8221;.</p>
<p><strong>L&#8217;antropomorfizzazione e le statue cinerario</strong><br />
Il Museo Archeologico di Firenze rivela al visitatore un aspetto interessante della civiltà etrusca, talvolta non del tutto conosciuto. Il fenomeno riguarda in particolare la città di Chiusi, le cui manifestazioni connesse all&#8217;arte e all&#8217;artigianato rivelano, già nel VII secolo a.C., una tendenza all&#8217;antropomorfizzazione: i vasi canopi. Sono ossuari realizzati in genere con ceramica di impasto, ma talvolta anche in metallo (bronzo), cinerari che presentano per coperchio una raffigura zione stilizzata della testa del defunto; qualche volta, il &#8220;vaso&#8221; ha due piccole braccia disegnate a rilievo e può essere collocato sulla rappresentazione miniaturizzata di un sedile (Museo archeologico-topografico, sala di Chiusi). Qualcosa di simile troviamo anche nel periodo Villanoviano, quando per coperchio del vaso biconico è posto un elmo, quasi a voler restituire un &#8216;integrità fisica al defunto.<br />
Successivamente, nel V secolo a.C., questa tendenza diventa ancora più evidente con la presenza, sempre nella città di Chiusi, di statue cinerario: grandi sculture, come quella della Mater Matuta, scolpite in pietra, che ospitano in una cavità interna le &#8220;cene ri&#8221; del defunto, mentre la testa amovibile della statua funge da &#8220;chiusura&#8221;.</p>
<p><strong>La tomba come casa del defunto</strong><br />
Gli scavi archeologici delle necropoli ci hanno fornito molti dati sulla civiltà etrusca. Un fattore costante nell&#8217;ideologia funeraria etru- sca risulta la tomba, sentita come dimora del defunto. Abbiamo già riferito di alcune urne cinerarie conformate &#8220;a capanna&#8221;, ma anche taluni monumenti funerari possono denotare questo aspetto.<br />
L&#8217;ingresso della tomba può essere costituito da una porta in pietra con tanto di battenti e, a guardia di essa come a custodia di un&#8217;abitazione terrena, sono poste statue di animali fantastici, quali sfingi leonine, o più vicini alla realtà, come i leoni; oppure, a testimonianza dell&#8217; importanza del defunto, troviamo statue rigididamente composte di prefiche.<br />
Talvolta le camere sotterranee delle tombe gentilizie riproducono fedelmente la pianta e l&#8217;interno di un&#8217;abitazione, il cui &#8220;arredo&#8221; viene allora &#8220;scolpito&#8221; nell&#8217;interno: sedie, letti, porte modanate, le stesse suppellettili, nonche i tetti a doppio spiovente con l&#8217;orditura delle travi del soffitto. Medesima decorazione si riscontra nella forma e nel coperchio di alcune urne cinerarie, che hanno l&#8217; aspetto esteriore identico a quello di una casa.<br />
Da tutto ciò emerge chiaramente l&#8217;immagine di un mondo dell&#8217;aldilà molto prossimo a quello terreno. Gli oggetti che facevano parte del corredo funebre testimoniano la volontà degli Etruschi di ricreare nell&#8217;oltretomba la realtà di ogni giorno. Un&#8217;ulteriore testimonianza di ciò è notoriamente rappresentata dalle pitture delle tombe, che spesso riproducono scene di vita quotidiana e in particolare di banchetto.</p>
<p><strong>Il culto dei morti</strong><br />
Tra le pratiche di carattere religioso, un posto del tutto particolare occupavano quelle che avevano come destinatari i defunti. Nei primi tempi, esse erano legate alla concezione della continuazione dopo la morte di una speciale attività vitale del defunto. A tale concezione si accompagnava l&#8217;idea che quell&#8217;attività avesse luogo nella tomba e fosse in qualche modo congiunta alle spoglie mortali. Dato però che tutto dipendeva dalla collaborazione dei vivi, i familiari del defunto erano tenuti a garantire, agevolare e prolungare per quanto possibile la &#8220;sopravvivenza&#8221; con adeguati provvedimenti.<br />
La prima esigenza da soddisfare era quella di dare al morto una tomba, che sarebbe diventata la sua nuova casa; subito dopo veniva quella di fornirgli un corredo di abiti, ornamenti, oggetti d&#8217;uso e, insieme, una scorta di cibi e bevande. Il resto era un arricchimento e poteva variare a seconda del rango sociale del defunto e delle possibilità economiche degli eredi. Si poteva così foggiare la tomba nell&#8217;aspetto sia pure parziale o soltanto allusivo della casa, e dotarla di suppellettili e arredi, e magari affrescarla sulle pareti con scene della vita quotidiana o dei momenti più significativi della vita del defunto.<br />
Quanto alle pratiche proprie dei funerali, esse andavano dall&#8217;esposizione al compianto pubblico al corteo funebre al banchetto davanti alla tomba. Tutte queste pratiche, insieme alle cerimonie e ai riti che dovevano essere compiuti in onore di divinità connesse con la sfera funeraria, facevano parte di un autentico culto dei morti, sacro da rispettare e da venerare.<br />
La situazione tuttavia cambiò con il tempo: infatti, per effetto delle suggestioni provenienti dal mondo greco, nel corso del V secolo a .C., alla primitiva fede di sopravvivenza del morto nella tomba, si sostituì l&#8217;idea di uno speciale regno dei morti. Questo fu immaginato sul modello dell&#8217;Averno (o Acheronte) greco, il regno dei morti, governato dalla coppia divina di Aita e Phersipnai (Ade e Persefone greci).</p>
<p><strong><em>Bibliografia</em></strong><br />
&#8220;La civiltà etrusca&#8221; Keller 1981, Garzanti<br />
&#8220;Etruscologia&#8221; M. Pallottino, Hoepli Milano 1968<br />
&#8220;Tarquinia&#8221; Maria Castaldi, Regione Lazio Ass. Cultura , Quasar 1993<br />
&#8220;Origini e Storia Primitiva di Roma&#8221; M. Pallottino, Ed. Bompiani 2000<br />
&#8220;Guida insolita ai luoghi, ai monumenti e alle curiosità degli Etruschi&#8221; Chiesa, Facchetti, Newton &#038; Compton Ed. 2002<br />
Schede didattiche &#8211; Museo Archeologico Firenze. </p>
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		<title>Etruschi: le attività</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Nov 2008 13:52:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;alimentazione Le fonti letterarie conservateci che trattino questi soggetti risultano davvero scarse; le notizie che abbiamo ci sono infatti riportate da autori greci e latini, i quali -colpiti in modo negativo dal &#8220;lusso&#8221; dell&#8217;aristocrazia etrusca &#8211; non possono considerarsi una fonte attendibile, anche perche risultano di molto posteriori al periodo di fioritura della civiltà etrusca. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L&#8217;alimentazione</strong><br />
Le fonti letterarie conservateci che trattino questi soggetti risultano davvero scarse; le notizie che abbiamo ci sono infatti riportate da autori greci e latini, i quali -colpiti in modo negativo dal &#8220;lusso&#8221; dell&#8217;aristocrazia etrusca &#8211; non possono considerarsi una fonte attendibile, anche perche risultano di molto posteriori al periodo di fioritura della civiltà etrusca.<br />
Posidonio di Apamea, per esempio, racconta che gli Etruschi apparecchiavano le loro tavole &#8220;ben&#8221; due volte al giorno: del resto, anche i Greci consumavano due pasti al giorno, ma il pranzo era molto frugale. Il dato archeologico, che in genere è così importante, nel caso dell&#8217;alimentazione non è direttamente determinante; infatti, solo recentemente gli scavi degli abitati sono stati affiancati da indagini paleonutrizionali; oltre a ciò, relativamente rari risultano gli avanzi di pasto rinvenuti. Comunque utili notizie possono essere dedotte dagli utensili ritrovati negli ambienti adibiti a cucina, ma soprattutto dagli affreschi che decorano le pareti di alcune tombe, soprattutto quelli della &#8220;Tomba Golini I&#8221; di Orvieto, che mostrano immagini relative alla preparazione del banchetto.<br />
Da un famoso brano dello storico Tito Livio (Historiae XXXVIII, 45) sappiamo che in Etruria si coltivavano copiosissime messi (in particolare grano e farro); esse dovevano costituire l&#8217;alimento-base sulla mensa di tutti i giorni, sia sotto forma di pani e focacce, che di minestre e zuppe.<br />
Dalla citata notizia di Livio, inoltre, possiamo indurre che i bovini fossero allevati non solo per la carne, ma anche perche necessari per il lavoro dei campi, soprattutto per l&#8217;aratura. Gli avanzi di pasto rinvenuti durante gli scavi ci testimoniano, d&#8217;altra parte, la presenza sulla tavola etrusca di altri animali domestici quali ovini, caprini e suini, in proporzioni diverse a seconda del tempo o luogo in cui ci si trovasse; altra fonte di alimentazione, inoltre, era la selvaggina, come ci testimoniano gli autori antichi e alcuni famosi affreschi (la citata &#8220;Tomba Golini I&#8221; di Orvieto o la &#8220;Tomba della Caccia e della Pesca&#8221; di Tarquinia).<br />
Per quanto riguarda l&#8217;alimentazione ittica, ancora più rari risultano (dalla ricerca archeologica) gli avanzi di pasto, a causa della deperibilità degli scheletri dei pesci e del guscio dei molluschi; rimangono, comunque, come testimonianza archeologica, ami da pesca, aghi e pesi da rete. Gli Etruschi dovevano conoscere diverse varietà ittiche diffuse nel Mediterraneo, come mostrano i cosiddetti &#8220;piatti da pesce&#8221; in cui appaiono raffigurate, sulla superficie esterna, numerose specie manne.<br />
L&#8217;alimentazione del mondo mediterraneo antico è condizionata, ovviamente, dai prodotti che la natura offre e le condizioni climatiche simili nel mondo greco, latino ed etrusco, hanno generato una dieta ed una cucina per molti versi assai simili tra loro. Per l&#8217;età preistorica si hanno dati scientificamente molto interessanti per il villaggio del Gran Carro di Bolsena, scoperto sotto le acque del bacino lacustre e databile attorno al IX secolo a.C, nella fase di passaggio dunque tra l&#8217;età del Bronzo e l&#8217;età del Ferro.<br />
Il setacciamento dei fanghi che ricoprivano le antiche strutture, eseguito nel 1974, portò alla luce una rilevante quantità di noccioli di frutta selvatica tra cui corniolo (Cornus mas), prugna selvatica (Prunus spinosa) e prugna damascena (Prunus insititia), nocciolo (Corylus avellana) e ghiande (Quercus sp.), ed anche vite (Vitis vinifera) che presto, grazie alle conoscenze trasmesse dai navigatori provenienti dall&#8217;Egeo, sarebbe stata trasformata in vino e non consumata solo come frutta.<br />
Tra i cereali sono presenti cariossidi di farro (Triticum dicoccum), tra i legumi resti di fave (Vicia faba). I cereali ed i legumi potevano essere consumati abbrustoliti o macinati per farne frittelle e minestre; la frutta poteva essere consumata fresca o fermentata in bevande a scarso tenore alcolico. Tra i resti faunistici (scavi 1980) ricordiamo la presenza di numerose specie domestiche (68 % del totale dei resti ossei rinvenuti) e selvatiche (32 %). Sono stati segnalati resti di caprovini, suini, bovini, equini, cani; tra i selvatici cervo, cinghiale, capriolo ed orso bruno.<br />
I dati disponibili dagli scavi condotti dall&#8217;Istituto Svedese di Roma a San Giovenale (Blera) abbracciano un arco cronologico molto ampio che va dall&#8217;età del Bronzo all&#8217;età romana: essi rivelano come attraverso i secoli il principale alimento siano stati i suini, gli ovini ed i bovini, talvolta integrati da esemplari cacciati come il cervo, il capriolo e la lepre.<br />
Se cerchiamo analogie con il mondo romano di cui si possiedono numerose notizie in più rispetto all&#8217; etrusco, apprendiamo che si tendeva al consumo soprattutto di suini, mentre i caprovini erano destinati alla produzione di latte e lana, i bovini al lavoro nei campi. La carne era arrostita su lunghi spiedi (in greco obeloi) che, in epoche premonetali, cioè quando ancora non si usavano monete e si ricorreva allo scambio di prodotti e di metalli a peso, costituivano nel Mediterraneo un elemento di scambi assai frequente.<br />
Ma poteva essere anche bollita in grandi calderoni da cui veniva estratta con uncini. A San Giovenale sono stati rinvenuti fornelli e pentole di terracotta che testimoniano la quotidiana vita dell&#8217;abitato: molti dei materiali archeologici provenienti soprattutto dagli abitati arcaici della Tuscia (San Giovenale ed Acquarossa) sono esposti in un&#8217;interessantissima mostra permanente presso il Museo Archeologico Nazionale di Viterbo (Rocca Albornoz).<br />
Lo scavo di un insediamento agricolo etrusco del IV &#8211; III secolo a.C. condotto dalla Soprintendenza Archeologica per l&#8217;Etruria Meridionale a Blera in località Le Pozze (scavi 1986-87), ha permesso il rinvenimento di 570 semi e noccioli di frutta, tra cui segnaliamo corniolo, nocciolo, ghiande di quercia, olivo (Olea europaea), vite, fico (Ficus carica), pero (Pyrus sp.) ed orzo (Hordeum sp.).<br />
Tra i resti di animali, presenti i suini, la capra, i bovini, le galline. Indagini paleonutrizionali, cioè sulle modalità alimentari del passato, condotte sulla popolazione etrusca, hanno rivelato che dal VII secolo a.C. all&#8217;età romana l&#8217;economia alimentare sia rimasta a base agricola; un consumo maggiore di carne e latticini, rilevabile dall&#8217;aumento di Zinco nelle ossa, si ha nell&#8217;età arcaica (VI secolo a.C.- inizio V secolo a.C.): con il passaggio all&#8217;età classica ed all&#8217;ellenistica si nota una graduale diminuizione del consumo di prodotti di origine animale, forse conseguenza di quella forte crisi economica che avrà il suo inizio nel V secolo a.C. e che si protrarrà con la conquista romana.</p>
<p><strong>La cucina etrusca</strong><br />
Le raffigurazioni pittoriche della tomba Golini I di Orvieto (l&#8217;antica Volsinii) databili alla seconda metà del IV secolo a.C., ci offrono una visione interessante delle attività di cucina di un&#8217;importante famiglia dell&#8217;aristocrazia: sulle pareti sono rappresentati i servi che fanno a pezzi la carne con una piccola ascia, altri che preparano i cibi sotto lo sguardo attento di una donna: preparano focacce, cuociono le cibarie nel forno, mesciono le bevande nelle brocche.<br />
Nelle altre pareti appaiono i loro padroni, seduti o sdraiati sulle klinai, i letti tricliniari del banchetto, in compagnia delle proprie donne dalle ricche vesti, illuminati da alti candelieri di bronzo lucente, serviti da schiavi nudi ed allietati da suonatori di lira e tibicines (flauti doppi).<br />
Ma cosa si mangiava nell&#8217;antica Etruria? Oltre alla frutta e verdura di cui abbiamo fatto cenno, quali erano le pietanze, i cibi preparati ? Nei tempi più antichi erano frequenti le minestre di cereali e legumi, come le gustose zuppe di verdura: ne è un ricordo eccezionale l&#8217;acquacotta, uno dei piatti della tradizione culinaria viterbese. Le sfarinate di cereali erano utilizzate per fare frittelle e focacce.<br />
La carne era bollita ed arrostita: sono frequenti nei corredi delle tombe gli alari, gli spiedi e le pinze per maneggiare i tizzoni di brace. Condimento ideale per ogni cibo era l&#8217;olio d&#8217;oliva, di qualità eccellente, esportato in tutto il Mediterraneo come testimonia il rinvenimento di anfore etrusche: anche oggi la qualità dell&#8217;olio viterbese lo denota come prodotto tipico, così come il vino.<br />
La mancanza di una letteratura specifica non ci aiuta nella conoscenza di ricette e preparazioni tipiche, lontane dalla raffinata e forse confusionaria cucina d&#8217;età romana: ma non è difficile immaginare che i piatti più tipici della tradizione gastronomica toscana e viterbese, così legati alla sana e semplice cultura contadina, siano il perpetuarsi della cucina etrusca.</p>
<p><strong>Il vino</strong><br />
Già nel VII secolo a.C. la vite e l&#8217;olivo erano coltivati intensivamente in Etruria ma, per quest&#8217;ultimo, la produzione non fu mai considerata importante dagli autori antichi; del vino etrusco, invece (anche se in senso talvolta negativo), scrivono sia Orazio che Marziale. Il vino bevuto nell&#8217;antichità era molto diverso da quello d&#8217;oggi: denso, fortemente aromatico, ad elevata gradazione alcolica.<br />
Il primo mosto ottenuto dalla vendemmia veniva in genere consumato subito, mentre il restante veniva versato in contenitori di terracotta con le pareti interne coperte di pece o di resina. Il liquido veniva lasciato riposare, schiumato per circa sei mesi e a primavera, infine, poteva essere filtrato e versato nelle anfore da trasporto. Il liquido così ottenuto non veniva bevuto schietto ma mescolato, all&#8217;interno di crateri, con acqua e miele, e travasato nelle coppe dei cornrnensali, servendosi di attingitoi e sìmpula. Sulla mensa, il vino era contenuto in brocche e vasi a doppia ansa (stàmnoi), mentre per l&#8217;acqua si utilizzavano spesso piccoli secchi, denominati sìtule.<br />
Non potevano mancare, in una cucina ben attrezzata, i colini. Questi instrumenta sono presenti in tutta l&#8217;area mediterranea, dall&#8217;Egeo alla Gallia Meridionale, a iniziare dal VI secolo a.C. fino all&#8217;età romana imperiale. Gli esemplari più antichi (II millennio a.C.) sono stati trovati in Grecia, nell&#8217; isola cicladica di Santorino, realizzati in terracotta. Potevano essere ottenuti anche in altro materiale (argento, bronzo, rame, ceramica) e diverse risultano le varianti della forma a seconda dell&#8217;uso.<br />
Alcuni colini appaiono provvisti di un imbuto (nome latino infundìbulum), collegato al colino stesso, altri ne sono privi, altri infine si denotano semplicemente per un &#8220;bulbo&#8221; ricavato al centro della vasca. Alcuni di essi rivelano, sul lato opposto al manico, un sostegno rettangolare orizzontale destinato a reggere il colino stesso sull&#8217;imboccatura del vaso in cui veniva versato il liquido; in un secondo momento, il colum poteva essere lasciato appeso all&#8217;orlo del recipiente, pure tramite questa sorta di gancio. I colini provvisti di imbuto venivano usati per filtrare il vino e altri liquidi in tipi di recipiente contraddistinti da strette imboccature.</p>
<p><strong>Fornelli, stoviglie e altri utensili per cucina</strong><br />
Gli Etruschi, di solito, non avevano, all&#8217;interno delle loro abitazioni, un vano adibito a cucina quale lo intendiamo oggi; spesso si cuoceva all&#8217;aperto, ma comunque esistevano sistemi di cottura che utilizzavano dei particolari &#8220;fornelli&#8221;.<br />
Ne esistono sostanzialmente di tre tipi, provvisti ognuno di relative varianti: il tipo più antico è di forma cilindrica e munito sulla superficie superiore di una piastra forata e, sulla parte inferiore, di un&#8217; apertura per l&#8217;alimentazione del fuoco; verso la fine del VII sec. a.C. compare un secondo fornello semicilindrico, a forma di ferro d cavallo, con tre parti sporgenti verso l&#8217;interno per sostenere la pentola; c&#8217;è infine un ultimo modello, simile a una piccola botte aperta per appoggiarvi il recipiente per la cottura e, in quella inferiore, per il carico del combustibile.<br />
Il secondo tipo era già conosciuto nella Magna Grecia e doveva risultare migliore del primo modello, in quanto permetteva una cottura più veloce. In diverse zone dell&#8217;Etruria, per esempio a Poggio Civitate, Murlo (SI), sono state trovate specie di campane di terracotta provviste di un &#8216;ansa alla sommità, sotto le quali venivano posti i cibi da cuocere; intorno veniva messa la brace per consentire la cottura, simile dunque a quella sub testo dei Romani.<br />
Altri utensili per cuocere i cibi sono gli spiedi (in greco obelòi), usati per arrostire la carne. Li troviamo talvolta conservati nelle tombe, forgiati in bronzo o ferro, lunghi anche 1 m e associati a graffioni. Quest&#8217;ultimo tipo di strumento ha più volte attirato l&#8217;attenzione degli studiosi, che hanno tentato di definirne l&#8217;uso. Prevalgono oggi due interpretazioni: la prima tende a identificare questo oggetto con un porta-fiaccole, i cui rebbi sarebbero stati destinati a sostenere materiale combustibile; la seconda, avvalorata anche da fonti letterarie (strumenti simili sono infatti descritti, con tale uso, dalle testimonianze romane, contraddistinti dal nome latinizzato di hàrpago), lo considera un utensile domestico, anzi culinario, usato per infilzare e cuocere pezzi di carne, recuperarli dai calderoni e togliere pietanze &#8220;dal fuoco&#8221;. Nel medioevo, per es., si usavano uncini per impedire che i cibi in cottura venissero a galla.<br />
Tra gli instrumenta domestica vanno anche annoverate le &#8220;teglie&#8221; (simili nella forma alle odierne padelle), alcune del tipo monoansato, in bronzo. Si tratta di utensili domestici adibiti a contenere i cibi in fase di cottura e chiamati anche pàtere o bacinelle, di cui esistono diverse varianti a seconda del modo in cui risultino forgiati orlo e ansa.<br />
La medesima classe di recipiente si trova replicata, nel corso del III secolo a.C., nella cosiddetta &#8220;Ceramica a Vernice Nera&#8221; di produzione volterrana, che ispira le sue fonne a prototipi di vasi in metallo, ottenendo così contenitori a un costo inferiore di quello raggiunto dagli originali.<br />
Un altro oggetto d&#8217;uso domestico che compare tra le suppellettili da cucina è la grattugia, in genere ricavata in bronzo, ma talvolta anche in metallo pregiato. Il termine latino ràdula è usato da Columella (De re rust. XII, 15,5) per un oggetto che doveva servire a raschiare la vecchia pegola dai vasi, prima di spalmarvela nuovamente.<br />
Non siamo certi, tuttavia, che si tratti del medesimo oggetto, in quanto Columella non lo descrive. Omero già la menziona (Iliade XI, 638), usata per grattugiare il fonnaggio; era infatti usata per fare il kykèion, bevanda composta da vino forte, orzo, miele e fonnaggio grattugiato, bevuta dagli eroi omerici. Non sappiamo se anche gli Etruschi avessero una bevanda simile.</p>
<p><strong>La filatura e la tessitura</strong><br />
A parte la preparazione e la cottura dei cibi, le attività domestiche peculiari della donna etrusca (anche di elevato ceto sociale) erano la filatura e la tessitura della lana e delle fibre vegetali (lino). Già in epoca villanoviana, i corredi delle tombe femminili contengono frequentemente rocchetti e fuseruole di ceramica e, talvolta, fusi di bronzo.<br />
L&#8217;attività della tessitura, del resto, è documentata negli scavi degli abitati da numerosi pesi da telaio, di norma realizzati in terracotta in forma troncopiramidale, oppure costituiti da semplici ciottoli (il telaio vero e proprio era invece interamente di legno). Alcune antiche scene figurate, per esempio sul tintinnàbulo di bronzo di Bologna (VII sec. a.C.), riproducono le diverse fasi di lavorazione delle fibre tessili, in particolare della lana.<br />
Dopo essere stata cardata, cioè pulita e pettinata, quest&#8217;ultima veniva attorcigliata in fili grezzi e poi filata con il fuso (in legno, osso o bronzo); il filo così ottenuto, avvolto sui rocchetti, era quindi utilizzato per la tessitura, eseguita per lo più mediante telai verticali, nei quali i fili erano tenuti in tensione, a gruppi, dagli appositi pesi.</p>
<p><strong>Aspetti della vita, economia e tecnica</strong><br />
La ricostruzione della vita che si svolgeva nelle case dei ricchi non presenta eccessive difficoltà. Si è già accennato alla posizione della donna che partecipa ai conviti e alle feste con perfetta parità di fronte all&#8217;uomo. In età arcaica le donne e gli uomini banchettano distesi sullo stesso letto: ed è probabilmente a questa usanza che risale l&#8217;affermazione di Aristotele (in Ateneo, 1,23 d) che &#8220;gli Etruschi mangiano insieme con le donne giacendo sotto lo stesso manto&#8221;.<br />
Si è anche supposto che Aristotele si riferisca ad una falsa interpretazione di alcuni sarcofagi sui quali appaiono i due coniugi giacenti sotto un manto simbolo di nozze. La cerimonia nuziale presso gli Etruschi comprendeva infatti il rito (conservato tuttora dagli Ebrei) della copertura degli sposi con un velo: come attesta il rilievo, di non dubbia interpretazione, di una umetta di Chiusi.<br />
Ma è possibile che l&#8217;uso del velo esistesse in realtà anche per i letti conviviali. Si presume comunque che i Greci, per un atteggiamento di incomprensione e di ostilità verso gli Etruschi forse risalente ad antiche rivalità politiche, trovassero argomento di scandalo nella libertà formale della donna etrusca, così diversa dalla segregazione della donna greca almeno nel periodo classico: e fosse quindi facile e quasi naturale attribuire alle etrusche i caratteri e il comportamento delle etère, le sole donne che ad Atene partecipassero ai banchetti con gli uomini.<br />
Nascevano così e si diffondevano &#8211; con quella facilità nell&#8217;accettare e ripetere notizie anche incontrollate specialmente sui costumi dei &#8220;barbari&#8221;, quasi come motivi letterari, che è propria del mondo classico &#8211; le dicerie sulla scostumatezza degli Etruschi, sulle quali insiste Ateneo (IV, 153 d; VII, 516 sgg.) e di cui si fa eco perfino Plauto (Cistellaria, Il, 3, 20 sgg.).<br />
A partire dal V-IV secolo le donne etrusche non partecipano più ai conviti distese sopra il letto come gli uomini, ma sedute, secondo l&#8217;usanza che resterà poi stabilmente diffusa nel mondo romano.<br />
Raffigurazioni di banchetti con più letti (generalmente tre, donde il romano triclinio), come quelle delle tombe tarquiniesi dei Leopardi o del Triclinio, ci presentano quadri pieni di naturalezza e di gioiosa semplicità. Non mancano cqnviti all&#8217;uso greco, con la presenza di soli uomini, culminanti anche in orge piuttosto sfrenate, con abbondanti libazioni e balli (tomba delle Iscrizioni a Tarquinia). I banchetti solenni, come del resto anche altre feste (giuochi, funerali, ecc.), sono regolarmente accompagnati dalla musica e dalla danza.<br />
Le pitture della tomba Golini di Orvieto ci portano anche nell &#8216;interno delle cucine dove si preparano i cibi per il banchetto, anche con la presenza del suono forse magico-propiziatorio di un suonatore di doppio flauto.<br />
Una notevole serie di rappresentazioni si riferisce a giochi e a spettacoli (tombe tarquiniesi degli Auguri, delle Olimpiadi, delle Bighe, del Letto Funebre, ecc., tombe dipinte e rilievi di Chiusi). È evidente che l&#8217;influsso ellenico domina su questo aspetto della vita etrusca; ma si ha l&#8217;impressione che il carattere agonistico e professionale dei giuochi e delle gare greche tenda a trasformarsi nel mondo etrusco in un divertimento spettacolare.<br />
Niente è più suggestivo ed interessante, a questo proposito, del piccolo fregio della tomba delle Bighe a Tarquinia, nel quale il pittore ha immaginato un grande campo sportivo o circo, visto spaccato secondo i due assi lungo e corto, con l&#8217;arena e le tribune lignee sulle quali trovano posto gli spettatori; nell&#8217;arena sono corridori con le bighe, cavalieri, coppie di lottatori e pugilatori, un saltatore semplice e con l&#8217;asta, un corridore armato (oplitodromo), giudici di gara ed altri personaggi vari; sulle tribune spettatori dei due sessi s&#8217;interessano nel modo più vivace all&#8217;esito delle gare, come mostra chiaramente la loro mimica concitata.<br />
Non è escluso che ad agoni sportivi partecipassero anche i membri delle famiglie più illustri. Va ricordato a tal proposito il gioco etrusco della Truia (ludus Troiae), che consisteva in una gara di corsa a cavallo lungo una pista intricata in forma di labirinto: esso è riprodotto nel graffito di un vaso etrusco arcaico e sappiamo che era ancora in uso al principio dell&#8217;impero come esercizio della gioventù romana.<br />
A gare equestri partecipavano assai probabilmente i giovani membri della stessa nobile famiglia proprietaria della tomba tarquiniese delle Iscrizioni. Il rapporto dei giochi agonistici con il mondo funerario è documentato, oltre che dall&#8217;evidenza delle tombe, dal passo di Erodoto (I, 167) relativo alle cerimonie espiatorie compiute dai Ceretani per il massacro dei prigionieri focei.<br />
Accanto agli spettacoli di natura agonistica debbono esser ricordati anche quelli mimici, musicali, acrobatici e farseschi che erano specificamente attribuiti ad attori etruschi ricordati con il nome di histriones o ludiones (la forma etrusca corrispondente sarebbe tanasa(r), fhanasa) e che furono introdotti a Roma dall&#8217;Etruria nel 364 a.C. come «ludi scenici» (Livio, VII, 2-3). Di fatto esistono non poche testimonianze figurate di pitture, vasi dipinti. bronzetti, che raffigurano personaggi in costumi particolari, talvolta mascherati, che partecipano a vere e proprie rappresentazioni: le quali sembrano essere per altro di carattere assai vario, dall&#8217;esibizione popolaresca di saltimbanchi ed equilibristi (come nelle tombe dei Giocolieri di Tarquinia e della Scimmia di Chiusi), a qualcosa che può ricordare il dramma satiresco e porsi al limite di un&#8217;azione drammatica (ben diversa in ogni caso dal genere della tragedia di imitazione greca, senza dubbi tardivo, di cui si è già fatto cenno).<br />
Va poi ricordato un genere di giochi più cruento, nel quale è forse da riconoscere un&#8217;anticipazione dei combattimenti gladiatorii, che del resto la tradizione antica considerava di origine etrusca (Ateneo, IV, 153) e comunque provengono in Roma dalla Campania anticamente etruschizzata. Può darsi che i giochi in questione nascano dall&#8217;uso funerario, come attenuazione dei sacrifici umani che in molte civiltà primitive accompagnano la morte di principi o di personaggi illustri; giacche nella lotta cruenta è lasciata al più forte o al più abile dei contendenti la possibilità di scampare alla propria sorte.<br />
