Etruschi: la religione

Gli autori latini erano concordi nel definire gli etruschi un popolo religiosissimo esperto nell’arte divinatoria. Ebbero infatti un’articolata letteratura religiosa, oggi purtroppo irrimediabilmente perduta. Esistevano una serie di rigide regole che determinavano il rapporto tra gli dèi e gli uomini (quella che costituiva la ”disciplina etrusca”, ossia scienza etrusca), quindi sul rito e sull’interpretazione della volontà divina.
Di queste norme possiamo farci solo un’idea attraverso alcuni passi di Cicerone, Plinio il Vecchio, Livio o Seneca (che si rifacevano a traduzioni che non ci sono pervenute) e tramite rarissimi documenti etruschi come la “mummia di Zagabria” o il “fegato di Piacenza”.
Sappiamo inoltre che quella etrusca fu una religione rivelata attraverso le profezie di esseri superiori come il fanciullo Tagete e la ninfa Vegoe o Vegonia. Fra gli etruschi delle origini la divinità appare sempre in modo molto impreciso, sia nell’aspetto che nelle mansioni ed è ragionevole pensare che in principio vi fosse un’unica entità divina che si manifestava in molteplici modi, assumendo connotati diversi. Tra l’VIII e il VI secolo a.C. si assiste alla trasformazione della religione etrusca. Dalla Grecia vennero importate in Etruria nuove divinità; quelle indigene assunsero figura umana e col tempo ereditarono le caratteristiche e le mansioni degli dèi dell’Olimpo classico.

Il pantheon etrusco
Le più antichità divinità degli etruschi rappresentavano le forze della natura, distruttrici e creatrici al tempo stesso: Tarconte era il dio della tempesta, distruttore ma anche dispensatore di benefica pioggia; Velka era il dio del fuoco e, insieme, della vegetazione.
Sommo dio dell’Etruria – dice Varrone – era Velthune (in latino Vertumnus o Voltumna), il multiforme, che rappresentava l’eterno mutare della stagioni ed era adorato nel santuario federale di Volsinii.
All’antico pantheon appartenevano anche gli dèi Selvans (Silvano) e Ani (poi Giano) e la dea Northia, divinità probabilmente del fato. Dal VII secolo a.C. molte divinità di fondo originariamente etrusco vennero assimilate agli dèi olimpici: la divinità superiore Tinia (o Tin), rappresentata sempre col fulmine, fu l’equivalente di Zeus ossia Juppiter (Giove); lo stesso avvenne con Uni, compagna di Tinia, che divenne Hera, ossia la Iuno latina (Giunone).
Turan, la dea dell’amore, fu assimilata ad Afrodite e quindi alla Venus (Venere) latina; Menerva ad Athena (Minerva); Maris ad Ares (Marte); Nethuns a Poseidon (Nettuno); Turms a Hermes (Mercurio); Fufluns a Dionisio (Bacco); Sethlans a Efesto (Vulcano); di Castor e Pollux (Castore e Polluce, i Dioscuri) diventati Castur e Pultuce, ecc.. Ci furono anche dèi nuovi, importati direttamente dal mondo greco, che conservarono il loro nome appena etruschizzato: Artemis (ossia Diana) divenne Aritimi, Apollon (Apollo) fu chiamato Apulu, Heracles (Ercole) cambiò in Hercle. Controversa è l’origine etrusca delle ”triadi” che conosciamo con certezza soltanto nel mondo romano: non è chiaro se la triade capitolina Giove-Giunone-Minerva corrisponda a Tinia-Uni-Menerva.
Di sicura origine greca sono invece le coppie (“diadi”), come quella degli dèi infernali Ade e Persefone (in etrusco Aita e Phersipnai). Gli Etruschi credevano nell’ineluttabilità del destino, al limite potevano solo rendere più piacevole la loro permanenza terrena, per questo motivo compivano feste e riti magici. Credevano nell’aldilà, in particolare nell’inferno, che aveva una porta di accesso, detta mundus, sorvegliato dalla terribile figura del demone Tuchulcha, mostro con orecchie d’asino, il muso di avvoltoio e i capelli fatti da serpenti. Questa figura fa maggiormente la sua presenza nella fase di declino della cultura etrusca, caratterizzata dalla presenza di morte e persecuzioni.
Il demone degli inferi era Charun, che accompagna i morti nell’aldilà, da cui si rievoca la figura di Caronte, portava indosso un mantello ed aveva in mano un martello, simile a quello impiegato oggi per la sepoltura del Papa, con il quale si tocca tre volte la tempia del pontefice defunto. Un gioco funebre caratteristico è quello legato al mito di Phersu, da cui ha origine la parola “persona”, che aizza un cane contro una persona con la testa coperta da un sacco, che lentamente viene legata.
Il cane sbrana la persona e sta a testimoniare l’ineluttabilità del destino. Le tombe rappresentavano le scene di vita quotidiana: gioia, feste, pranzi e, negli ultimi anni, dolore e terrore. Adottarono un calendario introdotto dai Tarquini, con influenze mesopotamiche, e poi modificato da Cesare, con l’aiuto sempre di tirreni. In esso si ricordavano feste e appuntamenti sacri. Suddivisero la loro era in dieci saeculum dopo dei quali ci sarebbe stata la fine della civiltà tirrenica, come in realtà fu confermato dalla storia.

Lo spazio sacro
Lo spazio “sacro”, orientato e suddiviso, risponde ad un concetto che in latino si esprime con la parola templum.
Esso riguarda il cielo, o un’area terrestre consacrata – come il recinto di un santuario, di una città, di un’acropoli, ecc. -, ovvero anche una superficie assai più piccola (ad esempio il fegato di un animale utilizzato per le pratiche divinatorie), purchè sussistano le condizioni dell’orientamento e della partizione secondo il modello celeste.
L’orientamento è determinato dai quattro punti cardinali. congiunti da due rette incrociate, di cui quella nord-sud era chiamata cardo (con vocabolo prelatino) e quella est-ovest decumanus nella terminologia dell’urbanistica e dell’agrimensura romana che sappiamo strettamente collegate alla dottrina etrusco-italica.

