Etruschi: la storia

Estensione territoriale e sviluppo dell’Etruria interna
In Tuscorum iure paene omnis Italia fuerat: quasi tutta l’Italia era stata sotto il dominio degli Etruschi, dice Catone (Servio, ad Aen., XI, 567); e Livio (I, 2; V, 33) insiste sulla potenza, sulla ricchezza, sulla fama degli Etruschi in terra e in mare dalle Alpi allo stretto di Messina. I dati archeologi ci ed epigrafici e le notizie di altre fonti storiche confermano il valore di queste tradizioni, pur limitandone la genericità e consentendo di chiarire con sufficiente approssimazione quali territori italiani furono propriamente abitati e quali sottomessi dagli Etruschi o in qualche modo da loro influenzati politicamente, economicamente o culturalmente.
Consideriamo anzitutto quella che siamo soliti denominare Etruria propria, compresa tra il Mare Tirreno, il corso del Tevere e il bacino dell’ Amo, cioè l’Etruria storica costituente la Regione VII dell’Italia augustea. Ad essa appartengono le dodici città (dodecapolis) che secondo il canone tradizionale formavano la nazione etrusca. La tradizione antica ha accreditato presso gli storici moderni l’idea che questo territorio fosse la sede originaria della stirpe, dalla quale sarebbero partite le imprese marittime e le conquiste terrestri (verso il Lazio e la Campania e verso le zone transappenniniche). Ma su questa semplice affermazione occorrerà comunque un più approfondito giudizio critico.
Già trattando delle origini etrusche si è fatto cenno alle ipotesi di una progressiva «etruschizzazione» dell’Etruria storica che, secondo i sostenitori della provenienza trasmarina dei Tirreni, sarebbe logicamente avvenuta partendo dalle coste verso l’interno, con la sottomissione o l’incorporazione di elementi indigeni italici (gli Umbri di Erodoto). A riprova della esistenza di questo originario fondo italico e della persistente eterogeneità etnica di aree comprese entro i confini geografici dell’Etruria si addusse tra l’altro l’abbondante presenza di nomi personali di origine italica nelle città etrusche, per esempio a Caere, ma non soltanto a Caere (l’Etruria settentrionale è particolarmente ricca di tali elementi soprattutto in tempi recenti); si è dato inoltre particolare valore al fenomeno dei Falisci, di lingua originariamente latina, abitanti nell’ansa orientale del Tevere, oltreche al ricordo dei Camertes Umbri dell’Etruria interna e di Umbri Sarsinates per la zona di Perugia.
Ma il significato di queste constatazioni può rovesciarsi, considerando l’eventualità (che è del resto controllabile in molti casi) di penetrazioni storiche sabine e umbre in Etruria specialmente nelle zone di confine e di processi di latinizzazione come a Caere dopo l’imporsi dell’egemonia romana nel IV secolo a.C. Soltanto nel caso del territorio falisco riconosciamo effettivamente la presenza originaria di una popolazione di lingua non etrusca stabilita sulla riva destra del Tevere, in presumibile continuità con l’area latina estesa a sud oltre il fiume; ed è significativo che in questa zona, come nel Lazio, manca la tipica cultura del ferro villanoviana, che invece è presente, vistosissima, nel non lontano centro di Veio. Il territorio falisco subì certamente un’influenza politica e culturale etrusca determinante, soprattutto in età arcaica, non diversamente da alcune parti del Lazio inclusa la stessa Roma (la ricorrenza di iscrizioni etrusche accanto a quelle falische è prova del bilinguismo delle classi dominanti); ma poi prevalsero pressioni ed infiltrazioni di elementi italici sabini che caratterizzarono fortemente il dialetto locale.
In ogni caso possiamo considerare assolutamente certo che fin dall’inizio dei tempi storici esiste un mondo etrusco ben definito e riconoscibile la cui estensione coincide sostanzialmente con quella della regione che fu chiamata dagli antichi Etruria, cioè non solo la fascia costiera tirrenica ma anche tutto il retroterra fino alla valle del Tevere e alle pendici dell’ Appennino Tosco-Emiliano. Lo dimostrano da un lato l’impronta unitaria della lingua documentata dalla diffusione delle iscrizioni etrusche fin dal loro primo apparire nel VII secolo; da un altro lato il carattere inconfondibile degli aspetti culturali a partire dal villanoviano e per tutti i loro successivi sviluppi, in piena coincidenza con l’univoca tradizione antica sulla etruscità di questi territori e dei relativi centri. Ogni ipotesi circa l’eventualità di preesistenti differenze e sovrapposizioni o commistioni etniche andrà semmai respinta più lontano nella preistoria.
Ogni progresso dalle coste verso l’interno si spiega logicamente, non già con l’idea di una penetrazione etnica, ma con le concrete ragioni storiche di una penetrazione d’impulsi economici e culturali provenienti dai centri marittimi più direttamente esposti a sollecitazioni esterne. Seppure con minore concentrazione ed intensità gl’insediamenti interni partecipano in pieno e vigorosamente allo sviluppo dell’Etruria arcaica.
Esistono, ben s’intende, condizioni ambientali diverse da quelle delle zone litoranee. Mancano i fondamentali e primordiali presupposti di un accelerato incremento basato sui contatti e sui commerci marittimi, oltrechè sullo sfruttamento delle miniere prevalentemente concentrate lungo la linea costiera, e sulla potenzialità, di ambedue questi fattori combinati.
Si offrono in compenso estese, profonde e variate terre vallive e collinari ricche (allora) di boschi o idonee al pascolo e specialmente all’agricoltura, costituente la base principale dell’economia; mentre le comunicazioni interne dovevano essere favorite dalla navigazione fluviale e lacustre e si aprivano vie di contatti e di scambi, lungo ed oltre il corso del Tevere e dell’Amo ed attraverso la dorsale appenninica, con le regioni centrali della penisola e con il settentrione fino al versante adriatico. A questa configurazione del paese con le sue risorse sembrano potersi in qualche modo ricollegare i caratteri delle forme associative e delle strutture socio-economiche e in ultima analisi i lineamenti della storia più antica dell’Etruria interna.