Un combattimento di tal genere sembra rappresentato nella tomba degli Auguri di Tarquinia: un personaggio mascherato e barbato, designato con il nome fhersu (corrispondente al latino persona, da maschera»), con un cappuccio, un giubbetto maculato ed un feroce cane al guinzaglio, assale un avversario seminudo e con il capo avvolto in un sacco e armato di una clava.<br />
Quest&#8217;ultimo è presumibilmente un condannato che lotta in condizioni di inferiorità; ma è anche possibile che egli riesca a colpire il cane con la clava e abbia quindi alla sua mercè l&#8217;assalitore. Sulla natura e sulla funzione del personaggio con cappuccio, barba e giubbetto maculato &#8211; sicuramente un essere umano e non un dèmone come si credette in passato &#8211; esistono tuttavia notevoli incertezze dal momento che egli ritorna più volte altrove in figurazioni pittoriche (tombe del Pulcinella, delle Olimpiadi, del Gallo, forse della Scimmia: un nano o un bambino) in atteggiamenti o in contesti che nulla hanno a che vedere con la gara mortale della tomba degli Auguri.<br />
Sembra veramente che si tratti piuttosto di una caratterizzazione generica, e che possa addirittura parlarsi della più antica «maschera» della storia dello spettacolo italiano. Passando ora a considerare i problemi della vita economica e produttiva dell&#8217;Etruria antica, diremo che è da supporre che in origine le risorse degli abitanti del paese fossero di natura prevalentemente agricola e pastorale (a parte, ovviamente, la raccolta, la caccia e la pesca); ma presto esse dovettero esser rivoluzionate, almeno in alcune zone, dallo sfruttamento delle ricchezze minerarie, ed ulteriormente integrate dall&#8217;attività dei traffici terrestri e marittimi.</p>
<p>Un quadro sufficientemente esatto della produzione etrusca nell&#8217;ultima fase della storia della nazione ci è offerto dal noto passo di Livio (XXVIII, 45) sui contributi offerti a Roma dalle principali città etrusche annesse o federate per l&#8217;impresa oltremarina di Scipione l&#8217;Africano durante la seconda guerra punica. Ecco l&#8217;elenco delle prestazioni fatte secondo le principali risorse di ciascun distretto in materie prime e prodotti:<br />
Caere: grano ed altri viveri<br />
Tarquinia: tela per le vele delle navi<br />
Roselle: legname per la costruzione delle navi e grano Populonia ferro<br />
Chiusi: legname e grano Perugia legname e grano<br />
Arezzo: armi varie in grande quantità, utensili e grano<br />
Volterra: scafi di navi e grano<br />
Vediamo definirsi chiaramente nelle zone meridionali e centrali i di- stretti agricoli (Caere, Roselle, Chiusi, Perugia, Arezzo, Volterra), alcuni dei quali avvantaggiati anche dallo sfruttamento dei residui grandi boschi, mentre Populonia appare esplicitamente indicata come centro siderurgico ed Arezzo come città industriale.<br />
La zona mineraria etrusca abbraccia prevalentemente i territori di Vetulonia (con le colline metallifere) e di Populonia (con l&#8217;isola d&#8217;Elba); ma ad essa dobbiamo aggiungere anche il massiccio dei Monti della Tolfa, dove si hanno tracce di antiche miniere non più sfruttate.<br />
L &#8216;estrazione dei metalli (rame, ferro, in minor grado piombo e argento) da questi territori risale forse anche in parte alla preistoria, ma fu praticata sistematicamente a partire dall&#8217;inizio dell&#8217;età del ferro. La sua importanza per la storia dell&#8217;Etruria arcaica è grandissima e in un certo senso determinante, come già sappiamo.<br />
Alla valorizzazione di queste ricchezze naturali si ricollega presumibilmente lo sviluppo stesso delle città tirreniche; mentre la minaccia e la pressione continua dei Greci sulle coste dell&#8217;Etruria è un segno dell&#8217;importanza che si annetteva al possesso, all&#8217;influenza o soltanto alla vicinanza delle zone minerarie. Non ci sono noti gli aspetti tecnici dell&#8217;estrazione e della prima lavorazione dei minerali, se non da pochi indizi di natura archeologica &#8211; quali gallerie scavate in alcune località delle colline metallifere e strumenti in esse rinvenute, forni, scorie della fusione del ferro nella zona di Populonia &#8211; e da poche notizie antiche, dalle quali ricaviamo ad esempio che Populonia era il primo centro di fusione del metallo grezzo estratto dalle miniere dell&#8217;Elba e luogo del suo smistamento e diffusione, ma probabilmente non di lavorazione ulteriore.<br />
La produzione etrusca è in gran parte influenzata della ricchezza di metalli del territorio: ce ne accorgiamo dalle armi, dagli strumenti, dalle suppellettili di bronzo e di ferro che abbondano nelle tombe. Soprattutto notevoli sono le opere di metallotecnica artistica trovate a Vetulonia, a Vulci, a Bisenzio, nei dintorni di Perugia, a Cortona; la fonte di Livio già ricordata designa inoltre Arezzo (da cui proviene la famosa Chimera).<br />
Il ferro e il bronzo etrusco erano anche lavorati in Campania, donde probabilmente minerale grezzo e prodotti si diffondevano verso il mondo greco (Diodoro Siculo, v, 13). In Grecia erano rinomate le trombe etrusche di bronzo; un frammento di tripode del tipo di Vulci si rinvenne sull&#8217;acropoli di Atenen. Non debbono essere trascurati altri aspetti della produzione artigianale ed industriale, come la tessitura e la lavorazione del cuoio, specialmente per le calzature che erano note e certo largamente esportate nel mondo mediterraneo (Polluce, VII, 22, 86).<br />
La produzione corrente di stoffe, oggetti lignei, ceramiche (e soltanto di queste ultime ci resta nel nostro clima la totalità delle testimonianze, come già detto) fu inizialmente limitata ad un circuito familiare o di villaggio. Gli scambi si estesero con il progresso del lavoro artigianale specializzato e con la conseguente necessità di reciproche acquisizioni tra ambienti e centri diversi. Si passò quindi ai commerci esterni, terrestri e soprattutto marittimi, favoriti dalla domanda di oggetti di lusso e di prestigio e dall&#8217;offerta delle maggiori fonti di potenzialità economica, cioè dei metalli nell&#8217;ambito di una società aristocratica.<br />
Ma nel periodo aureo dei grandi traffici internazionali, cioè in età arcaica, la massa degli scambi avveniva, come già in precedenza accennato, essenzialmente per baratto di merci. Pezzi di rame grezzo (aes rude) e poi contrassegnato (aes signatum), come anche oggetti o spezzoni di oggetti lavorati, specialmente asce, poterono costituirsi quali intermediari di scambio; si aggiunga l&#8217;argento pesato secondo un piede ponderale originario del Mediterraneo orientale (detto, impropriamente, «piede persiano», di circa grammi 5,70), che rimarrà poi tipico del sistema ponderale delle monete etrusche.<br />
La coniazione di monete, che nel mondo greco risale al VII secolo, resterà fondamentalmente estranea alla concezione dell&#8217;economia etrusca: ciò che può considerarsi, se si vuole, un altro segno di primitivismo o di arcaismo. Di fatto le monete greche circolarono precocemente, insieme con gli altri più rozzi strumenti di scambio locali; e di esse si ebbe qualche imitazione, in oro (dubitativamente) e argento, in età arcaica.<br />
Ma di una vera e propria monetazione etrusca d&#8217;argento e d&#8217;oro non si può parlare se non a partire dalla metà del V secolo (cioè nell&#8217;età della relativa recessione economica) specialmente a Populonia, sotto l&#8217;influenza della monetazione greca dell&#8217;Italia meridionale e seguendo i sistemi ponderali etrusco e calcidese. Di fatto è la zona mineraria che sembra comporre in Etruria la moneta, per comprensibili ragioni di accelerazione e moltiplicazione di scambio. Soltanto più tardi, e non prima dell&#8217;affermarsi dell&#8217;egemonia romana alla fine del IV secolo, appariranno monete di bronzo fuse (aes grave) e coniate.<br />
Sappiamo che gli Etruschi avevano una tecnica progredita nel campo della ricerca, dello sfruttamento, del convogliamento delle acque. La ricerca delle acque era fatta dagli aquilices: specie di rabdomanti. Plinio (Nat. Hist. ,III, 20, 120) parla dei canali scavati dagli Etruschi nel basso Po: ed effettivamente in diverse zone dell&#8217;Etruria tirrenica si riscontrano sistemi di cunicoli di drenaggio che risalgono all&#8217;età preromana e dimostrano un&#8217;intensa applicazione di opere idrauliche a scopo di bonifica e di irrigazione.<br />
La vita nelle zone paludose della maremma e del basso Po non si spiegherebbe d&#8217;altro canto se fosse già stata diffusa, durante il periodo aureo della civiltà etrusca, l&#8217;infezione malarica: la quale dovette appunto cooperare, durante la tarda età ellenistica, ad affrettare la decadenza di molte città etrusche costiere. Al denso manto boschivo che copriva tanta parte dell&#8217;Etruria si suppone dovuto lo sviluppo di una tecnica che abbiamo ragione di ritenere caratteristica del mondo etrusco (anche se le fonti letterarie sono meno esplicite che per altre peculiarità): vogliamo dire l&#8217;arte della lavorazione del legno per la grande carpenteria architettonica e per l&#8217;ingegneria navale.<br />
Anche a questo proposito sarebbe errato trascurare i precedenti orientali e greci. Ma la facilità della materia prima deve pure aver avuto la sua importanza. In ogni caso le tombe scavate nella roccia ad imitazione di interni di case, specialmente quelle della necropoli di Cerveteri, suggeriscono le più varie e ardite soluzioni nell&#8217;impiego del legno per le costruzioni, soppiantato solo tardivamente dalla pietra. Va però tenuto conto della diffusione dei mattoni crudi nell&#8217;alzato delle pareti, in concomitanza con gli elementi lignei dei pilastri, delle porte e delle coperture.<br />
Un altro impiego fondamentale del legno è per le navi, da guerra ed onerarie, che costituirono lo strumento della potenza commerciale e politica etrusca, e che appaiono rappresentate in un grande numero di figurazioni di ogni età. Significativo, a proposito della tecnica costruttiva, è il ricordo degli scafi (interamenta) forniti da Volterra a Scipione come già si è visto, evidentemente fabbricati in uno degli scali marittimi volterrani.<br />
Per le forme evidentemente, come desumiamo dalle immagini, non ci si dovette scostare dai modelli greci; leggendaria è la notizia dell&#8217;invenzione dei rostri da parte di un Piseo figlio di Tirreno (Plinio, Nat. Hist.. VII, 56, 209); ma è curioso, ed unico nel suo genere, il modello di nave con prora a testa di pesce dalle cui fauci fuoriesce una lancia.</p>
<p><strong>Le armi e l&#8217;abbigliamento</strong><br />
Immagini di guerrieri singoli e scene di parate, duelli e battaglie sono frequentissime nei vasi e nei rilievi dell&#8217;Etruria arcaica. Insieme con le armi reali superstiti essi costituiscono una vasta documentazione della guerra e dell&#8217;armamento. Sull&#8217;arte etrusca della guerra assai poco si rileva dalla tradizione, che tuttavia suggerisce che l&#8217;organizzazione militare primitiva dei Romani debba molto all&#8217;Etruria.<br />
Ma anche per questa materia &#8211; soprattutto ove si considerino le testimonianze figurate &#8211; l&#8217;influenza della tattica e dell&#8217;armamento dei Greci sembra essersi affermata in modo dominante soprattutto per quel che riguarda la presenza della fanteria oplitica, cioè dei guerrieri con armi pesanti, che costituì verisimilmente il nerbo dello stato cittadino arcaico.<br />
In origine si combatteva sui carri, forse più a lungo che in Grecia, se non c&#8217;inganna il carattere mitologico di molte figurazioni; comunque già a partire dal VII secolo appare operante la cavalleria. Tutto ciò premesso, non può trascurarsi l&#8217;esistenza di fenomeni che ricollegano il mondo etrusco specialmente nella sua fase più antica a tipi di armamenti presenti piuttosto nell&#8217;area europeo- continentale che in Grecia.<br />
Armi offensive sono l&#8217;asta pesante con la punta e il saurocter di bronzo o di ferro, l&#8217;asta leggera o giavellotto, la spada lunga &#8211; il cui uso sembra cessare già in epoca arcaica, e che è soltanto una sopravvivenza dell&#8217;armamento della tarda età del bronzo &#8211; , la spada corta o gladio, la sciabola ricurva (machaira) in uso a partire dal VI secolo, il pugnale, l&#8217;ascia che in epoca antichissima è a due lame e, come già si è accennato, appartiene forse all&#8217;armamento dei capi. Armi difensive sono l&#8217;elmo di bronzo, lo scudo, la corazza, gli schinieri.<br />
Gli elmi primitivi hanno una forma ad apice o a calotta sormontata da cresta, o a semplice calotta, o con apice a bottone; assai per tempo si diffondono gli elmi di tipo greco corinzio. Ma la forma classica di elmo etrusco di bronzo è una sorta di morione talvolta sormontato da penne, di cui molti esemplari si sono rinvenuti nelle tombe etrusche (tipico uno degli elmi apparsi tra gli oggetti votivi del santuario ellenico di Olimpia, con l&#8217;iscrizione dedicatoria a Zeus del tiranno di Siracusa Gerone che li dedicò come bottino di guerra dopo la vittoria navale dei Greci sugli Etruschi presso Cuma nel 474 a.C.); con il termine moderno di elmo tipo Negau lo si incontra, con varianti, diffuso largamente anche nell&#8217;Italia adriatica e settentrionale e nell&#8217;area alpina e slovena.<br />
Le corazze erano in origine di tela, con borchie rotonde o quadrangolari di metallo laminato; ma poi furono lavorate interamente di bronzo, del tipo ad elementi staccati o tutte di un pezzo riproducenti a sbalzo la muscolatura del tronco virile. Scudi rotondi di bronzo appaiono così in epoca arcaica come nel periodo più recente; ma alcune figurazioni ci rivelano anche forme di scudi ellittici o tendenti al quadrato, probabilmente di legno o di cuoio.<br />
Un cenno va fatto ai bastoni offensivi e difensivi, nei quali è forse da vedere un ricordo delle antiche clave usate nelle culture primitive: di essi appare qualche testimonianza nei monumenti arcaici, mentre il tipo del bastone ricurvo all&#8217;estremità, detto lituo, tende successivamente a diventare in modo sempre più esclusivo un&#8217;insegna sacerdotale, e come tale passa al mondo romano.<br />
Per quel che riguarda l&#8217;abbigliamento maschile e femminile e le acconciature, in mancanza di materiale direttamente conservato, dobbiamo servirci essenzialmente dei monumenti figurati, del resto abbondanti e ricchi di particolari.<br />
Naturalmente il clima influisce sul vestiario non meno delle tradizioni locali; ma la moda dei prototipi diffusi dal mondo greco ebbe anche in questo campo un&#8217;azione determinante. La consuetudine prettamente mediterranea della seminudità maschile è ancora viva nell&#8217;Etruria arcaica; le piccole figurazioni plastiche del periodo villanoviano ci mostrano anzi addirittura numerosi esempi di nudità completa maschile e femminile, ma non sappiamo fino a che punto essa risponda alla realtà della vita quotidiana (nell&#8217;arte essa è assai meno frequente che in Grecia).<br />
Comunque ancora in piena civiltà del VI e V secolo gli uomini, specie nell&#8217;intimità domestica, andavano a torso nudo; e quest&#8217;uso tradizionale si riflette nel costume &#8220;eroico&#8221; del defunto banchettante delle figure scolpite sui coperchi dei sarcofagi e delle urne di età ellenistica. Completamente nudi appaiono soltanto servi ed atleti, ma neppur sempre. Un ampliamento dell&#8217;originario perizoma bordato che copriva i fianchi è costituito dal giubbettino che riveste anche il petto, ed è di moda negli ultimi anni del VI secolo.<br />
Ad esso poi si sostituirà la tunica, imitata dal chitone dei Greci. Ma il secondo elemento tipico del costume maschile è il manto di stoffa più pesante e colorata, già diffuso in epoca arcaica. Con l&#8217;accrescersi dell&#8217;entità del vestiario il manto acquisterà un &#8216;importanza sempre maggiore, fino ad aumentare di ampiezza e ad arricchirsi di decorazioni dipinte o ricamate, diventando la veste nazionale degli Etruschi, la tèbennos, dalla quale discende in via diretta la toga romana.<br />
Le donne e le persone anziane vestono fin dai tempi arcaici una tunica in forma di camicia lunga fino ai piedi di stoffa leggera pieghettata o decorata sui bordi, alla quale si sovrappone il manto dipinto di stoffa più pesante. È da notare, per un periodo che va dalla fine del VII al principio del V secolo, l&#8217;uso di stoffe con un disegno a rete che si suppone lavorato a ricamo e che s&#8217;incontra sui monumenti così nelle tuniche (statuetta di Caere al Campidoglio, vasi cinerari chiusini) come nei mantelli (situla della Certosa).<br />
Fin dall&#8217;epoca più antica si osservano una cura ed un interesse particolare degli Etruschi per le calzature. Le tombe arcaiche di Bisenzio hanno restituito sandali in forma di zoccolo ligneo snodato con rinforzi di bronzo. I calzari potevano essere di cuoio e di stoffa ricamata. La forma tipica in uso nel VI secolo è quella allungata in alto dietro il polpaccio e con punta rialzata davanti, cioè i così detti calcei repandi di origine greco-orientale, dei quali alcune caratteristi- che sopravvivono ancora nelle ciocie dei montanari dell&#8217;Italia centrale. Anche più tardi, accanto ai sandali bassi, sono in uso gli alti stivaletti: queste diverse fogge passano, quasi senza mutamenti, al costume romano.<br />
Sul capo era portato nel VI secolo un tipo di berretto o sacchetto a cupola di stoffa ricamata, comune così agli uomini come alle donne, e con diverse varianti, il così detto tutulus, anch&#8217;esso di origine orientale, ionica, ma divenuto caratteristico del costume etrusco; Altre forme di copricapi sono il berretto a punta rigida o a cappuccio di alcuni speciali personaggi (ad esempio il già citato persu della tomba degli Auguri), sacerdoti e divinità; il berretto di lana o di pelle con base larga e punta cilindrica portato dagli aruspici ed attestato in diversi monumenti; e infine il cappello a larghe falde alla greca (pètasos) che sembra particolarmente diffuso nell&#8217;Etruria settentrionale (figure di terracotta della decorazione architettonica di Poggio Civitate di Murlo, flautista della tomba della Scimmia di Chiusi), come del resto nell&#8217;Italia del nord (arte delle situle). Ma generalmente così gli uomini come le donne andavano a capo scoperto; e questa è l&#8217;usanza che diviene predominante a partire dal V secolo.<br />
Dapprima gli uomini sono barbati e portano i capelli lunghi spioventi sulle spalle; ma già dalla fine del VI secolo i giovani vanno rasi e con i capelli corti, secondo la moda greca. La barba scompare quasi del tutto a partire dal III secolo a.C. (e non tornerà di moda in Italia se non quattrocento anni più tardi, ai tempi dell&#8217;imperatore Adriano).<br />
Le donne nei tempi più antichi (VIII-VI secolo) recano i capelli lunghi pioventi a coda annodati o intrecciati dietro le spalle: successivamente li lasciano cadere a boccoli sulle spalle e infine (VI-V secolo) li annodano a corona sul capo o li raccolgono in reticelle o cuffie. È notevole la probabile moda di sbiondire le chiome, che parrebbe attestata dalle pitture della tomba dei Leopardi di Tarquinia. Nel IV secolo prevale una pettinatura a riccioli cadenti ai lati del volto.<br />
Più tardi, in piena età ellenistica, si preferisce il ciuffo annodato sulla nuca, alla greca. Grande importanza nel costume etrusco hanno i gioielli. Alla fine dell&#8217;età del bronzo si diffonde largamente per tutto il mondo mediterraneo l&#8217;uso delle spille di sicurezza, le fibule, che sono fra gli oggetti più caratteristici delle tombe dell&#8217;età del ferro.<br />
Quelle usate dagli uomini si distinguono da quelle femminili per l&#8217;arco spezzato e serpeggiante. Le fibule si confezionano generalmente di bronzo, ma anche di metalli preziosi e riccamente adorne con pezzi di pasta vitrea e d&#8217;ambra: alcuni esemplari di età orientalizzante, come la fibula aurea a disco della tomba Regolini-Galassi, sono di proporzioni colossali e sfarzosamente decorate.<br />
L&#8217;uso delle fibule si attenua nel VI secolo e cessa quasi del tutto dopo il V: si conserva soltanto in costumi tradizionali, come quello dei sacerdoti aruspici. Altri tipi di gioielli sono i diademi, gli orecchini, le collane, i braccialetti, gli anelli. Nel periodo orientalizzante lo sfarzo del loro impiego ha un aspetto barbarico: e lo stesso si può dire per l&#8217;età ellenistica. Il solo periodo in cui i gioielli furono impiegati dagli Etruschi, e specialmente dalle donne, con parsimoniosa eleganza è la fase aurea del VI-V secolo: ad essa si attribuiscono magnifici esemplari di collane con bulle o ghiande ed orecchini lavorati con la raffinata tecnica della granulazione.</p>
<p><strong>La medicina</strong><br />
La perizia degli Etruschi nell&#8217;Arte Medica era celebre e gli antichi scrittori Greci e Romani ne parlano soprattutto riguardo alla conoscenza delle proprietà officinali delle piante. Per conoscere il grado di preparazione raggiunto dai &#8220;medici&#8221; etruschi ci viene in aiuto l&#8217;Archeologia: il rinvenimento di numerosi ex voto in terracotta o bronzo raffiguranti anche organi interni del corpo umano denota chiaramente l&#8217;estrema abilità anatomica di questo popolo; così come la presenza di numerosi ferri da chirurgo e da dentista nel corredo di alcune tombe.<br />
Nel Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia è conservato un teschio umano che reca una protesi dentaria in oro, prova dell&#8217;abilità dei dentisti. Grande importanza avevano poi le acque termominerali, di cui la Tuscia è ancora oggi ricchissima: gli Etruschi conoscevano bene le proprietà medicamentose di ogni sorgente, sacra e dedicata a divinità diverse, così come i Romani i quali, con la conquista di queste terre, eressero spesso grandi impianti termali alimentati dalle preziose acque di queste sorgenti.</p>
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		<title>Etruschi: società e politica</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Nov 2008 13:31:13 +0000</pubDate>
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Nell&#8217;affrontare i problemi dell&#8217;organizzazione sociale e politica degli Etruschi la nostra prima e fondamentale notazione è che non si può procedere ad una pura e semplice rassegna descrittiva dei fenomeni senza considerarne l&#8217;evoluzione nel tempo che è essenziale per la loro comprensione. Le notizie che derivano da accenni occasionali e sommari degli scrittori greci e latini si riferiscono pressochè esclusivamente al quadro delle istituzioni in alcuni dei loro aspetti esteriori, ed in ogni caso per lo più ai tempi e alle circostanze dei rapporti con Roma. Assai più vasta è la piattaforma delle testimonianze epigrafiche che a partire dal VII secolo a.C. e per tutta la durata della civiltà etrusca ci documentano nomi e formule onomastiche: ci danno cioè, per quanto è stato finora scoperto (e continua ogni giorno a scoprirsi), una sorta di radiografia della società etrusca; mentre le indicazioni biografiche delle iscrizioni funerarie presentano titoli di cariche. C&#8217;è poi tutto l&#8217;insieme dei resti archeologici che, per epoche anche più antiche, nella forma e nella distribuzione delle tombe e nelle caratteristiche della produzione rivelano consistenza, rapporti, sviluppi dei diversi nuclei e strati sociali.<br />
Difficilmente potremmo sfuggire all&#8217;importanza di due opinioni correnti sulla società etrusca: cioè in primo luogo che essa si sia costituita attraverso una progressione da piccole comunità semplici e indifferenziate a raggruppamenti complessi con articolazioni dinamiche e forti emergenze di poteri e di ricchezze; in secondo luogo che le oligarchie abbiano esercitato una funzione dominante e durevole. Ma occorre intendersi sull&#8217;una e sull&#8217;altra asserzione. È indubbio che nel periodo villanoviano, vale a dire come sappiamo nella prima fase della civiltà etrusca, si manifestano ancora forme di vita proprie delle culture di villaggio preistoriche (quali si riflettono con evidenza nelle figurine e nelle scene dei bronzi di Vulci, di Bisenzio, di Vetulonia) e apparenti rapporti egualitari denunciati dalla relativa uniformità delle tombe: naturalmente in contrasto con quelli che saranno i costumi e gli sfarzi della successiva fase orientalizzante. È però anche vero che sarebbe un errore considerare la società villanoviana come una società primitiva.<br />
La moltitudine e profondità di esperienze culturali che si sono succedute nel corso dei tempi che precedono sul suolo d&#8217;Italia e nella stessa terra d&#8217;Etruria, l&#8217;inevitabile osmosi con gl&#8217;influssi provenienti dall&#8217;evoluto Mediterraneo orientale, la presenza già sottolineata di aggregazioni e di costruzioni evolute nell&#8217;età del bronzo con particolare riguardo al bronzo finale (Luni sul Mignone, Crostoletto di Lamone, Frattesina) rivelanti tra l&#8217;altro segni di spicco politico-sociale: tutti questi elementi ci convincono che il fenomeno villanoviano deve esser maturato in un ambito di strutture già evolute e dinamiche; ne si può escludere che gli addensamenti e la somiglianza reciproca delle deposizioni funerarie, con particolare riguardo ai pozzetti dei cremati, ubbidiscano ad esigenze rituali comuni (ma non mancano segni anche piuttosto evidenti di distinzioni, per esempio nell&#8217;uso delle urne a capanna rispetto ai cinerari biconici, nella presenza degli elmi in funzione di coperchi, delle armi, di corredi di oggetti di accompagno piuttosto abbondanti).<br />
Le attività metallurgiche, artigianali, cantieristiche riflettono necessariamente una specializzazione del lavoro. Le imprese navali a largo raggio già iniziate in questa età presuppongono e comportano accentramenti di capacità finanziarie e quindi formazioni di gruppi di potere. Che poi tali gruppi, anche appoggiandosi ai possessi terrieri e alla loro trasmissione ereditaria, tendano a chiudersi in una cosciente autorità egemonica di alcune famiglie privilegiate, cioè in un sistema oligarchico gentilizio analogo a quello della Grecia contemporanea, con ogni possibile apparato di prestigio e di lusso, questo può considerarsi veramente il processo che, determinandosi nel corso dell&#8217;VIII secolo, differenzierà dalla società villanoviana la società orientalizzante.<br />
È probabile, anche se non certo, che su questo processo s&#8217;innesti la formazione del sistema onomastico bimembre, che crediamo di origine etrusca, e si ritrova anche nel mondo latino e italico, differenziandosi dalle formule in uso presso altri popoli del mondo antico come i Greci, che indicavano le persone con il semplice nome e patronimico (Apollonio di Nestore), o anche con un epiteto di discendenza (Aiace Telamonio), senza tuttavia esprimere con evidenza il concetto di una continuità familiare. La formula vigente nell&#8217;Italia antica è sistematicamente rappresentata da un doppio elemento, e cioè dal prenome personale e dal nome di famiglia o gentilizio: in questo senso esso è l&#8217;unico sistema onomastico del mondo antico che anticipi una costumanza affermatasi, per necessità sociali, culturali e politiche, nell&#8217;ambito della civiltà moderna. Accanto ai due elementi principali appaiono spesso il patronimico e il metronimico (nomi paterno e materno), talvolta anche i nomi degli avi; al gentilizio può aggiungersi, raramente e per lo più tardivamente, un terzo elemento onomastico che i Romani dissero cognomen, forse di origine individuale ma generalmente adoperato a designare un particolare ramo della gens. È indubitato che l&#8217;elemento più antico è il prenome o nome individuale, che fu in origine un nome singolo. Si ritiene che i gentilizi siano derivati dal nome singolo paterno (per intenderci, come il greco Telamonio), mediante l&#8217;aggiunta di un suffisso aggettivale che spesso è -no: così ad esempio Velno da Vel.<br />
Ma poi i gentilizi si formarono anche da nomi di divinità (Velfino), di luoghi (Sufrina) o in altro modo talvolta non definibile. L&#8217;originalità del sistema sta comunque nel fatto che la nuova formazione resta definitivamente fissata per tutti i membri della famiglia e loro discendenti. Si discute se l&#8217;apparizione e la diffusione dei gentilizi siano avvenute nel corso del VII secolo, o già prima, come è possibile. Il numero delle gentes conosciute è grandissimo, possiamo dire illimitato; constatazione interessante che esclude l&#8217;ipotesi di una contrapposizione tra un ristretta oligarchia dei membri delle gentes ed una massa di popolazione estranea al sistema gentilizio.<br />
A dire il vero si ha l&#8217;impressione che in origine tutti i membri delle nascenti comunità urbane etrusche, in quanto cittadini liberi, fossero inquadrati nell&#8217;ambito del sistema &#8220;gentilizio&#8221;; ma non nel senso di una loro aggregazione entro i limiti di pochi e vasti organismi familiari, bensì nel senso dell&#8217;appartenenza a singoli e numerosi ceppi familiari ciascuno dei quali era contraddistinto da un particolare nome gentilizio. Si può pensare a qualche cosa di simile a quello che accade nel mondo moderno verso la fine del medioevo, quando nascono i nomi di famiglia, e tutta la popolazione, dalle classi elevate alle più umili, finirà con l&#8217;adottare un unico sistema onomastico.<br />