Posto idealmente lo spettatore nel punto d’incrocio delle due rette, con le spalle a settentrione, egli ha dietro di se tutto lo spazio situato a nord del decumanus. Questa metà dello spazio totale si chiama appunto «parte posteriore» (pars postica).
L’altra metà che egli ha dinnanzi agli occhi, verso mezzogiorno, costituisce la «parte anteriore» (pars antica). Una analoga bipartizione dello spazio si ha nel senso longitudinale del cardo: a sinistra il settore orientale, di buon auspicio (pars sinistra o jamiliaris); a destra il settore occidentale, sfavorevole (pars d extra o hostilis). La volta celeste, così orientata e divisa, s’immaginava ulteriormente suddivisa in sedici parti minori, nelle quali erano le abitazioni di diverse divinità.
Questo schema appare riflesso nelle caselle del bordo esterno (appunto in numero di sedici) e nelle caselle interne (ad esse corrispondenti, seppure in maniera non del tutto chiara) del fegato di Piacenza. Tra i numi dei sedici campi celesti, citati da M. Cappella, e i nomi divini in scritti sul fegato esistono indubbie concordanze, ma non una corrispondenza assoluta, perche l’originaria tradizione etrusca pervenne presumibilmente alterata nelle fonti del tardo scrittore romano, con qualche spostamento nelle sequenze.
Ciò nonostante è possibile ricostruire un quadro approssimativo del sistema di ubicazione cosmica degli dèi secondo la dottrina etrusca. Esso ci mostra che le grandi divinità superiori, fortemente personalizzate e tendenzialmente favorevoli, si localizzavano nelle plaghe orientali del cielo, specie nel settore nord-est; le divinità della terra e della natura si collocavano verso mezzogiorno; le divinità infernali e del fato, paurose ed inesorabili, si supponevano abitare nelle tristi regioni dell’occaso, segnatamente nel settore nord-ovest, considerato come il più nefasto.
La posizione dei segni che si manifestano in cielo (fulmini, volo di uccelli, apparizioni prodigiose) indica da qual nume proviene agli uomini il messaggio e se esso è di buono o di cattivo augurio.
Indipendentemente dal punto di origine, una complicata casistica riguardante le caratteristiche del segnale (per esempio la forma, il colore, l’effetto del fulmine, o il giorno della sua caduta) aiuta a precisarne la natura: se si tratti cioè di un richiamo amichevole, o di un ordine, o di un annuncio senza speranza e così via. Lo stesso valore esortativo o profetico hanno le speciali caratteristiche presentate dal fegato di un animale sacrificato, preso in esame dall’aruspice, secondo una corrispondenza delle sue singole parti con i settori celesti.
Così l’«arte fulguratoria» e l’aruspicina, le due forme tipiche della divinazione etrusca, appaiono strettamente collegate; ne fa meraviglia che esse possano essere state esercitate da un medesimo personaggio, come quel L. Cafatius di cui si rinvenne a Pesaro l’epitafio bilingue e che fu appunto haruspex (in etrusco netsvis) e fulguriator (cioè inrerprete dei fulmini: in etrusco trutnvt frontac o trutnvt?). Uguali norme devono aver presieduto all’osservazione divinatoria del volo degli uccelli, come intravvediamo specialmente da fonti umbre (Tavole di Gubbio) e latine. A tal proposito ha speciale importanza lo spazio terrestre d’osservazione, e cioè il templum augurale, con il suo orientamento e le sue partizioni, cui senza dubbio si ricollega la disposizione non soltanto dei recinti sacri, ma dello stesso tempio vero e proprio, cioè l’edificio sacro contenente il simulacro divino, che in Etruria appare di regola orientato verso sud o sud-est, con una pars antica che corrisponde alla facciata ed al colonnato ed una pars postica rappresentata dalla cella o dalle celle. E del pari le regole sacre dell’orientamento si osservano (almeno idealmente) nella planimetria delle città (concreto esempio monumentale è Marzabotto in Emilia), e nella partizione dei campi.
In tutte queste concezioni e queste pratiche, come in generale nelle manifestazioni rituali etrusche, si ha l’impressione, come già accennato, di un abbandono, quasi di una abdicazione dell’attività spirituale umana di fronte alla divinità: che si rivela nella duplice ossessione della conoscenza e dell’attuazione della volontà divina, e cioè da un lato nello sviluppo delle pratiche divinatorie, da un altro lato nella rigida minuziosità del culto.
Così anche l’adempimento o la violazione delle leggi divine, nonche le riparazioni attuate attraverso i riti espiatorii, sembrano essere soprattutto formali, al di fuori di un autentico valore etico, secondo concezioni largamente diffuse nel mondo antico, che però appaiono soprattutto accentuate nella religiosità etrusca. Ma è possibile che almeno gli aspetti più rigidi di questo formalismo si siano definiti soltanto nella fase finale della civiltà etrusca, e precisamente nell ‘ambito di quelle classi sacerdotali le cui elaborazioni rituali e teologiche trovarono la loro espressione nei libri sacri, forse favorite dal desiderio dei sacerdoti stessi di accentrare nelle loro mani l’interpretazione della volontà divina e quindi la direzione della vita spirituale della nazione.
Un altro aspetto, che si ricollega alla mentalità primitiva degli Etruschi, è l’interpretazione illogica e mistica dei fenomeni naturali, che persistendo sino in età molto recente viene a contrastare in maniera drammatica con la razionalità scientifica dei Greci.
A questo riguardo è particolarmente significativo e rivelatore un passo di Seneca (Quaest. nat., II, 32, 2) a proposito dei fulmini: Hoc inter nos et Tuscos…interest: nos putamus, quia nubes collisae sunt, fulmina emitti,. ipsi existimant nubes collidi, ut fulmina emittantur,” nam, cum omnia addeum referant, in ea opinionesunt, tamquam non, quiafactasunt, significent, sed quia significatura sunt, fiant. (La differenza fra noi [cioè il mondo ellenistico-romano] e gli Etruschi… è questa: che noi riteniamo che i fulmini scocchino in seguito all’urto delle nubi; essi credono che le nubi si urtino per far scoccare i fulmini; tutto infatti attribuendo alla divinità, sono indotti ad opinare non già che le cose abbiano un significato in quanto avvengono, ma piuttosto che esse avvengano perche debbono avere un significato…).

