Dittature e democrazie in centro America e sud America

Nel 1979 in Nicaragua la coalizione guidata dal Fronte sandinista, movimento rivoluzionario d’ispirazione socialista caratterizzato da un’impostazione politica vicina alle posizioni cubane, dà vita ad un’insurrezione che porta alla caduta della lunga dittatura militare d’Anastasio Somoza. Sono soprattutto gli USA a contrastare l’esperimento sandinista, promuovendo il boicottaggio economico del Nicaragua e, soprattutto, appoggiando la guerriglia dei contras, movimenti armati di destra oppositori del regime. Nel 1984 alle elezioni presidenziali si afferma Daniel Ortega, candidato delle sinistre. Nel 1990, dopo un decennio di guerra civile, la vittoria elettorale di uno schieramento di centro-destra, capeggiato da Violeta Chamorro e appoggiato dagli USA, che alleggeriscono quindi la loro pressione sul Paese, contribuisce a un abbassamento della tensione.
Il Salvador conosce, a partire dal 1962, una Repubblica presidenziale. Nel 1972 è eletto presidente della Repubblica il conservatore Molina, mai riconosciuto dall’opposizione politica comunista, democristiana e nazional-rivoluzionaria (che denuncia brogli alle elezioni e continue violazioni dei diritti umani da parte delle forze di polizia). Nel 1977 viene quindi eletto il generale C. Humberto Romero, che inizia una campagna di repressione delle opposizioni politiche, utilizzando anche corpi speciali, i famigerati squadroni della morte. Nel 1979, in un contesto ormai di vera e propria guerra civile, un gruppo di militari si impadronisce del potere con un colpo di Stato, provocando un duro inasprimento della guerra civile, in un clima di tensione causato anche dal fallimento della riforma agraria avviata negli anni precedenti. Alla fine del 1980 Duarte viene chiamato a presiedere la giunta militare. Alle elezioni del 1984 sconfigge il candidato delle destre D’Aubuisson, mentre il Fronte guerrigliero Farabundo Martì, attraverso la sua ala legalitaria, inizia le prime trattative per la realizzazione di un piano di pace nel Paese. La situazione si aggrava nuovamente nel 1989, quando il leader delle forze conservatrici Cristiani diventa presidente della Repubblica, dopo elezioni boicottate dalla sinistra e dai guerriglieri. I colloqui di pace continuano con la partecipazione dell’ONU nel 1991-92, ma solo nel 1995 il presidente Armando Calderòn Sol dichiara ufficialmente compiuto il processo di pacificazione del Paese.
Il Guatemala viene governato fino al 1986 da una serie di giunte militari a carattere dittatoriale, che negli anni settanta attuano una politica di repressione nei confronti dei contadini indios (il 60% di tutta la popolazione nazionale), vicina a un vero e proprio genocidio. Le giunte militari combattono inoltre la guerriglia filocubana attiva nel Paese, organizzata sia come movimento militare sia come struttura terroristica. Nel 1985, l’elezione di un’Assemblea costituente e di un presidente della Repubblica (il democristiano Cerezo) contribuiscono all’avvio di un lento processo di democratizzazione, reso difficile dalla critica situazione economica del Paese.
Proprietà inglese fino al 1974 quando raggiunge l’indipendenza, l’isola di Grenada assume nel corso degli anni settanta posizioni politiche filocubane. La costruzione di un aeroporto turistico, finanziato con la collaborazione del governo cubano, a provocare l’intervento militare degli USA, in occasione di un attentato, nel 1983, che provoca la morte di Bishop. Gli USA nel giro di pochi giorni conquistano l’isola e sostituiscono al regime filocastrista un governo di centro-destra, tuttora al potere.
A Haiti il regime dittatoriale di Jean Claude Duvalier, figlio di F. Duvalier (dittatore di Haiti nel periodo 1957-71), crolla nel 1986 dando inizio a un processo di democratizzazione fortemente contrastato dai militari. Nel 1991 tuttavia un colpo di Stato dei militari rovescia il governo Aristide, in carica dal marzo 1990, per instaurare un regime militare. I militari lasciano il potere solo nel 1994 in seguito ad un intervento delle truppe americane che riporta Aristide al potere.
In seguito alla dissoluzione dei regimi comunisti nell’Europa orientale e alla crisi generale del socialismo a livello mondiale, ma anche a causa di notevoli difficoltà economiche e di tensioni negli equilibri sociali del Paese, Cuba ha recentemente modificato alcune delle linee-guida della propria impostazione politica ed economica. Il regime ha deciso di aprirsi, cautamente, all’ingresso di capitali occidentali nel Paese e a forme moderate di economia concorrenziale e capitalista. Dal 1993 è stato reso legale il possesso di dollari ed è stata firmata una serie di accordi di cooperazione tra l’isola caraibica e l’Unione Europea.
Un evento di particolare importanza per il processo di apertura del regime e per la sua immagine a livello internazionale è stata la visita a Cuba, nel gennaio 1998, di papa Giovanni Paolo II.
In Argentina, nel 1973, il candidato peronista Hector Campora vince le elezioni presidenziali e apre la strada al ritorno in patria dell’anziano Perà³n. Questi e la sua seconda moglie Maria Estela Martinez (Isabelita) vengono eletti alla fine dello stesso anno presidente e vicepresidente della Repubblica. Alla morte di Perà³n nel 1974 è la moglie ad assumere la presidenza, concentrandosi principalmente sulla repressione della guerriglia dell’Erp e dei Montoneros e accentuando, con la chiusura per tre mesi del Parlamento nel 1976 e la destituzione di vari ministri, il carattere autoritario del suo potere.