È naturalmente possibile &#8211; quantunque non provato &#8211; che nell&#8217;Etruria arcaica esistessero gentes patrizie e plebee, come a Roma durante la repubblica. La vera e propria classe inferiore è rappresentata dai servi, dagli attori e dai giocolieri, dagli stranieri, ecc., che nei monumenti appaiono contraddistinti soltanto da un nome personale e sono quindi estranei all&#8217;organizzazione gentilizia. Se una società di liberi, suddivisa in piccoli e numerosi aggregati familiari, poteva conciliarsi con una costituzione monarchica di tipo arcaica, ciò parrebbe più difficile per lo stato oligarchico attestato dagli accenni degli scrittori antichi per una fase posteriore della civiltà etrusca.<br />
Tuttavia i monumenti epigrafici continuano a presentarci famiglie &#8211; di cui per questo periodo più tardo si conoscono ormai complesse genealogie &#8211; assai numerose in ciascuna delle città etrusche, e sulla base di un&#8217;apparente parità sociale. Ma è possibile anche intravvedere la formazione di aggregati familiari più vasti, contraddistinti da un sologentilizio, ma con numerose ramificazioni anche fuori dell&#8217;ambito della città originaria. E&#8217; il manifestarsi della gens nel senso più propriamente noto nel mondo romano; e non di rado ai gentilizi si aggiungono cognomi adottati per distinguere i diversi rami della famiglia.<br />
Alle piccole tombe strettamente familiari del periodo arcaico si sostituiscono i grandiosi ipogei gentilizi con numerose deposizioni. Si può osservare un più frequente ricorrere di matrimoni tra membri di alcune gentes, che sono poi quegli stessi che più di frequente rivestono cariche politiche e sacerdotali. Ciò si spiega abbastanza logicamente supponendo che nell&#8217;ambito dell&#8217;originario sistema sociale gentilizio si sia venuta ulteriormente determinando una netta prevalenza di alcune gentes maggiori che avrebbero costituito la oligarchia dominante.<br />
Di ciò si è già fatto cenno nella trattazione storica. È evidente che di quelle oligarchie sono esponenti, ad esempio, a Tarquinia gli Spurina o i Velcha, come ad Arezzo i Cilnii, o a Volterra i Ceicna (Cecina) dai numerosi rami. Più difficile è stabilire la posizione delle gentes minori o plebee nell&#8217;ambito dello stato oligarchico; come anche determinare le caratteristiche delle classi proletarie e servili. Sono abbastanza frequenti, specialmente nell&#8217;Etruria settentrionale, iscrizioni funerarie appartenenti a personaggi designati con i termini lautni, etera, lautneteri; in alcuni casi essi recano il solo prenome, segno di condizione servile, o conservano un nome di origine straniera. La parola lautni deriva da lautn &#8220;famiglia&#8221; e significa letteralmente &#8220;familiare&#8221;; ma è adoperata come corrispondente del latino libertus. Quanto ad etera non si sa precisamente il valore del termine, che qualcuno traduce come «servo».<br />
Un&#8217;affermazione politico-sociale delle classi inferiori è ricordata dalla tradizione storica per Arezzo e per Volsinii dove avvenne nella prima metà del III secolo a.C. una vera e propria rivoluzione proletaria con la conquista del potere e la momentanea abolizione delle differenze di casta (per esempio il divieto di connubio) con l&#8217;aristocrazia dominante.<br />
Resta tuttavia dubbio se e fino a qual punto tali lotte sociali possano interpretarsi anche come un urto tra genti maggiori e minori nell&#8217; ambito del sistema gentilizio, analogo alla lotta tra patrizi e plebei nella Roma repubblicana, ovvero debbano intendersi esclusivamente come una affermazione rivoluzionaria di elementi servili estranei alle gentes. D&#8217;altra parte, come è stato recentemente dimostrato da H. Rix, nelle città dell&#8217;Etruria settentrionale ebbe luogo, al più tardi nel II secolo a.C., una generale ascesa pacifica di elementi servili, i cui nomi individuali (come Cae, Tite, Vipi) divennero nomi gentilizi.<br />
Trattando della famiglia e del sistema onomastico degli Etruschi, si può fare un riferimento al cosiddetto &#8220;matriarcato&#8221; degli Etruschi. È questa soltanto una leggenda erudita, nata dal confronto fra usanze dell&#8217;Etruria e dell&#8217; Asia Minore, quali vengono riportate da Erodoto (I, 73), e alimentata dalle notizie degli scrittori antichi sulla libertà della donna etrusca.<br />
Il fatto che i fanciulli lidii fossero chiamati con il nome della madre e non con quello del padre è stato posto a confronto con l&#8217;uso etrusco &#8211; attestato nelle iscrizioni &#8211; del metronimico. Ma in realtà nelle iscrizioni etrusche l&#8217;elemento prevalente è il patronimico, anche se in molti epitafi sono riportati il gentilizio e talvolta il prenome della madre.<br />
Non vi è dubbio che la donna abbia nella società etrusca un posto particolarmente elevato e certamente diverso da quello della donna greca di età classica. La partecipazione ai banchetti con gli uomini è indizio esterno di una parità sociale, che ricollega anche per questo aspetto la società degli antichi Etruschi a costumi propri del mondo occidentale e moderno.<br />
Un ultimissimo cenno a quel tipo di istituzione sociale che, parzialmente su modelli ellenici, ebbe particolare importanza nel mondo italico e specialmente romano: ci riferiamo alle associazioni di giovani, alla iuventus.<br />
È possibile e probabile che ciò esistesse anche nel mondo etrusco. Già in età arcaica appare raffigurato il giuoco della Troia (Truia), consistente in abili evoluzioni di cavalieri connesse con la iuventus; e a questa si allude forse con la parola huzrnatre derivata dalla radice hus, huz- che esprime il concetto di &#8220;giovane, gioventù&#8221;.</p>
<p><strong>L&#8217;organizzazione politica: città-stato e loro associazioni</strong><br />
All&#8217;epoca dei contatti dell&#8217;Etruria con Roma la vita politica della nazione etrusca poggia essenzialmente sopra un sistema di piccoli stati indipendenti facenti capo a città preminenti per grandezza e per ricchezza. Non sappiamo quali fossero le effettive condizioni del periodo arcaico; ma la coesistenza di diversi centri di grande importanza a poca distanza l&#8217;uno dall&#8217;altro, come Veio, Caere, Tarquinia, Vulci, con propri poteri, caratteristiche e costumanze, sembra effettivamente ispirarsi al sistema della città-stato proprio delle contemporanee colonie greche e fenicie d&#8217;occidente.<br />
Questa struttura politica &#8211; estesa anche nel Lazio etruschizzato &#8211; è designata tecnicamente in latino con il termine populus, di probabile origine etrusca, che appare, in un certo senso, sinonimo di civitas, dell&#8217;osco-umbro touto, toto. In etrusco il concetto è reso, probabilmente con diverse sfumature, dai termini spur-, mex e forse anche tufi (dall&#8217;italico). Il nome ufficiale dei populi è quello degli abitatori stessi delle città: Veienti, Tarquiniesi, Ceretani, Chiusini, ecc.<br />
È probabile che con il procedere del tempo le singole città sovrane si siano aggregate un territorio più o meno vasto, sottomet- tendo altre città rivali, come vediamo in atto nella più antica storia di Roma; ma non è escluso che alcune delle città conquistate possano aver conservato una parziale autonomia o siano state legate da rapporti di alleanza con i dominatori (ciò che potrebbe spiegare l&#8217;esistenza di centri di media importanza specialmente nell&#8217;Etruria interna, come Nepi, Sutri, Blera, Tuscania, Statonia, Sovana, ecc., nel territorio delle maggiori città, cioè di Veio, Tarquinia, Vulci).<br />
Si consideri inoltre la possibilità di vincoli di dipendenza delle colonie dalle città di origine: per esempio nella espansione etrusca in Campania e verso settentrione. Ma in realtà, per quanto ci consta, il principio dell&#8217;autonomia e del frammentismo politico deve aver prevalso anche nella costituzione dei domini etruschi dell&#8217;Italia meridionale e settentrionale.<br />
Il centro della vita politica e culturale dell&#8217;Etruria è dunque da ricercare nelle grandi città dominanti, di cui possediamo gli splendidi resti, e che il computo tradizionale calcola in numero di dodici (solo in età romana si parla di quindici popoli). Quali sono queste città? Certamente all&#8217;epoca della conquista romana si contano tra di esse Caere, Tarquinia, Vulci, Roselle, Vetulonia, Populonia, Volsinii, Chiusi, Perugia, Cortona, Arezzo, Fiesole, Volterra; Veio era stata annessa al territorio romano già dall&#8217;inizio del IV secolo, Alcuni centri minori dovevano essere ancora autonomi nel IV e III secolo a.C., come parrebbe risultare da monete con i nomi di Peithesa, Echetia e di altre città non meglio identificate.<br />
Nuclei abitati fiorenti in età arcaica, quali Acquarossa, Bisenzio, Marsiliana d&#8217; Albegna (Caletra?) e la stessa Vetulonia, decadono più tardi: altre città si svilupperanno soltanto alla fine della civiltà etrusca, sotto il dominio di Roma, quali Siena, Firenze, Pisa, Luni.<br />
Una fase anteriore a quella dell&#8217;organizzazione urbana non è documentabile storicamente: ne possiamo quindi conoscere il sistema politico e i reciproci rapporti dei villaggi protostorici dei quali restano tracce nel territorio etrusco. Accenni indiretti di scrittori e l&#8217;analogia con la costituzione primitiva di Roma potrebbero far supporre che la popolazione delle città fosse ripartita in tribù e in curie. Per il resto, cioè per il rapporto fra queste ripartizioni interne e i nuclei territoriali di aggregazione dai quali sarebbero sorte le città stesse, nonche i centri minori dipendenti, regna almeno per ora l&#8217;oscurità più completa.<br />
Ogni città-stato o città capitale (caput) di uno stato costituisce un mondo politicamente ed entro certi limiti culturalmente a se stante (si pensi ad esempio alla specializzazione dei prodotti artistici, per cui tra le altre Tarquinia eccelse soprattutto per la pittura funeraria, Caere per l&#8217;imitazione dell&#8217;architettura interna delle tombe, Vulci per i bronzi e per la scultura, e così di seguito).<br />
Gestione interna, commerci, eventuali imprese navali dovettero essere autonome come nelle poleis della Grecia arcaica e classica. Le notizie delle fonti storiche ci persuadono a ritenere che anche la politica estera fosse decisa con sostanziale autonomia da ciascuna città secondo i propri interessi.<br />
Tuttavia esistono altri indizi, sempre delle fonti, che ci indirizzano verso il ricordo di un tipo di associazione delle città etrusche per la quale si è usato modernamente il termine di lega o di federazione. Dobbiamo chiederci quale sia l&#8217;effettiva natura di quest&#8217;ultima istituzione, che ha dato luogo a discussioni tra gli studiosi. L &#8216;esistenza di forme associative tra diverse comunità autonome è un fatto ben noto nel mondo antico, in Grecia come in Italia, sia pure con diverse caratteristiche a seconda dei tempi e dei luoghi; ne può quindi destare meraviglia.<br />
Per l&#8217;Etruria gli scrittori antichi non usano, a quanto ci consta, un termine specifico per indicare l&#8217;associazione stessa; ma parlano dei duodecim populi, dei duodecim (o quindecim) populi Etruriae o semplicemente di Etruria, di omnis Etruria.<br />
Il numero dodici delle grandi città dell&#8217;Etruria propria &#8211; alle quali facevano riscontro altrettante della Etruria padana e della Campania &#8211; ha probabilmente un carattere rituale: come in altri casi analoghi del mondo antico, e forse, ma non necessariamente, per analogia con le dodici città della lega ionica (considerati gli antichi legami culturali fra Etruria e lonia asiatica).<br />
Che si tratti per altro non soltanto di uno schema ideale, ma di una reale istituzione politica, può dedursi da quei riferimenti, principalmente di Livio (IV, 23; V, 1; X, 16, ecc.), nei quali si accenna ad una adunanza di consultazione annuale o comunque periodica (concilium) tenuta dagli stati etruschi e dai loro capi (principes) al Fanum Voltumnae. Ha giustamente posto in rilievo L. Pareti che simili testimonianze non sono sufficienti a provare il carattere continuativo ed un forte potere soprastatale del supposto istituto federale etrusco.<br />
Accertata l&#8217;esistenza di feste e di giochi annuali panetruschi nel santuario di Voltumna &#8211; non altrimenti da ciò che sappiamo relativamente al mondo greco per Efeso, Olimpia, Delfi, Corinto -, si potrebbe infatti supporre che soltanto circostanze politiche di carattere eccezionale, come la minaccia di Roma, possano avere indotto i rappresentanti dei diversi stati etruschi a concertarsi nel santuario nazionale e financo a coalizzarsi in una lega politica e militare. Ma esistono d&#8217;altra parte riferimenti che paiono indicare una certa continuità dell&#8217;istituto ed una relativa subordinazione ad esso dei singoli stati: ad esempio il passo di Servio (ad Aen., VIII, 475), nel quale è detto che l&#8217;Etruria aveva dodici lucumoni, o re, dei quali uno era a capo degli altri, o gli accenni di Livio (l, 8, 2; V, 1) alla elezione di un re da parte dei dodici popoli, ciascuno dei quali forniva un littore per i fasci, e più tardi alla elezione di un sacerdote al Fanum Voltumnae in occasione delle adunanze degli stati etruschi. In sostanza dall&#8217;attendibilità delle notizie contenute in questi riferimenti dipende il nostro giudizio sulla lega etrusca.<br />
È interessante notare che in due delle testimonianze si parla di re: ci si riferisce cioè preferibilmente ad epoca arcaica. Ma in altro passo di Livio si parla di un capoelettivo della comunità degli Etruschi, il quale alla fine del V secolo (cioè all&#8217;epoca del conflitto tra Veio e Roma) era un personaggio designato con il titolo di sacerdos, e perciò dotato di poteri eminentemente religiosi (o ridotti alla sola sfera religiosa).<br />
In alcune iscrizioni latine di età imperiale ricorre il titolo praetor Etruriae che appare anche nella forma praetor Etruriae XV populorum, cioè della comunità nazionale etrusca che in età romana pare accresciuta di tre città.<br />
Ora fra le cariche esercitate da personaggi etruschi e ricordate da iscrizioni in etrusco conosciamo il titolo zilat? mexl rasnal. Dal celebre passo di Dionisio (I, 30, 3) in cui gli Etruschi sono designati con il nome nazionale di Rasenna sappiamo che la parola rasna dovrebbe significare «etrusco, Etruria».<br />
D&#8217;altra parte la magistratura indicata con la parola zilat?, che pare sia la più elevata fra le cariche delle repubbliche etrusche, equivale assai probabilmente al praetor dei Romani. Per mexl si può pensare ad un genitivo della parola mex che ricorre nella iscrizione della lamina d&#8217;oro lunga di Pyrgi, e forse tradurre &#8220;dei populi&#8221;. Risulterebbe così una corrispondenza del titolo zilat? mexl rasnal con praetor Etruriae (populorum).<br />
Si può discutere se questa carica si identifichi con la suprema presidenza elettiva dei populi etruschi, o con una magistratura di rappresentanza dei singoli populi nel concilio federale, come quella dei principes ricordati da Livio. La prima ipotesi sembra oggi la più probabile.<br />
Se le notizie relative alla supremazia di uno degli antichi sovrani delle città etrusche non sono del tutto prive di fondamento, si potrebbe arrischiare l&#8217;ipotesi che una forma originaria di legame unitario esistesse fra gli Etruschi del sud all&#8217;inizio dei tempi storici, sotto la egemonia di una o dell&#8217;altra città. Più tardi questa antica unità avrebbe assunto il carattere di associazione religiosa, commerciale e politica, con feste e adunanze nazionali nel santuario di Voltumna presso Volsinii.<br />
La elezione di un supremo magistrato annuale è forse il ricordo dell&#8217;alta sovranità di un capo sugli altri. Sappiamo da Livio che verso la fine del V secolo il re di Veio poneva la sua candidatura alla elezione &#8211; il che conferma implicitamente l&#8217;importanza della magistratura nazionale -, ma ne usciva battuto.</p>
<p><strong>Il potere e le forme istituzionali nei singoli stati</strong><br />
Le condizioni di fatto esistenti nelle città etrusche tra il IV e il II secolo a.C., hanno influito sulla generale interpretazione delle istituzioni politiche e sociali etrusche quale risulta dai riferimenti degli scrittori antichi. Le città appaiono dominate da un&#8217; oligarchia gentilizia (solo sporadicamente e per breve tempo soppiantata da altre classi sociali), con magistrati genericamente designati dalle fonti romane come principes.<br />
I monumenti confermano in parte la tradizione pre- sentandoci grandiose e ricche tombe gentilizie con numerose deposizioni, iscrizioni riferibili a membri di alcune famiglie strettamente imparentate e soprattutto epigrafi di personaggi che portano titoli di cariche temporanee e probabilmente collegiali, secondo un sistema altrimenti noto nelle costituzioni delle città-stati del mondo antico. Ma tali condizioni non rispecchiano evidentemente il quadro della vita politica etrusca nei secoli più antichi della storia nazionale.<br />
Molte fonti ci parlano dell&#8217;esistenza di re nelle città etrusche. Il termine lucumone (lat. lucumo, lucmo, in etrusco probabilmente lauxume, lauxme, luxume) ricorre talvolta quale prenome personale di personaggi etruschi, come nel caso del re di Roma Tarquinio Prisco; ma è generalmente usato come nome comune per designare i capi etruschi.<br />
Il commentatore di Virgilio, Servio, in un caso chiama lucumoni i magistrati preposti alle curie della città di Mantova (ad Aen, X, 202), altrove identifica esplicitamente i lucumoni con i sovrani della città (ad Aen, II, 278; VIII, 65, 465). E&#8217; accertato che i lucumoni equivalessero ai principes, designando ambedue i termini null&#8217;altro che i capi delle famiglie patrizie.<br />
È però probabile che il termine principes indichi, più che una condizione sociale, le magistrature dello stato repubblicano, e forse anche magistrature supreme; tutto porta a credere che il titolo lucumone designi i re etruschi di età arcaica, secondo l&#8217;esplicita e ripetuta affermazione di Servio.<br />
Non sembra quindi necessario ricercare, con S.P. Cortsen, la parola etrusca per re nel titolo * pursna, * purtsna, purfne, che sarebbe stato considerato come un nome proprio nel caso del re di Chiusi Porsenna. È d&#8217;altro canto probabile che, analogamente a quanto accadde a Roma per il termine rex (sacrificulus), il titolo degli antichi monarchi non sia stato abolito con la trasformazione dello stato in una repubblica aristocratica e si sia conservato accanto alle nuove magistrature, sostanzialmente svuotato del suo contenuto politico e volto a funzioni religiose.<br />
Nel testo sacro della Mummia di Zagabria si parla di cerimonie compiute lauxumneti, «nel lauxumna», cioè probabilmente la residenza del lauxume, il lucumone: qualche cosa di analogo alla Regia, residenza dei Pontefici, in Roma. Infine il capo elettivo del Fanum Voltumnae, designato da Livio come sacerdote, non sarà forse stato in origine altro che il re eletto dai dodici popoli e il lucumone più potente ricordato da Servio: sia pure con funzioni sminuite e trasformate dal mutare dei tempi e delle concezioni politiche.<br />
determinarlo e soltanto l&#8217;analogia con quel poco di storicamente certo che ci è noto sulla monarchia romana consente qualche supposizione. Il re doveva avere il potere giudiziario supremo che esercitava, a detta di Macrobio (Saturn., l, 15, 13), ogni otto giorni in udienze pubbliche.<br />
Doveva essere il capo dell&#8217;esercito ed anche della religione dello stato. Meglio informati siamo sopra alcuni costumi cerimoniali e attributi esteriori della monarchia, che furono ereditati da Roma e considerati dagli scrittori antichi come di origine specificamente etrusca: così la corona d&#8217;oro, lo scettro, la toga palmata, il trono (sella curulis), l&#8217;accompagno dei fasci e altre insegne del potere, la presenza di uno scriba che registra gli atti sovrani; così forse anche la cerimonia del trionfo.<br />
Particolarmente interessante è il problema delle origini del fascio littorio. La sua origine etrusca è sostenuta esplicitamente dagli scrittori di età imperiale, come Silio Italico (Puniche, VIII, 483 sgg.) e Floro (l, 1, 5). La più antica rappresentazione di fasci senza scure s&#8217;incontra in un rilievo chiusino del Museo di Palermo che si data nella prima metà del V secolo a.C.: cade quindi l&#8217;ipotesi che i littori e i fasci al seguito dei magistrati etruschi nelle città federate siano una imitazione delle costumanze di Roma.<br />
È probabile che in origine il fascio fosse soltanto uno e che il moltiplicarsi del numero dei littori sia dovuto all&#8217;estendersi della sovranità su più territori o al moltiplicarsi dei per- sonaggi detentori del potere supremo. Al simbolo materiale dei fasci corrisponde una capacità politica e religiosa, che i Romani designarono con il nome di imperium.<br />
sovrano sta il fatto che soltanto l&#8217; imperium maius ed alcune particolari circostanze davano diritto al magistrato romano dì inalberare i fasci con la scure. L&#8217; imperium, distinguendosi da una generica potestas, è la pienezza dei poteri giudiziari e militari: esso è in sostanza la sovranità degli antichi re di Roma trasmessasi ai magistrati repubblicani. Il concetto di imperium, con le sue sfumature religiose, deriva probabilmente dalla monarchia etrusca.<br />
Nello studio del passaggio dallo stato monarchico allo stato repubblicano in Etruria &#8211; passaggio avvenuto tra il VI e il IV secolo a.C. &#8211; va tenuta presente la portata internazionale del fenomeno che investe, con linee sostanzialmente analoghe, la storia istituzionale dei Greci, dei Fenici, dei Latini, degli Etruschi, e che dimostra, per certi aspetti sostanziali della vita pubblica, la profonda unità della civiltà mediterranea anche in epoca anteriore all&#8217;ellenismo e alla romanità.<br />
Dalla monarchia primitiva a carattere religioso si passa allo stato oligarchico con magistrature elettive, collegiali e temporanee: talvolta il processo si affianca o si sviluppa con affermazioni di potere personale (tirannie) e con soluzioni democratiche. In molte città greche la trasformazione è già in atto in epoca protostorica, durante e dopo l&#8217;età micenea; mentre altre città come Sparta conservano, almeno formalmente, l&#8217;istituto monarchico fino alla fine della loro storia.<br />
Nel mondo greco d&#8217;occidente le nuove soluzioni sembrano già in gran parte affermate sin dagli inizi della colonizzazione; mentre a Roma il mutamento ha luogo nel VI secolo. Le molte teorie proposte per spiegare il passaggio dalla monarchia romana alle magistrature repubblicane si orientano da un lato verso il concetto dell&#8217;evoluzione continua e necessaria, da un altro lato verso l&#8217;idea di una innovazione improvvisa.<br />
Quest&#8217;ultima potrebbe effettivamente ricollegarsi all&#8217;imitazione di istituti stranieri (greci, latini o anche etruschi?). È stata inoltre affacciata, essenzialmente da S. Mazzarino, la proposta che agli inizi dello stato repubblicano, prima dell&#8217;affermarsi delle magistrature collegiali sia da ricostruire una fase di magistrature singole o preminenti, a carattere prevalentemente militare, quasi dittature stabili, sostituitesi alla regalità arcaica.<br />
In tal senso sono state interpretate tradizioni relative a titoli come, in Roma, quelli del magister populi o del praetor maximus; e si è anche creduto di poter riconoscere un simile tipo di potere nel personaggio etrusco Mastarna, il cui nome Macstrna (senza prenome nella tomba Franr;ois di Vulci) sarebbe null&#8217;altro che un titolo derivato dal latino magister: tanto più che Mastarna era stato da alcune fonti identificato con il re di Roma Servio Tullio, alle cui riforme costituzionali si faceva risalire l&#8217;origine stessa della repubblica (Livio, I, 60).<br />
L&#8217;esistenza di forti poteri personali nelle città etrusche e latine tra la fine del VI e il principio del V secolo s&#8217;inquadrerebbe nel diffuso costume delle tirannie che caratterizza le città greche d&#8217;occidente in quel medesimo periodo (si pensi ad esempio ad Aristodemo di Cuma), per una sorta di mimetismo politico.<br />
Le laminette d&#8217;oro in scritte in etrusco e in punico trovate a Pyrgi recano un nuovo prezioso contributo alla discussione di questo problema, dato che esse ci presentano la figura del dedicante Thefarie Velianas, designato in punico come &#8220;re di Caere&#8221; o &#8220;regnante su Caere&#8221; (ma in etrusco probabilmente già come zilac, cioè praetor), con tutte le caratteristiche di un capo di stato investito di potere unico e personale.<br />
Oltre a ciò va detto che probabilmente non esiste in Etruria una netta contrapposizione cronologica tra fase monarchica e fase repubblicana anche per un&#8217;altra ragione, e cioè perche la monarchia, di nome oltre che di fatto (se le fonti non mentono), sopravvive o riaffiora almeno in due casi posteriori a quella fase tardo-arcaica nella quale dovrebbero collocarsi i mutamenti istituzionali più o meno nello stesso periodo delle origini della repubblica romana.<br />
Ci riferiamo alla creazione di un re a Veio sul finire del V secolo e alla menzione di un &#8220;redei Ceriti&#8221; nell&#8217;elogium di Aulo Spurinna in un contesto cronologico che si riporta verso la metà del IV secolo. Nell&#8217;uno come nell&#8217;altro caso c&#8217;è una palese ostilità di altri stati etruschi, che farebbe pensare a fatti eccezionali in un mondo di ormai prevalenti assuefazioni istituzionali repubblicane.<br />
Il sistema che doveva essersi generalizzato negli ultimi secoli di vita autonoma delle città etrusche è, come si è detto, quello delle repubbliche oligarchiche, per la cui conoscenza abbiamo purtroppo soltanto pochi indizi diretti offerti dalle iscrizioni e qualche cenno delle fonti storiche, oltreche l&#8217;analogia con Roma. Possiamo dedurne l&#8217;esistenza di un senato formato dai capi delle gentes; probabilmente di assemblee popolari; di una magistratura suprema temporanea, unica o collegiale; di altre magistrature collegiali a carattere politico e religioso.<br />
In ogni caso si avverte la tendenza a spezzettare il potere, a sminuirlo e a porlo sotto un costante reciproco controllo, allo scopo di evitare l&#8217;affermarsi del potere personale. Questo irrigidimento delle istituzioni oligarchiche sembra più accentuato in Etruria che a Roma. Una differenza traspare anche nei riguardi dei movimenti di rivendicazione pubblica delle classi inferiori, che in Etruria non hanno generalmente la possibilità di inquadrarsi, come a Roma, in uno sviluppo progressivo delle istituzioni verso l&#8217;avvento al potere della classe plebea; ma si risolvono, a Volsinii, ad Arezzo e forse altrove, in parentesi di anarchia popolare.<br />
Ciò non esclude tuttavia un progressivo assorbimento di elementi extragentilizi nel sistema gentilizio specialmente nell&#8217;Etruria settentrionale intorno al II secolo a.C., come si è già accennato: con loro probabile conseguente accesso almeno ad alcune delle cariche pubbliche.<br />
I titoli delle magistrature etrusche, nelle loro forme originarie, ci sono noti dai cursus honorum (cioè dalle elencazioni delle carriere) delle iscrizioni funerarie, alcune delle quali dovevano esser redatte nella forma di veri e propri elogio poetici del defunto, come ad esempio le iscrizioni romane degli Scipioni.<br />
Non è facile tuttavia interpretare la natura delle cariche, i loro reciproci rapporti, la differenza di dignità e la corrispondenza con le magistrature del mondo latino ed italico. Il titolo più frequente è quello tratto dalla radice zii-, di origine ancora oscura ed imprecisata (ma già presente a Caere almeno all&#8217;inizio del V secolo), nelle forme zii, zil(a)c o zilx, zilat.<br />
Alle forme nominali corrisponde un verbo zilx- o zilax- che significa «essere zilc o zilat». Già sappiamo che zilat corrisponde in qualche caso al titolo romano praetor. È indubbio che si tratta di un&#8217;alta carica, forse la più alta dello stato; ma spesso il titolo appare accompagnato da specificazioni (zilat o zilx parxis; zilc marunuxva; zilx cexanen) che possono indicare una specializzazione di funzioni (cfr. il latino praetor peregrinus).<br />
Un&#8217;altra carica importante, che taluno considera il più alto grado di un supposto collegio di zilat, è indicata dalla radice purt-, che non si è mancato di ricollegare con il titolo di probabile origine preellenica noto anche nelle città greche dell&#8217;occidente e forse da queste trasmesso alle città etrusche.<br />
Frequente è inoltre il titolo maru, marniu, marunux, i cui richiami sacrali sono resi evidenti dalla sua connessione cori il titolo sacerdotale cepen e da specificazioni, che contengono i nomi degli dèi Paxa (Bacco) e Cafa. Appare anche in Umbria con il collegio dei marones (e fu cognomen del mantovano Virgilio!). Si è supposto che corrisponda al latino aedilis. Altre cariche amministrative o militari sono espresse dai termini camfi, macstrev(c) (dal latino magister), ecc.<br />
Trattando degli ordinamenti dello stato etrusco un ultimo cenno dovrebbe esser fatto alle leggi e al diritto. Ma purtroppo di questa materia noi possediamo nozioni limitatissime ed incerte delle fonti letterarie antiche, essenzialmente collegate con la disciplina etrusca e in particolare con i libri rituali.<br />
L&#8217;ipotesi dell&#8217;esistenza di un ius terrae Etruriae, cioè di una legislazione della proprietà terriera, sostenuta da S. Mazzarino, dove comunque sarebbe nominato un ius Etruriae. L&#8217;estrema importanza della normativa riguardante i confini (molti dei quali contrassegnati da cippi con la parola tular) sembra del resto confermata anche da altri documenti. Ma siamo in ogni caso, sia per questa materia civile come per il diritto penale, prevalentemente nella sfera del sacro.</p>
<p><strong>Il popolo</strong><br />