L’al di là
La mistica unità del mondo celeste e del mondo terrestre si estende verisimilmente anche al mondo sotterraneo, nel quale è localizzato, secondo le dottrine etrusche più evolute, il reame dei morti. Gran parte delle nostre conoscenze sulla civiltà degli antichi Etruschi proviene, come è noto, dalle tombe (la stragrande maggioranza delle iscrizioni è di carattere funerario; alle pitture, alle sculture, alle suppellettili sepolcrali siamo debitori dei dati fondamentali sullo sviluppo delle forme artistiche e sugli aspetti della vita).
Ed è naturale che le tombe ci offrano, più o meno direttamente, indizi sulle credenze relative alla sorte futura degli uomini e sui costumi e sui riti collegati a queste credenze. Ciò nonostante siamo ancora ben lungi dall’avere una idea chiara dell’escatologia etrusca. Motivi complessi e contrastanti denunciano livelli diversi di mentalità religiosa ed influenze eterogenee. Ne risultano problemi tuttora in parte irresoluti, singolarmente affascinanti.
Il carattere stesso delle tombe e dei loro equipaggiamenti, soprattutto nelle fasi più antiche, offre una testimonianza inequivocabile del persistere di concezioni primitive universalmente diffuse nel mondo mediterraneo, secondo le quali la individualità del defunto, comunque immaginata, sopravvive in qualche modo congiunta con le sue spoglie mortali, là dove esse furono deposte.
Ne consegue l’esigenza, fondamentale per i superstiti, di garantire, difendere, prolungare concretamente questa sopravvivenza, non soltanto come tributo sentimentale di affettuosa pietà, ma come obbligo religioso non disgiunto, probabilmente, da timore.
A questo genere di concezioni appartiene in Etruria, come altrove (e segnatamente nell’antico Egitto), la tendenza ad immaginare il sepolcro nelle forme di una casa, a dotarlo di arredi e di oggetti d’uso, ad arricchirlo di figurazioni pregne, almeno originariamente, di significato magico (specialmente pitture tombali con s.cene di banchetto, di musica, di danze, di giuochi atletici, ecc.), a circondare il cadavere delle sue vesti, dei suoi gioielli e delle sue armi; a servirlo con cibi e bevande; ad accompagnarlo con figurine di familiari; e, infine, a riprodurre l’immagine somatica del morto stesso, per offrire un incorruttibile «appoggio» allo spirito minacciato dal disfacimento del corpo, onde in Etruria (come già in Egitto) sembra nascere il ritratto funerario. Ma quale sia l’effettiva e più profonda natura delle idee religio- se che traspariscono esteriormente in così fatte costumanze e come esse abbiano potuto sussistere ed evolversi accanto ad altre credenze è cosa ancora tutto sommato assai oscura.
All’origine della storia delle città etrusche vediamo infatti dominare pressoche esclusivo un rito funebre, quale è quello della cremazione, che non può non riflettere concetti estranei a quelli del legame materiale tra spirito e corpo del defunto; che anzi, almeno nella piena età storica, esso sembra talvolta significare un’idea di «liberazione» dell’anima dai ceppi della materia verso una sfera celeste.
Tanto più curioso è osservare come nelle tombe etrusche del periodo villanoviano e orientalizzante le ceneri e le ossa dei morti bruciati si contengano talvolta in urne in forma di abitazioni o entro vasi che tentano di riprodurre le fattezze del morto (i così detti “canopi” di Chiusi): ciò che rivela, già dai tempi più antichi del formarsi della nazione etrusca, una mescolanza di credenze e forse anche un riaffermarsi delle tradizionifunerarie mediterranee sul costume diffuso dai seguaci della cremazione.
Ne si può affermare che l’idea della sopravvivenza nella tomba escluda assolutamente una fede nella trasmigrazione delle anime verso un regno dell”‘al di là”. Ma è certo che in Etruria quest’ultima concezione si venne affermando e concretando progressivamente sotto l’influsso della religione e della mitologia greca, con l’attenuarsi delle credenze primitive: e si configurò secondo la visione dell’averno omerico, popolato da divinità ctonie, spiriti di antichi eroi ed ombre di defunti. Già nei monumenti del V e IV secolo, e poi soprattutto in quelli di età ellenistica, la sorte futura è rappresentata come un viaggio dell’anima verso il regno dei morti e come un soggiorno nel mondo sotterraneo.
Soggiorno triste, senza speranza, a volte dominato dallo spavento che incute la presenza di mostruosi dèmoni, o addirittura dai tormenti che essi infliggono alle anime. È, in sostanza, la materializzazione dell’angoscia della morte in una escatologia essenzialmente primitivistica. E a simboleggiare la morte sono specialmente due figure infernali: la dea Vanth dalle grandi ali e con la torcia, che, simile alla greca Moira, rappresenta il fato implacabile; e il dèmone Charun, figura semibestiale armata di un pesante martello, che può considerarsi una paurosa deformazione del greco Caronte dal quale prende il nome. Sia di Vanth sia di Charun esistono moltiplicazioni, forse con una propria individualità ed un proprio secondo nome. Ma la demonologia infernale è ricca e pittoresca, e conosce altri personaggi, come l’orripilante Tuchulcha dal volto di avvoltoio, dalle orecchie d’asino e armato di serpenti; accoglie largamente la simbologia di animali ctonii, come il serpente e il cavallo.
Anche per questa fase più tardiva le fonti monumentali, nei loro aspetti frammentari ed esteriori, sono insufficienti a darci un’idea sicura e completa delle credenze contemporanee sull’oltretomba. Stando alle pitture e ai rilievi sepolcrali, parrebbe che il destino dei morti fosse inesorabilmente triste ed uguale per tutti: la legge crudele non risparmia neanche i personaggi più illustri, la cui affermazione di superiorità si limita ai costumi sfarzosi, agli attributi delle cariche rivestite e al seguito che li accompagna nel viaggio agli inferi.
Esistono tuttavia nella tradizione letteraria, alcuni accenni più o meno espliciti a consolanti dottrine di salvazione, e cioè alla possibilità che le anime conseguano uno stato di beatitudine o addirittura q i deificazione, attraverso speciali riti che sarebbero stati descritti dagli Etruschi nei loro Libri Acherontici. Un prezioso documento originale di queste cerimonie di suffragio, con prescrizioni di offerte e di sacrifici a divinità specialmente infernali, sembra esserci conservato nel testo etrusco della tegola di Capua, che risale al V secolo a.C..
Non sappiamo fino a che punto allo sviluppo di queste nuove concezioni escatologiche abbia contribuito il diffondersi in Etruria di dottrine orfiche, pita- goriche e, più ancora, dionisiache (il culto di Bacco è, in verità, largamente attestato anche in rapporto con il mondo funerario). Comunque le speranze di salvazione sembrano restare collegate al concetto delle operazioni magico-religiose, proprie di una spiritualità primitiva, piuttosto che dipendere da un superiore principio etico di retribuzione del bene compiuto in vita.