Di fatto noi vediamo apparire molto diffuso un sistema di piccole aggregazioni sparse nel territorio o più intensamente addensate in zone presumibilmente favorevoli a coltivazioni granarie od ortofrutticole o a vigneti (quando fu introdotta e si diffuse la vite) o al piccolo allevamento: tipici gli esempi attorno al lago di Bolsena, lungo la valle tiberina, nei territori di Chiusi, di Volterra, ecc.; si può parlare di persistenze della tradizione dei villaggi preistorici, ma anche di fattori economici e sociali che possono aver determinato lo sviluppo di insediamenti rurali ed un incremento demografico decentrato.
L ‘emergere di ceti dominanti, cui si deve ovviamente ogni impulso innovatore, poggia soprattutto sul possesso terriero: ne cogliamo un riflesso nei grandi sepolcri a tumulo con ricchi corredi funebri più o meno isolati nelle campagne (presso Cortona, nel Chianti, nella valle dell’ Amo), contemporanei e simili a quelli che appaiono invece accorpati nelle grandi necropoli urbane di Caere, di Tarquinia, di Vetulonia, di Populonia.
C’è poi da considerare la frequenza di centri di maggiore consistenza aventi carattere di «borghi» generalmente in altura e muniti (in latino si sarebbero detti oppida), per i quali si può pensare a comunità autonome in qualche modo affini ai piccoli popu/i ricordati dalla tradizione per il Lazio protostorico: ne conosciamo esempi rilevanti, anche per le loro testimonianze archeologiche, soprattutto nell’Etruria meridionale e centrale, come San Giovenale, San Giuliano, Blera, Norchia, Tuscania, Acquarossa, Bisenzio, Castro, Poggiobuco, Pitigliano, Satumia, ecc. Alcuni di questi abitati, come quelli molto simili del vicino territorio falisco, ad esempio Narce, risalgono a nuclei dell’età del bronzo.
Alla loro vitalità arcaica sembra aver fatto seguito dopo il VI secolo una decadenza talvolta fino alla sparizione (è il caso di Acquarossa presso Ferento) per il mutare delle condizioni economiche e politiche determinato dalla crescita delle grandi città, sia litoranee sia interne, da un più marcato imporsi del loro dominio territoriale, da presumibili fenomeni di inurbamento, di accentrazione fondiaria, di insicurezza delle campagne a seguito di eventi bellici, minacce esterne, ecc.; ma alcuni dei vecchi centri di media grandezza avranno all’opposto rilevanti sviluppi in età avanzata (Sutri, Tuscania, Sovana).
Un caso particolare rivelato dagli scavi recenti è quello dello splendido complesso architettonico-urbanistico di Poggio Civitate presso Murlo nel territorio di Siena che dà l’impressione di una fondazione principesca, santuario e forse anche residenza, fiorita fra il VII e VI secolo e poi praticamente abbandonata, richiamando in certo senso a quel sistema di dominii gentilizi che parrebbe altrimenti intravvedersi, soprattutto nel nord, dai grandi sepolcri monumentali extraurbani.
Ma l’Etruria interna ha anch’essa le sue città, seppure meno numerose e addensate di quelle della fascia litoranea. La nascita e lo sviluppo di alcune di esse, meno distanti dal mare come Veio e a nord Volterra, o più arretrate come Volsinii (Orvieto) e Chiusi, avvengono contemporaneamente ai processi formatori delle città costiere e sostanzialmente con le stesse caratteristiche. Per altri centri che avranno pari dignità in avanzata età storica come Perugia, Cortona, Arezzo si può discutere, alla luce dei dati archeologici finora conosciuti, se il vero e proprio accentramento urbano si sia attuato più lentamente, per il perdurare di forti nuclei abitativi nei possedimenti aristocratici delle campagne; ma anche se l’origine può essere stata diversa queste città esistevano già certamente in età arcaica.
Ciò che appare soprattutto interessante è il fatto che le città dell’Etruria interna si trovano disposte in qualche modo ad arco o a corona lungo una fascia approssimativamente corrispondente ai confini geografici dell’Etruria: da sud a nord, a breve distanza dalla riva destra del Tevere, Veio, Falerii (seppure di origini falisce), Volsinii (nella zona di confluenza del Paglia con il Tevere), Perugia; al margine dei monti confinanti con l’Umbria Cortona; lungo l’Arno Arezzo e Fiesole; ne si escludono del tutto da questo sistema, benchè meno periferiche, Chiusi e Volterra. Senza dubbio esiste un generale rapporto con le grandi vie fluviali.
Ma non si può sfuggire all’impressione che nell’ubicazione delle città si configuri anche una sorta di delimitazione protettiva che in certo senso conferma l’idea di un’antica concezione unitaria del territorio etrusco.
Per altro verso proprio la marginalità di questi centri deve aver offerto possibilità di contatti e di scambi con le confinanti regioni esterne, oltreche di aperture a fenomeni espansivi: quali s’intravvedono per Veio (e per il territorio falisco) con il Lazio e la Sabina; per Volsinii e Perugia con l’Umbria; per le città più settentrionali in genere con i paesi d’oltre Appennino.

Una vera e propria ricostruzione di eventi storici, di politica interna ed esterna, nell’età più antica è impossibile come per l’Etruria costiera. È immaginabile uno sviluppo parallelo e notevolmente differenziato dalle singole zone per l’ampiezza del territorio e per la diversità delle situazioni e delle gravitazioni come si è già accennato.
Di primitive monarchie, sorte dai ceti egemonici o come prevalente affermazione di piccoli potentati locali, possediamo soltanto echi leggendari (e naturalmente d’incerta autenticità e cronologia): così per Veio si ricordavano un re Morrius o Mamorrius discendente di Halesus fondatore di Palerii (Servio, ad Aen. VIII, 285) ed un re Propertius connesso con le origini della città di Capena (Catone in Servio, ad Aen. VII, 697), ed inoltre un re Velo Vel Vibe vissuto ai tempi di Amulio di Albalonga, cioè riferibile all’VIII secolo a.C. secondo la cronologia tradizionale; più concretamente le iscrizioni arcaiche ci danno nomi di stirpi gentilizie di alto rango di cui una, i Tulumne, assurgerà al potere regio, se non prima, nel V secolo.