Sotto la classe padronale o gentilizia &#8211; la cui ricchezza si era creata con l&#8217;agricoltura, il commercio, la pirateria &#8211; si formò col tempo, a partire dal VII secolo, una sorta di ceto medio anch&#8217;esso composto da agricoltori, artigiani mercanti (non pochi di costoro erano stranieri, che prendevano fissa dimora nei centri dove li portavano i loro traffici e magari sposavano donne del posto).<br />
Non è pur troppo facile ricostruire l&#8217;esistenza di questa gente e di quella che stava al livello più basso della scala sociale, i servi. È evidente che questi servi non costituivano un blocco omogeneo, e che (erano fra loro differenze anche notevoli in relazione alle funzioni che svolgevano. Certo erano molto numerosi. Le fonti di approvvigionamento del personale servile furono dapprima le scorrerie piratesche, poi le guerre (i prigionieri di guerra finivano, come è noto, in schiavitù): e va da sé che schiavi erano i nati da genitori di condizione servile. Mercati di schiavi c&#8217;erano poi dappertutto (alcuni internazionalmente noti), e c&#8217;erano trafficanti specializzati che facevano soldi a palate trattando questa merce. I prezzi variavano naturalmente secondo la qualità (caratteristiche etniche, nazionalità, età, sesso, forza, bellezza, salute, conoscenza di arti e mestieri, cultura, ecc.).<br />
Pare che le case dei ricchi Etruschi pullulassero di schiavi, adibiti alle più svariate funzioni, non di rado pretestuose. Fra gli schiavi che servivano durante i banchetti, c&#8217;erano quelli che mischiavano nelle anfore il vino e l&#8217;acqua, quelli che versavano le bevande nelle coppe, quelli che tagliavano le carni, quelli che distribuivano i cibi, e così via. I servi erano, come in tutte le società antiche, alla mercé dei padroni.<br />
In Etruria erano, sembra, trattati un po&#8217; più familiarmente e mitemente che a Roma, ma non mancavano certo i padroni capricciosi e crudeli. Le punizioni &#8211; frustate per lo più, ma si arrivava alla tortura e alla morte &#8211; erano all&#8217;ordine del giorno. Non c&#8217;erano deterrenti legali contro padroni cattivi o addirittura sadici: si può supporre tuttavia che valesse come freno la disapprovazione sociale.<br />
E poi gli schiavi rappresentavano un patrimonio e strumenti di lavoro che si aveva interesse a proteggere e a sfruttare. Lo spettro dei servi era l&#8217;ergastolo (il lavoro cioè nelle miniere, nelle cave di marmo quando si cominciò a sfruttarle sistematicamente, nelle paludi per opere di prosciugamento), che si svolgeva in condizioni disumane. Con il costituirsi di grosse ricchezze terriere e l&#8217;estendersi del latifondo si andarono spopolando le campagne. I contadini, che già prima stentavano la vita, sfruttati e vessati dai proprietari, cercavano scampo nei centri urbani. A sostituirli erano gli schiavi, che costavano meno anche se il loro rendimento non era esaltante.<br />
Come dappertutto, gli schiavi in Etruria potevano emanciparsi, grazie al peculio che riuscivano ad accumulare o semplicemente grazie ai meriti che acquisivano. L&#8217;affrancamento dipendeva comunque dalla volontà del padrone, nei confronti del quale il liberto (lautni com&#8217;era chiamato in lingua etrusca) conservava obblighi importanti. Il liberto aggiungeva al suo nome il gentilizio del padrone, faceva pur sempre parte della famiglia, ma aveva una vita propria, lavorava per sé, poteva sposare una libera o un libero, arricchire, fare carriera.<br />
Basandoci sulle testimonianze figurative e letterarie possiamo farci un&#8217;idea di com&#8217;erano fisicamente gli Etruschi. Con molta cautela, senza dimenticare il lavoro di idealizzazione degli artisti e i loro modelli culturali: è dall&#8217;Asia Minore e dalla Grecia, per esempio, che gli scultori avevano preso la fronte sfuggente, il naso dritto, l&#8217;occhio a mandorla e quel sorriso particolarissimo che poi venne assunto a simbolo dell&#8217;arte etrusca.<br />
Non parleremo quindi semplicisticamente di un &#8220;tipo etrusco&#8221; sulla scorta di un famosissimo sarcofago di terracotta (metà del VI secolo) proveniente da Cere (Cerveteri), su cui è rappresentata una coppia di coniugi adagiati fianco a fianco sul letto del banchetto funebre, con un viso lei da kore attica, lui tendente al triangolare, con occhi obliqui resici familiari dall&#8217;arte egeica.<br />
Catullo e Virgilio hanno parlato rispettivamente di obesus etruscus e di pinguis tirrhenus, varando un&#8217;immagine degli Etruschi goderecci e mangioni. che trova del resto qualche riscontro nella scultura, soprattutto in tre sarcofaghi. Uno, proveniente da San Giuliano nei pressi di Viterbo ci presenta sul coperchio una figura coricata sul dorso con un ventre spropositato; un altro, di Tarquinia, mostra un vecchio dalle carni piene che contrastano con guance e collo flaccidi e rugosi; il terzo, conservato nel Museo di Firenze, ci presenta un panciutissimo individuo coronato di fiori (un cavaliere, si direbbe dall&#8217;anello all&#8217;anulare della mano sinistra), dalla testa semicalva e dagli occhi spalancati, che regge nella mano destra una coppa.<br />
Ma possiamo considerare questi personaggi rappresentativi della media degli Etruschi o piuttosto del ceto ricco, godereccio, infiacchito dal benessere e dall&#8217;ozio? Prendendo in considerazione un centinaio di iscrizioni comprese fra il 200 e il 50 a.C. sulle quali figurano le età dei defunti, gli studiosi hanno ipotizzato (con qualche incertezza per la perdurante difficoltà a interpretare alcuni numerali che vi compaiono) una durata media della vita degli Etruschi di 40,88 anni, non disprezzabile per i tempi, ma che non tiene conto della mortalità infantile, allora elevatissima.<br />
Gli Etruschi dovevano essere piccoletti, se vogliamo credere agli scheletri (circa un metro e mezzo per le donne, una decina di centimetri in più per gli uomini). Ma lo erano anche i Romani e molti popoli dell&#8217;epoca. Basta guardare nei musei armature ed elmi per rendersene conto. Da quando si intensificarono i contatti con i Greci, gli Etruschi si ispirarono alla loro moda per l&#8217;abbigliamento, che ci appare nei documenti figurativi nel complesso piuttosto vivace ed elegante (poche informazioni ricaviamo dagli autori romani, e solo per gli aspetti dell&#8217;abbigliamento che Roma importò dall&#8217;Etruria).<br />
È ovviamente difficile distinguere l&#8217;abbigliamento di tutti i giorni da quello festivo e cerimoniale. Gli uomini, specie i giovani, stavano spesso seminudi, in casa soprattutto ma anche fuori, accontentandosi del perizoma, un panno annodato intorno ai fianchi a formare come delle braghette. Oppure mettevano un giubbetto. Le persone mature indossavano più spesso la tunica leggera lunga fino ai piedi, pieghettata e ricamata, e quando faceva freddo il mantello di stoffa pesante e colorata. Le donne si sbizzarrivano di più: tuniche, gonne, corpini, giubbetti, casacche, mantelli colorati ricamati.<br />
Soprattutto le gonne colpiscono per loro grazia, con le loro pieghettature, increspature, inamidature, e con le forme svasate che lasciano sospettare cerchi di sostegno. Tutti questi capi di vestiario subirono una evoluzione le cui tappe non è sempre possibile precisare.<br />
Alla metà circa del VI secolo risale, per esempio, l&#8217;introduzione del chitone di lino, indumento decisamente unisex, anche in una versione corta al ginocchio (più tardi, in epoca ellenistica, si impose fra gli eleganti il chitone attillato con cintura). Vivace fu anche l&#8217;evoluzione del mantello: quello classico, di derivazione greca, era rettangolare, ma andò molto di moda anche uno semicircolare che si portava di traverso lasciando una spalla scoperta. Uno dei capi di vestiario più famosi e di più lunga vita è il tebennos. che possiamo ammirare su delle piastre di terracotta provenienti da Cere e conservate nel Louvre (VI secolo): vi è raffigurato un re seduto su una sedia curule che indossa sopra una corta tunica bianca orlata di rosso un mantello purpureo che gli lascia scoperta la spalla destra. Adottato a Roma dai sacerdoti e dai militari, il tebennos evolvette nella toga.<br />
Nella tomba bolognese degli Ori si è trovato un tintinnabulum di bronzo su cui sono raffigurate fasi della lavorazione dei tessuti (cardatura filatura tessitura). Le fibre più usate erano la lana e il lino. Gli Etruschi amavano i colori intensi e le decorazioni, incorporate o applicate. Ai piedi sandali con suole leggere e cinghie incrociate (ce n&#8217;erano con suole di legno anche molto alte, montature metalliche e lacci dorati; altri, semplicissimi, avevano suole di legno basse, fasce a semicerchio e un cordone fra l&#8217;alluce e le altre dita). C&#8217;erano zoccoli, c&#8217;erano stivaletti del tipo che oggi diremmo alla polacca.<br />
Derivarono da calzature etrusche gli stivali indossati dai senatori romani (calcei senatorii), con linguette e corregge, che vedono in molte statue romane ma già nella statua dell&#8217;Arringatore. Le più tipiche calzature etrusche erano però quelle che i Romani chiamarono calcei repandi, babbucce curve e colorate, forse di panno, con le punte volte in su e la parte posteriore anche molto rialzata. Sta di fatto che i calzolai etruschi godevano di gran fama anche fuori del paese.<br />
I copricapi erano molto in uso in Etruria, più che in Grecia dove si andava prevalentemente a testa scoperta. Ne conosciamo alcuni: a larghe falde adatti a proteggere dalle intemperie, ad ampia tesa con la parte superiore conica (qualcosa di simile al sombrero). E poi berretti, di lana e pelle. Risale all&#8217;età arcaica il cappello conico femminile chiamato tutulus, nome un po&#8217; impreciso, applicato anche a un berretto di lana degli auguri e a una pettinatura femminile (capelli avvolti intorno a un nastro). Per le donne tutta la gamma, in pratica, delle pettinature odierne &#8211; nodi, trecce, chignons, riccioli &#8211; e dei marchingegni per tenerle insieme (reti, spilloni e così via). Farsi i capelli biondi faceva fino.<br />
Sempre dai Greci gli uomini presero l&#8217;abitudine della barba rasa e dei capelli corti. Chi poteva permetterselo si adornava con ogni sorta di gioielli e monili (spille, diademi, collane, pettorali, bracciali, braccialetti, anelli ciondoli). In guerra gli uomini si vestivano e armavano come quelli degli altri paesi. Le armi erano lance, giavellotti, spade lunghe e corte, sciabole ricurve, pugnali, asce (magari a doppio taglio), mazze, archi, fionde. Per proteggersi elmi e scudi di varia forma, corazze (dapprima in tela con borchie bronzee tonde o quadrate, poi interamente in bronzo), schinieri. Un periodo cruciale dell&#8217;evoluzione dell&#8217;armamento fu il VI secolo, con il passaggio dalla tecnica di combattimento di tipo eroico (corpo a corpo) a quella che implicava l&#8217;uso di masse (fanteria oplitica e cavalleria). I modelli greci allora prevalsero nettamente su quelli centroeuropei: elmo conico di tipo ionico o calcidese: scudo rotondo in lamina bronzea; schinieri di bronzo a proteggere le gambe spadoni di ferro a scimitarra.<br />
Nei secoli successivi la tecnica di combattimento della falange e della cavalleria si consolidò, e le armi si perfezionarono: si diffuse l&#8217;elmo a calotta con paranuca e paraguance, le corazze adottarono la forma anatomica e gli spallacci (bretelle), lo scudo mantenne la forma rotonda ma aumentò di dimensioni.<br />
Quanto al carattere degli Etruschi, non possiamo non registrare le testimonianze degli antichi scrittori, tenendo però presente l&#8217;invidia che la potenza e il benessere degli Etruschi potevano suscitare e lo sconcerto suscitato da alcuni aspetti singolarmente liberi e spregiudicati del loro costume. Li si considerava, e probabilmente erano, crudeli: ma la crudeltà era di casa nel mondo antico.<br />
Certo non contribuivano a migliorare la fama degli Etruschi, sotto questo profilo, l&#8217;avere essi esercitato su larga scala e molto fruttuosamente la pirateria e fatti come quello che abbiamo riferito, la lapidazione in massa dei Focesi catturati nella battaglia di Alalia. Virgilio dice peste del re di Cere, Mesenzio, che si divertiva a legare faccia contro faccia uomini vivi a cadaveri lasciandoli morire nel fetore e nella putredine.<br />
Crudeltà insomma spinta al sadismo. Oltre che crudeli, gli Etruschi erano accusati in antico d&#8217;essere goderecci, lussuriosi, ghiottoni. Una delle fonti più citate in questo senso è Teopompo (IV secolo a.C.) &#8211; riportato da Ateneo (II-III secolo d.C.) nel suo Dipnosofisti &#8211; considerato peraltro anche anticamente una solenne malalingua. Ciò che sembra particolarmente colpirlo è la condotta delle donne, liberissima.<br />
Avevano grande cura del corpo, sfoggiavano seminudità o nudità, bevevano a più non posso. Quanto agli uomini, erano donnaioli sfrenati e accettavano la promiscuità sessuale, non disdegnavano i ragazzetti, facevano l&#8217;amore in pubblico senza pensarci due volte, si depilavano. Il filosofo Posidonio di Apamea (II secolo a.C.) &#8211; riportato da Diodoro Siculo (I secolo d.c.) nella sua Biblioteca storica &#8211; dà un giudizio degli Etruschi un po&#8217; più equilibrato. Anch&#8217;egli tuttavia parla di lusso eccessivo e di mollezza di costumi: si fanno imbandire due volte al giorno tavole sontuose, si fanno servire da nugoli di schiavi, alcuni bellissimi e vestiti con sconveniente eleganza.<br />
Questo infiacchimento dei costumi è secondo Teopompo imputabile alla illimitata feracità del territorio etrusco. È da Posidonio che apprendiamo l&#8217;origine etrusca della tromba (detta &#8220;tirrenica&#8221;), del fascio littorio, della sedia d&#8217;avorio, della toga con orlo purpureo, e la perizia degli Etruschi nelle scienze naturali e nella teologia. La famiglia etrusca non differiva sostanzialmente dalla romana e dalla greca (più simile semmai alla romana per l&#8217;indiscussa autorità del pater familias), tranne per la posizione delle donne.<br />
Era questo che stupiva e scandalizzava (abbiamo citato in proposito Teopompo) le altre nazioni. Si desume, l&#8217;importanza maggiore delle donne dal fatto che sempre nelle iscrizioni il loro nome è preceduto dal prenome e per tutti, maschi e femmine, si dà non solo la paternità, ma la maternità. Certo è che le donne etrusche non stavano chiuse nel gineceo, la loro virtù non era misurata solo sulla pudicizia, sulla bravura nell&#8217;accudire alla casa e nel filare. Partecipavano a tutti gli aspetti della vita privata e pubblica (ai banchetti, ai giochi, alle cerimonie), e attivamente alle carriere dei mariti. Tito Livio racconta per esempio il ruolo che ebbe Tanaquilla, donna di nobile famiglia, nella fortuna del marito Lucumone (figlio di un greco immigrato).<br />
Lucumone divenne, niente meno, re di Roma, con il nome di Lucio Tarquinio Prisco. Ma ancora dopo la morte di Tarquinio, Tanaquilla ebbe parte determinante nell&#8217;elezione a re del proprio genero, Servio Tullio. Un&#8217;altra di queste donne energiche e influenti, Urgulanilla, moglie di un certo Plauzio di cui non sappiamo nulla, frequentò la corte di Augusto sfruttando la grande amicizia con l&#8217;imperatrice Livia. Una sua nipote sposò un nipote di Livia, Claudio, un giovane infelice (miisellus lo definiva preoccupato l&#8217;imperatore), considerato più o meno l&#8217;idiota della famiglia. Questo misellus però mise a frutto i rapporti che grazie al matrimonio stabilì con l&#8217;ambiente dell&#8217;aristocrazia etrusca, ebbe accesso agli archivi di molte famiglie importanti, e divenne, oltre che imperatore, un valente etruscologo.<br />
Se ci fosse rimasta la sua storia degli Etruschi in venti libri &#8211; purtroppo andata perduta &#8211; il mondo etrusco presenterebbe per noi molti meno misteri.</p>
<p><strong>Le classi sociali</strong><br />
Agli albori della storia di questo popolo, nel periodo Protovillanoviano (età del Bronzo) e nel successivo Villanoviano iniziale (età del Ferro), non si notano segni di una distinzione in classi all&#8217;interno della società; essa invece appare evidente nel Villanoviano evoluto, nella seconda metà dell&#8217;VIII secolo a.C., quando i corredi funerari cominciano a mostrare netti segni di differenziazione: aumentano gli oggetti di corredo in quantità e qualità, appaiono vasi ed ornamenti d&#8217;importazione. Qualcosa è cambiato nella società etrusca e lo si vedrà amplificato alla fine dell&#8217;VIII secolo a.C. e nel successivo, quando appare lo splendore della società Orientalizzante, con all&#8217;apice le ricche aristocrazie dalle grandi tombe a tumulo e dai sontuosi corredi, che basavano il proprio potere e prestigio sul controllo dei commerci con l&#8217;Oriente e delle attività agricole e pastorali.<br />
La nascita di un ceto &#8220;medio&#8221; avviene nell&#8217;età Arcaica, nel VI secolo a.C., quando artigiani e mercanti iniziano a prendere coscienza delle proprie capacità, operando per proprio conto e non più per i ricchi principi. Fanno parte della stratificazione sociale anche i lautni, gli schiavi, importati come merce da paesi lontani o catturati durante le numerose battaglie per il predominio sul commercio tirrenico: a volte si rinvengono i luoghi di sepoltura di questi esponenti della classe servile, cremati e posti in recipienti di terracotta, tumulati in piccole nicchie scavate nelle strutture sepolcrali dei padroni.</p>
<p><strong>La classe sacerdotale</strong><br />
Il ruolo della classe sacerdotale comincia a definirsi più chiaramente nella città-stato etrusca a partire dal VI sec. a.C. Attributo distintivo del sacerdote era il lituo, un bastone di piccole dimensioni e ricurvo a un&#8217; estremità, del quale si ha testimonianza fin dalla prima metà del VI sec. a.C. Si tratta di un&#8217;insegna già conosciuta dagli storici degli Annales: l&#8217;augure che accompagnò a Roma il re Numa Pompilio stringeva nella mano destra, secondo la descrizione che ne viene fatta, proprio questo &#8220;bastone&#8221;. Personaggi così raffigurati si trovano di frequente in Etruria a cominciare dalla fine del VI sec. a.C., riprodotti sia in bronzetti votivi che sulle stele funerarie. Nelle lastre architettoniche della &#8220;dimora&#8221; di Murlo (SI) il lituo è un attributo distintivo del capo-signore, che evidentemente era investito &#8211; oltre che del potere politico- anche di quello religioso.<br />
Possiamo formulare l&#8217;ipotesi che questo nuovo &#8220;ceto sociale&#8221; (sacerdotale) sia venuto formandosi nelle città quando il potere del &#8220;re&#8221; cominciava a sgretolarsi, come diretta emanazione quindi della classe aristocratica. Possiamo inoltre supporre che, col tempo, si sia costituita anche una gerarchia all&#8217;interno del sacerdozio. Nel III sec. a.C. compare una serie di monete che recano, sul diritto, l&#8217;immagine di una testa di aruspice (netsvis) con berretto conico (tùtulus) e, sul rovescio, la scure e il coltello, ossia gli strumenti sacrificali.<br />
I sacerdoti addetti al culto erano chiamati cepen: è probabile che fra di loro vi fosse una gerarchia dotata di cariche specifiche (spurana cepen: sacerdote pubblico). Come a Roma i sacerdoti erano depositari di varie forne di scienza, così presumibilmente accadeva anche per quelli etruschi. Sappiamo infatti da Censorino, erudito latino del III sec. d.C., che nei Libri rituali era contenuta anche una dottrina specifica per il computo del tempo (saecula) non solo degli esseri viventi, ma anche degli stati: il massimo tempo concesso all&#8217;Etruria sarebbe stato di dieci saecula.<br />
Il numero di anni compreso in un saeculum non era fisso, ma stabilito da prodigi spesso astronomici. La ninfa Vegoia aveva profetizzato che nell&#8217;VIII secolo qualcuno, per avidità, avrebbe cercato di aumentare i propri possedimenti; tale &#8220;secolo&#8221; sembrerebbe corrispondere agli inizi del I sec. a.C.: i sacerdoti etruschi avrebbero dunque previsto la fine dell&#8217;Etruria con poco margine di errore.</p>
<p><strong>La famiglia</strong><br />
La struttura della famiglia etrusca non è dissimile da quella delle società greca e romana. Era cioè composta dalla coppia maritale, padre e madre, spesso conviventi con i figli ed i nipoti e, tale struttura è riflessa dalla dislocazione dei letti e delle eventuali camere della maggior parte delle tombe.<br />
Conosciamo alcuni gradi di parentela in lingua etrusca grazie alle iscrizioni, come papa (nonno), ati nacna (nonna), clan (figlio), sec (figlia), tusurhtir (sposi), puia (sposa), thuva (fratello) e papacs (nipote).</p>
<p><strong>La donna</strong><br />
Merita un cenno la condizione sociale della donna che, a differenza del mondo latino e greco, godeva di una maggiore considerazione e libertà: se per i latini la donna doveva essere lanifica et domiseda, cioè seduta in casa a filare la lana, e su cui, nelle età più antiche, il pater familias (il capofamiglia) aveva il diritto di morte qualora fosse stata sorpresa a bere del vino, per gli Etruschi ella poteva partecipare persino ai banchetti conviviali, sdraiata sulla stessa kline (letto) del suo uomo, o assistere ai giochi sportivi ed agli spettacoli.<br />
Questo era scandaloso per i Romani che non esitarono a bollare questa eguaglianza come indice di licenziosità e scarsa moralità da parte delle donne etrusche: addirittura dire &#8220;etrusca&#8221; era sinonimo di &#8220;prostituta&#8221;. Ma la condizione sociale della donna nella civiltà etrusca era veramente unica nel panorama del mondo mediterraneo, e forse ciò derivava dalla diversa stirpe dei popoli, pre indoeuropei gli etruschi, indoeuropei latini e greci.<br />
La donna poteva trasmettere il proprio cognome ai figli, soprattutto nelle classi più elevate della società. Nelle epigrafi talvolta il nome (oggi diremmo il cognome) della donna appare preceduto da un prenome (il nome personale), segno del desiderio di mostrarne l&#8217;individualità all&#8217;interno del gruppo familiare a differenza dei Romani che ne ricordavano solo il nome della gens, della stirpe. Tra i nomi propri di donna più frequenti troviamo Ati, Culni, Fasti, Larthia, Ramtha, Tanaquilla, Veilia, Velia, Velka, i cui nomi appaiono incisi sul vasellame migliore di casa od accanto alle pitture funerarie.</p>
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		<title>Etruschi: cronologia</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Nov 2008 13:14:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Secolo X a.C. Fasi finali della civiltà del bronzo. Secolo IX a.C. Fasi iniziali della civiltà del ferro; cultura «villanoviana» nei territori dell&#8217;Etruria «propria» e sua espansione verso l&#8217; Emilia-Romagna e il Salernitano. Formazione delle comunità di villaggi. Secolo VIII a.C. Navigazione degli Etruschi nel Tirreno meridionale. Inizio della colonizzazione greca nella penisola italiana. 775 [...]]]></description>
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Fasi finali della civiltà del bronzo.</p>
<p><strong>Secolo IX a.C.</strong><br />
Fasi iniziali della civiltà del ferro; cultura «villanoviana» nei territori dell&#8217;Etruria «propria» e sua espansione verso l&#8217; Emilia-Romagna e il Salernitano. Formazione delle comunità di villaggi.</p>
<p><strong>Secolo VIII a.C.</strong><br />
Navigazione degli Etruschi nel Tirreno meridionale.<br />
Inizio della colonizzazione greca nella penisola italiana.<br />
775 ca. Stanziamento dei Greci a Pitecusa, nell&#8217;isola d&#8217;Iscbia.<br />
753 Fondazione di Roma, secondo la tradizione varroniana.<br />
750-725 Fondazione di Cuma.<br />
Inizio della colonizzazione greca in Sicilia.<br />
Sviluppo del «villanoviano in Etruria &#8211; differenziazioni sociali &#8211; fondazione del centri pre-urbani.<br />
710-705 ca. Fondazione di Sibari, di Crotone e di Taranto. Inizio della cultura «orientalizzante».<br />
Adozione dell&#8217;alfabeto greco e introduzione della scrittura in Etruria (e nel Lazio).</p>
<p><strong>Secolo VII a.C.</strong><br />
Primo iscrizioni etrusche rinvenute a Tarquinia e a Cere.<br />
Pieno sviluppo della cultura «orientalizzante».<br />
650 ca. Demarato di Corinto si stabilisce a Tarquinia.<br />
Influenze corinzie in Etruria.<br />
Fase evolutiva dell&#8217;orientalizzazione.<br />
Inizio della civiltà urbana. Fioritura di Cere.<br />
Thalassocrazia ed espansione commerciale delle città costiere dell&#8217;Etruria meridionale.<br />
616 Inizio della monarchia etrusca a Roma: regno di Tarquinio Prisco (fino al 578).</p>
<p><strong>Secolo VI a.C.</strong><br />
Espansione etrusca nella pianura Padana.<br />
580 ca. Gli Etruschi sconfitti dai coloni greci nel mare di Lipari.<br />
578 Inizio a Roma del regno di Servio Tullio (fino al 534).<br />
565 ca. I Greci di Focea fondano Alalie in Corsica.<br />
540 ca. Coalizione cerite-cartaginese contro i Focei: battaglia del Mare Sardo. Controllo etrusco della Corsica.<br />
534 Inizio a Roma del regno di Tarquinio il Superbo (fino al 5l0).<br />
Fondazione di Marzabotto e di Felsina.<br />
525 Spedizione fallita degli Etruschi (con Umbri e Dauni) contro Cuma.<br />
510 Distruzione di Sibari ad opera di Crotone.<br />
Fioritura di Capua etrusca.<br />
509 Cacciata di Tarquinio il Superbo e fine della monarchia etrusca a Roma. Espansione di Chiusi nel Lazio: il re Porsenna a Roma.<br />
505 ca. L&#8217;esercito di Porsenna sconfitto presso Ariccia do Aristodemo di Cuma e dai Latini. Gli Etruschi sconfitti dai Galli al Ticino.</p>
<p><strong>Secolo V a.C.</strong><br />
Thefarie Velianas signore di Cere.<br />
Guerra tra Veio e Roma; strage dei Fabii al Cremera.<br />
474 Gli Etruschi sconfitti nelle acque di Cuma dai Siracusani; fine della thalassocrazia e crisi delle città etrusche meridionali; sviluppo delle città dell&#8217;Etruria interna e settentrionale; fioritura dell&#8217;Etruria padana e adriatica.<br />
454-453 Incursioni della flotta siracusana nel Tirreno settentrionale. Inizio della pressione sannitica sulla Campania.<br />
428 Guerra tra Veio e Roma.<br />
426 La città latina di Fidenae, alleata di Veio, conquistata dai Romani. 423 Capua occupata dai Sanniti.<br />
Fine del dominio etrusco in Campania.<br />
414-413 Un contingente etrusco (forse di Tarquinia) partecipa all&#8217;assedio navale ateniese di Siracusa. 406 Inizio dell&#8217;assedio di Veio da parte dei Romani.</p>
<p><strong>Secolo IV a.C.</strong><br />
396 Veio conquistata e distrutta dai Romani: il suo territorio incorporato nello stato romano.<br />
390-386 Scorrerie dei Galli nell&#8217;Italia centrale: Roma saccheggiata e incendiata.<br />
384 Incursione della flotta siracusana nel Tirreno e saccheggio del santuario di Pyrgi. I Siracusani nell&#8217;Adriatico settentrionale.<br />
382 Fondazione delle colonie romano-latine di Nepi e Sutri. Ascesa di Tarquinia e sua egemonia sulla Lega etrusca.<br />
358 Tarquinia (con Cere e Faleri) muove guerra a Roma. Detronizzazione del re di Cere.<br />
353 Pace separata tra Cere e Roma.<br />
351 Fine della guerra e tregua quarantennale fra Tarquinia e Roma. Rivolta «servile» ad Arezzo domata con l&#8217;intervento di Tarquinia. Marzabotto e Felsina occupate dai Galli. Spedizioni dei Galli nell&#8217;Italia centrale.<br />
314 Navi etrusche in Sicilia in aiuto di Agatocle di Siracusa contro i Cartaginesi.<br />
311 Gli Etruschi in guerra contro Roma. I Romani penetrano nell&#8217;Etruria centrale e interna.<br />
307 Gli Etruschi costretti alla pace con Roma.<br />
302 Roselle assediata e occupata dai Romani. Intervento di Roma ad Arezzo in appoggio alla famiglia dei Cilnii. Rivolte « servili» a Volterra e a Roselle.<br />
Completa decadenza di Spina.</p>
<p><strong>Secolo III a.C.</strong><br />
296 Gli Etruschi nella coalizione «italica» contro Roma.<br />
295 I coalizzati sconfitti dai Romani a Sentino. Vittorie romane sugli Etruschi.<br />
284 Rivolta «servile» ad Arezzo.<br />
282 Gli Etruschi definitivamente sconfitti dai Romani al lago Vadimone.<br />
280 Vulci e Volsinii si arrendono a Roma. Le città etrusche costrette ad allearsi con Roma: l&#8217;Etruria federata. Prefettura romana a Statonia.<br />
273 Colonie romane a Cosa e a Pyrgi.<br />
265 Rivolta «servile» a Volsinii.<br />
264 Volsinii conquistata e distrutta dai Romani. Saccheggio del santuario della Lega. Volsinii ricostruita sulle rive del lago di Bolsena. Colonie di Roma a Castrum Novum, Alsium e Fregene.<br />
241 Faleri conquistata e distrutta dai Romani. Trasferimento della città in altra sede.<br />
225 L&#8217;Etruria investita da un incursione di Galli distrutti dai Romani a Talamone. Costruzione della via Clodia.<br />
222 Spedizioni romane contro i Galli, dalle basi etrusche. Costruzione della via Flaminia.<br />
217 Annibale, in Etruria, sconfigge i Romani al Trasimeno.<br />
209 I Romani rinforzano i presidi militari in Etruria.<br />
205 Le città etrusche contribuiscono alla spedizione africana di Scipione contro Cartagine.</p>
<p><strong>Secolo II a.C.</strong><br />
196 Rivolta di schiavi in Etruria.<br />
189 Fondazione della colonia romana di Bononia.<br />
186 Repressione del culto «sovversivo» di Dioniso.<br />
183-180 Fondazione di colonie di Roma a Saturnia, Gradisca e Pisa.<br />
177 Fondazione di colonie di Roma a Luni e a Lucca. Costruzione della via Cassia.<br />
Progressiva emancipazione di elementi servili nell&#8217;Etruria settentrionale.<br />
135 Viaggio del tribuno Tiberio Gracco attraverso l&#8217;Etruria.<br />
133-121 Fallimento dei tentativi di riforme sociali dei Gracchi.<br />
130 L&#8217;etrusco Marco Perperna eletto console a Roma.</p>