Forme del culto
Le testimonianze monumentali, i documenti scritti etruschi e i riferimenti delle fonti letterarie classiche offrono numerosi dati per la ricostruzione della vita religiosa e delle forme del culto. Si tratta di costumanze che, almeno per quel che riguarda gli aspetti sostanziali (luoghi sacri e templi, organizzazione del sacerdozio, sacrifici, preghiere, offerte di doni votivi, ecc.), non differiscono profondamente dalle analoghe manifestazioni del mondo greco, italico e, specialmente, romano.
Ciò si spiega per un verso considerando i comuni orientamenti spirituali della civiltà greco-italica a partire dall’età arcaica, per altro verso tenendo conto della fortissima influenza esercitata dalla religione etrusca su quella romana. Uno studio delle antichità religiose etrusche non può quindi prescindere dal quadro, ben altrimenti particolareggiato e complesso, che in materia rituale ci presentano la Grecia e Roma: tanto più difficile è determinare i riflessi che le concezioni proprie della mentalità religiosa etrusca ebbero, con motivi peculiari, nella prassi del culto.
Sarà, in primo luogo, da attribuire agli Etruschi quella concreta e quasi materialistica adesione a norme sancite ab antiquo, quel preoccupato formalismo dei riti, quel frequente insistere sui sacrifici espiatorii, che si avvertono nell’ambito delle tradizioni religiose romane come un elemento in certo senso estraneo alla semplice religiosità agreste dei prisci Latini e indizio della presenza di un fattore collaterale che non può non riportarsi ad una antica e matura civiltà cerimoniale, quale è appunto l’etrusca.
Questa ars colendi religiones (secondo l’espressione di Livio nel passo sopra citato) risponde in pieno al senso di subordinazione dell’uomo alla divinità, che sappiamo predominante nella religiosità etrusca e presuppone la fede nella efficacia magica del rito, proprio delle mentalità più primitive. La concretezza degli atti cultuali si manifesta nella precisa determinazione dei luoghi, dei tempi, delle persone e delle modalità, entro i quali e attraverso i quali si compie l’azione stessa volta ad invocare o a placare la divinità: quell’azione che i Romani chiamavano nel loro complesso res divina e gli Etruschi probabilmente ais(u)na (cioè, appunto, servizio “divino”, da ais “dio”): donde, anche, la parola umbra esono “sacrificio”.
Essa si svolge nei luoghi consacrati (tempia) dei quali si è fatta già menzione: recinti con altari ed edifici sacri contenenti immagini delle divinità. Sovente questi edifici sono orientati verso sud e sud-est. Il concetto di consacrazione al culto di un determinato luogo o edificio è forse espresso in etrusco dalla parola sacni (donde il verbo sacnisa): questa condizione può estendersi, come in Grecia e nel mondo italico e romano, ad un complesso di recinti e templi, per esempio sulle acropoli delle città (Marzabotto); carattere in certo senso analogo hanno anche le tombe, presso le quali o entro le quali si compiono sacrifici funerari o si depongono offerte.
Speciale importanza deve avere avuto in Etruria la regolamentazione cronologica delle feste e delle cerimonie, che, insieme con le modalità delle azioni sacre, costituiva la materia dei Libri Rituales ricordati dalla tradizione. Il massimo testo rituale etrusco, tramandatoci nella lingua originale -e cioè il manoscritto su tela parzialmente conservato nelle fasce della mummia di Zagabria – contiene un vero e proprio calendario liturgico, Con l’indicazione dei mesi e dei giorni ai quali si riportano le cerimonie descritte. È probabile che altri documenti fossero redatti nella forma attestata dai calendari sacri latini: e cioè come una elencazione consecutiva di giorni contrassegnati dal solo titolo delle feste o dal nome della divinità celebrata.
Il calendario etrusco era forse analogo al calendario romano precesareo: conosciamo il nome di alcuni mesi e sembra che le “idi”, circa a metà del mese, abbiano un nome di origine etrusca; ma il computo dei giorni del mese segue generalmente, a differenza del calendario romano, una numerazione consecutiva. Ogni santuario ed ogni città doveva avere, come è logico, le sue feste particolari: tale è appunto il caso del sacni cilfh (santuario di una città non altrimenti identificabile), al quale fa riferimento il rituale di Zagabria.
Le celebrazioni annuali del santuario di Voltumna presso Volsinii avevano invece carattere nazionale, come sappiamo dalla tradizione. Tra le cerimonie e gli usi sacri può ricordarsi quello della infissione dei chiodi per segnare gli anni (clavi annales) nel tempio della dea Nortia a Volsinii, ricordato a proposito dell’analogo rito del tempio di Giove Capitolino a Roma. Anche per intendere la natura e l’organizzazione dei sacerdozi siamo costretti ad avvalerci del confronto con il mondo italico e romano.
Abbiamo in ogni caso indizi per ritenere che essi fossero varii e specializzati, strettamente collegati con le pubbliche magistrature e sovente riuniti in collegi. Il titolo sacerdotale cepen (con le variante cipen attestata in Campania), particolarmente frequente nei testi etruschi, è ad esempio seguito spesso da un attributo che ne determina la sfera d’azione o le specifiche funzioni: come nel caso di cepen fhaurx, che senza dubbio indica un sacerdote funerario (da fhaura «tomba»).
La dignità sacerdotale in genere o specifici sacerdozi sono designati anche con altre parole: quali eisnevc (in rapporto con aisna, l’azione sacrificale), celu, forse santi, ecc. Si hanno inoltre i sacerdoti divinatori: e cioè gli aruspici (netsvis), rappresentati nei monumenti con un costume caratteristico composto di un berretto a terminazione cilindrica e di un manto frangiato, e gl’interpreti dei fulmini (trutnvt?). Il titolo marun-, è, come già sappiamo, in rapporto con funzioni sacrali, per esempio nel culto di Bacco (marunux paxanati, maru paxafhuras): si osservi il doppio titolo cepen marunuxva, che indica probabilmente un sacerdozio con le funzioni proprie dei maru.
Si può ricordare anche il titolo zilx cexaneri, nel quale si è voluto intendere qualcosa come “curator sacris faciundis”, (ma è congettura molto opinabile). Probabilmente a confraternite si riferiscono termini collettivi quali paxafhuras, formalmente analoghi a quelli che esprimono aggregati gentilizi (per es. Velfhinafhuras nel senso dei membri della famiglia Velfhina) o altri collegi.
A Tarquinia esisteva in età romana un arda LX haruspicum veri similmente di antica origine. Uno degli attributi dei sacerdoti era illituo, bastone dall’estremità ricurva, che è però frequentemente rappresentato nei monumenti anche in rapporto ad attività profane, per esempio in mano ai giudici delle gare atletiche. L ‘azione del culto è volta ad interrogare la volontà degli dèi, secondo le norme dell’arte divinatoria; e quindi ad invocare il loro aiuto e perdono attraverso l’offerta.
È probabile che l’una e l’altra operazione fossero strettamente collegate tra loro; benche sia ricordata dalle fonti letterarie una distinzione tra vittime sacrificate per la consultazione delle viscere (hastiae cansultatariae) e vittime destinate all’offerta vera e propria, in sostituzione dei sacrifici umani (hastiae animales). Del pari intrecciate in complicati cerimoniali sembrano le offerte incruente (di liquidi e cibi) con quelle cruente di animali.
Il grande rituale di Zagabria e il rituale funerario della Tegola di Capua descrivevano minuziosamente, in tono prescrittivo e con un linguaggio tecnico specializzato, queste liturgie; ma lo stato delle nostre cognizioni della lingua etrusca non ci consente di stabilire con esattezza il significato di molti ‘termini impiegati nella descrizione dei riti e, pertanto, di ricostruirne in pieno lo svolgimento. La preghiera, la musica, la danza dovevano avere larga parte nelle cerimonie. Una scena di culto con offerte è rappresentata nella parete di fondo della Tomba del Letto Funebre di Tarquinia.
I doni votivi offerti nei santuari, per grazie chieste o ricevute, consistono per lo più di statue di bronzo, pietra, terracotta, raffiguranti le divinità stesse e gli offerenti, o anche animali, in sostituzione delle vittime, e parti del corpo umano; inoltre vasi, armi, ecc. Questi oggetti che erano ammassati in depositi o favisse, recano spesso iscrizioni dedicatorie. Essi variano per valore artistico e per pregio (la massima parte è costituita da modeste figuri ne di terracotta lavorate a stampo): ciò che indica, intorno ai grandi centri del culto, una diffusa e profonda religiosità popolare.

Il culto degli dei e dei defunti
Dopo che i sacerdoti avevano ottenuto attraverso la divinazione la conoscenza del volere divino, si dava attuazione a tutto ciò che ne derivava dal punto di vista del comportamento, sulla base delle norme che facevano anch’esse parte della ”disciplina etrusca” ed erano oggetto di trattazione nei Libri Rituales. Queste norme si traducevano (e si esaurivano) in una serie impressionante di pratiche, cerimonie e riti rigidamente codificati e ripetuti meccanicamente fino a diventare puro e semplice formalismo.
Essi toccavano sia gli aspetti religiosi della vita degli etruschi sia quelli civili, secondo il principio che ”ogni azione umana doveva essere compiuta in conformità della disciplina”. E per ogni rito, cerimonia di culto o servizio divino doveva essere stabilito con precisione il luogo, il tempo, il modo, lo scopo, la persona preposta e, naturalmente, la divinità che veniva chiamata in causa. Le funzioni sacre si svolgevano perciò in luoghi rigidamente circoscritti e consacrati (templi, santuari, altari) e il loro svolgimento era codificato fin nei minimi particolari tanto che, se veniva sbagliato od omesso anche un solo gesto, tutta l’azione doveva essere ripetuta da capo. Musica e danza vi trovavano ampio spazio.
Oltre all’uso di sacrificare bovini, ovini e volatili, particolarmente diffuso era quello dei doni votivi che potevano andare dagli ex voto (statue e statuine di divinità e di offerenti), alle prede di guerra (armi, carri), agli stessi edifici sacri (dedicazione di un tempio o di un sacello).
Tra le pratiche di carattere religioso quelle destinate ai defunti avevano presso gli etruschi un carattere tutto particolare. Esse erano legate alla concezione (del resto diffusa in altre civiltà del Mediterraneo) che l’attività vitale del defunto, la sua ”individualità” continuasse anche dopo la morte e che questa sopravvivenza avesse luogo nella tomba.
Spettava però ai vivi, ai familiari e dei parenti, garantire la sopravvivenza dell’entità vitale del defunto al quale doveva essere data una tomba, cioè una nuova casa, e un corredo di abiti, oggetti d’uso personali, cibi, di cui si serviva simbolicamente o magicamente. Per la stessa ragione vitalità e forza venivano trasmesse al defunto con giochi e gare atletiche che si svolgevano in occasione dei funerali o delle ricorrenze anniversarie della morte.
Quanto alle pratiche proprie dei funerali, la prassi non era dissimile da quella che avveniva altrove: esposizione del cadavere al compianto pubblico e alle lamentazioni di donne appositamente pagate (prefiche), corteo funebre e banchetto presso la tomba. Il culto della ”sopravvivenza” nel sepolcro era ulteriormente sviluppato nel culto degli antenati e in particolar modo del capostipite, specie delle famiglie gentilizie.
Tra il V e il IV secolo a.C., però, la fede della sopravvivenza del morto nella tomba cambiò sotto l’effetto delle suggestioni provenienti dalla civiltà greca. Ad essa si sostituì la concezione di un ”mondo dei morti” (simile all’Averno o all’Ade) dove le ”ombre” soggiornavano. Ai defunti vennero allora dedicati particolari riti di suffragio, stabiliti dai Libri Acherontici, e offerte alle divinità infere (in particolare il sangue di alcuni animali) che potevano consentire alle anime il conseguimento di uno speciale stato di beatitudine.