È difficile dire quali rapporti, di rivalità, di alleanza, ecc., vi siano stati fra i centri dell’Etruria interna e tra questi e i centri costieri: una immagine piuttosto attendibile di queste situazioni nella prima metà del VI secolo potrebbe riflettersi nel fregio «storico» dipinto della Tomba Francois di Vulci (posteriore di oltre due secoli agli avvenimenti, ma fondato, come crediamo, su buone tradizioni), che mostra figure e nomi di principi o capi di alcune città, come Laris Papathna di Volsinii (Velznax) e Pesna Arcmsna forse di Sovana (Sveamax), collegati a quanto sembra con Cneve Tarchunie, cioè un Tarquinio di Roma (Rumax), contro condottieri e avventurieri provenienti da Vulci.
Ancora più difficile è ipotizzare se, o fino a che punto, già in età arcaica si siano venute determinando quelle tradizioni o istituzioni di colleganza stabile, religiosa e in parte politica, tra le «dodici città» dell’Etruria, che in età più recente vedremo incentrata intorno al santuario del dio Voltumna, il Fanum Voltumnae, a Volsinii o presso Volsinii, e che porterà al prestigio e alla fama di questa città come «capitale dell’Etruria» Etruriae caput (Valerio Massimo, IX, 1).
Ma il momento del grande sviluppo, socialmente rivoluzionario, di Volsinii, sembra doversi collocare – alla luce delle testimonianze archeologiche ed epigrafiche delle necropoli di Orvieto – piuttosto negli ultimi decenni del Vl secolo come si avrà occasione di sottolineare più avanti, Certamente invece molto antica, e straordinaria, è la fioritura economico-culturale, e di conseguenza presumibilmente la potenza, di Chiusi, situata nel cuore dell’Etruria centro-settentrionale, in una posizione eccezionalmente favorevole di accessi e di transiti al centro di densissimi abitati, con irradiazioni verso l’alta valle del Tevere e Perugia attraverso il Lago Trasimeno e le vie terrestri, e da un altro lato verso il Senese (si pensi al già ricordato «santuario-palazzo» di Murlo, dove si manifestano influenze artistiche chiusine); cosicchè non deve far meraviglia che la tradizione storica registri sul finire del VI secolo una espansione politico-militare di Chiusi in piena area costiera tirrenica, con la spedizione del re Porsenna contro Roma, spiegabile soltanto immaginando un’egemonia della monarchia chiusina progressivamente acquisita già nei decenni precedenti su gran parte dell’Etruria interna.

L’espansione e l’apogeo degli Etruschi in Italia
A questo punto, considerata l’Etruria propria, converrà affrontare il quadro di quella più vasta «Etruria» che oltre i confini geografici del Tevere e dell’ Appennino fu creata dall’espansione non soltanto economica e politica, ma anche in parte notevole stanziale e demografica degli Etruschi in altri territori dell’ltalia antica.
Espansione, va detto subito, che anche e soprattutto alla luce delle scoperte e delle valutazioni critiche più recenti deve ritenersi assai più precoce di quanto si credesse in passato, diremmo addirittura contestuale al primo manifestarsi della civiltà etrusca, comunque in atto già per diversi aspetti avvenuta all’inizio dei tempi storici: se, come dobbiamo presumere ed abbiamo già fondatamente supposto, la presenza del villanoviano a sud nel Salernitano e a nord in alcune zone dell’Emilia e della Romagna significa presenza etrusca (o, se si preferisce volendo giocare sui termini, protoetrusca).
Ma va anche detto subito e fermamente che non sembra lecito rinunciare al concetto di espansione, cioè di stanziamenti secondari o conquiste, per ipotizzare vaghe e confuse insorgenze etniche in luoghi lontani; e ciò per due ragioni: 1) in primo luogo per il rispetto dovuto alla tradizione storica antica che esplicitamente e concordemente parla di fondazioni o colonizzazioni etrusche in Campania e nell’ltalia settentrionale; 2) inoltre per la reale differenza che si percepisce, sulla base dei dati linguistici, archeologici e storiografici, fra il territorio compattamente etrusco dell’Etruria propria e le regioni esterne nelle quali convivono altre stirpi, lingue e tradizioni e nelle quali l’etruschizzazione, anche se intensa, appare comunque limitata nello spazio oltre che nel tempo.
Ciò premesso, sempre sul piano generale non può sfuggire alla nostra attenzione il fatto che la espansione etrusca, lungi dal manifestarsi concentricamente attorno all’area originaria, appare orientata secondo un lungo asse longitudinale che scende a sud seguendo il versante tirrenico in direzione della Campania e sale a nord attraverso l’Appennino Tosco-Emiliano verso la pianura padana, lasciando praticamente intatto e non superato il confine orientale del Tevere che separa l’Etruria dall’Umbria.
La spiegazione dell’appariscente fenomeno potrà ricercarsi, se non andiamo errati, proprio nelle condizioni dei tempi remoti ai quali risalgono le prime spinte espansive, in parte collegabili con le attività marittime, lungo il Tirreno, in parte identificabili con fattori d’attrazione delle piaghe transappenniniche, mentre meno favorevole doveva apparire una penetrazione verso l’interno della penisola anche per la forte presenza e pressione di quelle genti italiche che sono storicamente conosciute come Sabini e Umbri.

Verso il Sud
Il dominio etrusco in Campania, la cui storicità fu rivendicata da una classica opera di J. Beloch contro precedenti scetticismi, è largamente comprovato dalle fonti letterarie antiche, dai documenti epigrafici e dalle testimonianze archeologiche. Gli scrittori greci e romani parlano della fondazione di una dodecapoli (Strabone, V, 4,3) evidentemente sul modello di quella dell’Etruria propria, e più specificamente dell’origine o dell’occupazione etrusca di Capua, considerata la capitale, NoIa, Nocera, Pompei e altri centri campanr.
Le iscrizioni etrusche sono piuttosto abbondanti, e tra queste primeggia la tegola di Capua, che è il più lungo testo in lingua etrusca che possediamo dopo il manoscritto su tela della Mummia di Zagabria. Il materiale archeologico e le opere figurate presentano più o meno spiccate, a volte strettissime, analogie con gli aspetti e le sequenze culturali dell’Etruria fino al V secolo. Occorrerà tuttavia, per dare una più sicura e precisa dimensione storica a questo quadro generale, cercare di definirne per quanto possibile i termini geografici e cronologici.