<p><strong>Secolo I a.C.</strong><br />
91 Marcia su Roma degli Etruschi contro le proposte di legge riformatrici del tribuno Livio Druso.<br />
Secessione e guerra degli alleati italici contro Roma.<br />
90 Interventi militari romani a Fiesole, Arezzo, Chiusi e Volsinii.<br />
89 Gli Etruschi ricevono la cittadinanza romana. Le città etrusche diventano «municipi» dell&#8217;Italia romana.<br />
87 Gli Etruschi parteggiano per Mario.<br />
82 Repressioni di Silla contro Fiesole, Arezzo e Volterra e deduzione di colonie di veterani romani.<br />
78 Effimere rivolte «popolari» a Fiesole e in altre città.<br />
63 Catilina si rifugia in Etruria e arruola truppe a Fiesole e ad Arezzo.<br />
49 Gli Etruschi neutrali nella guerra civile tra Pompeo e Cesare.<br />
40 Perugia, occupata dai seguaci di Antonio, conquistata e saccheggiata dalle truppe di Ottaviano.<br />
27 L&#8217;etrusco Mecenate tra i consiglieri e i ministri di Augusto.<br />
7 L&#8217;Etruria diventa la regione VII dell&#8217;Italia romana.</p>
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		<title>Etruschi: la storia</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Nov 2008 13:10:47 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Estensione territoriale e sviluppo dell&#8217;Etruria interna</strong><br />
In Tuscorum iure paene omnis Italia fuerat: quasi tutta l&#8217;Italia era stata sotto il dominio degli Etruschi, dice Catone (Servio, ad Aen., XI, 567); e Livio (I, 2; V, 33) insiste sulla potenza, sulla ricchezza, sulla fama degli Etruschi in terra e in mare dalle Alpi allo stretto di Messina. I dati archeologi ci ed epigrafici e le notizie di altre fonti storiche confermano il valore di queste tradizioni, pur limitandone la genericità e consentendo di chiarire con sufficiente approssimazione quali territori italiani furono propriamente abitati e quali sottomessi dagli Etruschi o in qualche modo da loro influenzati politicamente, economicamente o culturalmente.<br />
Consideriamo anzitutto quella che siamo soliti denominare Etruria propria, compresa tra il Mare Tirreno, il corso del Tevere e il bacino dell&#8217; Amo, cioè l&#8217;Etruria storica costituente la Regione VII dell&#8217;Italia augustea. Ad essa appartengono le dodici città (dodecapolis) che secondo il canone tradizionale formavano la nazione etrusca. La tradizione antica ha accreditato presso gli storici moderni l&#8217;idea che questo territorio fosse la sede originaria della stirpe, dalla quale sarebbero partite le imprese marittime e le conquiste terrestri (verso il Lazio e la Campania e verso le zone transappenniniche). Ma su questa semplice affermazione occorrerà comunque un più approfondito giudizio critico.<br />
Già trattando delle origini etrusche si è fatto cenno alle ipotesi di una progressiva «etruschizzazione» dell&#8217;Etruria storica che, secondo i sostenitori della provenienza trasmarina dei Tirreni, sarebbe logicamente avvenuta partendo dalle coste verso l&#8217;interno, con la sottomissione o l&#8217;incorporazione di elementi indigeni italici (gli Umbri di Erodoto). A riprova della esistenza di questo originario fondo italico e della persistente eterogeneità etnica di aree comprese entro i confini geografici dell&#8217;Etruria si addusse tra l&#8217;altro l&#8217;abbondante presenza di nomi personali di origine italica nelle città etrusche, per esempio a Caere, ma non soltanto a Caere (l&#8217;Etruria settentrionale è particolarmente ricca di tali elementi soprattutto in tempi recenti); si è dato inoltre particolare valore al fenomeno dei Falisci, di lingua originariamente latina, abitanti nell&#8217;ansa orientale del Tevere, oltreche al ricordo dei Camertes Umbri dell&#8217;Etruria interna e di Umbri Sarsinates per la zona di Perugia.<br />
Ma il significato di queste constatazioni può rovesciarsi, considerando l&#8217;eventualità (che è del resto controllabile in molti casi) di penetrazioni storiche sabine e umbre in Etruria specialmente nelle zone di confine e di processi di latinizzazione come a Caere dopo l&#8217;imporsi dell&#8217;egemonia romana nel IV secolo a.C. Soltanto nel caso del territorio falisco riconosciamo effettivamente la presenza originaria di una popolazione di lingua non etrusca stabilita sulla riva destra del Tevere, in presumibile continuità con l&#8217;area latina estesa a sud oltre il fiume; ed è significativo che in questa zona, come nel Lazio, manca la tipica cultura del ferro villanoviana, che invece è presente, vistosissima, nel non lontano centro di Veio. Il territorio falisco subì certamente un&#8217;influenza politica e culturale etrusca determinante, soprattutto in età arcaica, non diversamente da alcune parti del Lazio inclusa la stessa Roma (la ricorrenza di iscrizioni etrusche accanto a quelle falische è prova del bilinguismo delle classi dominanti); ma poi prevalsero pressioni ed infiltrazioni di elementi italici sabini che caratterizzarono fortemente il dialetto locale.<br />
In ogni caso possiamo considerare assolutamente certo che fin dall&#8217;inizio dei tempi storici esiste un mondo etrusco ben definito e riconoscibile la cui estensione coincide sostanzialmente con quella della regione che fu chiamata dagli antichi Etruria, cioè non solo la fascia costiera tirrenica ma anche tutto il retroterra fino alla valle del Tevere e alle pendici dell&#8217; Appennino Tosco-Emiliano. Lo dimostrano da un lato l&#8217;impronta unitaria della lingua documentata dalla diffusione delle iscrizioni etrusche fin dal loro primo apparire nel VII secolo; da un altro lato il carattere inconfondibile degli aspetti culturali a partire dal villanoviano e per tutti i loro successivi sviluppi, in piena coincidenza con l&#8217;univoca tradizione antica sulla etruscità di questi territori e dei relativi centri. Ogni ipotesi circa l&#8217;eventualità di preesistenti differenze e sovrapposizioni o commistioni etniche andrà semmai respinta più lontano nella preistoria.<br />
Ogni progresso dalle coste verso l&#8217;interno si spiega logicamente, non già con l&#8217;idea di una penetrazione etnica, ma con le concrete ragioni storiche di una penetrazione d&#8217;impulsi economici e culturali provenienti dai centri marittimi più direttamente esposti a sollecitazioni esterne. Seppure con minore concentrazione ed intensità gl&#8217;insediamenti interni partecipano in pieno e vigorosamente allo sviluppo dell&#8217;Etruria arcaica.<br />
Esistono, ben s&#8217;intende, condizioni ambientali diverse da quelle delle zone litoranee. Mancano i fondamentali e primordiali presupposti di un accelerato incremento basato sui contatti e sui commerci marittimi, oltrechè sullo sfruttamento delle miniere prevalentemente concentrate lungo la linea costiera, e sulla potenzialità, di ambedue questi fattori combinati.<br />
Si offrono in compenso estese, profonde e variate terre vallive e collinari ricche (allora) di boschi o idonee al pascolo e specialmente all&#8217;agricoltura, costituente la base principale dell&#8217;economia; mentre le comunicazioni interne dovevano essere favorite dalla navigazione fluviale e lacustre e si aprivano vie di contatti e di scambi, lungo ed oltre il corso del Tevere e dell&#8217;Amo ed attraverso la dorsale appenninica, con le regioni centrali della penisola e con il settentrione fino al versante adriatico. A questa configurazione del paese con le sue risorse sembrano potersi in qualche modo ricollegare i caratteri delle forme associative e delle strutture socio-economiche e in ultima analisi i lineamenti della storia più antica dell&#8217;Etruria interna.<br />
Di fatto noi vediamo apparire molto diffuso un sistema di piccole aggregazioni sparse nel territorio o più intensamente addensate in zone presumibilmente favorevoli a coltivazioni granarie od ortofrutticole o a vigneti (quando fu introdotta e si diffuse la vite) o al piccolo allevamento: tipici gli esempi attorno al lago di Bolsena, lungo la valle tiberina, nei territori di Chiusi, di Volterra, ecc.; si può parlare di persistenze della tradizione dei villaggi preistorici, ma anche di fattori economici e sociali che possono aver determinato lo sviluppo di insediamenti rurali ed un incremento demografico decentrato.<br />
L &#8216;emergere di ceti dominanti, cui si deve ovviamente ogni impulso innovatore, poggia soprattutto sul possesso terriero: ne cogliamo un riflesso nei grandi sepolcri a tumulo con ricchi corredi funebri più o meno isolati nelle campagne (presso Cortona, nel Chianti, nella valle dell&#8217; Amo), contemporanei e simili a quelli che appaiono invece accorpati nelle grandi necropoli urbane di Caere, di Tarquinia, di Vetulonia, di Populonia.<br />
C&#8217;è poi da considerare la frequenza di centri di maggiore consistenza aventi carattere di «borghi» generalmente in altura e muniti (in latino si sarebbero detti oppida), per i quali si può pensare a comunità autonome in qualche modo affini ai piccoli popu/i ricordati dalla tradizione per il Lazio protostorico: ne conosciamo esempi rilevanti, anche per le loro testimonianze archeologiche, soprattutto nell&#8217;Etruria meridionale e centrale, come San Giovenale, San Giuliano, Blera, Norchia, Tuscania, Acquarossa, Bisenzio, Castro, Poggiobuco, Pitigliano, Satumia, ecc. Alcuni di questi abitati, come quelli molto simili del vicino territorio falisco, ad esempio Narce, risalgono a nuclei dell&#8217;età del bronzo.<br />
Alla loro vitalità arcaica sembra aver fatto seguito dopo il VI secolo una decadenza talvolta fino alla sparizione (è il caso di Acquarossa presso Ferento) per il mutare delle condizioni economiche e politiche determinato dalla crescita delle grandi città, sia litoranee sia interne, da un più marcato imporsi del loro dominio territoriale, da presumibili fenomeni di inurbamento, di accentrazione fondiaria, di insicurezza delle campagne a seguito di eventi bellici, minacce esterne, ecc.; ma alcuni dei vecchi centri di media grandezza avranno all&#8217;opposto rilevanti sviluppi in età avanzata (Sutri, Tuscania, Sovana).<br />
Un caso particolare rivelato dagli scavi recenti è quello dello splendido complesso architettonico-urbanistico di Poggio Civitate presso Murlo nel territorio di Siena che dà l&#8217;impressione di una fondazione principesca, santuario e forse anche residenza, fiorita fra il VII e VI secolo e poi praticamente abbandonata, richiamando in certo senso a quel sistema di dominii gentilizi che parrebbe altrimenti intravvedersi, soprattutto nel nord, dai grandi sepolcri monumentali extraurbani.<br />
Ma l&#8217;Etruria interna ha anch&#8217;essa le sue città, seppure meno numerose e addensate di quelle della fascia litoranea. La nascita e lo sviluppo di alcune di esse, meno distanti dal mare come Veio e a nord Volterra, o più arretrate come Volsinii (Orvieto) e Chiusi, avvengono contemporaneamente ai processi formatori delle città costiere e sostanzialmente con le stesse caratteristiche. Per altri centri che avranno pari dignità in avanzata età storica come Perugia, Cortona, Arezzo si può discutere, alla luce dei dati archeologici finora conosciuti, se il vero e proprio accentramento urbano si sia attuato più lentamente, per il perdurare di forti nuclei abitativi nei possedimenti aristocratici delle campagne; ma anche se l&#8217;origine può essere stata diversa queste città esistevano già certamente in età arcaica.<br />
Ciò che appare soprattutto interessante è il fatto che le città dell&#8217;Etruria interna si trovano disposte in qualche modo ad arco o a corona lungo una fascia approssimativamente corrispondente ai confini geografici dell&#8217;Etruria: da sud a nord, a breve distanza dalla riva destra del Tevere, Veio, Falerii (seppure di origini falisce), Volsinii (nella zona di confluenza del Paglia con il Tevere), Perugia; al margine dei monti confinanti con l&#8217;Umbria Cortona; lungo l&#8217;Arno Arezzo e Fiesole; ne si escludono del tutto da questo sistema, benchè meno periferiche, Chiusi e Volterra. Senza dubbio esiste un generale rapporto con le grandi vie fluviali.<br />
Ma non si può sfuggire all&#8217;impressione che nell&#8217;ubicazione delle città si configuri anche una sorta di delimitazione protettiva che in certo senso conferma l&#8217;idea di un&#8217;antica concezione unitaria del territorio etrusco.<br />
Per altro verso proprio la marginalità di questi centri deve aver offerto possibilità di contatti e di scambi con le confinanti regioni esterne, oltreche di aperture a fenomeni espansivi: quali s&#8217;intravvedono per Veio (e per il territorio falisco) con il Lazio e la Sabina; per Volsinii e Perugia con l&#8217;Umbria; per le città più settentrionali in genere con i paesi d&#8217;oltre Appennino.</p>
<p>Una vera e propria ricostruzione di eventi storici, di politica interna ed esterna, nell&#8217;età più antica è impossibile come per l&#8217;Etruria costiera. È immaginabile uno sviluppo parallelo e notevolmente differenziato dalle singole zone per l&#8217;ampiezza del territorio e per la diversità delle situazioni e delle gravitazioni come si è già accennato.<br />
Di primitive monarchie, sorte dai ceti egemonici o come prevalente affermazione di piccoli potentati locali, possediamo soltanto echi leggendari (e naturalmente d&#8217;incerta autenticità e cronologia): così per Veio si ricordavano un re Morrius o Mamorrius discendente di Halesus fondatore di Palerii (Servio, ad Aen. VIII, 285) ed un re Propertius connesso con le origini della città di Capena (Catone in Servio, ad Aen. VII, 697), ed inoltre un re Velo Vel Vibe vissuto ai tempi di Amulio di Albalonga, cioè riferibile all&#8217;VIII secolo a.C. secondo la cronologia tradizionale; più concretamente le iscrizioni arcaiche ci danno nomi di stirpi gentilizie di alto rango di cui una, i Tulumne, assurgerà al potere regio, se non prima, nel V secolo.<br />
È difficile dire quali rapporti, di rivalità, di alleanza, ecc., vi siano stati fra i centri dell&#8217;Etruria interna e tra questi e i centri costieri: una immagine piuttosto attendibile di queste situazioni nella prima metà del VI secolo potrebbe riflettersi nel fregio «storico» dipinto della Tomba Francois di Vulci (posteriore di oltre due secoli agli avvenimenti, ma fondato, come crediamo, su buone tradizioni), che mostra figure e nomi di principi o capi di alcune città, come Laris Papathna di Volsinii (Velznax) e Pesna Arcmsna forse di Sovana (Sveamax), collegati a quanto sembra con Cneve Tarchunie, cioè un Tarquinio di Roma (Rumax), contro condottieri e avventurieri provenienti da Vulci.<br />
Ancora più difficile è ipotizzare se, o fino a che punto, già in età arcaica si siano venute determinando quelle tradizioni o istituzioni di colleganza stabile, religiosa e in parte politica, tra le «dodici città» dell&#8217;Etruria, che in età più recente vedremo incentrata intorno al santuario del dio Voltumna, il Fanum Voltumnae, a Volsinii o presso Volsinii, e che porterà al prestigio e alla fama di questa città come «capitale dell&#8217;Etruria» Etruriae caput (Valerio Massimo, IX, 1).<br />
Ma il momento del grande sviluppo, socialmente rivoluzionario, di Volsinii, sembra doversi collocare &#8211; alla luce delle testimonianze archeologiche ed epigrafiche delle necropoli di Orvieto &#8211; piuttosto negli ultimi decenni del Vl secolo come si avrà occasione di sottolineare più avanti, Certamente invece molto antica, e straordinaria, è la fioritura economico-culturale, e di conseguenza presumibilmente la potenza, di Chiusi, situata nel cuore dell&#8217;Etruria centro-settentrionale, in una posizione eccezionalmente favorevole di accessi e di transiti al centro di densissimi abitati, con irradiazioni verso l&#8217;alta valle del Tevere e Perugia attraverso il Lago Trasimeno e le vie terrestri, e da un altro lato verso il Senese (si pensi al già ricordato «santuario-palazzo» di Murlo, dove si manifestano influenze artistiche chiusine); cosicchè non deve far meraviglia che la tradizione storica registri sul finire del VI secolo una espansione politico-militare di Chiusi in piena area costiera tirrenica, con la spedizione del re Porsenna contro Roma, spiegabile soltanto immaginando un&#8217;egemonia della monarchia chiusina progressivamente acquisita già nei decenni precedenti su gran parte dell&#8217;Etruria interna.</p>
<p><strong>L&#8217;espansione e l&#8217;apogeo degli Etruschi in Italia</strong><br />
A questo punto, considerata l&#8217;Etruria propria, converrà affrontare il quadro di quella più vasta «Etruria» che oltre i confini geografici del Tevere e dell&#8217; Appennino fu creata dall&#8217;espansione non soltanto economica e politica, ma anche in parte notevole stanziale e demografica degli Etruschi in altri territori dell&#8217;ltalia antica.<br />
Espansione, va detto subito, che anche e soprattutto alla luce delle scoperte e delle valutazioni critiche più recenti deve ritenersi assai più precoce di quanto si credesse in passato, diremmo addirittura contestuale al primo manifestarsi della civiltà etrusca, comunque in atto già per diversi aspetti avvenuta all&#8217;inizio dei tempi storici: se, come dobbiamo presumere ed abbiamo già fondatamente supposto, la presenza del villanoviano a sud nel Salernitano e a nord in alcune zone dell&#8217;Emilia e della Romagna significa presenza etrusca (o, se si preferisce volendo giocare sui termini, protoetrusca).<br />
Ma va anche detto subito e fermamente che non sembra lecito rinunciare al concetto di espansione, cioè di stanziamenti secondari o conquiste, per ipotizzare vaghe e confuse insorgenze etniche in luoghi lontani; e ciò per due ragioni: 1) in primo luogo per il rispetto dovuto alla tradizione storica antica che esplicitamente e concordemente parla di fondazioni o colonizzazioni etrusche in Campania e nell&#8217;ltalia settentrionale; 2) inoltre per la reale differenza che si percepisce, sulla base dei dati linguistici, archeologici e storiografici, fra il territorio compattamente etrusco dell&#8217;Etruria propria e le regioni esterne nelle quali convivono altre stirpi, lingue e tradizioni e nelle quali l&#8217;etruschizzazione, anche se intensa, appare comunque limitata nello spazio oltre che nel tempo.<br />
Ciò premesso, sempre sul piano generale non può sfuggire alla nostra attenzione il fatto che la espansione etrusca, lungi dal manifestarsi concentricamente attorno all&#8217;area originaria, appare orientata secondo un lungo asse longitudinale che scende a sud seguendo il versante tirrenico in direzione della Campania e sale a nord attraverso l&#8217;Appennino Tosco-Emiliano verso la pianura padana, lasciando praticamente intatto e non superato il confine orientale del Tevere che separa l&#8217;Etruria dall&#8217;Umbria.<br />
La spiegazione dell&#8217;appariscente fenomeno potrà ricercarsi, se non andiamo errati, proprio nelle condizioni dei tempi remoti ai quali risalgono le prime spinte espansive, in parte collegabili con le attività marittime, lungo il Tirreno, in parte identificabili con fattori d&#8217;attrazione delle piaghe transappenniniche, mentre meno favorevole doveva apparire una penetrazione verso l&#8217;interno della penisola anche per la forte presenza e pressione di quelle genti italiche che sono storicamente conosciute come Sabini e Umbri.</p>
<p><strong>Verso il Sud</strong><br />
Il dominio etrusco in Campania, la cui storicità fu rivendicata da una classica opera di J. Beloch contro precedenti scetticismi, è largamente comprovato dalle fonti letterarie antiche, dai documenti epigrafici e dalle testimonianze archeologiche. Gli scrittori greci e romani parlano della fondazione di una dodecapoli (Strabone, V, 4,3) evidentemente sul modello di quella dell&#8217;Etruria propria, e più specificamente dell&#8217;origine o dell&#8217;occupazione etrusca di Capua, considerata la capitale, NoIa, Nocera, Pompei e altri centri campanr.<br />
Le iscrizioni etrusche sono piuttosto abbondanti, e tra queste primeggia la tegola di Capua, che è il più lungo testo in lingua etrusca che possediamo dopo il manoscritto su tela della Mummia di Zagabria. Il materiale archeologico e le opere figurate presentano più o meno spiccate, a volte strettissime, analogie con gli aspetti e le sequenze culturali dell&#8217;Etruria fino al V secolo. Occorrerà tuttavia, per dare una più sicura e precisa dimensione storica a questo quadro generale, cercare di definirne per quanto possibile i termini geografici e cronologici.<br />
Va comunque ricordato che la presenza degli Etruschi in Campania costituisce soltanto uno dei fattori che concorrono a definire la fisionomia etnica, politica e culturale, estremamente complessa, di questa regione la cui funzione fu d&#8217;importanza primaria &#8211; e per certi aspetti ed in alcuni momenti determinante &#8211; nella storia dell&#8217;ltalia antica.<br />
Gli altri fattori sono le popolazioni indigene, variamente denominate Ausoni, Opici, Osci, Sanniti, Campani; e la colonizzazione greca. La tradizione antica fu propensa a schematizzare questa pluralità etnica nel senso di una successione di invasioni ed occupazioni: ciò che in parte, ma solo in parte, corrisponde a reali avvicendamenti storici.<br />
Più concreta appare invece la prospettiva geografica, che delimita la presenza greca alla fascia costiera del golfo di Napoli (fondazioni degli Eubei a Pithecusa, cioè lschia, e a Cuma, con estensione a Partenope o Paleopoli, donde poi Napoli; forse Rodii; più tardi Samii a Dicearchia cioè Pozzuoli; mentre altri attacchi coloniali greci s&#8217;incontrano soltanto a sud del fiume Sele); colloca l&#8217;espansione etrusca fra il golfo di Salerno e il retroterra campano, la «mesògaia», fino al fiume Volturno; riconosce alle genti indigene il carattere di generale sottofondo etnico e perduranti stanziamenti marginali specialmente a nord del Volturno; ambienta i Sanniti sull&#8217;arco montano con processo verso la pianura. È molto probabile che le origini dell&#8217;etruschizzazione della Campania siano da collocare nel quadro delle più antiche attività marittime degli Etruschi nel Tirreno, di cui si è già discorso.<br />
L&#8217;apparizione di un tipo di cultura villanoviana a Pontecagnano presso Salerno nel IX secolo con qualche riflesso verso l&#8217;interno (Valle del Tanagro), come elemento che ha tutto l&#8217;aspetto di essere intrusivo rispetto alle dominanti manifestazioni culturali locali di inumatori, e le successive sequenze in parte analoghe e parallele a quelle dell&#8217;Etruria propria, includenti, ciò che è più importante, la presenza di iscrizioni etrusche arcaiche nella stessa Pontecagnano e nell&#8217;area della penisola sorrentina fino a Castellammaredi Stabia e a Pompei, coincide piuttosto significativamente con le notizie delle fonti antiche circa il possesso etrusco del litorale salernitano, cioè del cosiddetto «agro picentino», fino alla foce del Sele e alla esistenza della colonia etrusca di Marcina.<br />
Il problema che si pone è quello del rapporto, cronologico e storico, tra questi remoti insediamenti costieri e la più vasta area del dominio territoriale etrusco interno tra il Volturno e la valle del Sarno, cioè la vera e propria Campania etrusca avente come centro principale Capua e tutta una serie di città caratterizzate dalla presenza di iscrizioni etrusche e di materiali propri di una cultura materiale di tipo etrusco (benchè di regola pertinenti ad una fase cronologica piuttosto avanzata, tra la fine del VI e la prima metà del V secolo), come Suessula, Acerra, Nola, Pompei, Nocera: queste due ultime costituenti in certo modo una cerniera con l&#8217; area sorrentino-salernitana.<br />
L&#8217;ipotesi di una netta priorità della colonizzazione costiera pel golfo di Salerno sul dominio etrusco della mesògaia campana che ne sarebbe stata quasi una tardiva conseguenza va attenuata o corretta nel senso di una possibile e probabile pluralità di antiche vie di approccio dall&#8217;Etruria propria alla Campania, e soprattutto del maturare di condizioni storiche diverse attraverso l&#8217;età arcaica.<br />
La stessa discussione sul problema dell&#8217;interpretazione dei dati tradizionali circa la cronologia della fondazione etrusca di Capua appare di secondaria importanza: i recenti scavi hanno confermato la progressiva formazione di un grosso centro fra il IX e I&#8217;VIII secolo, con caratteri indigeni ma con sensibili richiami alI&#8217; area culturale etrusca, falisca e laziale, e con una progressiva affermazione di influenze etrusche soprattutto nel VI secolo; prove sicure del carattere fondamentale etrusco della città si avranno tuttavia soltanto per gli inizi del V secolo.<br />
Si può presumere che alla primordiale colonizzazione, o protocolonizzazione, del litorale salernitano abbiano fatto riscontro penetrazioni per via terrestre (valle del Sacco e del Liri?) e per via di mare (foci del Liri e del Volturno?) verso l&#8217;ubertosa e appetibile pianura della Terra di Lavoro; e che la precoce e salda installazione coloniale greca nel golfo di Napoli (già almeno dalla metà dell&#8217;VIII secolo), chiudendo questa privilegiata via d&#8217;accesso portuosa, abbia favorito il consolidarsi di un dominio etrusco interno, a sua volta serrato ad arco attorno alla fascia d&#8217;influenza di Cuma e tendente a sfociare al mare più a sud alla foce del Sarno (Pompei) e nel golfo di Salerno in congiunzione con i vecchi scali del territorio picentino.<br />
Si disegnerebbero così, con una certa verosimiglianza, le grandi linee interpretative della storia della etruschizzazione della Campania e della sua dialettica di contrasto con la colonizzazione greca, ferma restando anche l&#8217;esistenza del problema dei rapporti con le popolazioni locali, che possiamo immaginare di coesistenza e di sovrapposizione nelle zone di più intensa occupazione etrusca, e di vicinato, scambi e influenze nelle zone marginali specialmente a nord del Volturno, come nel retroterra picentino, ma anche già forse di minacciosa irrequietezza lungo l&#8217;arco montano abitato dai Sanniti dal quale proverranno gl&#8217;impulsi e i movimenti destinati a segnare nel futuro la sorte dell&#8217;Etruria campana e dell&#8217;intera Campania.<br />
Gli sviluppi di questa storia nel V secolo appartengono tuttavia ad una fase cronologica più avanzata che sarà oggetto di trattazione successiva. La presenza e la dominazione degli Etruschi in Campania coinvolgono naturalmente il problema dell&#8217;espansione etrusca nell&#8217;area intermedia fra l&#8217;Etruria e la Campania, cioè nel Lazio.<br />
Una fase di prevalenza etrusca nella storia del Lazio è esplicitamente affermata dalla tradizione antica, con particolare riguardo ai racconti relativi alla dinastia etrusca dei Tarquini regnante in Roma tra la fine del VII e gli ultimi decenni del VI secolo; confermata largamente dalle scoperte epigrafiche e in generale dalle testimonianze archeologiche e artistiche; universalmente riconosciuta dagli studiosi moderni.<br />
Ma va subito aggiunto che, rispetto alla Campania, esiste una differenza sostanziale. Nonostante la maggiore vicinanza geografica, anzi la contiguità territoriale con l&#8217;Etruria, che manca alla Campania, non si può parlare per il Lazio di un dominio etrusco definito, unitario e stabile, tanto meno di una colonizzazione demografica, quali sono accertabili per la Campania come si è visto; si riconosceranno semmai sovranità parziali, immigrazioni di capi, influenze istituzionali e culturali, tali da giustificare l&#8217;impressione di una sorta di «protettorato» che ha la sua ragione storica, evidentissima, nell&#8217;esigenza di assicurare alle città etrusche, considerate singolarmente e nel loro insieme, il controllo delle vie di transito terrestri e marittime (cioè di appoggio al cabotaggio) verso la Campania.<br />
Ma il fondo della popolazione con la sua lingua, le sue tradizioni e le sue strutture resta non etrusco, cioè latino: ciò che senza dubbio dipende dal fatto che l&#8217;espansione etrusca a sud del Tevere, quando avviene, trova un mondo di società protostoriche già da tempo evolute, organizzate, sulla via dell&#8217;urbanizzazione e presumibilmente coscienti di una loro identità «nazionale», quale è quello che ci si rivela attraverso le scoperte archeologiche soprattutto recenti e recentissime, con le sue fasi di cultura «protolaziale» o «albana» dei crematori della fine dell&#8217;età del bronzo e del principio dell&#8217;età del ferro (X-IX secolo) e di cultura dei fiorenti centri di inumatori dell&#8217;VIII-VII secolo tipicamente esemplificata dalla grande necropoli di Decima.<br />
La penetrazione degli Etruschi non sembra anteriore al VII secolo. Essa appare preceduta da una serie di scambi tra i territori dell&#8217;una e dell&#8217;altra sponda del Tevere, che tuttavia non alterano la sostanziale diversità della loro fisionomia culturale: basti pensare che gli aspetti caratteristici della civiltà villanoviana, che pure raggiungono le lontane coste del Salernitano, sono ignoti al Lazio (come del resto al territorio falisco pur situato sulla sponda etrusca). Viceversa è notevole la diffusione nel villanoviano dell&#8217;urna cineraria in forma di capanna che ha la sua origine e il suo epicentro nell&#8217;area laziale. I rapporti culturali piuttosto stretti esistenti tra il Lazio e i territori di Capena e di Falerii fra il IX e il VII secolo si giustificano con l&#8217;identità del fondo etnico-linguistico.<br />