La “disciplina etrusca”
Secondo gli etruschi gli dèi condizionavano il mondo e ogni azione umana: occorreva quindi “tradurre” la loro volontà andando in cerca dei segni attraverso i quali essa si manifestava. Perciò era necessario avere a disposizione un codice che interpretasse quei segni e un prontuario di norme precise e costanti che per ogni segno indicasse il conseguente comportamento atto a soddisfare (e quindi a seguire) la volontà degli dèi. Questo complesso di conoscenze fu chiamato dai romani ”disciplina etrusca” i cui principi ispiratori erano fatti risalire dagli etruschi all’intervento rivelatore della stessa divinità.
Essa si sarebbe servita di esseri mitici o semidei (come il fanciullo Tagete o la ninfa Vegoe) i quali avrebbero ”dettato” le verità soprannaturali e insegnato agli uomini l’arte di avvicinarsi ad esse: in pratica la divinazione.
Appositi collegi sacerdotali, che si tramandavano la professione di padre in figlio, erano preposti all’interpretazione dei segni della volontà divine: i fulguratores osservavano le traiettorie dei fulmini, gli àuguri interpretavano i voli degli uccelli, gli arùspici leggevano il fegato delle pecore e di altri animali sacrificati. Le dottrine divinatorie, e tutte le altre che formavano il corpus minuzioso e vastissimo dei riti etruschi, erano tramandati nei testi della cosiddetta ”disciplina etrusca”: i Libri Haruspicini, svelati dal fanciullo Tagete, trattavano la consultazione delle viscere degli animali; i Libri Fulguratores, il cui contenuto era stato manifestato dalla ninfa Vegoe, riguardavano la scienza dei fulmini; i Libri Rituales, svelati anch’essi dalla ninfa Vegoe, trattavano della suddivisione della volta celeste, della gromatica (ripartizione dei campi), dei riti e delle modalità per la fondazione delle città e per la consacrazione dei santuari, e infine degli ordinamenti civili e militari.
Esistevano poi i Libri Acherontici, svelati da Tagete, che esponevano le credenze nell’oltretomba e dettavano le norme per i riti di salvazione. Infine v’erano i Libri Fatales, nei quali si trattava dei dieci secoli di vita assegnati dal Fato alla nazione etrusca, e i Libri Ostentaria che trattavano dell’interpretazione dei prodigi e dei fenomeni naturali.

L’interpretazione dei fulmini
L’osservazione e l’interpretazione dei fulmini era regolata da una casistica alquanto complessa. Grande importanza avevano il luogo e il giorno in cui essi apparivano, ma anche la forma, il colore e gli effetti provocati. Le varie divinità che avevano la facoltà di lanciarli disponevano, ciascuna, di un solo fulmine alla volta, mentre Tinia ne aveva a disposizione tre. Il primo era il fulmine “ammonitore” che il dio lanciava di sua spontanea volontà e veniva interpretato come avvertimento; il secondo era il fulmine che “atterrisce” ed era considerato manifestazione d’ira; il terzo era il fulmine “devastatore”, motivo di annientamento e di trasformazione: Seneca scrive che esso “devasta tutto ciò su cui cade e trasforma ogni stato di cose che trova, sia pubbliche che private”.
I fulmini erano variamente classificati a seconda che il loro avviso valesse per tutta la vita o solamente per un periodo determinato oppure per un tempo diverso da quello della caduta. C’era poi il fulmine che scoppiava a ciel sereno, senza che alcuno pensasse o facesse nulla, e questo, sempre stando a quel che dice Seneca, “o minaccia o promette o avverte”; quindi quello che “fora”, sottile e senza danni; quello che “schianta”; quello che “brucia”, ecc.
Ma Seneca parla anche di fulmini che andavano in aiuto di chi li osservava, che recavano invece danno, che esortavano a compiere un sacrificio, ecc. Con un tale groviglio di possibilità, solo i sacerdoti esperti potevano sbrogliarsi. Plinio il Vecchio arriva ad affermare che un sacerdote esperto poteva anche riuscire a scongiurare la caduta di un fulmine o, al contrario, riuscire con speciali preghiere, ad ottenerla.
Resta da dire che dopo la caduta di un fulmine c’era l’obbligo di costruire per esso una tomba: un piccolo pozzo, ricoperto da un tumuletto di terra, in cui dovevano essere accuratamente sepolti tutti i resti delle cose che il fulmine stesso aveva colpito, compresi gli eventuali cadaveri di persone uccise dalla scarica. Naturalmente, il luogo e la tomba erano considerati sacri e inviolabili ed essendo ritenuto di cattivo auspicio calpestarli, erano recintati e accuratamente evitati dalla gente, quali “nefasti da sfuggire”, come scriveva nel I secolo d.C. il poeta romano Persio originario dell’etrusca Volterra.

L’interpretazione delle viscere
Le viscere degli animali di cui si servivano gli Aruspici (dette in latino exta) erano di diverso tipo: polmoni, milza, cuore, ma specialmente fegato (in latino hepas). Esse venivano strappate ancora palpitanti dal corpo degli animali appena uccisi ed espressamente riservati alla consultazione divinatoria e quindi distinti da quelli immolati per il sacrificio. Esse venivano strappate ancora palpitanti dal corpo degli animali appena uccisi ed espressamente riservati alla consultazione divinatoria e quindi distinti da quelli immolati per i sacrifici. Si trattava in genere di buoi e talvolta anche di cavalli ma soprattutto di pecore.
Delle viscere dovevano essere prese in considerazione la forma, le dimensioni, il colore ed ogni minimo particolare, specialmente gli eventuali difetti. Quando non rivelavano nulla di apprezzabile per la divinazione, erano ritenute “mute” e inutilizzabili; erano invece “adiutorie” quando indicavano qualche rimedio per scampare ad un pericolo; “regali” se promettevano onori ai potenti, eredità ai privati, ecc.; “pestifere” quando minacciavano lutti e disgrazie.
L’osservazione era più minuziosa nel caso del fegato, dato che in esso, per l’aspetto generale e per la particolare conformazione, veniva riconosciuto il “tempio terrestre” corrispondente al “tempio celeste”. La sua importanza era del resto connessa alla credenza diffusa presso gli antichi che esso fosse la sede degli affetti, del coraggio, dell’ira e dell’intelligenza. Ritenuto che nel fegato fosse esattamente proiettata la divisione della volta celeste, si trattava di riconoscere a quale delle caselle di quella corrispondessero, nel fegato, le irregolarità.
Le imperfezioni, i segni particolari o anche le regolarità, e quindi prendere in considerazione i messaggi della divinità che occupava la casella interessata. Per meglio riuscire nell’intento, per l’istruzione dei giovani aruspici, venivano utilizzati degli appositi modelli di fegato, in bronzo o in terracotta, sui quali erano riprodotte le varie ripartizioni e scritti i nomi delle diverse divinità.