Va comunque ricordato che la presenza degli Etruschi in Campania costituisce soltanto uno dei fattori che concorrono a definire la fisionomia etnica, politica e culturale, estremamente complessa, di questa regione la cui funzione fu d’importanza primaria – e per certi aspetti ed in alcuni momenti determinante – nella storia dell’ltalia antica.
Gli altri fattori sono le popolazioni indigene, variamente denominate Ausoni, Opici, Osci, Sanniti, Campani; e la colonizzazione greca. La tradizione antica fu propensa a schematizzare questa pluralità etnica nel senso di una successione di invasioni ed occupazioni: ciò che in parte, ma solo in parte, corrisponde a reali avvicendamenti storici.
Più concreta appare invece la prospettiva geografica, che delimita la presenza greca alla fascia costiera del golfo di Napoli (fondazioni degli Eubei a Pithecusa, cioè lschia, e a Cuma, con estensione a Partenope o Paleopoli, donde poi Napoli; forse Rodii; più tardi Samii a Dicearchia cioè Pozzuoli; mentre altri attacchi coloniali greci s’incontrano soltanto a sud del fiume Sele); colloca l’espansione etrusca fra il golfo di Salerno e il retroterra campano, la «mesògaia», fino al fiume Volturno; riconosce alle genti indigene il carattere di generale sottofondo etnico e perduranti stanziamenti marginali specialmente a nord del Volturno; ambienta i Sanniti sull’arco montano con processo verso la pianura. È molto probabile che le origini dell’etruschizzazione della Campania siano da collocare nel quadro delle più antiche attività marittime degli Etruschi nel Tirreno, di cui si è già discorso.
L’apparizione di un tipo di cultura villanoviana a Pontecagnano presso Salerno nel IX secolo con qualche riflesso verso l’interno (Valle del Tanagro), come elemento che ha tutto l’aspetto di essere intrusivo rispetto alle dominanti manifestazioni culturali locali di inumatori, e le successive sequenze in parte analoghe e parallele a quelle dell’Etruria propria, includenti, ciò che è più importante, la presenza di iscrizioni etrusche arcaiche nella stessa Pontecagnano e nell’area della penisola sorrentina fino a Castellammaredi Stabia e a Pompei, coincide piuttosto significativamente con le notizie delle fonti antiche circa il possesso etrusco del litorale salernitano, cioè del cosiddetto «agro picentino», fino alla foce del Sele e alla esistenza della colonia etrusca di Marcina.
Il problema che si pone è quello del rapporto, cronologico e storico, tra questi remoti insediamenti costieri e la più vasta area del dominio territoriale etrusco interno tra il Volturno e la valle del Sarno, cioè la vera e propria Campania etrusca avente come centro principale Capua e tutta una serie di città caratterizzate dalla presenza di iscrizioni etrusche e di materiali propri di una cultura materiale di tipo etrusco (benchè di regola pertinenti ad una fase cronologica piuttosto avanzata, tra la fine del VI e la prima metà del V secolo), come Suessula, Acerra, Nola, Pompei, Nocera: queste due ultime costituenti in certo modo una cerniera con l’ area sorrentino-salernitana.
L’ipotesi di una netta priorità della colonizzazione costiera pel golfo di Salerno sul dominio etrusco della mesògaia campana che ne sarebbe stata quasi una tardiva conseguenza va attenuata o corretta nel senso di una possibile e probabile pluralità di antiche vie di approccio dall’Etruria propria alla Campania, e soprattutto del maturare di condizioni storiche diverse attraverso l’età arcaica.
La stessa discussione sul problema dell’interpretazione dei dati tradizionali circa la cronologia della fondazione etrusca di Capua appare di secondaria importanza: i recenti scavi hanno confermato la progressiva formazione di un grosso centro fra il IX e I’VIII secolo, con caratteri indigeni ma con sensibili richiami alI’ area culturale etrusca, falisca e laziale, e con una progressiva affermazione di influenze etrusche soprattutto nel VI secolo; prove sicure del carattere fondamentale etrusco della città si avranno tuttavia soltanto per gli inizi del V secolo.
Si può presumere che alla primordiale colonizzazione, o protocolonizzazione, del litorale salernitano abbiano fatto riscontro penetrazioni per via terrestre (valle del Sacco e del Liri?) e per via di mare (foci del Liri e del Volturno?) verso l’ubertosa e appetibile pianura della Terra di Lavoro; e che la precoce e salda installazione coloniale greca nel golfo di Napoli (già almeno dalla metà dell’VIII secolo), chiudendo questa privilegiata via d’accesso portuosa, abbia favorito il consolidarsi di un dominio etrusco interno, a sua volta serrato ad arco attorno alla fascia d’influenza di Cuma e tendente a sfociare al mare più a sud alla foce del Sarno (Pompei) e nel golfo di Salerno in congiunzione con i vecchi scali del territorio picentino.
Si disegnerebbero così, con una certa verosimiglianza, le grandi linee interpretative della storia della etruschizzazione della Campania e della sua dialettica di contrasto con la colonizzazione greca, ferma restando anche l’esistenza del problema dei rapporti con le popolazioni locali, che possiamo immaginare di coesistenza e di sovrapposizione nelle zone di più intensa occupazione etrusca, e di vicinato, scambi e influenze nelle zone marginali specialmente a nord del Volturno, come nel retroterra picentino, ma anche già forse di minacciosa irrequietezza lungo l’arco montano abitato dai Sanniti dal quale proverranno gl’impulsi e i movimenti destinati a segnare nel futuro la sorte dell’Etruria campana e dell’intera Campania.
Gli sviluppi di questa storia nel V secolo appartengono tuttavia ad una fase cronologica più avanzata che sarà oggetto di trattazione successiva. La presenza e la dominazione degli Etruschi in Campania coinvolgono naturalmente il problema dell’espansione etrusca nell’area intermedia fra l’Etruria e la Campania, cioè nel Lazio.