Ma si può parlare anche di una più vasta rete di connessioni che include Veio, il territorio capenate e falisco e Roma. D&#8217; altra parte su questa zona medio-tiberina deve aver pesato, in questo stesso periodo, anche un altro elemento di indubbia rilevanza storica, e cioè la pressione degl&#8217;italici Sabini discesi dall&#8217;interno della penisola lungo la valle del Tevere fino a raggiungere Roma e ad essere implicati nelle sue stesse origini.<br />
Una concreta presenza etrusca nel Lazio è attestata dalle tombe principesche di Palestrina, l&#8217;antica Praeneste (tombe Castellani, Bernardini, Barberini) databili intorno al secondo quarto del VII secolo, caratterizzate da fasto si corredi orientalizzanti per molti aspetti analoghi a quelli di Caere e dalla presenza di un&#8217;iscrizione etrusca; inoltre dalla tomba a tumulo pure orientalizzante scoperta a Lavinio, la città sacra costiera a sud di Roma, sotto un più tardo sacrario ricordato dagli antichi come «tomba di Enea»; nonche dai sepolcri e dai depositi votivi di Satricum includenti una iscrizione etrusca della fine del VII secolo.<br />
etrusca dei Tarquini negli ultimi decenni del VII secolo, con la «chiamata al potere» di Tarquinio Prisco in sostituzione del re sabino Anco Marcio; ne per quanto sappiamo esistono indizi archeologici a favore di una presenza etrusca in Roma prima di quel momento. Tutti questi dati esigono un tentativo d&#8217;interpretazione storica. È possibile che la richiesta di sicurezza dei confini delle città etrusche meridionali, Caere e Veio, e di aperture commerciali e politiche verso il sud abbiano imposto, nel momento di massima fioritura della potenza tirrenica, la creazione di punti di controllo e l&#8217;imposizione di signorie etrusche nei centri locali, sia all&#8217;interno in direzione della cruciale via della valle del Sacco (come è presumibile per Palestrina), sia lungo la costa fino a quel territorio dei Rutuli (e poi dei Volsci) che Catone ricordava sotto il dominio etrusco.<br />
Il «ritardo» di Roma &#8211; pur divisa dall&#8217;Etruria solo da un guado, e dunque naturalmente esposta per prima ad un ingresso degli Etruschi nel Lazio &#8211; costituisce un problema la cui spiegazione potrà ricercarsi, oltre che nella stessa grandezza e potenza autonoma di un centro in rapido sviluppo (tanto che già nel VII secolo, stando alla tradizione, era stato in grado di distruggere Albalonga, cioè di imporre il suo predominio sulle antichissime comunità albane nel cuore del Lazio), anche e soprattutto nell&#8217;ostacolo rappresentato dai Sabini allora presenti e presumibilmente predominanti a livello di direzione politica in Roma stessa (contro i Sabini appunto si manifesterà poi, sempre secondo la tradizione, la principale attività militare di Tarquinio Prisco assurto al potere regio).<br />
Alla tradizione annalistica raccolta dalla grande storiografia romana (specialmente Livio e Dionisio D&#8217;Alicarnasso) circa gli eventi dinastici e socio-politici di Roma dalla fine del VII e per tutto il VI secolo non possiamo più negare oggi, sia pure con ogni riserva e prudenza critica, una sostanziale veridicità storica. Combinata con altre versioni collaterali delle fonti antiche e parzialmente confermata dai dati epigrafici e archeologi ci (cioè topografico-monumentali e artistici), essa ci offre un quadro sufficientemente perspicuo della presenza etrusca a Roma e nel Lazio.<br />
Prescindendo dai particolari aneddotici e dall&#8217;autenticità individuale dei personaggi &#8211; di cui tuttavia non è da diffidare a priori (si pensi ad esempio alla spiccata verosimiglianza di una figura come quella della regina Tanaquil, con il suo prenome femminile etrusco Thanachvil di larga diffusione nella epigrafia arcaica, nata da nobile famiglia tarquiniese ed esperta nell&#8217;interpretazione dei prodigi celesti secondo la scienza degli Etruschi: Livio, I, 34) -, noi possiamo riconoscere l&#8217;esistenza di una fase iniziale di affermazione e di consolidamento della sovranità etrusca in Roma, e di etruschizzazione di Roma, collocabile tra gli ultimi decenni del VII e i primi decenni del VI secolo e sia pure convenzionalmente definibile come «età di Tarquinio Prisco».<br />
Dobbiamo ritenere che allora l&#8217;aggregato romano abbia assunto il suo volto definitivo di città unitaria ed organizzata, con una cinta difensiva, la creazione di uno spazio pubblico (il foro) distinto dalle abitazioni private, l&#8217;attrezzatura dell&#8217;arce del Campidoglio con l&#8217;inizio della costruzione del tempio di Giove Capitolino, secondo esplicite notizie delle fonti letterarie; ed effettivamente le scoperte archeologiche sembrano far risalire a questo periodo le prime stabili costruzioni architettoniche civili e religiose con le loro decorazioni di terracotta, soprattutto alla Regia (presumibile santuario-dimora ufficiale dei re) e al Comizio, sopra tracce di tombe e capanne più antiche.<br />
Sul piano politico e sociale si presumeranno l&#8217;avvento e la supremazia di una classe dirigente etrusca, che possiamo pensare installata di preferenza con le proprie dimore ai piedi del Campidoglio tra la valle del Foro e il guado tiberino, in quello che sarà il futuro Vicus Tuscus: ne abbiamo testimonianze dalle iscrizioni etrusche, di cui due provenienti dall&#8217;adiacente area sacra di S. Omobono (una specialmente, incisa su una placchetta d&#8217;avorio in figura di leoncino, menziona un Araz Silqetenas Spurianas di possibile origine tarquiniese come lo stesso re Tarquinio secondo la tradizione); il carattere prevalentemente aristocratico della struttura dei poteri della città al principio del VI secolo potrebbe trovare una conferma indiretta anche nell&#8217;iscrizione dedicatoria latina del cosiddetto vaso di Duenos, se duenos è termine generico indicante una qualità sociale del donante (= bonus, cioè «nobile»).<br />
È importante notare che le iscrizioni in lingua etrusca sembrano essere tutte di carattere privato, mentre il testo del famoso cippo del Lapis Niger nel Foro Romano, ormai con sicurezza databile in questo periodo e riferibile a prescrizioni di cerimonie sacre del re nel Comizio, è scritto in latino e pertanto documenta, nonostante la sovranità etrusca, l&#8217;uso del latino come lingua ufficiale dello stato.<br />
Gli eventi e i personaggi del regno di Servio Tullio succeduto a Tarquinio Prisco, nei decenni centrali del VI secolo, ci appaiono in verità ricordati dalla storiografia romana con particolari drammatici, in parte fiabeschi e talvolta persino contraddittori (origini oscure, comunque non etrusche, del protagonista; irregolarità formali della sua assunzione al potere; riforme e popolarità, per cui pote essere più tardi esaltato come fondatore delle libertà repubblicane e persino ispiratore della costituzione della repubblica: esplicitamente Livio, I, 60; imparentamento e rivalità con la famiglia dei Tarquini, di perdurante potenza, culminanti nella sanguinosa «presa di potere» di Tarquinio il Superbo), tali da far pensare ad un racconto in qualche modo sistematizzato che nasconda situazioni, avvenimenti e processi istituzionali assai più complessi.<br />
Il riferimento dell&#8217;imperatore Claudio, nel suo discorso al Senato registrato dalle Tavole di Lione (C.I.L. XIII, 1668), a una tradizione etrusca che identificava Servio Tullio con Mastarna compagno di gesta di Caelius Vibenna eponimo del Monte Celio apre il discorso sulla fondata possibilità di inserire in questo periodo &#8211; che potremmo anche qui definire convenzional-mente come «età serviana» &#8211; tutti gli avvenimenti e personaggi connessi con il «ciclo» semileggendario delle avventure dei fratelli Celio (o Cele) e Aulo Vibenna (nella forma etrusca Caile e Avle Vipina) e di Mastarna o Maxtarna (etrusco Macstrna), citate in numerosi e vari accenni delle fonti letterarie e raffigurate nelle pitture della Tomba Francois di Vulci oltre che in qualche altrò monumento minore. Si tratta di un&#8217; azione militare o di un complesso di azioni militari, presumibilmente tendenti al formarsi di una grossa «signoria» nel cuore dell&#8217;Etruria meridionale e su Roma stessa, condotta dal «nobile duce» Celio Vibenna con il fratello Aulo, ambedue originari di Vulci (Festo, Arnobio), e con il «fedelissimo compagno» (Claudio) Mastarna, oltre che con altri camerati di varia estrazione, un Larth Ulthe, un Marce Camitlna e un Rasce (l&#8217;«etrusco»?) forse di condizione servile (Tomba Francois).<br />
È dubbio se questa sconvolgente iniziativa sia partita da un tentativo ufficiale di affermazione egemonica della città di Vulci, che comunque più tardi sembra essersene appropriata la gloria come provano le pitture della Tomba Francois; in ogni caso s&#8217;incontrò l&#8217;opposizione di altre città tra cui Volsinii e Roma, i cui capi coalizzati (Larth Papathna di Volsinii, Pesna Arcmsna di Sovana? , Cneve Tarchunie di Roma), dopo aver catturato lo stesso duce nemico Celio Vibenna &#8211; liberato dall&#8217;amico Mastarna -, furono a loro volta sconfitti e a quanto sembra massacrati (Tomba Francois).<br />
Ne conseguì la mano libera su Roma, con il presumibile abbattimento del potere dei Tarquini che forse in origine avevano favorito l&#8217;azione dei Vibenna (Tacito, Festo), l&#8217;installazione di questi ultimi al margine della città (sul Celio?), infine con la morte di Celio il probabile passaggio del dominio di Roma ad Aulo &#8211; il cui cranio trovato sul Campidoglio farebbe parte di una storiella pseudoetimologica tendente a spiegare il nome Capitolium come «caput Oli regis» &#8211; e quindi a Mastarna, cioè, secondo le fonti di Claudio, a Servio Tullio.<br />
L &#8216;insieme di questi fatti potrebbe collocarsi tra la fine del regno di Tarquinio Prisco e l&#8217;inizio del «regno» di Servio Tullio, diremmo attorno ai tempi di passaggio dal primo al secondo venticinquennio del VI secolo (Tacito, Ann.. IV, 65 accenna a Tarquinio Prisco, ma da storico prudente avverte che per i rapporti con i Vibenna potrebbe essersi trattato anche di «un qualsiasi altro re»: ed effettivamente nella Tomba Francois appare un Cneve Tarchunie, un Gneo Tarquinio, del tutto ignoto alla tradizione storiografica canonica).<br />
La cronologia proposta, e diciamo pure la storicità dell&#8217;intera saga dei Vibenna e di Mastarna, trova una luminosa concreta conferma archeologica nella scoperta a Veio dell&#8217;iscrizione dedicatoria di un Avile Vipiiennas, recante in forma arcaica l&#8217;identica formula onomastica di Aulo Vibenna e databile nella prima metà del VI secolo.<br />
Abbiamo dunque ragioni per credere che in questo periodo i legami fra Roma e l&#8217;Etruriasiano stati rafforzati dalla presenza di elementi e di poteri diversi dalla dinastia dei Tarquini. La questione diventa più complessa per quanto riguarda l&#8217;interpretazione storica del personaggio Mastarna che, pur nel suo stretto vincolo con i Vibenna, non ci appare necessariamente di origine etrusca: il suo nome singolo ha tutta l&#8217;apparenza di un appellativo qualificante o di un titolo, per di più chiaramente riferibile alla parola latina mogister con l&#8217;aggiunta del suffisso aggettivale etrusco -no.<br />
Ciò ha indotto alcuni studiosi moderni a supporre l&#8217;esistenza a Roma già in età regia della funzione del mogister populi che all&#8217;inizio della repubblica avrebbe sostituito il potere del re come magistratura suprema unica di dittatura ordinaria, collegata al concetto di populus quale totalità dei cit- tadini, in un quadro tendente a trasformare lo stato in una comunità egualitaria contro la supremazia delle vecchie oligarchie gentilizie.<br />
Il «re» Servio Tullio, al quale la tradizione attribuiva la riforma centuriata, potrebbe essere stato il promotore di questo rinnovamento ed egli stesso esponente dell&#8217;affermazione delle nuove classi sociali in qualità di mogister populi (donde l&#8217;identificazione con Mastarna) in contrasto con l&#8217;ordine preesistente rappresentato dalla dinastia dei Tarquini; la sua azione politica, dopo la parentesi della reazione tirannica di Tarquinio il Superbo negli ultimi decenni del VI secolo, sarebbe stata destinata a trionfare con l&#8217;inizio della repubblica.</p>
<p><strong>Verso il Nord</strong><br />
Passando a considerare l&#8217; opposta direttiva dell&#8217; espansione terrestre degli Etruschi, cioè l&#8217; Italia settentrionale, dobbiamo dire che anche qui esistono zone per le quali si può parlare, come per la Campania, di una occupazione stanziale, cioè di un dominio di popolamento, che s&#8217;incentra essenzialmente nell&#8217;attuale Emilia- Romagna a contatto con l&#8217;Etruria propria attraverso i passi del crinale appenninico. Le fonti antiche alludono insistentemente ad una colonizzazione e del pari alla fondazione di dodici città, di riflesso delle dodici città dell&#8217;Etruria propria.<br />
Si aggiunga il ricordo di un&#8217;azione colonizzatrice particolarmente antica, adombrata nella leggenda che l&#8217;attribuiva principalmente a Tarconte, l&#8217;eroe delle origini eponimo e fondatore di Tarquinia (versioni citate negli Scholia Vernonesia e in Servio, ad Aen., X, 200, specialmente a proposito delle origini di Mantova). Una derivazione ravvicinata dalle zone dell&#8217;Etruria settentrionale interna si percepisce d&#8217;altra parte nelle tradizioni relative alla fondazione di Felsina (Bologna) e di Mantova da parte di Ocnus (altrimenti Aunus, forse da Aucnus) figlio o fratello di Aulestes, a sua volta fondatore di Perugia.<br />
Emiliano è larghissimamente testimoniata dagli scrittori classici, storici e geografici, e confermata dall&#8217;archeologia con estrema dovizia di dati incontestabili, inclusi i documenti epigrafici.<br />
Si tratta ora di precisare, nei limiti del possibile, i tempi, i luoghi, i caratteri e gli sviluppi di questa occupazione.<br />
Nella più diffusa tradizione degli studi moderni la conquista etrusca dei territori della pianura padana, cioè di quella che suol definirsi appunto «Etruria padana», avrebbe avuto luogo con notevole ritardo rispetto alla nascita dell&#8217;Etruria propria, e cioè non prima della fine del VI secolo, quando a Bologna, a Marzabotto e a Spina &#8211; i centri archeologicamente più significativi dell&#8217;etruschismo nordico &#8211; appaiono i primi segni di una civiltà d&#8217;inconfondibile impronta etrusca e con iscrizioni etrusche.<br />
Questa tesi fu proposta dai primi scavatori delle necropoli bolognesi e in particolare sostenuta da E. Brizio in rapporto alla generale teoria della provenienza degli Etruschi dall&#8217;oriente e della loro sovrapposizione agli Umbri identificati con i «Villanoviani», tenuto conto del perdurare della cultura villanoviana a Bologna fino all&#8217;inoltrato VI secolo e dell&#8217;apparente distacco topografico fra i sepolcreti appartenenti a questa cultura e le tombe di tipo «etrusco».<br />
Ma questa interpretazione è già stata oggetto in passato di più o meno cauti dubbi, ed ora crediamo di poter affermare con sufficiente fondatezza che l&#8217;apparizione, tutto sommato localmente improvvisa, del villanoviano nel IX secolo debba considerarsi la manifestazione esteriore di un iniziale passaggio di elementi etruschi dalla Toscana oltre l&#8217;Appennino, e ciò non soltanto per le valutazioni precedentemente espresse sul significato etnico della diffusione villanoviana in generale, ma anche proprio per l&#8217;indizio, non da sottovalutare, di quelle tradizioni che associavano in qualche modo la colonizzazione padana con i tempi delle origini della nazione etrusca.<br />
Che a Bologna in età villanoviana già si parlasse etrusco sembrerebbe del resto dimostrato dalla recente individuazione di una iscrizione etrusca incisa sopra un vaso della fase tardo-villanoviano di Arnoaldi, databile intorno al 600 a.C., cioè assai prima della supposto «conquista etrusca» della fine del VI secolo. Un altro motivo che collega ab antiquo il villanoviano transappenninico alla grande matrice dell&#8217;Etruria tirrenica si coglie nella sua stessa localizzazione geografica, che è rappresentata da due zone limitate immediatamente aderenti all&#8217;Appennino: la prima in Emilia, a Bologna e nei suoi immediati dintorni, in corrispondenza dello sbocco delle valli dei fiumi Reno e Savena, cioè dei passi Piastre-Collina e Futa; la seconda in Romagna, a Verucchio, San Marino ed altre località minori, in corrispondenza e a guardia della valle del Marecchia con i suoi raccordi montani all&#8217;alto bacino del Tevere e al Casentino.<br />
Esse hanno veramente tutta l&#8217;apparenza di due &#8220;teste di ponte&#8221; dall&#8217;Etruria verso la pianura padana e la costa adriatica. La cultura villanoviana di Verucchio si evolve dal IX fino al VI secolo attraverso almeno tre fasi, di cui soprattutto la seconda presenta singolari affinità con il villanoviano evoluto dell&#8217;Etruria meridionale, mentre la terza fase, in cui pur resta dominante la cremazione, appare già largamente imbevuta di elementi orientalizzanti; assai notevoli e comprensibili in ogni caso sono i rapporti con le vicine culture medio-adriatiche di Novilara e del Piceno.<br />
Alla possibilità di una remota penetrazione etrusca lungo le coste del Mare Adriatico si ricollega l&#8217;esistenza dell&#8221;&#8216;isola&#8221; villanoviana di Fermo nelle Marche, in piena zona di cultura picena, con caratteristiche anche qui di forti somiglianze con il villanoviano dell&#8217;Etruria meridionale; non sembra incongruo citare in proposito il ricordo di una fondazione tirrenica, cioè etrusca, del santuario di Hera a Cupra a non grande distanza da Fermo (Strabone, V, 4, 2): è immaginabile una sia pur modesta attività marittima sull&#8217; Adriatico analoga a quella coeva sul Tirreno?<br />
Per quel che riguarda il villanoviano dell&#8217;Emilia è eviqente che esso ha attirato e attira in modo preminente l&#8217;attenzione degli studiosi non soltanto per la priorità delle scoperte risalenti a circa la metà del secolo scorso e per la ricchezza dei materiali, ma anche e soprattutto per la possibilità di sistematiche classificazioni topografi-che e cronologiche e per la continuità di vita storica del suo maggiore centro, Bologna.<br />
L&#8217;area circostante in pianura, entro limiti piuttosto ristretti segnati dai corsi del Panaro e del Santerno e, a nord, del Reno presenta insediamenti di villaggi con tutto l&#8217;aspetto di una specifica occupazione agricola (ne si può escludere che proprio la disponibilità di queste estese terre coltivabili abbia primamente attratto gli abitatori delle zone a sud dell&#8217;Appennino); ma l&#8217;occupazione si addensa essenzialmente a Bologna che via via assumerà il carattere di un aggregato protourbano.<br />
Ed è a Bologna che noi cogliamo le linee di uno sviluppo che va dal IX al VI secolo, distinto in quattro fasi successive (più o meno corrispondenti ai periodi già designati con i nomi delle località dei sepolcreti: Savena-San Vitale, Benacci I, Benacci II, Arnoaldi), delle quali le ultime appaiono progressivamente imbevute di elementi orientalizzanti, pur nella tradizionale fedeltà al rito della cremazione, con l&#8217;apparizione di stele funerarie scolpite e il sostituirsi ai vecchi cinerari biconici di cinerari in forma di situle (secchie) con decorazione stampigliata.<br />
È difficile dire quale impatto possano aver avuto le prime penetrazioni etrusche a nord della catena appenninica con le popolazioni locali di là dalle sfere, ripetiamo limitate, della presenza villanoviana. Di queste altre popolazioni sappiamo del resto poco o nulla, anche dal punto di vista della documentazione archeologica che per il resto dell&#8217;area emiliano-romagnola e in generale per la Padania orientale risulta ancora scarsamente conosciuta durante l&#8217;età del ferro, mal distinguibile dalle sopravvivenze della tarda età del bronzo che fu comunque fiorente in queste zone (notevole, anche se priva di significato storico dato il dislivello cronologico, è la netta contrapposizione tra l&#8217;area delle terremare del bronzo nell&#8217;Emilia occidentale e l&#8217;area di occupazione villanoviana dell&#8217;età del ferro).<br />
Fa, bene inteso, eccezione il grosso e netto complesso di manifestazioni della civiltà Paleoveneta a nord del Pò e dell&#8217;Adige, con il suo svolgimento parallelo a quello del villanoviano emiliano e la sua certa connotazione etnica.<br />
Un fenomeno protostorico ben definito che sembra fronteggiare a nord della grande piana fluviale il fenomeno villanoviano esteso ai piedi dell&#8217;Appennino, cioè già i Veneti di fronte agli Etruschi, e con influenze culturali via via crescenti sull&#8217;area emiliana, sensibili soprattutto nell&#8217;ultima fase bolognese di Arnoaldi.<br />
Sui fatti della Romagna, non rileno incerti di quelli emiliani per i tempi più antichi, si potrà accennare soltanto ad osservazioni sporadiche specialmente in zone montane, con particolare riguardo alle tombe di guerrieri in circoli di pietra di San Martino in Gattara nell&#8217;alta valle del Lamone, che per altro non sono anteriori alla fine del VI secolo e che possono oggi attribuirsi con certezza, più che a genti indigene (o peggio a supposti invasori gallici), all&#8217;avanzata verso il nord di Italici umbri, dei quali si avrà occasione di riparlare.<br />
In sostanza la espansione protostorica degli Etruschi verso la pianura padana e la costa adriatica non deve aver trovato rilevanti ostacoli in preesistenze probabilmente non dense e forse attardate; in ogni caso essa deve esser rimasta contenuta ai margini dello spartiacque appenninico con aspetti economici, sociali e culturali di sostanziale conservatorismo rispetto all&#8217;Etruria propria (ciò che tuttavia non esclude un pro gresso, accelerato tra il VII e il VI secolo, sia negli scambi con le aree esterne tirrenica, veneta e medio-adriatica, sia negli aspetti interni delle forme di vita e del lusso: specialmente a Verucchio, dove più che a Bologna s&#8217;intravvede il formarsi di gerarchie economico-politiche e conseguenti emergenze culturali).<br />
Il solo indizio, sia pure discutibile e discusso, di una politica attiva oltre i limiti dell&#8217;Emilia centrale e interessata alla difesa degli equilibri dell&#8217;intera pianura padana parrebbe riconoscersi nella notizia di Livio (V, 34) sulla battaglia combattuta, e perduta, dagli Etruschi nelle vicinanze del Ticino contro i Galli discesi in Italia con Belloveso e Segoveso ai tempi del re Tarquinio Prisco e della fondazione focea di Marsiglia, cioè intorno al 600 a.C., se questa cronologia alta dell&#8217;invasione celtica è accettabile come crediamo: saremmo comunque in un periodo avanzato di Bologna villanoviana, corrispondente alla fase Arnoaldi, e curiosamente proprio ai tempi nei quali si data la prima iscrizione etrusca sopra ricordata.<br />
Ma la grande espansione etrusca nel nord, con la sua massima estensione e con la pienezza e ricchezza delle sue più caratteristiche espressioni, deve collocarsi effettivamente non prima degli ultimi decenni del VI secolo, quale probabile conseguenza di avvenimenti economici e politici di portata assai più vasta riguardanti non soltanto l&#8217;Etruria, ma l&#8217;intera area italiana e i mari circostanti.<br />
È in questo momento, e soprattutto a partire dagli inizi del V secolo, che l&#8217;incipiente crisi della potenza marittima etrusca nel Tirreno può aver richiamato allo sbocco adriatico; che lo sviluppo dei centri dell&#8217;Etruria interna (Volsinii, Perugia, Chiusi, Volterra, Fiesole) può aver favorito un più pressante interesse per gli aperti territori d&#8217;oltre Appennino e determinato nuove ondate di migrazione verso il nord; che l&#8217;incremento dei traffici con l&#8217;Europa centrale attraverso le Alpi ed in pari tempo la minacciosa pressione dei Celti già dilaganti nella pianura padana possono aver reso necessario un consolidamento ed un ampliamento della presenza etrusca nell&#8217;ltalia settentrionale trasformandola in vero e proprio dominio.<br />
Di fatto vediamo ora trasformarsi l&#8217;antico centro bolognese in città, l&#8217;etrusca Felsina; nascere subitaneamente nella media valle del Reno, quale stazione viaria, ma probabilmente anche come centro d&#8217;interesse minerario, Marzabotto (cui si ritiene di attribuire il nome antico di Misa), con la sua esemplare pianta regolare a strade incrociate di tipo ortogonale che gli dà una così evidente impronta di &#8220;colonia&#8221;; fiorire sul mare alla foce di un antico ramo del Po la grande città di Spina aperta ad ogni traffico e ad ogni presenza e influenza dei Greci, e più a nord Adria condominio degli Etruschi e dei Veneti (sui quali ormai si riversa il prestigio culturale etrusco).<br />
Nell&#8217;antica area marittima romagnola è ricordato e in parte attestato il possesso etrusco di Ravenna; il controllo degli Etruschi si estende anche all&#8217;Emilia occidentale almeno fino all&#8217;Enza e forse oltre (certamente contenuto dall&#8217;opposta avanzata celtica: priva di fondamento è l&#8217;etruscità e comunque incerta l&#8217;ubicazione di Melpum già da molti ritenuto un avamposto etrusco in Lombardia); sicuramente fu passato il Po verso le Alpi come provano le tradizioni dell&#8217;origine etrusca di Mantova e taluni indizi culturali ed epigrafici, con preminente attrazione verso la valle dell&#8217;Adige quale canale di comunicazioni transalpine fra il territorio dei Veneti e l&#8217;espansione dei Celti, donde la tradizione liviana dell&#8217;origine etrusca dei Reti.<br />
La civiltà etrusca nell&#8217;Italia settentrionale tra la fine del VI e l&#8217;inoltrato IV secolo è rappresentata tipicamente a Bologna, come nei centri coevi e archeologicamente emergenti di Marzabotto e di Spina, dalla fase culturale tradizionale detta della Certosa (da uno dei più rappresentativi sepolcreti bolognesi): la caratterizzano abbondanti arredi di tipo etrusco, larghissime importazioni di ceramica greca attica, il diffondersi del rito funebre dell&#8217;inumazione, le stele sepolcrali figurate (essenzialmente a Bologna), le iscrizioni etrusche.<br />
Alcuni di questi elementi possono suggerire qualche fondata ipotesi sulle correnti d&#8217;origine, dall&#8217;Etruria propria, del popolamento e delle influenze culturali di questa grandiosa &#8220;colonizzazione&#8221;. Molti indizi archeologici, epigrafici e onomastici ci riportano, con indubbia verosimiglianza storico-geografica, alle città dell&#8217;Etruria settentrionale interna quali Chiusi, Volterra e Fiesole (si pensi tra l&#8217;altro alla comune seppur differenziata produzione delle stele nel volterrano, attorno a Fiesole e a Bologna); transiti diretti ed antichi furono senza dubbio le medie valli appenniniche. Ma esistono anche tracce di influenze provenienti dall&#8217;Etruria meridionale che potrebbero far sospettare una direttiva risalente lungo la valle del Tevere, tramite Volsinii e Perugia, fino a raggiungere la costa adriatica: ciò che da un lato ci consente di richiamare la saga &#8220;perugina&#8221; di Aulestes e di Ocnus, da un altro lato ci fa pensare alle remote affinità del villanoviano romagnolo e di Fermo con il villanoviano sud-etrusco.<br />
Quali che siano le provenienze e i fattori di alimentazione dell&#8217;etruscità padano-adriatica, certo essa acquistò nel V secolo una sua individualità e compattezza, attorno ai centri maggiori (dalla polarità interna di Felsina a quella marittima di Spina), oltreche una sua straordinaria rilevanza storica-economica, politica, culturale, tale da giustificare la tradizione della dodecapoli nordica contrapposta alla dodecapoli tirrena.<br />
Ma dello sviluppo e della sorte finale di queste città e di questo dominio si tratterà in modo più specifico nel quadro della successive vicende del mondo etrusco.<br />
Non può tralasciarsi infine un cenno a quell&#8217;altra direttiva di espansione etrusca verso il nord che è rappresentata dalla Liguria. Ci troviamo di fronte a premesse e a situazioni storiche del tutto diverse, in cui l&#8217;attività marittima deve aver avuto la sua parte di naturale rilevanza rispetto a possibili conquiste o installazioni terrestri, con qualche analogia (per altro vaga e diremmo embrionale) con i fenomeni dell&#8217;avanzata e della presenza etrusca nel mezzogiorno. Il territorio compreso tra le foci dell&#8217; Amo e la valle del Magra, cioè la Versilia e la Lunigiana, fu certamente investito da una penetrazione etrusca già in età arcaica, anche se prevalentemente abitato da popolazioni liguri e con una certa fluttuazione nel tempo tra Etruschi e Liguri: lo attestano le fonti antiche (seppure con ambiguità nella sua attribuzione alle due stirpi), alcune testimonianze archeologiche ed epigrafiche, oltre che la finale attribuzione di queste zone all&#8217;Etruria augustea; ma la stessa Pisa, pur nella importanza della sua posizione geografica alla foce dell&#8217;Arno, non sembra essere mai stata tra le maggiori città etrusche, collocandosi in una zona marginale del territorio di Volterra e quasi di confine rispetto al resto dell&#8217;Etruria; mentre Luni avrà anch&#8217;essa un suo autentico e grosso sviluppo urbano soltanto alla fine della civiltà etrusca.<br />
Fra l&#8217;Etruria padana e le penetrazioni etrusche in territorio ligure non sono pensabili coerenti rapporti sia per l&#8217;interposta area montuosa tenuta da primitive e notoriamente bellicose tribù locali, sia anche e soprattutto per l&#8217;avanzata dei Celti.<br />
Una progressione terrestre verso occidente non sembra del resto aver superato la Magra; mentre è probabile, e comprovata da iscrizioni etrusche, una presenza commerciale etrusca, forse anche al limite di un controllo &#8220;coloniale&#8221; ; nel centro portuale di Genova; più oltre le attività marittime verso le coste provenzali debbono aver trovato un fermo nelle istallazioni greche, effettivamente coloniali, di Monaco e di Nizza.</p>