L’osservazione dei prodigi
La fama di insuperabili interpreti di viscere e fulmini, della quale godevano gli Etruschi, era completata da quella che li riteneva anche esperti conoscitori del significato di ogni genere di prodigi. Il romano Varrone, che desumeva evidentemente da fonti etrusche, riferisce che tra i prodigi si distinguevano l’ostentum, che prediceva il futuro; il “prodigio”, che indicava il da farsi; il “miracolo”, che manifestava qualcosa di straordinario; il “mostro”, che dava un avvertimento.
Tra i prodigi più frequenti erano annoverati la pioggia di sangue, la pioggia di pietre e quella di latte, gli animali che parlavano, la grandine, le comete, le statue che sudavano, ecc. In aggiunta alle manifestazioni di carattere straordinario, nelle categorie dei prodigi rientravano anche fatti del tutto naturali: c’erano perciò alberi e animali “felici” o “infelici”, cioè portatori di cattivo o di buon auspicio, piante commestibili che portavano bene e piante selvatiche che portavano male.
La casistica era infinita: ad essa tutti prestavano in genere molta attenzione, magari per tradizione o per rispetto della comune opinione.

Libri Fulgurales
Seneca (II 32 ss.) e Plinio (II,135 ss:) hanno conservato una larga parte di excepta dai libri fulgorales etruschi e della loro minuziosa casistica (soprattutto delle opere del volterrano Cecina). Il principio basilare e’ quello secondo il quale: alcuni Dei posseggono le Manubiae, ovvero le potesta’ di scagliare i fulmini.(Serv. Aen. I,42.) In particolare 9 dei (Plin. n. h.,II,138), forse da identificare con i misteriosi dii novensiles o novensides della lista di Marziano Capella, ma noti anche in dediche romane. I tipi di Fulmine sono 11 per 9 Dei, perche’ Tinia (Tin = Giove) possiede 3 manubiae. (Plin. n.h., II, 138; Sen. n.q. II,41) Le 3 manubie possono distinguersi per il loro significato e per il fatto di essere scagliati da Giove da solo o con il “consiglio” degli altri Dei.
Prima manubia: del Solo Tinia
Seconda manubia: di Tinia + i 12 Dei Consentes
Terza Manubia: di Tinai + Dei Involuti
I 3 tipi di fulmini possono essere di natura fisica (Fest. p. 114 L; Sen. n.q. II, 40) oppure per alcuni (Serv. auct. Aen. VIII, 429)
ostentatorium = dimostrativo
(dopo consultazione con i 12 Dei Consentes. Segno di Ira degli Dei.Utile e dannoso serve per impaurire). peremptorium = perentorio
(Dopo consultazione con i Dei superiores et involuti. Devasta. Indica che tutto verra’ radicalmente trasforamato nella vita pubblica o privata.)
presagum = presago
(Di avvertimento per suadere (convincere) o dissuadere (far cambiare idea)).
Da Seneca ..manubia placata est et ipsius concilio iovis mittitur.
oppure per altri (Serv. Aen. I, 230)
quod terreat = che atterisce
quod adflet = che soffia
quod puniat = che punisce
Degli altri 9 Dei abbiamo solo degli indizi,dalle fonti letterari, per 5 di essi:
Uni = Giunone
Menerva = (Mnrva,Menrua,Meneruva,Merva,Merua,Mera)= Minerva
Sethlans = Vulcano
Mari = (Mars,Maris) Marte
Satres = (Satrs) Saturno
La dottrina romana del fulmine attribuiva i fulmini notturni a Summanus e tenendo conto del fegato di Piacenza e cio’ che dice Capella probabilmente il corrispondente etrusco potrebbe essere Cilen – Nocturnus. Mentre l’identita’ tra Vetisl etrusco e Vediovis o Veiovis romano farebbe attribuire a questo una manubia infera, anche in considerazione di uno Zeus sbarbato munito di fulmine frequente nella iconografia etrusca. Anche per i fulmini vale la dottrina delle 16 regioni che vale per l’epatoscopia.(Plin. n.h. II, 143)
L’esame del fulmine (e del tuono) da parte dell’aruspice prevedeva una casitica precisa, enunciataci da Seneca (n.q. II ,48 ,2 ):
Da parte di quale Dio proviene
quale = di che tipo e’
quantum = la durata
ubi factum sit, cui = l’oggetto colpito
quando, in qua re = in che circostanza

Per quel che riguarda il tipo:
1) di che colore era il fulmine
manubiae albae = bianche = forse di Tinia
manubiae nigrae = nere = di Sethlans
manubiae rubrae = rosse = forse di Mari
Provenienti dai Pianeti associati al nome divino e non dal Dio.
I fulmini provenienti da Satres provenivano anche dalla Terra in inverno ed erano detti Infernali.

2) genus:
l’acre del fulmine, il grave del tuono, intensita’ e capacita’ erano di 3 tipi:
quod terebrat = che perfora,sottile e fiammeggiante.
quod dissipat = che si disperde,passante,capace di rompere senza perforare.
quod urit = che brucia in 3 modi
come un soffio (afflat) e senza grave danno bruciando dando fuoco

3) C’ erano fulmini Secchi – Umidi e Clarum (Plinio)
Per quel che riguarda l’oggetto colpito i fulmini possono essere
fatidica = cioe’ portatori espressi di segni eventualmente comprensibili (fata)
bruta = privi di significato
vana = il cui significato si perde
l’oggetto puo’ essere
schiantato = discutere
non rompersi = terebrare
essere + o – affumicato = urere
restare affumicato = fuscare

Per quel che riguarda l’auruspice Seneca dice che il sacerdote procedeva
con l’analisi sistematica = quomodo exploremus
con l’interpetazione dei segni = quomodo interpretemus
con l’espiazione, propiziazione e purificazione = quomodo exoremus
Ma soprattuto il sacerdote non era solo in grado di leggere i segni
ma anche di evocarli con l’attirare (exorare) il fulmine.

L’arte della divinazione
Il segno più importante, la “voce” più potente della divinità era il fulmine, che proveniva direttamente dal dio supremo Tinia; l’ars fulguratoria, cioè quella di trarre dalla sua osservazione tutte le informazioni possibili, era quindi al primo posto nella divinazione etrusca.
Era regolata da una casistica alquanto complessa che teneva conto della parte del cielo in cui il fulmine appariva (la volta celeste era divisa in sedici parti, abitata ognuna da una divinità), della forma, del colore, degli effetti provocati e del giorno della caduta. Oltre all’osservazione dei fulmini (cheraunoscopia) c’era un’altra forma di divinazione molto generalizzata alla quale era possibile ricorrere ogni volta che fosse ritenuto utile o necessario senza dover attendere altre forme di prodigi dipendenti invece dal caso, come appunto il fulmine.
Era l’epatoscopia, o lettura del fegato degli animali sacrificati, che i romani chiamavano haruspicina. Il fegato, la cui immagine si riteneva fosse proiettata la divisione della volta celeste, veniva strappato ancora palpitante dal corpo dell’animale (pecora, bue, cavallo) e se ne osservavano le regolarità e irregolarità a ognuna delle quali era attribuito un messaggio.
Per questo venivano usati degli appositi modelli in bronzo o in terracotta sui quali erano riprodotte le varie ripartizioni e scritti i nomi delle divinità. Fra i modelli giunti sino a noi il più celebre è il “Fegato di Piacenza”. Oltre al fegato gli arùspici leggevano anche altre viscere come il cuore, i polmoni, la milza.