Una fase di prevalenza etrusca nella storia del Lazio è esplicitamente affermata dalla tradizione antica, con particolare riguardo ai racconti relativi alla dinastia etrusca dei Tarquini regnante in Roma tra la fine del VII e gli ultimi decenni del VI secolo; confermata largamente dalle scoperte epigrafiche e in generale dalle testimonianze archeologiche e artistiche; universalmente riconosciuta dagli studiosi moderni.
Ma va subito aggiunto che, rispetto alla Campania, esiste una differenza sostanziale. Nonostante la maggiore vicinanza geografica, anzi la contiguità territoriale con l’Etruria, che manca alla Campania, non si può parlare per il Lazio di un dominio etrusco definito, unitario e stabile, tanto meno di una colonizzazione demografica, quali sono accertabili per la Campania come si è visto; si riconosceranno semmai sovranità parziali, immigrazioni di capi, influenze istituzionali e culturali, tali da giustificare l’impressione di una sorta di «protettorato» che ha la sua ragione storica, evidentissima, nell’esigenza di assicurare alle città etrusche, considerate singolarmente e nel loro insieme, il controllo delle vie di transito terrestri e marittime (cioè di appoggio al cabotaggio) verso la Campania.
Ma il fondo della popolazione con la sua lingua, le sue tradizioni e le sue strutture resta non etrusco, cioè latino: ciò che senza dubbio dipende dal fatto che l’espansione etrusca a sud del Tevere, quando avviene, trova un mondo di società protostoriche già da tempo evolute, organizzate, sulla via dell’urbanizzazione e presumibilmente coscienti di una loro identità «nazionale», quale è quello che ci si rivela attraverso le scoperte archeologiche soprattutto recenti e recentissime, con le sue fasi di cultura «protolaziale» o «albana» dei crematori della fine dell’età del bronzo e del principio dell’età del ferro (X-IX secolo) e di cultura dei fiorenti centri di inumatori dell’VIII-VII secolo tipicamente esemplificata dalla grande necropoli di Decima.
La penetrazione degli Etruschi non sembra anteriore al VII secolo. Essa appare preceduta da una serie di scambi tra i territori dell’una e dell’altra sponda del Tevere, che tuttavia non alterano la sostanziale diversità della loro fisionomia culturale: basti pensare che gli aspetti caratteristici della civiltà villanoviana, che pure raggiungono le lontane coste del Salernitano, sono ignoti al Lazio (come del resto al territorio falisco pur situato sulla sponda etrusca). Viceversa è notevole la diffusione nel villanoviano dell’urna cineraria in forma di capanna che ha la sua origine e il suo epicentro nell’area laziale. I rapporti culturali piuttosto stretti esistenti tra il Lazio e i territori di Capena e di Falerii fra il IX e il VII secolo si giustificano con l’identità del fondo etnico-linguistico.
Ma si può parlare anche di una più vasta rete di connessioni che include Veio, il territorio capenate e falisco e Roma. D’ altra parte su questa zona medio-tiberina deve aver pesato, in questo stesso periodo, anche un altro elemento di indubbia rilevanza storica, e cioè la pressione degl’italici Sabini discesi dall’interno della penisola lungo la valle del Tevere fino a raggiungere Roma e ad essere implicati nelle sue stesse origini.
Una concreta presenza etrusca nel Lazio è attestata dalle tombe principesche di Palestrina, l’antica Praeneste (tombe Castellani, Bernardini, Barberini) databili intorno al secondo quarto del VII secolo, caratterizzate da fasto si corredi orientalizzanti per molti aspetti analoghi a quelli di Caere e dalla presenza di un’iscrizione etrusca; inoltre dalla tomba a tumulo pure orientalizzante scoperta a Lavinio, la città sacra costiera a sud di Roma, sotto un più tardo sacrario ricordato dagli antichi come «tomba di Enea»; nonche dai sepolcri e dai depositi votivi di Satricum includenti una iscrizione etrusca della fine del VII secolo.
etrusca dei Tarquini negli ultimi decenni del VII secolo, con la «chiamata al potere» di Tarquinio Prisco in sostituzione del re sabino Anco Marcio; ne per quanto sappiamo esistono indizi archeologici a favore di una presenza etrusca in Roma prima di quel momento. Tutti questi dati esigono un tentativo d’interpretazione storica. È possibile che la richiesta di sicurezza dei confini delle città etrusche meridionali, Caere e Veio, e di aperture commerciali e politiche verso il sud abbiano imposto, nel momento di massima fioritura della potenza tirrenica, la creazione di punti di controllo e l’imposizione di signorie etrusche nei centri locali, sia all’interno in direzione della cruciale via della valle del Sacco (come è presumibile per Palestrina), sia lungo la costa fino a quel territorio dei Rutuli (e poi dei Volsci) che Catone ricordava sotto il dominio etrusco.
Il «ritardo» di Roma – pur divisa dall’Etruria solo da un guado, e dunque naturalmente esposta per prima ad un ingresso degli Etruschi nel Lazio – costituisce un problema la cui spiegazione potrà ricercarsi, oltre che nella stessa grandezza e potenza autonoma di un centro in rapido sviluppo (tanto che già nel VII secolo, stando alla tradizione, era stato in grado di distruggere Albalonga, cioè di imporre il suo predominio sulle antichissime comunità albane nel cuore del Lazio), anche e soprattutto nell’ostacolo rappresentato dai Sabini allora presenti e presumibilmente predominanti a livello di direzione politica in Roma stessa (contro i Sabini appunto si manifesterà poi, sempre secondo la tradizione, la principale attività militare di Tarquinio Prisco assurto al potere regio).
Alla tradizione annalistica raccolta dalla grande storiografia romana (specialmente Livio e Dionisio D’Alicarnasso) circa gli eventi dinastici e socio-politici di Roma dalla fine del VII e per tutto il VI secolo non possiamo più negare oggi, sia pure con ogni riserva e prudenza critica, una sostanziale veridicità storica. Combinata con altre versioni collaterali delle fonti antiche e parzialmente confermata dai dati epigrafici e archeologi ci (cioè topografico-monumentali e artistici), essa ci offre un quadro sufficientemente perspicuo della presenza etrusca a Roma e nel Lazio.