<p><strong>L&#8217;alleanza cartaginese e gli scontri con i Greci e con Roma</strong><br />
Le fonti storiche greche ci parlano per il VI secolo a.C. di accese rivalità &#8220;internazionali&#8221; per il controllo delle rotte marittime, dandoci notizia di vere e proprie battaglie navali tra Greci ed Etruschi. Così, ad esempio, nel caso della battaglia combattuta l&#8217;anno 535 a.C. circa, nelle acque del Mare Sardo, della quale ci informa Erodoto.<br />
Si tratta di uno degli episodi più salienti di tutta la storia etrusca, provocato dall&#8217;intrusione greca nel &#8220;mare di casa&#8221; degli Etruschi e, in particolare, dalla fondazione, intorno al 565 a.C., della colonia di Alalie (Aleria) sulla costa orientale della Corsica. Protagonisti di questa impresa erano stati i profughi della città di Focea, nella Ionia asiatica, che per sfuggire alla minaccia persiana si erano trasferiti a più riprese in Occidente e, attorno al 600 a.C., si erano stabiliti alle foci del Rodano fondandovi Massalie (Marsiglia).<br />
Gli scali marittimi e le stazioni commerciali che i Massalioti avevano installato nel Golfo del Leone e sulle coste del Mar Ligure misero così in crisi il commercio etrusco. Quando l&#8217;ultima ondata di Focei provenienti dalla madre patria occupati dai Persiani si stabilì in Corsica, gli etruschi furono costretti a reagire. A muoversi fu Cere, la quale si alleò con Cartagine, anch&#8217;essa seriamente danneggiata nei suoi interessi commerciali dall&#8217;intrusione focea. L&#8217;alleanza condusse allo scontro armato al quale presero parte sessanta navi dei Focei e altrettante di Etruschi e Cartaginesi.<br />
Stando sempre a Erodoto, a vincere furono i Greci, ma la vittoria rimase senza frutto &#8220;poiché &#8211; scrive lo storico &#8211; quaranta delle loro navi furono distrutte e le restanti rese inservibili&#8221;, sicché &#8220;essi tornarono ad Alalie, presero a bordo i figli, le donne e quanto dei loro beni potevano trasportare e, lasciata la Corsica, partirono verso Reggio&#8221;.</p>
<p>Alcuni dei prigionieri focesi furono portati a Cere e lapidati. Coloro che passavano sul luogo dell&#8217;eccidio, racconta ancora Erodoto, animali o uomini, &#8220;diventavano rattrappiti, storpi o paralitici&#8221;. Gli Etruschi mandarono allora a interrogare l&#8217;oracolo di Delfi, il quale ordinò loro di celebrare sacrifici e di tenere ogni anno giochi per placare le anime dei Focesi massacrati.<br />
Il successivo clamoroso episodio della lotta per il predominio del Mediterraneo di verificò agli inizi del V secolo a.C. nel 480 a.C. quando i Greci di Sicilia, accettando la supremazia dei Siracusani, affrontarono a Imera i Cartaginesi sbarcati in forze nell&#8217;isola sotto la guida di Amilcare. La sconfitta dei Cartaginesi fu un colpo anche per gli etruschi, benché non avessero partecipato direttamente al conflitto. Qualche anno dopo, nel 474 a.C., essi dovettero affrontare Cuma, ribelle al loro predominio in Campania, e il tiranno siracusano Gerone, da Cuma chiamato in soccorso. Furono sconfitti in una memorabile battaglia navale presso Capo Miseno, che segnò l&#8217;inizio del declino della loro potenza sul mare.<br />
I Greci cominciarono ad assalire e saccheggiare le località etrusche della costa tirrenica, creando così un calo delle attività produttive degli Etruschi, che non potevano fare più affidamento sull&#8217;esportazione. Durante una spedizione siracusana, vennero saccheggiate Vetulonia e Populonia.<br />
Anche sull&#8217;Adriatico gli Etruschi avevano cercato di espandersi. Tappe fondamentali la fondazione di Marzabotto, una sorta di stazione intermedia in Emilia sul percorso verso il delta del Po, e di Spina, sul mare. Spina era un emporio molto vivace, frequentato dagli Ateniesi, fino al IV secolo a.C., quando la presenza di questi sull&#8217;Adriatico cominciò ad essere contrastata e alla fine soppiantata dai Siracusani. Incidentalmente, era da questi mercati adriatici che transitava l&#8217;ambra, la resina giallastra reperibile sul Baltico, usata in gioielleria, per la quale donne, ma anche uomini, andavano matti. Ragioni economiche più che mire espansionistiche spiegano dunque il dilatarsi della presenza etrusca a nord e a sud della penisola.<br />
Nel corso del V secolo a.C. due gravi pericoli si affacciarono ai due estremi del mondo etrusco: a nord, la pressione delle tribù celtiche penetrate da tempo in Italia attraverso le Alpi; a sud, l&#8217;incipiente espansionismo di Roma la quale, scaduta la tregua del 474 a.C., riprese con determinazione la guerra contro Veio. Nel 396 a.C. Veio venne conquistata e distrutta, mentre il suo territorio fu incorporato nello Stato romano. Nello stesso anno della caduta di Veio, le fonti storiche parlano di occupazione da parte dei Galli della prima città dell&#8217;Etruria padana: una non meglio precisata Melpum che alcuni pensano di localizzare nei pressi di Milano o persino di identificare con essa.<br />
Nell&#8217;Etruria meridionale, intanto, due fatti nuovi vennero a caratterizzare il IV secolo a.C. Da una parte ci fu la progressiva emarginazione di Cere che, sia pure pacificamente, finì col soccombere all&#8217;alleata Roma, alla quale cedette il suo antico ruolo. Da un&#8217;altra parte, ci fu invece il ritorno di Tarquinia, la quale grazie ad una accorta politica di sfruttamento delle risorse agricole del suo territorio, riuscì a superare la crisi che l&#8217;aveva lungamente abbattuta e a rifiorire, con ricchezza e potenza.<br />
Ma l&#8217;accresciuta potenza e la sua stessa posizione geografica, portarono Tarquinia ad una situazione di antagonismo con Roma, che portò alla guerra scoppiata nel 358 a.C. e che si concluse nel 351 a.C. senza vincitori né vinti, ma con una tregua quarantennale. Intanto sul fronte settentrionale finiva l&#8217;Etruria padana: nella seconda metà del IV secolo infatti l&#8217;onda celtica travolse tutti i centri etruschi della regione, compreso quello più importante di Felsina (Bologna), occupata dai Galli.<br />
Alla fine del IV secolo a.C. gli etruschi erano ormai ridotti entro i confini originari, peraltro già intaccati a sud dall&#8217;espansione romana. Nel 311 a.C. si riaccese la guerra contro Roma. Ancora una volta l&#8217;iniziativa dovette essere degli Etruschi, ma protagoniste dello scontro furono ora le città centro-settentrionali, con a capo Volsini affiancata da Vulci, Arezzo, Cortona, Perugia e Tarquinia, svincolatasi dalla tregua appena scaduta.<br />
Nel 308 a.C. Tarquinia rinnovò la tregua, mentre Cortona, Arezzo e Perugia si arresero accettando condizioni umilianti. L&#8217;anno 302 a.C. la guerra etrusco-romana, non ancora definitivamente conclusa, tornò a riaccendersi, per protrarsi, con una serie pressoché ininterrotta di campagne annuali, fino al 280 a.C.: i Romani quasi sempre all&#8217;attacco, gli Etruschi costretti alla difensiva e a rinchiudersi spesso nelle loro città fortificate. Tra il 281 e il 280 a.C. si arresero per sempre Vulci e Volsini, mentre le città settentrionali si affrettarono a rinnovare i precedenti trattati di pace. Tutti infine dovettero sottoscrivere patti associativi o &#8220;federativi&#8221; (dal latino foedus, trattato), in forza dei quali mantenevano una formale indipendenza, con lo status giuridico di &#8220;alleate&#8221; (sociae), mentre, di fatto, accettavano la supremazia di Roma, ponendosi nei confronti di questa in rapporto di sudditanza.</p>
<p><strong>L&#8217;Etruria &#8220;federata&#8221;</strong><br />
La capitolazione delle città etrusche e il loro ingresso forzato nell&#8217;alleanza con Roma segnò l&#8217;inizio dell&#8217;ultimo periodo della storia etrusca: quello che viene definito dell&#8217;Etruria &#8220;federata&#8221;. A fondamento del nuovo ordine imposto all&#8217;Etruria stavano dunque i vincoli federali derivanti dai trattati. Questi ebbero, a seconda dei casi, clausole speciali e diverse, particolarmente dure per le città che più direttamente si erano opposte a Roma e più lungamente e duramente avevano lottato contro di essa.<br />
Includenti tra l&#8217;altro anche l&#8217;imposizione di tributi e il controllo sulla pubblica amministrazione.<br />
In generale, i trattati imponevano a tutte le città di rinunciare a qualsiasi iniziativa politica autonoma; di riconoscere come propri gli amici e gli alleati di Roma e i suoi nemici; di fornire alla stessa Roma aiuti ogniqualvolta essa ne facesse richiesta, specialmente in occasione di guerre e con contributi di uomini e mezzi; di coordinare con gli interessi Romani ogni loro attività, anche di natura produttiva e commerciale; di garantire il mantenimento dei propri ordinamenti istituzionali fondati sul potere delle oligarchie aristocratiche; di accettare (o di richiedere) l&#8217;intervento di Roma in caso di gravi turbamenti sociali e di conflitti interni. L&#8217;aspetto positivo del sistema federativo consisteva nel fatto che le singole città continuavano a vivere la loro vita &#8220;locale&#8221;, sostanzialmente libera e autonoma, regolata e ordinata secondo i principi e le usanze della tradizione nazionale, di mantenere le proprie leggi, la propria lingua e la propria religione.<br />
La federazione fu messa a dura prova dall&#8217;invasione dell&#8217;Italia da parte di Annibale. La seconda guerra punica (218 &#8211; 202 a.C.) toccò l&#8217;Etruria soltanto marginalmente, durante la discesa dell&#8217;esercito cartaginese lungo la valle tiberina, ma l&#8217;impressione suscitata dalla disfatta subita dai Romani al Trasimeno, in territorio etrusco, fu tanto forte che nelle città etrusche si risvegliò qualche desiderio di rivincita. Ci furono dei movimenti di simpatia nei confronti di Annibale e qualche seria agitazione che costrinse i Romani a rafforzare i loro presidi.<br />
Poi comunque i patti vennero rispettati e ogni città diede il suo contributo prezioso prima alla resistenza e poi alla riscossa romana; in particolare quando, nel 205 a.C., furono forniti aiuti massicci a Scipione per l&#8217;allestimento della sua spedizione africana.<br />
Tito Livio scrive in proposito che le città etrusche si comportarono ognuna secondo le proprie possibilità e ne elenca dettagliatamente i contributi: Cere dette frumento e viveri di vario genere; Tarquinia tele di lino per le vele delle navi; Roselle, Chiusi, e Perugia fornirono legname per la costruzione degli scafi e frumento; Volterra frumento e pece per le calafature; Populonia ferro; Arezzo, infine, approntò grandi quantità di armi (3.000 scudi e altrettanti elmi e 100.000 giavellotti), strumenti e attrezzi da lavoro e 100.000 moggi (= antichi recipienti) di grano e rifornimenti di ogni sorta da servire per quaranta navi.<br />
Con il I secolo a.C., tra il 90 e l&#8217;89, Roma concesse agli Etruschi i diritti di cittadinanza e nacquero così, tra l&#8217;80 e il 70 a.C., i municipi Romani dell&#8217;Etruria. La realtà storica degli Etruschi venne infine consacrata con una delle regioni in cui la stessa Italia venne suddivisa da Augusto: la regione VII, alla quale toccò di perpetuare, fino alla fine del mondo antico, il nome glorioso dell&#8217;Etruria.</p>
<p><strong>L&#8217;epilogo etrusco: i Galli e Roma</strong><br />
In questo paragrafo analizziamo in modo più approfondito il rapporto tra Roma e gli Etruschi. Abbiamo già detto che l&#8217;Etruria perde la supremazia sui mari a scapito di Siracusa e vede fallire il suo progetto di alleanza con i Cartaginesi ed (a livello più ampio) con i Persiani sconfitti a Salamina dagli ateniesi (filo-siracusani). Infatti presso Cuma, in particolare a Capo Miseno, la flotta etrusca è sconfitta dai siracusani, che, successivamente, saccheggiano le coste toscane, in particolare Populonia e Vetulonia, e l&#8217;isola d&#8217;Elba e prendono la Corsica e Ischia (454 a.C.).<br />
In Sicilia, presso Imera, stavolta per via di terra, gli Etruschi perdono di nuovo contro i siracusani e contemporaneamente a Salamina la Grecia sconfigge i Persiani. Fallisce così l&#8217;alleanza tra Etruschi, Cartaginesi e Persiani che voleva contrapporsi a quella tra Greci e Siracusani. Nel 350 a.C. alcuni ambasciatori tirreni si recano in Mesopotamia da Alessandro Magno, per chiedere aiuto, ma non ricevettero una pronta collaborazione: Alessandro avrebbe preparato un&#8217;invasione dell&#8217;occidente solo dopo circa dieci anni.<br />
Dopo Veio, testimone della scarsa coesione tra le città della lega, cadono le altre città, una dopo l&#8217;altra, tra cui Falerii, capitale dei Falisci e gli avamposti di Tarquinia. Nel 387 a.C. i Celti di Brenno sconfiggono i Romani ad Allia, devastano l&#8217;Etruria e Roma, che si ricostruisce, anche se in un primo momento, nel quale Camillo si oppose, si pensava di spostare la capitale da Roma a Veio.<br />
Nel 350 a.C. i siracusani depredano Pyrgi e Caere, Roma conquista Tarquinia, con forti rappresaglie ed i Galli dilagano in Valle Padana, non trovando la minima resistenza. Tutte le città della lega del nord sono prese, ad eccezione di Spina e Mantova. Spina ed Adria verranno poi prese dai greci che nel frattempo avevano fondato Ancona.<br />
L&#8217;economia agricola è distrutta: non si produce più vino, ricompaiono le paludi in Valle Padana, il sistema idrico è distrutto, cresce solo del grano che la città di Spina commercia con la Grecia (non si producono più vasi attici, anche perché la città greca di Marsiglia ha una florida attività con i Liguri e i Galli). Per rappresaglia contro i Galli, alcuni etruschi eseguono atti di pirateria sui carichi di grano.<br />
Nel 310 a.C. i Romani, comandati da Q. Fabio Rulliano, invadono e saccheggiano la Selva Cimina ritenuta sacra e inviolabile. Gli Etruschi non seppero sfruttare le guerre sannitiche: nel 295 a.C. subirono in particolare una sconfitta a Sentinum, non interagendo bene con gli Umbri.<br />
E&#8217; anche vero che i Romani separarono geograficamente le varie tribù sannitiche tra loro e queste, a loro volta, dagli Etruschi, mantenendo neutrale la striscia di territorio dei Peligni (Sulmona-Chieti). Nel nel 283 a.C. assoldarono (dapprima venendo depredati) i Galli per combattere contro Roma vicino Bassano in Teverina, sul lago Vadimone, ma furono sconfitti, tanto che le acque del Tevere si tinsero di rosso.<br />
In tale occasione furono cacciati dall&#8217;Italia i Galli Senoni (che subirono un genocidio nei pressi di Rimini), con la fondazione di Sena Gallica (Senigallia) ed i Boi. Si ribellarono ai Roamni ad Arezzo, ma furono annientati. Sperarono inutilmente in Pirro, che dopo aver vinto ad Eraclea (Basilicata) nel 282 a.C., perse a Maleventum. Sostennero Annibale vanamente nel 210 a.C., subendo ritorsioni e processi sommari dai Romani. Eseguirono azioni di sabotaggio, di frode e di pirateria contro Roma.<br />
I Romani fondarono colonie di controllo in Etruria: Rusellae, Castrum Novum (Porto Clementino), Alsium, Fregene, Saturnia e Graviscae. Nel 225 a.C. i Galli devastano di nuovo l&#8217;Etruria e sono sconfitti dai Romani a Talamone, la Maremma non si riprenderà più dalla devastazione: il grande sistema idrico di bonifica è stato distrutto e si lascia il posto a paludi e zanzare. Si racconta che Ansedonia, Graviscae, Rusellae erano città inospitali, con aria insalubre.<br />
L&#8217;Etruria pagò a caro prezzo le azioni di guerriglia e di favoreggiamento dei vari condottieri, scesi in Italia per combattere i Romani: confische di beni, tribunali, persecuzioni, liste di proscrizione. Fino al 100 a.C. i Tirreni godevano ancora di un&#8217;agiata economia e di una certa ricchezza, segno di una continua attività commerciale, seppure sempre più debole.<br />
Osserviamo che in questa fase il destino dei Tirreni è molto simile a quello dei Sanniti, entrambi in lotta contro Roma. Il latifondismo riduce alla fame il Sannio e l&#8217;Etruria: il prezzo del grano si è ridotto, visto che tanti oramai sono i paesi dell&#8217;impero che lo producono. Con l&#8217;avvento di Caio e Tiberio Gracco viene proposta la riforma agraria e si fonda un partito d&#8217;ispirazione popolare, per porre un freno a questa piaga della società.<br />
A seguito della loro uccisione nel 130 a.C. l&#8217;Italia conosce il flagello della guerra sociale. Il console Lucio Giulio Cesare, per evitare la guerra, propone la lex julia: abroga il latifondo e concede la cittadinanza romana, anche se non con diritto di voto, ai popoli si schierano per la pace. Gli Etruschi si accontentano ed evitano di scendere in combattimento al fianco dei Sanniti, che assieme ai Piceni e Marsi avevano fondato una capitale a Corfinium, in Abruzzo. Tale evento è ricordato a Perugia nell&#8217;Ipogeo dei Volumni.<br />
Cessata la guerra tale legge fu respinta dal Senato e scoppiò la guerra civile che vide come protagonisti Mario, popolare, vittorioso sulle tribù celtiche dei Cimbri e Teutoni, e Silla, uomo degli ottimati (patrizi), abile e astuto stratega.<br />
Nonostante il popolo si fosse schierato per il primo, Silla, dopo aver massacrato i Sanniti, marciò su Roma e prese il potere. Pompeo intanto sconfisse truppe tirrene in Val di Chiana e ad Arezzo (88 a.C.). Mario, assieme a Cinna, altro popolare, approfittando della guerra che Silla aveva mosso a Mitridate in Grecia, riprende il potere.<br />
E&#8217; un buon periodo per tutti i popoli italici. Mario e Cinna muoiono tra l&#8217;86 e l&#8217;84 a.C.. Silla ritorna e nell&#8217;82 a.C. sconfigge i popolari a Prenestae, dove avviene una strage di Sanniti, e poi a Porta Collina (Monte Antenne-Roma) con un altro famoso massacro. Silla si dirige in Etruria, dove subisce l&#8217;unica sconfitta a Saturnia, ma poi si vendica a Chiusi con l&#8217;aiuto di Pompeo.<br />
Fino al 79 a.C., anno della caduta di Volterra, ci sono state rappresaglie, liste di proscrizione, con premi per chi uccideva i proscritti, inibizione dalle cariche pubbliche, confische di beni, riduzione dei territori ad Arezzo, Fiesole e Chiusi. L&#8217;Etruria era alla fame. Solo più tardi, Cicerone riuscì a far ridare terre a Volterra ed Arezzo.<br />
Nel 62 a.C. alcuni abitanti di Fiesole e Arezzo si unirono vanamente a Catilina e furono sconfitti a Pistoia. Come si vede, l&#8217;Etruria, è stata sempre sede di sommosse. Il periodo di Cesare (49-44 a.C.) è ottimo per i Tirreni: c&#8217;è rispetto, pace e riprendono le attività commerciali. Del resto Arezzo si mostrò simpatizzante il generale, accogliendo le coorti spedite in avanscoperta prima di passare il Rubicone.<br />
Con la morte di Cesare finisce il nono secolo etrusco. Con l&#8217;avvento di Augusto si assiste alla distruzione di Perugia del 40 a.C. per aver appoggiato il fratello di Marco Antonio, sconfitto ad Azio da Agrippa nel 31 a.C., con la deportazione di 300 perugini, trucidati nel Foro Romano. Mecenate consigliò l&#8217;imperatore di ricostruire Perugia, che si chiamò Augusta Perusia. Comincia per l&#8217;Etruria uno sviluppo nel turismo, di moda già all&#8217;epoca. Famose erano le fonti termali Fontes Clusini presso Chianciano e Aquae Populoniae presso Populonia.<br />
Nacquero le provincie, le colonie, le regioni romane ed i processi di latinizzazione presero sempre più piede. L&#8217;ultimo imperatore amico dei tirreni fu Claudio, loro grande studioso, morto nel 54 a.C., che compose i &#8221; Tyrrhenica &#8220;, studi di etruscologia, mai trovati.<br />
Dunque gli Etruschi insegnarono moltissimo ai loro discepoli romani, che li distrussero e perseguirono una politica di propaganda e di denigrazione nei loro confronti: tecnica adottata nei confronti di tutti i popoli vinti, in particolare dei tirreni che erano stati i fondatori dell&#8217;urbe.</p>
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		<title>Etruschi: le origini etrusche</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Nov 2008 13:05:52 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<h2>Le origini</h2>
<p>Il fondatore della questione etrusca è Dionisio D&#8217;Alicarnasso, storico greco di età augustea, che dedica cinque capitoli (26 -30) del primo libro delle sue Antichità romane all&#8217;esame di questo argomento, confutando &#8211; con i mezzi critici a sua disposizione &#8211; le teorie che identificavano gli Etruschi con i Pelasgi o i Lidi e dichiarandosi favorevole all&#8217;ipotesi che fossero un popolo «non venuto di fuori ma autoctono», il cui nome indigeno sarebbe stato Rasenna. Scrive lo storico: Dopo che i pelasgi ebbero lasciato la regione, le loro città furono occupate dai popoli che vivevano nelle immediate vicinanze, ma principalmente dai tirreni, che si impadronirono della maggior parte di esse, e delle migliori.Sono convinto che i pelasgi fossero un popolo diverso dai tirreni.<br />
E non credo nemmeno che i tirreni fossero coloni lidii, poiché non parlano la lingua dei primi..Perciò sono probabilmente più vicini al vero coloro che affermano che la nazione etrusca non proviene da nessun luogo, ma che è invece originaria del paese.(Dionisio di Alicarnasso (Antichità Romane) I sec. a.C.).</p>
<p>Prima di lui le opinioni sulle origini etrusche non avevano avuto, a quanto sembra, carattere di meditata discussione; ma, come la maggior parte delle notizie antiche sulle origini di popoli e città del mondo greco ed italico, erano ai confini tra la storia e il mito, giovandosi al più &#8211; nel senso di una giustificazione critica &#8211; di accostamenti etimologici ed onomastici.<br />
Come le origini di Roma e dei Latini erano riportate ai Troiani attraverso le migrazioni di Enea, così per i Tirreni, cioè per gli Etruschi, si era parlato di una provenienza orientale, dalla Lidia in Asia Minore, attraverso una migrazione transmarina, guidata da Tirreno figlio di Ati re di Lidia, nel territorio italico degli Umbri (racconto di Erodoto, l, 94) o di una loro identificazione con il misterioso popolo nomade dei Pelasgi (Ellanico di Lesbo in Dionisio, I, 28), ovvero anche di una immigrazione di Tirreno con i Pelasgi che avevano già colonizzato le isole egee di Lemno e di Imbro (Anticlide in Strabone, V, 2, 4); si aggiungano minori varianti o rielaborazioni di questi racconti su cui non vale la pena di soffermarci.<br />
Scrive Erotodo: Sotto il regno di Atis, figlio di Manes, tutta la Lidia sarebbe stata afflitta da una grave carestia. Per diciotto anni vissero in questo modo. Ma il male, lungi dal cessare, si aggravava sempre più. Allora il re divise il suo popolo in due gruppi: quello estratto a sorte sarebbe rimasto, l&#8217;altro avrebbe cercato fortuna altrove.<br />
Alla testa dei partenti pose suo figlio, chiamato Tirreno. Dopo aver costeggiato molte coste e aver visitato molti popoli giunsero nel paese degli umbri e vi costruirono varie città in cui tuttora abitano. Ma mutarono il nome di lidii in un altro, tratto dal figlio del re che li aveva guidati: prendendo il suo stesso nome si chiamarono tirreni. (Erodoto (Storie I, 94) V sec. a .C.).</p>
<p>L&#8217;origine lidia degli Etruschi entrò senza difficoltà tra i luoghi comuni della letteratura classica: Virgilio dice indifferentemente Lidi per Etruschi. Ne mancava, a detta dello stesso Dionisio d&#8217; Alicarnasso, chi sospettasse una loro origine indigena d&#8217;Italia. Ma soltanto Dionisio raccolse le diverse opinioni, le discusse e cercò di dimostrare la propria &#8211; cioè quella dell&#8217;autoctonia &#8211; sulla base dell&#8217;estrema antichità del popolo etrusco e del suo isolamento culturale e linguistico tra le varie genti a lui note.<br />
In epoca moderna il problema è stato ripreso dapprima soltanto sulla base dei testi classici, più tardi anche con il concorso dei dati archeologici e linguistici. La prima fase della discussione fu condotta, tra l&#8217;inizio del XVIII e la prima metà del XIX secolo, da N. Freret , B.G. Niebuhr e K.O. Moller, i quali, richiamandosi alla posizione «critica» di Dionisio d&#8217; Alicarnasso, si pronunciarono, sia pure con diversa accentuazione, contro la tradizione erodotea della provenienza degli Etruschi dall&#8217;Asia Minore (si arrivò perfino ad accostare il nome Rasenna con quello dei Raeti delle Alpi).<br />
Di fatto noi riconosciamo l&#8217;esistenza di una civiltà etrusca -etnicamente definita dalle iscrizioni in lingua etrusca che cominciano ad apparire nel VII secolo a.C. e durano fino al principio dell&#8217;età imperiale romana &#8211; diffusa nell&#8217;Etruria propria (Lazio settentrionale e Toscana), in Campania e nella parte orientale della valle del Po. La fase più antica di questa civiltà storica (e sicuramente etrusca), caratterizzata da un intenso afflusso di elementi orientali e detta perciò orientalezzante, si riattacca immediatamente alla cultura del ferro villanoviana.<br />
Dal punto di vista del rito funebre si osserva in Etruria un predominio esclusivo dell&#8217;inumazione di età preistorica (con le culture eneolitica e del bronzo); poi l&#8217;apparire della incinerazione con i sepolcreti «protovillanoviani» ed una sua netta prevalenza nel villanoviano più antico; un riaffermarsi dell&#8217;inumazione nell&#8217;Etruria meridionale e marittima durante il villanoviano evoluto e l&#8217;orientalizzante; infine un uso promiscuo dei due riti &#8211; con prevalenza dell&#8217;inumazione nel sud, dell&#8217;incinerazione nel nord &#8211; per tutta la successiva durata della civiltà etrusca.<br />
Giova ricordare che anche in Roma repubblicana i due riti funebri erano paralleli e legati a tradizioni familiari (ma alla forte prevalenza dell&#8217;incinerazione sul finire della repubblica e nel primo secolo dell&#8217;Impero succederà il generalizzarsi dell&#8217;inumazione a partire dal II secolo d.C., senza che ciò corrisponda a trasformazioni di carattere etnico).<br />
Sulla base dei dati offerti dalle tradizioni letterarie, dai confronti linguistici e dall&#8217;interpretazione dei fatti archeologici sono state formulate, dall&#8217;ultimo secolo, varie teorie relative alle origini del popolo etrusco. Esse possono tuttavia riportarsi sostanzialmente a tre sistemi, di cui uno riprende e sviluppa la tesi tradizionale antica della provenienza degli Etruschi dall&#8217;oriente, l&#8217;altro continua la scuola di Niebuhr e del Moller nel senso di una provenienza da settentrione, il terzo infine -più recente &#8211; tenta di aderire in modo meno generico all&#8217;opinione di Dionisio d&#8217;Alicarnasso sull&#8217;autoctonia degli Etruschi, ricercando le loro origini etniche nel substrato antichissimo delle popolazioni preistoriche d&#8217;Italia, anteriori alla diffusione delle lingue indoeuropee. Di queste tre tesi la più nota ed universalmente accettata è quella dell&#8217;origine orientale.<br />
Essa è stata particolarmente cara agli archeologi, italiani e stranieri, che in densa schiera hanno dedicato i loro appassionati studi alle antichità dell&#8217;Italia protostorica. Ad essi apparve soprattutto perspicua la coincidenza tra le notizie delle fonti e il fenomeno culturale orientalizzante, manifestatosi a partire dalle coste tirreniche tra l&#8217;VIII e il VI secolo a.C., come un improvviso avvento di progresso esotico in contrasto con le forme apparentemente arretrate della precedente cultura villanoviana; si sottolineò anche il capovolgimento del rito funebre dall&#8217;incinerazione all&#8217;inumazione. Edoardo Brizio (nel 1885) fu il primo ad impostare scientificamente questa tesi, identificando gli invasori etruschi con i portatori della civiltà orientalizzante (poi ellenizzante) in Toscana e in Emilia, e identificando gli Umbri della tradizione erodotea &#8211; intesi come ltalici indoeuropei &#8211; nei preesistenti incineratori villanoviani.<br />
Dopo di lui sono stati tenaci assertori dello stesso punto di vista, tra gli altri, A. Piganiol, R. Bloch. La tesi orientale ha trovato e trova larghissimo credito non soltanto fra gli etruscologi, ma anche in generale fra i classicisti e studiosi delle civiltà antiche non strettamente specializzati negli studi etruscologici, attratti dall&#8217;autorità della tradizione, dalla facile spiegazione di alcune caratteristiche «orientali» della civiltà etrusca, dalle notevoli concordanze onomastiche tra l&#8217;etrusco e le lingue dell&#8217; Asia Minore (rilevate da O. Herbigs) e dall&#8217;ancor più evidente rapporto linguistico dell&#8217;etrusco con l&#8217;idioma preellenico di Lemno. Tuttavia non sono mancate varianti ed attenuazioni della classica impostazione del Brizio, specialmente in conseguenza di una più approfondita considerazione delle fonti antiche e dei dati archeologici: così vi fu chi suppose un arrivo degli Etruschi dal mare, ma attraverso l&#8217;Adriatico e non il Tirreno, sulla scia della tradizione dei Pelasgi (E. Pottier); chi immaginò un&#8217;invasione in più ondate, a partire dal 1000 a.C..<br />
Ancora più di recente, l&#8217;origine stessa delle culture del ferro dette «tirreno-arcaiche» sia con inumazione sia con cremazione (praticamente il villanoviano) è stata attribuita ad un&#8217;ondata egea, entro la quale si collocherebbe l&#8217;avvento degli antenati degli Etruschi storici da Lemno e da Imbro; o addirittura si è fatta risalire l&#8217;immigrazione dei Tirreno- Pelasgi in Italia alla tarda età del bronzo. Queste connessioni preistoriche e protostoriche con l&#8217;oriente sarebbero confermate dalla più volte proposta identificazione dei Tyrsenoi con i Trs. nominati dai geroglifici egiziani: vale a dire con uno dei «popoli del mare» che tentarono l&#8217;invasione dell&#8217;Egitto sotto i faraoni Merneptah e Ramses III (tra il 1230 e il 1170 a.C.).<br />