Il rito di fondazione
Fra i dettami della disciplina etrusca famoso in tutta l’antichità era quello della fondazione di città per il quale erano previste meticolosissime disposizioni. Gli aùguri cominciavano col delimitare una porzione di cielo consacrata proprio in funzione del rito (e definita con il termine significativo di templum) all’interno della quale trarre gli auspici dedotti dal volo degli uccelli che la attraversavano, dai fenomeni meteorologici che in quel perimetro potevano verificarsi, o da altre manifestazione considerate provenienti dalle divinità.
Erano poi individuati il centro della città stessa e delle principali direttrici viarie scavando fosse in cui venivano deposte offerte e sovrapposti cippi che fungevano sia da punti di riferimento sia da luoghi sacrali. Veniva poi tracciato con un aratro dal vomere di bronzo un solco continuo che disegnava il perimetro delle mura, interrotto solo là dove si sarebbero aperte le porte delle città; il solco diventava subito linea inviolabile per tutti gli uomini e attraversarlo equivaleva ad attaccare la città.
Lungo tutto il perimetro delle mura correva inoltre, tanto all’esterno quanto all’interno, un’ampia fascia di terreno (il pomerium) che non doveva essere né coltivata né edificata e che era dedicata alla divinità. Una solenne cerimonia di sacrificio inaugurava la città così prefigurata. La fondazione di Roma a opera di Romolo e Remo così come ce l’hanno tramandata le leggende è un’applicazione puntuale del rito etrusco: i gemelli che osservano il volo degli uccelli per decidere chi dei due dovesse dare il nome alla città, il solco tracciato da Romolo, l’uccisione di Remo che, saltando all’interno del perimetro, profana i sacri confini e “invade” la nuova fondazione.

Le pratiche rituali
Dal momento che con le arti divinatorie veniva raggiunta la conoscenza del volere divino, si trattava di dare attuazione a tutto ciò che ne derivava dal punto di vista del comportamento. Occorreva cioè agire sulla base delle norme prescritte dalla “disciplina” e oggetto della trattazione specifica dei “libri rituali”. Tali norme si traducevano in una serie interminabile di pratiche, di cerimonie, di riti.
Si dovevano perciò determinare i luoghi, i tempi e i modi nei quali e con i quali doveva essere eseguito quello che veniva chiamato il “servizio divino” (aisuna o aisna, da ais che significa dio), nell’indicazione delle persone alle quali l’azione competeva e, naturalmente, prima di tutto, della divinità alla quale essa era dedicata. I luoghi dovevano essere circoscritti, delimitati e consacrati; i tempi regolati dalla successione cronologica delle feste e delle cerimonie previste ed elencate nei calendari sacri; i modi rispettati fin nei minimi particolari, tanto che, qualora fosse stato sbagliato oppure omesso un solo gesto, tutta l’azione avrebbe dovuto essere ripresa da capo. Nelle funzioni trovavano ampio spazio la musica e la danza; le preghiere potevano essere d’espiazione, di ringraziamento o di invocazione; i sacrifici cruenti riguardavano particolari categorie di animali; le offerte comprendevano prodotti della terra, vino, focacce e altri cibi preparati.
Particolarmente diffusa, tanto a livello di religiosità “ufficiale” quanto a livello di religiosità popolare, era l’usanza dei doni votivi. Nel primo caso poteva trattarsi di statue o altre opere d’arte, di oggetti particolarmente preziosi, di prede di guerra e di edifici sacri; nel secondo caso i doni erano solitamente piccoli oggetti, per lo più di terracotta (ma anche di bronzo, di cera e mollica di pane) che i fedeli compravano nelle apposite rivendite presso i santuari.

Il rituale funerario
Durante il periodo villanoviano, il corpo del defunto era spesso cremato; le sue ossa combuste venivano raccolte in un apposito vaso che per la sua forma gli archeologi hanno chiamato “biconico”, poichè costituito da due coni contrapposti, collegati per le basi (museo archeologico-topografico, sala di Roselle ecc.). In genere, questo contenitore ha soltanto un’ ansa (quando ve n’erano due, una veniva ritualmente spezzata). Inoltre, la sua bocca è coperta da una ciotola, anch’essa munita di una sola ansa; oppure, nel caso che il defunto fosse appartenuto alla classe dei guerrieri, è talvolta coperta da un elmo.
Il vaso e il corredo funebre, composto dagli oggetti più cari al defunto, vengono deposti in un “pozzetto”, scavato appositamente nel terreno; talvolta, le sue pareti vengono foderate con lastre di pietra e l’apertura ne è chiusa con un lastrone. In alcune zone dell’Etruria d’epoca villanoviana i cinerari hanno la forma di capanna, le cosiddette “urne a capanna” appunto (museo archeologico-topografico, sala di Vetulonia), quasi a voler ricostruire per il defunto la sua casa terrena. Il corredo mostra alcune differenze, soprattutto a livello di sesso: spesso la presenza di un rasoio distingue la deposizione dell’uomo, mentre quella della donna è evidenziata da oggetti usati per la filatura, come un fuso o una fuseruola.
Successivamente, nell’VIlI secolo a.C. il corredo che accompagna il defunto diventa più prezioso, aumentano gli oggetti di metallo, soprattutto in bronzo, e compa- provenienti dalla Grecia; cominciano inoltre altri tipi di sepolture, contraddistinte da dimensioni maggiori, come le tombe a fossa, nelle quali viene deposto il defunto inumato. Con l’inizio di questo tipo di sepoltura, il rito cambia; in- fatti, il corpo del defunto non è cremato, ma è deposto in una fossa scavata nel terreno, munita talvolta di pareti foderate con lastre di pietra -Sovana-, come i “pozzetti”. In alcune aree dell’Etruria, per esempio a Vetulonia, più tombe di questo tipo vengono riunite entro circoli di pietre, quasi a voler tener uniti i membri di una medesima famiglia.
La differente ricchezza presente nei contesti funebri è un dato molto importante perche segnala, all’interno della società etrusca, il formarsi di una diversa stratificazione sociale rispetto alla più omogenea situazione del periodo villanoviano. Nel periodo orientalizzante, nel VII secolo a.C., troviamo tombe costruite o scavate nella roccia; la scelta fra le due possibilità è dovuta ai diversi tipi di formazione geologica presenti nelle differenti aree e, per molti decenni, i membri di una stessa famiglia (gens) vengono sepolti all’interno di una medesima tomba.
I corredi raggiungono talora livelli di ricchezza eccezionali; la tomba assume carattere monumentale, manifestando così la potenza della famiglia a cui appartiene. Un lungo dròmos (corridoio) porta all’interno della tomba, in cui è scavata o costruita la camera funeraria sotterranea; all’esterno la protegge un tumulo artificiale di terra, contenuto da un “tamburo” (un muro circolare) di pietra. Dal VI secolo a.C. diminuiscono le dimensioni delle tombe, scompare il loro aspetto monumentale e si assiste talvolta a una specie di “pianificazione edilizia” all’interno della necropoli, come quella della Necropoli del Crocifisso del Tufo a Orvieto.
Il dato archeologico ci fa comprendere, in tale caso, che la grande aristocrazia, quella proprietaria dei monumentali tumuli, ha perso potere in quest’area, lasciando spazio a un ceto medio. Le costruzioni monumentali permangono in uso solo in alcune zone dell’Etruria. A Populonia troviamo nella seconda metà del VI secolo un tipo di costruzione piuttosto origi nale, la cosiddetta “tomba a edicola”, il cui esterno è simile a una piccola casa munita di un tetto a doppio spiovente.
Nel periodo ellenistico ci sono ancora tombe di proporzioni monumentali, come quelle di Sovana o di Norchia, le note e affascinanti tombe rupestri scavate nella roccia tufacea. Le loro facciate imitano quelle dei templi o dei palazzi, come si rileva per la tomba Ildebranda a Sovana. S’intendeva evidentemente eroizzare il defunto, deponendo il suo corpo all’interno di un vero e proprio “tempio”; vicino alla tomba vi possono essere altari per le celebrazioni cultuali dei defunti.
Nello stesso periodo, a Volterra le tombe vengono scavate nella roccia tufacea; sulle loro banchine, ricavate nella pietra, troviamo urne contenenti le “ceneri” dei defunti di una medesima gens . Tali “urnette”, prodotte dalle botteghe locali in alabastro o tufo, sono decorate sulla cassa con rilievi più o meno alti, raffiguranti scene mitologiche tratte dal repertorio greco (Iliade, Odissea, ecc. ) oppure legati al mondo etrusco (il congedo del defunto dai propri cari, mostri dell’aldilà ecc.). Il coperchio “rappresenta” in genere il defunto/a disteso sul letto da banchetto. Il viso della persona effigiata non è inteso quale ritratto nel senso proprio del termine, ma piuttosto una “tipologia” di volto, che raffigura per esempio una “giovane donna” oppure un “uomo anziano”.
Nel II secolo a.C., accanto a questo tipo di urna cineraria, rivolta a una committenza appartenente a un ceto “medio”, compaiono urnette in terracotta, provenienti dal territorio di Chiusi, realizzate a matrice e deposte in tombe a “nicchiotto” semplicemente scavate. Furono fatte per una classe sociale economicamente meno rilevante, che tuttavia ebbe notevole fortuna politica nell’Etruria Settentrionale del tempo. In alto, sulla cassa, è scritto il nome del defunto, a testimoniare la diffusione dell’alfabetizzazione, ormai raggiunta anche da ceti sociali “subalterni”.