Prescindendo dai particolari aneddotici e dall’autenticità individuale dei personaggi – di cui tuttavia non è da diffidare a priori (si pensi ad esempio alla spiccata verosimiglianza di una figura come quella della regina Tanaquil, con il suo prenome femminile etrusco Thanachvil di larga diffusione nella epigrafia arcaica, nata da nobile famiglia tarquiniese ed esperta nell’interpretazione dei prodigi celesti secondo la scienza degli Etruschi: Livio, I, 34) -, noi possiamo riconoscere l’esistenza di una fase iniziale di affermazione e di consolidamento della sovranità etrusca in Roma, e di etruschizzazione di Roma, collocabile tra gli ultimi decenni del VII e i primi decenni del VI secolo e sia pure convenzionalmente definibile come «età di Tarquinio Prisco».
Dobbiamo ritenere che allora l’aggregato romano abbia assunto il suo volto definitivo di città unitaria ed organizzata, con una cinta difensiva, la creazione di uno spazio pubblico (il foro) distinto dalle abitazioni private, l’attrezzatura dell’arce del Campidoglio con l’inizio della costruzione del tempio di Giove Capitolino, secondo esplicite notizie delle fonti letterarie; ed effettivamente le scoperte archeologiche sembrano far risalire a questo periodo le prime stabili costruzioni architettoniche civili e religiose con le loro decorazioni di terracotta, soprattutto alla Regia (presumibile santuario-dimora ufficiale dei re) e al Comizio, sopra tracce di tombe e capanne più antiche.
Sul piano politico e sociale si presumeranno l’avvento e la supremazia di una classe dirigente etrusca, che possiamo pensare installata di preferenza con le proprie dimore ai piedi del Campidoglio tra la valle del Foro e il guado tiberino, in quello che sarà il futuro Vicus Tuscus: ne abbiamo testimonianze dalle iscrizioni etrusche, di cui due provenienti dall’adiacente area sacra di S. Omobono (una specialmente, incisa su una placchetta d’avorio in figura di leoncino, menziona un Araz Silqetenas Spurianas di possibile origine tarquiniese come lo stesso re Tarquinio secondo la tradizione); il carattere prevalentemente aristocratico della struttura dei poteri della città al principio del VI secolo potrebbe trovare una conferma indiretta anche nell’iscrizione dedicatoria latina del cosiddetto vaso di Duenos, se duenos è termine generico indicante una qualità sociale del donante (= bonus, cioè «nobile»).
È importante notare che le iscrizioni in lingua etrusca sembrano essere tutte di carattere privato, mentre il testo del famoso cippo del Lapis Niger nel Foro Romano, ormai con sicurezza databile in questo periodo e riferibile a prescrizioni di cerimonie sacre del re nel Comizio, è scritto in latino e pertanto documenta, nonostante la sovranità etrusca, l’uso del latino come lingua ufficiale dello stato.
Gli eventi e i personaggi del regno di Servio Tullio succeduto a Tarquinio Prisco, nei decenni centrali del VI secolo, ci appaiono in verità ricordati dalla storiografia romana con particolari drammatici, in parte fiabeschi e talvolta persino contraddittori (origini oscure, comunque non etrusche, del protagonista; irregolarità formali della sua assunzione al potere; riforme e popolarità, per cui pote essere più tardi esaltato come fondatore delle libertà repubblicane e persino ispiratore della costituzione della repubblica: esplicitamente Livio, I, 60; imparentamento e rivalità con la famiglia dei Tarquini, di perdurante potenza, culminanti nella sanguinosa «presa di potere» di Tarquinio il Superbo), tali da far pensare ad un racconto in qualche modo sistematizzato che nasconda situazioni, avvenimenti e processi istituzionali assai più complessi.
Il riferimento dell’imperatore Claudio, nel suo discorso al Senato registrato dalle Tavole di Lione (C.I.L. XIII, 1668), a una tradizione etrusca che identificava Servio Tullio con Mastarna compagno di gesta di Caelius Vibenna eponimo del Monte Celio apre il discorso sulla fondata possibilità di inserire in questo periodo – che potremmo anche qui definire convenzional-mente come «età serviana» – tutti gli avvenimenti e personaggi connessi con il «ciclo» semileggendario delle avventure dei fratelli Celio (o Cele) e Aulo Vibenna (nella forma etrusca Caile e Avle Vipina) e di Mastarna o Maxtarna (etrusco Macstrna), citate in numerosi e vari accenni delle fonti letterarie e raffigurate nelle pitture della Tomba Francois di Vulci oltre che in qualche altrò monumento minore. Si tratta di un’ azione militare o di un complesso di azioni militari, presumibilmente tendenti al formarsi di una grossa «signoria» nel cuore dell’Etruria meridionale e su Roma stessa, condotta dal «nobile duce» Celio Vibenna con il fratello Aulo, ambedue originari di Vulci (Festo, Arnobio), e con il «fedelissimo compagno» (Claudio) Mastarna, oltre che con altri camerati di varia estrazione, un Larth Ulthe, un Marce Camitlna e un Rasce (l’«etrusco»?) forse di condizione servile (Tomba Francois).
È dubbio se questa sconvolgente iniziativa sia partita da un tentativo ufficiale di affermazione egemonica della città di Vulci, che comunque più tardi sembra essersene appropriata la gloria come provano le pitture della Tomba Francois; in ogni caso s’incontrò l’opposizione di altre città tra cui Volsinii e Roma, i cui capi coalizzati (Larth Papathna di Volsinii, Pesna Arcmsna di Sovana? , Cneve Tarchunie di Roma), dopo aver catturato lo stesso duce nemico Celio Vibenna – liberato dall’amico Mastarna -, furono a loro volta sconfitti e a quanto sembra massacrati (Tomba Francois).
Ne conseguì la mano libera su Roma, con il presumibile abbattimento del potere dei Tarquini che forse in origine avevano favorito l’azione dei Vibenna (Tacito, Festo), l’installazione di questi ultimi al margine della città (sul Celio?), infine con la morte di Celio il probabile passaggio del dominio di Roma ad Aulo – il cui cranio trovato sul Campidoglio farebbe parte di una storiella pseudoetimologica tendente a spiegare il nome Capitolium come «caput Oli regis» – e quindi a Mastarna, cioè, secondo le fonti di Claudio, a Servio Tullio.