Infine, di fronte all&#8217;affermarsi del concetto di una formazione storica degli Etruschi da più elementi (come si dirà più avanti), l&#8217;apporto orientale è stato ultimamente riproposto in forma più cauta e limitata, come un fattore di sollecitazione dovuto all&#8217;avvento di nuclei di navigatori asiatici od egei, simili ai Normanni del medioevo, ma pur sempre determinante in quanto esso avrebbe imposto la lingua etrusca in Italia. Su questa linea di ipotesi si muovono le idee di H. Hencken circa successive penetrazioni all&#8217;inizio del villanoviano e dell&#8217;orientalizzante, come l&#8217;attuale tendenza a collocare le connessioni orientali in età più remota, cioè nella fase micenea o immediatamente postmicenea secondo la tesi del Berard. La teoria dell&#8217;origine da settentrione ebbe però il suo principale fondamento critico nelle scoperte e nelle ipotesi archeologiche del secolo scorso, con particolare riguardo alla ricostruzione pigoriniana, che già conosciamo, sulla discesa degli incineratori delle terremare verso l&#8217;Italia peninsulare. Tra questi sarebbero stati non soltanto gli Italici, ma anche gli Etruschi, tanto più che diversi linguisti ritenevano che l&#8217;etrusco fosse una lingua indoeuropea e italica. La teoria settentrionale sedusse alcuni archeologi &#8211; che però passarono poi alla tesi della provenienza orientale &#8211; ma fu soprattutto sostenuta da studiosi di storia antica. Tuttavia, dovendosi riconoscere una profonda differenza etnica e linguistica fra Etruschi ed Italici, O. De Sanctis giunse a rovesciare la teoria pigoriniana identificando gli Etruschi con i crematori discesi dal nord e gl&#8217;Italici con le genti eneolitiche già stanziate nella penisola. L. Pareti ha voluto riconoscere una più antica ondata indoeuropea (quella dei «Protolatini») negli eneolitici; un&#8217;ondata indoeuropea più recente (quella degli Italici orientali) nei crematori «proto- villanoviani»; e infine il nucleo etnico del popolo etrusco nei possessori della cultura villanoviana, derivata dalle terremare e dalle palafitte dell&#8217;Italia settentrionale. Alla teoria della provenienza settentrionale si ricollega, in sede linguistica, la ipotesi di P. Kretschmer sulla pertinenza degli Etruschi ad un gruppo etnico-linguistico «retotirrenico» o «reto-pelasgico» disceso dall&#8217;area balcanico-danubiana verso la Grecia e verso l&#8217;Italia.</p>
<p>La terza tesi, o dell&#8217;autoctonia fu quindi elaborata nel campo archeologico da U. Antonielli, ma soprattutto sviluppata dalla scuola dei linguisti italiani tra cui O. Devoto, il quale ultimo ne dette una formulazione organica già nella prima edizione del suo libro Gli antichi ltalici (1931).<br />
Considerati i legami intercorrenti tra l&#8217;etrusco e le lingue preindoeuropee del Mediterraneo, il popolo etrusco non sarebbe giunto in Italia dopo gli Indoeuropei, ma rappresenterebbe invece un relitto delle più antiche popolazioni preindoeuropee, una specie di «isola» etnica, così come i Baschi dell&#8217;area dei Pirenei rappresentano tuttora l&#8217;avanzo di primitive popolazioni ispaniche rispetto alle attuali nazioni neolatine che li circondano.<br />
La toponomastica sembra dimostrare infatti, come abbiamo visto nel precedente capitolo, l&#8217;esistenza nella penisola di uno strato linguistico più antico dei dialetti italici e piuttosto affine all&#8217;etrusco stesso e agli idiomi dell&#8217; Egeo pre ellenico e dell&#8217; Asia Minore. Gli Etruschi sarebbero un concentrarsi verso occidente &#8211; sotto la spinta degli invasori ltalici &#8211; di elementi etnici appartenenti a questo strato: naturalmente con notevoli commistioni ed influssi linguistici indoeuropei.<br />
Dal punto di vista archeologico, cioè culturale, lo strato etnico più antico sarebbe da riconoscere negli inumatori di età neoeneolitica e dell&#8217;età del bronzo ai quali si sarebbero sovrapposti gli Italici o Protoitalici incineratori (rappresentati in Etruria dalla cultura villanoviana), dando luogo alla nazione etrusca storica come un riaffermarsi degli elementi originari della stirpe sotto gl&#8217;impulsi culturali provenienti dall&#8217; oriente. Questa tesi, sia pure con formulazione diversa nei particolari, fu cara anche a paletnologi «occidentalisti».</p>
<p><strong>Analisi della teoria della provenienza orientale</strong><br />
Le teorie sin qui esposte tentano di spiegare ciascuna a suo modo i dati della tradizione, delle ricerche linguistiche, delle scoperte archeologiche, per ricostruire lo svolgersi degli eventi che hanno portato all&#8217;insediamento e allo sviluppo del popolo etrusco.<br />
Si tratta in realtà di ingegnose combinazioni dei diversi elementi conosciuti; ma esse soddisfano soltanto una parte delle esigenze che derivano da una piena valutazione critica di tali elementi.<br />
Ciascuno dei tre sistemi e delle loro varianti lascia qualcosa di inesplicato, urta contro fatti assodati: senza tuttavia che questo torni a vantaggio delle altre ricostruzioni. Se ciò non fosse, la discussione sarebbe stata da lungo tempo superata con un accordo di massima tra gli studiosi, e la polemica tradizionale non sarebbe giunta ad un punto morto.<br />
Consideriamo in primo luogo criticamente la tesi orientale. Essa riposa sopra una presunta concordanza tra dati della tradizione &#8211; per quanto essi convergono sulla provenienza degli Etruschi dall&#8217;oriente egeo-anatolico, siano stati essi Lidi o Pelasgi o abitanti di Lemno &#8211; e dati archeologici, cioè la constatazione di una fase culturale orientalizzante nell&#8217;Italia centrale.<br />
Si aggiungano sul piano linguistico, come già detto, la forti somiglianze tra l&#8217;etrusco e il lemnio, nonchè le supposte connessioni dell&#8217;etrusco con idiomi dell&#8217;Asia Minore e perfino del Caucaso. Ma innanzi tutto quale è il valore effettivo di ciascuno di questi elementi posti a confronto, preso isolatamente? Sulle tradizioni relative a migrazioni e a parentele etniche derivate dai poeti e dai logografi greci la critica moderna è generalmente scettica o almeno estremamente prudente.<br />
Ciò vale in primo luogo per i Pelasgi, popolo leggendario che i Greci ritenevano originario della Tessaglia ed emigrato in età eroica per via di mare in varie regioni dell&#8217;Egeo e perfino dell&#8217;ltalia, sulla base di concordanze formali tra nomi di località tessale e località esistenti nei paesi che si ritennero meta delle loro migrazioni.<br />
Così furono dette pelasgiche tutte le zone nelle quali appariva il nome di città Laris(s)a (dalla Larissa di Tessaglia) e cioè l&#8217;Attica, l&#8217;Argolide, l&#8217;Acaia, Creta, Lesbo, la Troade, l&#8217;Eolide, l&#8217;Italia meridionale. Lo stesso si dica per i nomi affini a quello della città di Gyrton nella Tessaglia, come Gortyna in Macedonia, in Arcadia e in Creta, Kyrton in Beozia, Crotone nell&#8217;ltalia meridionale, Cortona in Etruria.<br />
Va però tenuto presente che in età storica si consideravano di origine pelasgica popolazioni non greche effettivamente esistenti al margine del mondo greco, quasi avanzi di quella antica emigrazione, come gli abitatori delle isole di Lemno e di 1mbro e dell&#8217;Ellesponto nell&#8217;Egeo settentrionale; e ciò fu immaginato probabilmente &#8211; in direzione opposta, cioè in occidente &#8211; anche per gli Etruschi fin dai primi contatti dei navigatori greci con l&#8217;Etruria, dato che proprio alcuni centri etruschi costieri più aperti ad una intensa frequentazione ellenica e perciò meglio conosciuti, come Caere (detta dai Greci Agylla, con i porti di Alsio, Pyrgi, ecc.) e sull&#8217;Adriatico Spina, si consideravano originarie fondazioni dei Pelasgi.<br />
È senza dubbio a questo filone di tradizioni che s&#8217;ispira l&#8217;ipotesi erudita di un&#8217;identificazione dei Tirreni d&#8217;ltalia, cioè degli Etruschi, con i Pelasgi, attribuita da Dionisio d&#8217;Alicarnasso allo storico Ellanico, del tutto indipendente dalla versione di Erodoto sull&#8217;origine lidia e palesemente contrastante con le opinioni degli autori antichi posterodotei che parlano sì di un&#8217;occupazione pelasgica dell&#8217;Etruria, ma anteriore e comunque distinta da quella dei Tirreni.<br />
Quanto al famoso racconto di Erodoto sull&#8217;immigrazione dei Tirreni dalla Lidia (o meglio dei Lidi chiamati poi Tirreni dal loro eponimo Tirreno), prescindendo dalla fortuna che esso ebbe nell&#8217;antichità, difficilmente sfuggiremmo oggi &#8211; dopo le argomentazioni critiche del Pareti &#8211; all&#8217;impressione che si tratti, così come è formulato, di un&#8217;invenzione dei logografi ionici nella fase di più stretti rapporti commerciali e culturali del mondo greco-orientale con l&#8217;Etruria e di probabili presenze di navigatori etruschi nell&#8217;Egeo, di cui si dirà più avanti, cioè essenzialmente nel VI secolo.<br />
È possibile che questa storia abbia avuto spunti ispiratori concreti, oltreche in talune apparenti somiglianze tra l&#8217;Etruria e il mondo anatolico, anche in accostamenti onomastici con la città lidia di Tyrrha o con il popolo dei Torebi e nella stessa esistenza di Tirreni nell&#8217;Egeo, ricordati dagli scrittori greci a partire dal V secolo, ma spesso confusi con i Pelasgi ( cosicchè non è neppure esclusa l&#8217;ipotesi che si tratti di un nome diffuso secondariamente in sede di erudizione etnografica come conseguenza dell&#8217;identificazione dei Pelasgi con i Tirreni d&#8217;Italia, i quali sarebbero dunque i soli Tirreni conosciuti dalla tradizione greca più antica).<br />
Ancora ai Pelasgi ci riporta la notizia di Anticlide che, per quanto tarda e contaminata favolisticamente con la versione di Erodoto, presenta un&#8217;interessante precisazione geografica in quanto parla di un&#8217;immigrazione dalla sfera nord-egea delle isole di Lemno e Imbro conosciuta storicamente dai Greci come «pelasgica» (e alla quale richiamano i rapporti linguistici fra etrusco e lemnio).<br />
In conclusione i dati delle fonti letterarie classiche, leggendari e contraddittorii, non offrono alcuna prova a favore di una provenienza del «popolo etrusco» dall&#8217;oriente; tuttavia non escludono possibili echi di singole più o meno remote connessioni del mondo etrusco con l&#8217;area egea.<br />
Passando a considerare l&#8217;aspetto archeologico del problema, va notato subito che il fenomeno del manifestarsi della civiltà orientalizzante in Etruria non è tale da giustificare l&#8217;ipotesi di un popolo straniero che approdi recando le sue strutture e le sue forme di vita, come invece è evidentissimo in Sicilia e nell&#8217;Italia meridionale all&#8217;arrivo dei coloni greci.<br />
Durante la fase del villanoviano evoluto cominciano ad avvenire trasformazioni notevoli che preludono allo splendore della successiva fase orientalizzante: si diffonde il rito funebre dell&#8217;inumazione, appaiono le prime tombe a camera, l&#8217;uso del ferro si generalizza, aumentala frequenza degli oggetti di bronzo decorato e dei metalli preziosi (oro, argento), e nello stesso tempo s&#8217;incontrano sempre più numerosi oggetti e motivi d&#8217;importazione straniera (scarabei e amuleti di tipo egizio, ceramica dipinta d&#8217;imitazione greca).<br />
II passaggio alla civiltà orientalizzante non è dunque radicale ed istantaneo. Molti degli aspetti di questa civiltà, come le stesse grandi tombe architettoniche o di imitazione architettonica, la ceramica d&#8217;impasto e di bucchero, arredi, gioielli, ecc., rientrano in pieno nello sviluppo della cultura indigena, sia pure sollecitata da influenze esterne, orientali e greche, e soprattutto eccitata dal rigoglio economico. Singoli oggetti importati e motivi provengono dall&#8217;Egitto, dalla Siria, da Cipro, da Rodi e in genere dalla Grecia; altri hanno la loro patria d&#8217;origine anche più lontano, in Mesopotamia o in Armenia (Urartu).<br />
Caratteristico è il genere di decorazione che mescola motivi egiziani, mesopotamici, siriaci, egeo-asianici, talvolta in composizioni ibride, o sviluppa i repertori di fregi con animali reali e fantastici, presenti negli oggetti di lusso di origine fenicio-cipriota, ma rielaborati e diffusi in parte notevole dai Greci stessi soprattutto nel corso del VII secolo a .C..<br />
In sostanza l&#8217;impressione che si prova di fronte alle tombe etrusche orientalizzanti e ai loro sontuosi corredi è che l&#8217;ossatura, le forme essenziali della civiltà affondino le loro radici nelle tradizioni locali; mentre lo spirito e le caratteristiche degli elementi decorativi, esterni, acquisiti, si riportino alla «moda» orientale.<br />
E quando appunto si voglia prescindere da questo carattere composito &#8211; indigeno ed esotico &#8211; della civiltà orientalizzante di Etruria&#8217; e ci si voglia limitare all&#8217;esame dei soli elementi importati; allora appare chiaro che essi non sono presenti soltanto in Etruria, ma appaiono più o meno con gli stessi aspetti in altri paesi mediterranei nello stesso periodo, a cominciare dalla Grecia stessa, là dove certo non si suppone un&#8217;immigrazione asianica.<br />
Allo stile orientalizzante succederà in Etruria un preponderante influsso di elementi culturali ed artistici propriamente greci, dapprima peloponnesiaci e ionici e poi attici, nel corso del VI e del V secolo a.C.<br />
Ad essi è dovuta una ben più decisiva trasformazione della vecchia cultura indigena in nuove forme di vita, anche nel campo più intimo della religione e delle costumanze: basti pensare alle divinità e ai miti ellenici penetrati in Etruria.<br />
Nessuno naturalmente oserebbe immaginare l&#8217;assurdo storico di una colonizzazione etnica greca dell&#8217;Etruria nel VI secolo (anche se abbiamo prove convincenti dell&#8217;esistenza di nuclei di commercianti greci nei porti etruschi). Non si comprende dunque la necessità di attribuire la civiltà orientalizzante ad un&#8217;invasione di stranieri, piuttosto che a un rinnovamento di civiltà. Anche per quel che concerne il rito funebre non esiste alcun brusco trapasso dalla cremazione del villanoviano all&#8217;inumazione dell&#8217;orientalizzante.<br />
Già il villanoviano più antico dell&#8217;Etruria meridionale mostra tombe a fossa commiste con tombe a pozzo di cremati. L&#8217;affermazione dell&#8217;inumazione è progressiva nella fase del villanoviano evoluto. Questo processo è del resto comune nel corso dell&#8217;VIII secolo non soltanto in Etruria, ma anche nel Lazio, dove non si suppone nessuna immigrazione.<br />
Inoltre esso appare limitato all&#8217;Etruria del sud, perche l&#8217;Etruria interna (per esempio Chiusi) non abbandonerà il costume dell&#8217;incinerazione prevalente ne durante l&#8217;orientalizzante ne per tutta la successiva durata della civiltà etrusca. Nella stessa Etruria meridionale si avrà una parziale ripresa della cremazione nel VI secolo. Un&#8217;incidenza di fatti etnici è inimmaginabile, se si intende come sostituzione di un popolo ad un altro.<br />
Riconsideriamo ora questi diversi elementi nei loro reciproci rapporti geografici ecronologici per verificare se sia sostenibile la tesi orientalistica nella sua formulazione tradizionale e più diffusa &#8211; tuttora sostenuta da alcuni studiosi e ripetuta in sede di pubblicazioni non specialistiche &#8211; dell&#8217;arrivo degli Etruschi in Italia come portatori della civiltà orientalizzante.<br />
Ma quale civiltà orientalizzante? Noi sappiamo benissimo che le importazioni orientali e più generalmente il formarsi del gusto orientalizzante in Etruria tra la fine dell&#8217;VIII e il principio del VI secolo ci riconducono a centri di produzione e d&#8217;ispirazione estremamente diversi e dispersi del Vicino Oriente e del Mediterraneo orientale, con una prevalenza, se mai, dell&#8217;area siro-cipriota, e poi greco-orientale. È dunque piuttosto alla navigazione fenicia e greca, interessante con analoghi risultati anche altri territori del bacino mediterraneo, che sarà da attribuire l&#8217;apporto culturale orientalizzante.<br />
Questo quadro appare chiaramente inconciliabile con l&#8217;idea della immigrazione o della colonizzazione di un popolo straniero che rechi con se il proprio bagaglio di civiltà partendo da un punto ben definito del mondo orientale, cioè, stando alle fonti, dalla Lidia o dall&#8217;Egeo settentrionale: tanto più che proprio per questi territori manca ogni specifica analogia culturale con l&#8217;Etruria in corrispondenza dell&#8217;età alla quale si è voluta riferire l&#8217;immigrazione etrusca.<br />
Le scoperte di Lemno, delle località costiere della Ionia e dell&#8217;Eolide asiatiche, di Sardi, dell&#8217;interno dell&#8217; Anatolia non hanno offerto finora alcun elemento, se non piuttosto generico (per esempio tumuli, tombe a camera, facciate rupestri, ecc.), di concordanza con i monumenti e con la civiltà dell&#8217;Etruria per quel periodo che in Asia Minore è denominato «frigio» (IX- VII secolo) ed a Lemno, impropriamente, «tirrenico» (meglio dobbiamo dire «pelasgico», sulla base della tradizione storica più antica ed autorevole).<br />
La ceramica geometrica frigia, quella lidia e la caratteristica ceramica arcaica di Lemno non hanno assolutamente alcun rapporto con la produzione vascolare indigena e greco-geometrica d&#8217;Italia. Qualche vaso di tipo lidio si diffonde in occidente soltanto nel VI secolo, insieme con tanti altri tipi greco-orientali.<br />
Così anche la ceramica grigia asiatica è esportata dai coloni di Focea nel Mediterraneo occidentale, ma è rara in Italia, dove non sembra aver alcun rapporto con l&#8217;origine del bucchero etrusco. La fibula asianica, presente con estrema dovizia in tutta l&#8217;Anatolia, ha una caratteristica forma con arco semicircolare rigido e ingrossamenti a perle o in forma di elettrocalamita; sembrerebbe impossibile che essa non avesse dovuto accompagnare le migrazioni di un popolo asianico.<br />
Ma è un fatto che essa non ha avuto diffusione verso occidente neanche per via commerciale: finora nell&#8217;Italia centrale se ne è trovato un solo esemplare sui Colli Albani, e altri due provengono dalla necropoli di Pitecusa, cioè in ogni caso fuori del territorio dell&#8217;Etruria!<br />
La recente scoperta di una tomba reale a Gordion, capitale della Frigia, con grandi lebeti di bronzo con figure applicate simili a quelle delle tombe orientalizzanti dell&#8217;Etruria edi Palestrina, offre un&#8217;altra testimonianza della larga diffusione dell&#8217;arte bronzistica dell&#8217;Urartu sulle vie della Grecia e dell&#8217;Italia, ma non è una prova di un rapporto diretto tra la Frigia e l&#8217;Etruria.<br />
Viceversa le connessioni dei centri occidentali dell&#8217;Asia Minore con l&#8217;Italia sono sempre più intense ed immediate nel VI secolo, a causa delle navigazioni ioniche verso occidente e forse anche di presenze etrusche nell&#8217;Egeo, culminando con le preponderanti influenze greco-orientali sull&#8217;arte dell&#8217;Etruria arcaica. Ma questo fenomeno non ha ovviamente nulla a che vedere con la questione delle origini.<br />
L&#8217;identificazione della civiltà orientalizzante con la supposta immigrazione etrusca secondo le fonti antiche appare insostenibile anche per elementari ragioni di carattere cronologico e storico. L&#8217;inizio della civiltà orientalizzante etrusca non è anteriore alla fine dell&#8217;VIII secolo, cioè ad un momento in cui i coloni greci erano già più o meno saldamente stanziati sulle coste della Sicilia e dell&#8217;Italia meridionale.<br />
Il racconto di Erodoto sull&#8217;immigrazione dalla Lidia non può essere invece arbitrariamente distratto dal suo sistema cronologico, che riporta i fatti al regno di Ati sulla Lidia: cioè, secondo la cronologia tradizionale, poco dopo la guerra di Troia, tra il XIII e il XII secolo a.C. Lo stesso discorso vale anche per le migrazioni pelasgiche. Un avvenimento così notevole agli albori dei tempi storici &#8211; ed in parallelismo e in concorrenza con la colonizzazione greca &#8211; non sarebbe sfuggito ad altre fonti storiche e soprattutto non sarebbe stato trasfigurato, come in Erodoto, in un episodio leggendario di mezzo millennio più antico.<br />
Si consideri anzi che una fonte così autorevole come lo storico greco Eforo (in Strabone, VI, 2, 2), parlando della fondazione di Nasso, la più antica colonia calcidese della Sicilia, nell&#8217;VIII secolo, afferma che prima di allora i Greci non si avventuravano nei mari occidentali per timore dei Tirreni: ammette cioè implicitamente un&#8217;antica presenza e potenza degli Etruschi in Italia prima dell&#8217;inizio della colonizzazione greca storica.<br />
Proprio se si vuol dare giusto valore ai dati della tradizione quali possibili echi di una lontana realtà storica occorrerà ricollocarli nel loro proprio contesto cronologico che è quello dell&#8217; età eroica, cioè riportarli in ogni caso ad avvenimenti corrispondenti alla tarda età del bronzo, che è quanto dire alle fasi tardo-micenee e postmicenee degli ultimi secoli del II millennio a.C.: si tratterebbe in ultima analisi di accogliere l&#8217;impostazione critica del Berard, la sola metodologicamente accettabile.<br />
Ma anche volendo supporre che i racconti di fonte classica contengano qualche reminiscenza di presenze e di apporti orientali sulle coste tirreniche nella tarda età del bronzo, dovremmo comunque sfrondarne le coloriture più ingenue e semplicistiche troppo palesemente ispirate ai modelli delle colonizzazioni storiche, e respingere l&#8217;idea di trasferimenti di popolazioni in massa.<br />
Dovremmo anche, più sottilmente, distinguere l&#8217;impostazione aneddoticamente caratterizzata, e perciò fittizia, del racconto di Erodoto sulla provenienza dei Tirreni dalla Lidia &#8211; oltre tutto basata sull&#8217;ambiguità del concetto e del nome di Tirreni &#8211; dai più vaghi ma più diffusi, e presumibilmente più antichi, richiami alle navigazioni dei Pelasgi.<br />
In questo senso potrebbe anche ammettersi una certa corrispondenza fra dati della tradizione e dati linguistici, sia nella prospettiva geografica ( pelasgità di Lemno, provenienza degli Etruschi da Lemno secondo Anticlide, affinità fra illemnio e l&#8217;etrusco), sia nella prospettiva cronologica (antichità del rapporto così nel quadro delle tradizioni come nell&#8217;evidenza linguistica).<br />
Manca invece una qualsiasi spia archeologica, anche se la possibilità che navigazioni egee abbiano raggiunto il Tirreno nel tardo bronzo ci è suggerita da più o meno sporadici trovamenti di ceramica di tipo miceneo, come già sappiamo.</p>
<p><strong>Analisi della teoria della provenienza settentrionale e dell&#8217;autoctonia</strong><br />
Passiamo ora all&#8217;esame delle tesi «occidentalistiche», a cominciare da quella della provenienza degli Etruschi da settentrione. Il vecchio raffronto tra il nome dei Rasenna e quello dei Reti è puerile: le iscrizioni rinvenute nel Trentino e nell&#8217; Alto Adige sono assai tarde (posteriori al V secolo a.C.) e, se anche mostrano antichissimi legami o recenti rapporti con l&#8217;etrusco, nulla provano ai fini di una supposta originaria immigrazione degli Etruschi, come popolo già formato, dalla regione alpina.<br />
Dal punto di vista archeologico la critica già fatta ai punti di vista del Pigorini e dello Helbig in firma sostanzialmente l&#8217;ipotesi di una discesa di popoli dal settentrione dell&#8217;ltalia verso il centro della penisola.<br />
L&#8217;etruschicità della pianura padana è una ben definita conquista dal sud, come dicono anche le fonti storiche: in questo si può andare d&#8217;accordo con il Brizio e con il Ducati, pur facendo ogni riserva sulla cronologia ed escludendo che gli abitatori di Bologna villanoviana siano da identificare con quegli Umbri italici la cui apparizione sul versante orientale dell&#8217;Appennino è ancora più recente.<br />
La linguistica ha ormai da tempo superato la vecchia concezione delle affinità genetiche tra etrusco e lingueitaliche: cosicche anche da questo punto di vista la tesi pigoriniana di, una discesa unica di Etruschi edi ltalici ha perduto ogni consistenza. Di qui la teoria del De Sanctis tendente a riconoscere gli Etruschi nei crematori e gl&#8217;ltalici negli inumatori del vecchio ceppo eneolitico (meglio noi diremmo ora, nelle genti di tradizione appenninica).<br />
Sul piano di una grossolana identificazione dei fatti archeologici con quelli etnico-linguistici queste equazioni sarebbero le sole idonee a spiegare la già constatata corrispondenza delle aree dell&#8217;inumazione e della cremazione rispettivamente con le aree indoeuropea e non indoeuropea d&#8217;ltalia. Ma è evidente, specialmente oggi alla luce delle più recenti scoperte, che non si può parlare in blocco di «crematori» come rappresentanti di un&#8217;unica e precostituita realtà etnico-linguistica; che il villanoviano non è una cultura introdotta già formata da qualche area esterna a quella del suo sviluppo, ne presenta forme più antiche a nord dell&#8217; Appennino, ma anzi ha i suoi precedenti immediati piuttosto nel «protovillanoviano» peninsulare, e tra l&#8217;altro proprio nell&#8217;Etruria tirrenica (dai Monti della Tolfa al Grossetano); che fasi arcaiche di culture di crematori affini al « protovillanoviano», come il «protolaziale» e il «protoveneto», appaiono all&#8217;inizio delle culture del ferro del Lazio e del Veneto, spettanti a popoli storici di lingua indoeuropea ma di origine diversa, cioè rispettivamente ai Latini e ai Veneti. Con ciò cade anche &#8211; o si riduce nella sfera delle congetture indimostrabili &#8211; l&#8217;opinione del Pareti che i « protovillanoviani» rappresentino originariamente una sola stirpe, quella degli ltalici orientali (ipotesi tanto più inverosimile in quanto in età storica gl&#8217;Italici orientali sono principalmente inumatori), e che una successiva ipotetica ondata di «villanoviani» rappresenti la discesa degli Etruschi. Si tratta, come si vede, di giuochi di pazienza senza alcun fondamento di verosimiglianza critica. In nessun modo l&#8217;archeologia può dimostrare un «arrivo» degli Etruschi dal nord.<br />
Altro argomento a svantaggio della tesi settentrionale è proprio il rapporto della lingua etrusca con la lingua preellenica di Lemno. Per spiegarlo occorrerebbe accettare la tesi del Kretschmer di un&#8217;immigrazione parallela dal bacino danubiano, per via continentale, nell&#8217;Egeo settentrionale e in Italia; ma resterebbero pur sempre da spiegare gli elementi affini all&#8217;etrusco nella toponomastica «tirrenica» dell&#8217;Italia peninsulare, che sono profondi e diffusi.<br />
Ciò non esclude tuttavia la presenza in etrusco di elementi linguistici continentali, ricollegabili a linguaggi nordico-occidentali del substrato preindoeuropeo (come il «ligure» o il «retico») o addirittura a lingue indoeuropee. Ma questo prova, se mai, una larga coincidenza e mescolanza locale di fattori di diversa origine, attraverso una complessa sovrapposizione di aree linguistiche.<br />
Anche la tesi dell&#8217;autoctonia, intesa in un senso assoluto e schematico, presenta il fianco a fondate critiche. Il punto di vista dei linguisti (Trombetti, Ribezzo, Devoto, ecc.), che riconosce nel fondo dell&#8217;etrusco il relitto di una più vasta unità linguistica preindoeuropea, è teoricamente ineccepibile, in quanto tiene conto delle affinità mediterranee della lingua etrusca e della presenza del substrato «tirrenico», rivelato soprattutto dalla toponomastica, in gran parte del territorio italiano. Viceversa la ricostruzione specifica dei fatti in base ai dati archeologici, tentata dall&#8217;Antonielli e dal Devoto, si dibatte contro gravi difficoltà. Essa presuppone una netta contrapposizione etnica tra indigeni inumatori dell&#8217;eneolitico e dell&#8217;età del bronzo, e «villanoviani» crematori discesi da settentrione, identificando i primi con lo strato primitivo « tirrenico», i secondi con gli invasori italici indoeuropei.<br />
Ancora una volta la constatazione della corrispondenza pressoche esatta delle aree d&#8217;incinerazione e di inumazione rispettivamente con l&#8217;area non indoeuropea e con quella indoeuropea si oppone alla ricostruzione astratta degli autoctonisti. Proprio l&#8217;Etruria, dove è tipica e densissima l&#8217;occupazione degli incineratori, sarebbe il solo cantone dell&#8217;Italia in cui la lingua primitiva avrebbe conservato i suoi caratteri sino alla pienezza dei tempi storici; mentre invece le lingue italiche avrebbero trionfato nella parte orientale della penisola, dove non si hanno tracce se non sporadiche ed insignificanti del passaggio dei supposti incineratori italici!<br />
È chiaro che l&#8217;autoctonismo linguistico non può essere costretto entro l&#8217;assurdità di questi schemi archeologici, nei quali appare ancora così evidente l&#8217;impronta del vecchio preconcetto pigoriniano. Invano Devoto tentò di ricondurre l&#8217;equazione incineratori = Italici al concetto di una corrente «protoitalica» di cui però nulla chiaramente risulta nei fatti positivi dell&#8217;etnografia storica italiana.<br />
In ogni caso un puro autoctonismo si presenta a priori come una teoria antistorica: ed in concreto urta contro l&#8217;evidenza di vicende culturali che denunciano influenze europee ed orientali e contro i dati linguistici che dimostrano rapporti tra l&#8217;Etruria e l&#8217;Egeo oltre che una profonda penetrazione di elementi indoeuropei nella lingua etrusca.</p>
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