L’antropomorfizzazione e le statue cinerario
Il Museo Archeologico di Firenze rivela al visitatore un aspetto interessante della civiltà etrusca, talvolta non del tutto conosciuto. Il fenomeno riguarda in particolare la città di Chiusi, le cui manifestazioni connesse all’arte e all’artigianato rivelano, già nel VII secolo a.C., una tendenza all’antropomorfizzazione: i vasi canopi. Sono ossuari realizzati in genere con ceramica di impasto, ma talvolta anche in metallo (bronzo), cinerari che presentano per coperchio una raffigura zione stilizzata della testa del defunto; qualche volta, il “vaso” ha due piccole braccia disegnate a rilievo e può essere collocato sulla rappresentazione miniaturizzata di un sedile (Museo archeologico-topografico, sala di Chiusi). Qualcosa di simile troviamo anche nel periodo Villanoviano, quando per coperchio del vaso biconico è posto un elmo, quasi a voler restituire un ‘integrità fisica al defunto.
Successivamente, nel V secolo a.C., questa tendenza diventa ancora più evidente con la presenza, sempre nella città di Chiusi, di statue cinerario: grandi sculture, come quella della Mater Matuta, scolpite in pietra, che ospitano in una cavità interna le “cene ri” del defunto, mentre la testa amovibile della statua funge da “chiusura”.

La tomba come casa del defunto
Gli scavi archeologici delle necropoli ci hanno fornito molti dati sulla civiltà etrusca. Un fattore costante nell’ideologia funeraria etru- sca risulta la tomba, sentita come dimora del defunto. Abbiamo già riferito di alcune urne cinerarie conformate “a capanna”, ma anche taluni monumenti funerari possono denotare questo aspetto.
L’ingresso della tomba può essere costituito da una porta in pietra con tanto di battenti e, a guardia di essa come a custodia di un’abitazione terrena, sono poste statue di animali fantastici, quali sfingi leonine, o più vicini alla realtà, come i leoni; oppure, a testimonianza dell’ importanza del defunto, troviamo statue rigididamente composte di prefiche.
Talvolta le camere sotterranee delle tombe gentilizie riproducono fedelmente la pianta e l’interno di un’abitazione, il cui “arredo” viene allora “scolpito” nell’interno: sedie, letti, porte modanate, le stesse suppellettili, nonche i tetti a doppio spiovente con l’orditura delle travi del soffitto. Medesima decorazione si riscontra nella forma e nel coperchio di alcune urne cinerarie, che hanno l’ aspetto esteriore identico a quello di una casa.
Da tutto ciò emerge chiaramente l’immagine di un mondo dell’aldilà molto prossimo a quello terreno. Gli oggetti che facevano parte del corredo funebre testimoniano la volontà degli Etruschi di ricreare nell’oltretomba la realtà di ogni giorno. Un’ulteriore testimonianza di ciò è notoriamente rappresentata dalle pitture delle tombe, che spesso riproducono scene di vita quotidiana e in particolare di banchetto.

Il culto dei morti
Tra le pratiche di carattere religioso, un posto del tutto particolare occupavano quelle che avevano come destinatari i defunti. Nei primi tempi, esse erano legate alla concezione della continuazione dopo la morte di una speciale attività vitale del defunto. A tale concezione si accompagnava l’idea che quell’attività avesse luogo nella tomba e fosse in qualche modo congiunta alle spoglie mortali. Dato però che tutto dipendeva dalla collaborazione dei vivi, i familiari del defunto erano tenuti a garantire, agevolare e prolungare per quanto possibile la “sopravvivenza” con adeguati provvedimenti.
La prima esigenza da soddisfare era quella di dare al morto una tomba, che sarebbe diventata la sua nuova casa; subito dopo veniva quella di fornirgli un corredo di abiti, ornamenti, oggetti d’uso e, insieme, una scorta di cibi e bevande. Il resto era un arricchimento e poteva variare a seconda del rango sociale del defunto e delle possibilità economiche degli eredi. Si poteva così foggiare la tomba nell’aspetto sia pure parziale o soltanto allusivo della casa, e dotarla di suppellettili e arredi, e magari affrescarla sulle pareti con scene della vita quotidiana o dei momenti più significativi della vita del defunto.
Quanto alle pratiche proprie dei funerali, esse andavano dall’esposizione al compianto pubblico al corteo funebre al banchetto davanti alla tomba. Tutte queste pratiche, insieme alle cerimonie e ai riti che dovevano essere compiuti in onore di divinità connesse con la sfera funeraria, facevano parte di un autentico culto dei morti, sacro da rispettare e da venerare.
La situazione tuttavia cambiò con il tempo: infatti, per effetto delle suggestioni provenienti dal mondo greco, nel corso del V secolo a .C., alla primitiva fede di sopravvivenza del morto nella tomba, si sostituì l’idea di uno speciale regno dei morti. Questo fu immaginato sul modello dell’Averno (o Acheronte) greco, il regno dei morti, governato dalla coppia divina di Aita e Phersipnai (Ade e Persefone greci).

Bibliografia
“La civiltà etrusca” Keller 1981, Garzanti
“Etruscologia” M. Pallottino, Hoepli Milano 1968
“Tarquinia” Maria Castaldi, Regione Lazio Ass. Cultura , Quasar 1993
“Origini e Storia Primitiva di Roma” M. Pallottino, Ed. Bompiani 2000
“Guida insolita ai luoghi, ai monumenti e alle curiosità degli Etruschi” Chiesa, Facchetti, Newton & Compton Ed. 2002
Schede didattiche – Museo Archeologico Firenze.

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