L ‘insieme di questi fatti potrebbe collocarsi tra la fine del regno di Tarquinio Prisco e l’inizio del «regno» di Servio Tullio, diremmo attorno ai tempi di passaggio dal primo al secondo venticinquennio del VI secolo (Tacito, Ann.. IV, 65 accenna a Tarquinio Prisco, ma da storico prudente avverte che per i rapporti con i Vibenna potrebbe essersi trattato anche di «un qualsiasi altro re»: ed effettivamente nella Tomba Francois appare un Cneve Tarchunie, un Gneo Tarquinio, del tutto ignoto alla tradizione storiografica canonica).
La cronologia proposta, e diciamo pure la storicità dell’intera saga dei Vibenna e di Mastarna, trova una luminosa concreta conferma archeologica nella scoperta a Veio dell’iscrizione dedicatoria di un Avile Vipiiennas, recante in forma arcaica l’identica formula onomastica di Aulo Vibenna e databile nella prima metà del VI secolo.
Abbiamo dunque ragioni per credere che in questo periodo i legami fra Roma e l’Etruriasiano stati rafforzati dalla presenza di elementi e di poteri diversi dalla dinastia dei Tarquini. La questione diventa più complessa per quanto riguarda l’interpretazione storica del personaggio Mastarna che, pur nel suo stretto vincolo con i Vibenna, non ci appare necessariamente di origine etrusca: il suo nome singolo ha tutta l’apparenza di un appellativo qualificante o di un titolo, per di più chiaramente riferibile alla parola latina mogister con l’aggiunta del suffisso aggettivale etrusco -no.
Ciò ha indotto alcuni studiosi moderni a supporre l’esistenza a Roma già in età regia della funzione del mogister populi che all’inizio della repubblica avrebbe sostituito il potere del re come magistratura suprema unica di dittatura ordinaria, collegata al concetto di populus quale totalità dei cit- tadini, in un quadro tendente a trasformare lo stato in una comunità egualitaria contro la supremazia delle vecchie oligarchie gentilizie.
Il «re» Servio Tullio, al quale la tradizione attribuiva la riforma centuriata, potrebbe essere stato il promotore di questo rinnovamento ed egli stesso esponente dell’affermazione delle nuove classi sociali in qualità di mogister populi (donde l’identificazione con Mastarna) in contrasto con l’ordine preesistente rappresentato dalla dinastia dei Tarquini; la sua azione politica, dopo la parentesi della reazione tirannica di Tarquinio il Superbo negli ultimi decenni del VI secolo, sarebbe stata destinata a trionfare con l’inizio della repubblica.

Verso il Nord
Passando a considerare l’ opposta direttiva dell’ espansione terrestre degli Etruschi, cioè l’ Italia settentrionale, dobbiamo dire che anche qui esistono zone per le quali si può parlare, come per la Campania, di una occupazione stanziale, cioè di un dominio di popolamento, che s’incentra essenzialmente nell’attuale Emilia- Romagna a contatto con l’Etruria propria attraverso i passi del crinale appenninico. Le fonti antiche alludono insistentemente ad una colonizzazione e del pari alla fondazione di dodici città, di riflesso delle dodici città dell’Etruria propria.
Si aggiunga il ricordo di un’azione colonizzatrice particolarmente antica, adombrata nella leggenda che l’attribuiva principalmente a Tarconte, l’eroe delle origini eponimo e fondatore di Tarquinia (versioni citate negli Scholia Vernonesia e in Servio, ad Aen., X, 200, specialmente a proposito delle origini di Mantova). Una derivazione ravvicinata dalle zone dell’Etruria settentrionale interna si percepisce d’altra parte nelle tradizioni relative alla fondazione di Felsina (Bologna) e di Mantova da parte di Ocnus (altrimenti Aunus, forse da Aucnus) figlio o fratello di Aulestes, a sua volta fondatore di Perugia.
Emiliano è larghissimamente testimoniata dagli scrittori classici, storici e geografici, e confermata dall’archeologia con estrema dovizia di dati incontestabili, inclusi i documenti epigrafici.
Si tratta ora di precisare, nei limiti del possibile, i tempi, i luoghi, i caratteri e gli sviluppi di questa occupazione.
Nella più diffusa tradizione degli studi moderni la conquista etrusca dei territori della pianura padana, cioè di quella che suol definirsi appunto «Etruria padana», avrebbe avuto luogo con notevole ritardo rispetto alla nascita dell’Etruria propria, e cioè non prima della fine del VI secolo, quando a Bologna, a Marzabotto e a Spina – i centri archeologicamente più significativi dell’etruschismo nordico – appaiono i primi segni di una civiltà d’inconfondibile impronta etrusca e con iscrizioni etrusche.
Questa tesi fu proposta dai primi scavatori delle necropoli bolognesi e in particolare sostenuta da E. Brizio in rapporto alla generale teoria della provenienza degli Etruschi dall’oriente e della loro sovrapposizione agli Umbri identificati con i «Villanoviani», tenuto conto del perdurare della cultura villanoviana a Bologna fino all’inoltrato VI secolo e dell’apparente distacco topografico fra i sepolcreti appartenenti a questa cultura e le tombe di tipo «etrusco».
Ma questa interpretazione è già stata oggetto in passato di più o meno cauti dubbi, ed ora crediamo di poter affermare con sufficiente fondatezza che l’apparizione, tutto sommato localmente improvvisa, del villanoviano nel IX secolo debba considerarsi la manifestazione esteriore di un iniziale passaggio di elementi etruschi dalla Toscana oltre l’Appennino, e ciò non soltanto per le valutazioni precedentemente espresse sul significato etnico della diffusione villanoviana in generale, ma anche proprio per l’indizio, non da sottovalutare, di quelle tradizioni che associavano in qualche modo la colonizzazione padana con i tempi delle origini della nazione etrusca.