Nel marzo 1976 un colpo di Stato rovescia la Perà³n, instaurando una dittatura militare capeggiata prima dal generale Videla, poi da Nola, infine, dall’11 dicembre 1976, dal generale Galtieri. L’episodio di questa fase della storia argentina che ha più colpito l’opinione pubblica internazionale è la vicenda dei desaparecidos, i circa trentamila oppositori politici del regime sequestrati, torturati e fatti letteralmente sparire tra il 1976 e il 1979 dalle forze di polizia.
Nel 1982 cade il regime dittatoriale, principalmente a causa della dura sconfitta subita dall’Argentina nella guerra delle Falkland-Malvinas, l’ultimo tentativo del regime di riconquistare consenso tra la popolazione.
Nel corso dei primi anni novanta l’Argentina è stata protagonista di un processo di modernizzazione economica, che ha contribuito a sollevare alcune aree e settori del Paese dallo stato di arretratezza che aveva caratterizzato il decennio precedente, principalmente a causa dell’immensa inflazione. Dal 1995 si è tuttavia riproposta una situazione di grave crisi economica e finanziaria, che i piani di intervento governativi non riescono a risolvere.
L’esperienza riformatrice in Cile del governo di Unidad Popular, presieduto da Allende nel triennio 1970-73, aveva rappresentato un esperimento politico molto originale nella storia contemporanea dell’America Latina, basato sulla democratizzazione del Paese e sulla lotta all’arretratezza economica. Le tensioni emergono chiaramente e direttamente nell’estate del 1973, quando il Cile, messo in ginocchio da un enorme sciopero antigovernativo ad opera dei camionisti, assiste al colpo di Stato del generale Pinochet, leader delle forze di destra; l’11 settembre questi si impadronisce del potere, instaurando una giunta militare, reprimendo con la forza la resistenza democratica, e provocando la morte del presidente Allende. La dittatura di Pinochet dura fino al 1988: un quindicennio di violenza e repressione politica, di indebitamento e impoverimento economico. Dopo le prime elezioni libere del 1989, il Cile attraversa una difficile fase di transizione verso la democrazia.
Dal 1964 al 1985, il Brasile è governato per circa un ventennio da una dittatura di tipo militare, particolarmente dura nella repressione dell’opposizione fino alla metà degli anni settanta, in coincidenza con lo sviluppo nel Paese di movimenti guerriglieri di impostazione maoista e guevarista. Nel quindicennio 1970-85 il Brasile avvia un contraddittorio tentativo di modernizzazione economica (il cosiddetto “miracolo economico”), basato sull’indebitamento con l’estero (in primo luogo con gli USA) al fine di favorire l’industrializzazione. Quest’ultima si compie tuttavia effettivamente solo in alcune aree, rendendo competitivi a livello internazionale alcuni settori dell’economia brasiliana, ma creando squilibri e sacche di povertà e arretratezza in molte regioni agricole e nelle metropoli, le quali si accrescono vertiginosamente proprio in questi anni. Il centro dello sviluppo brasiliano è la regione del Sudeste, mentre la zona del Nordeste è la più arretrata economicamente e socialmente disgregata.
I tentativi di risanamento economico, come nel caso del piano varato nel 1986 dal presidente Sarney e, tre anni più tardi, da Collor de Mello, ottengono tuttavia scarsi risultati: il Brasile, nonostante l’ingresso nel 1991 nel Mercosur, il mercato comune del Sudamerica, stenta a risollevarsi da una crisi economica che produce una realtà sociale tra le più drammatiche e difficilmente gestibili del continente latino-americano.
Dal 1964 in Bolivia si sussegue una serie di dittature, colpi di Stato e giunte militari che guidano il Paese praticamente fino al 1982, quando H. Silez Suazo instaura un governo di tendenza democratica.
Fino al 1974 la Colombia è caratterizzata dall’alternanza al governo di conservatori e liberali, più volte autori di svolte autoritarie e colpi di Stato. Negli anni settanta il regime liberale mette in pratica diverse forme di repressione, tra cui torture e assassini politici. Verso la metà degli anni ottanta la Colombia è sconvolta da vere e proprie guerre tra i clan che detengono il controllo del mercato della droga, conflitti che provocano in pochi anni migliaia di morti.
Dal 1968 al 1975, in seguito alla rivoluzione del 3 ottobre 1968, il Perù è retto da un governo militare di sinistra con a capo Alverado, il quale imposta una politica di nazionalizzazione economica, soprattutto nei settori del petrolio e delle banche, fortemente contrastata dagli USA. Nel 1975 Alverado viene destituito a favore del generale Morales Bernandez, di tendenze conservatrici. Nel 1980 è eletto presidente il generale Terry, ma la sua riforma liberale e soprattutto la sua presidenza non riescono ad arginare la guerriglia di Sendero Luminoso, un’organizzazione maoista attiva dalla fine degli anni sessanta e molto forte in diverse regioni del Paese. Nel 1990 è eletto presidente Fujimori (di origine giapponese) che, forte del sostegno delle forze armate, realizza nel 1992 una sorta di colpo di Stato, sciogliendo il Parlamento. La guerriglia di Sendero Luminoso ha ricevuto un colpo piuttosto duro con l’arresto nel 1992 del suo leader, Guzman. Fujimori è stato riconfermato presidente nel 1995.

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