Che a Bologna in età villanoviana già si parlasse etrusco sembrerebbe del resto dimostrato dalla recente individuazione di una iscrizione etrusca incisa sopra un vaso della fase tardo-villanoviano di Arnoaldi, databile intorno al 600 a.C., cioè assai prima della supposto «conquista etrusca» della fine del VI secolo. Un altro motivo che collega ab antiquo il villanoviano transappenninico alla grande matrice dell’Etruria tirrenica si coglie nella sua stessa localizzazione geografica, che è rappresentata da due zone limitate immediatamente aderenti all’Appennino: la prima in Emilia, a Bologna e nei suoi immediati dintorni, in corrispondenza dello sbocco delle valli dei fiumi Reno e Savena, cioè dei passi Piastre-Collina e Futa; la seconda in Romagna, a Verucchio, San Marino ed altre località minori, in corrispondenza e a guardia della valle del Marecchia con i suoi raccordi montani all’alto bacino del Tevere e al Casentino.
Esse hanno veramente tutta l’apparenza di due “teste di ponte” dall’Etruria verso la pianura padana e la costa adriatica. La cultura villanoviana di Verucchio si evolve dal IX fino al VI secolo attraverso almeno tre fasi, di cui soprattutto la seconda presenta singolari affinità con il villanoviano evoluto dell’Etruria meridionale, mentre la terza fase, in cui pur resta dominante la cremazione, appare già largamente imbevuta di elementi orientalizzanti; assai notevoli e comprensibili in ogni caso sono i rapporti con le vicine culture medio-adriatiche di Novilara e del Piceno.
Alla possibilità di una remota penetrazione etrusca lungo le coste del Mare Adriatico si ricollega l’esistenza dell”‘isola” villanoviana di Fermo nelle Marche, in piena zona di cultura picena, con caratteristiche anche qui di forti somiglianze con il villanoviano dell’Etruria meridionale; non sembra incongruo citare in proposito il ricordo di una fondazione tirrenica, cioè etrusca, del santuario di Hera a Cupra a non grande distanza da Fermo (Strabone, V, 4, 2): è immaginabile una sia pur modesta attività marittima sull’ Adriatico analoga a quella coeva sul Tirreno?
Per quel che riguarda il villanoviano dell’Emilia è eviqente che esso ha attirato e attira in modo preminente l’attenzione degli studiosi non soltanto per la priorità delle scoperte risalenti a circa la metà del secolo scorso e per la ricchezza dei materiali, ma anche e soprattutto per la possibilità di sistematiche classificazioni topografi-che e cronologiche e per la continuità di vita storica del suo maggiore centro, Bologna.
L’area circostante in pianura, entro limiti piuttosto ristretti segnati dai corsi del Panaro e del Santerno e, a nord, del Reno presenta insediamenti di villaggi con tutto l’aspetto di una specifica occupazione agricola (ne si può escludere che proprio la disponibilità di queste estese terre coltivabili abbia primamente attratto gli abitatori delle zone a sud dell’Appennino); ma l’occupazione si addensa essenzialmente a Bologna che via via assumerà il carattere di un aggregato protourbano.
Ed è a Bologna che noi cogliamo le linee di uno sviluppo che va dal IX al VI secolo, distinto in quattro fasi successive (più o meno corrispondenti ai periodi già designati con i nomi delle località dei sepolcreti: Savena-San Vitale, Benacci I, Benacci II, Arnoaldi), delle quali le ultime appaiono progressivamente imbevute di elementi orientalizzanti, pur nella tradizionale fedeltà al rito della cremazione, con l’apparizione di stele funerarie scolpite e il sostituirsi ai vecchi cinerari biconici di cinerari in forma di situle (secchie) con decorazione stampigliata.
È difficile dire quale impatto possano aver avuto le prime penetrazioni etrusche a nord della catena appenninica con le popolazioni locali di là dalle sfere, ripetiamo limitate, della presenza villanoviana. Di queste altre popolazioni sappiamo del resto poco o nulla, anche dal punto di vista della documentazione archeologica che per il resto dell’area emiliano-romagnola e in generale per la Padania orientale risulta ancora scarsamente conosciuta durante l’età del ferro, mal distinguibile dalle sopravvivenze della tarda età del bronzo che fu comunque fiorente in queste zone (notevole, anche se priva di significato storico dato il dislivello cronologico, è la netta contrapposizione tra l’area delle terremare del bronzo nell’Emilia occidentale e l’area di occupazione villanoviana dell’età del ferro).
Fa, bene inteso, eccezione il grosso e netto complesso di manifestazioni della civiltà Paleoveneta a nord del Pò e dell’Adige, con il suo svolgimento parallelo a quello del villanoviano emiliano e la sua certa connotazione etnica.
Un fenomeno protostorico ben definito che sembra fronteggiare a nord della grande piana fluviale il fenomeno villanoviano esteso ai piedi dell’Appennino, cioè già i Veneti di fronte agli Etruschi, e con influenze culturali via via crescenti sull’area emiliana, sensibili soprattutto nell’ultima fase bolognese di Arnoaldi.
Sui fatti della Romagna, non rileno incerti di quelli emiliani per i tempi più antichi, si potrà accennare soltanto ad osservazioni sporadiche specialmente in zone montane, con particolare riguardo alle tombe di guerrieri in circoli di pietra di San Martino in Gattara nell’alta valle del Lamone, che per altro non sono anteriori alla fine del VI secolo e che possono oggi attribuirsi con certezza, più che a genti indigene (o peggio a supposti invasori gallici), all’avanzata verso il nord di Italici umbri, dei quali si avrà occasione di riparlare.
In sostanza la espansione protostorica degli Etruschi verso la pianura padana e la costa adriatica non deve aver trovato rilevanti ostacoli in preesistenze probabilmente non dense e forse attardate; in ogni caso essa deve esser rimasta contenuta ai margini dello spartiacque appenninico con aspetti economici, sociali e culturali di sostanziale conservatorismo rispetto all’Etruria propria (ciò che tuttavia non esclude un pro gresso, accelerato tra il VII e il VI secolo, sia negli scambi con le aree esterne tirrenica, veneta e medio-adriatica, sia negli aspetti interni delle forme di vita e del lusso: specialmente a Verucchio, dove più che a Bologna s’intravvede il formarsi di gerarchie economico-politiche e conseguenti emergenze culturali).
Il solo indizio, sia pure discutibile e discusso, di una politica attiva oltre i limiti dell’Emilia centrale e interessata alla difesa degli equilibri dell’intera pianura padana parrebbe riconoscersi nella notizia di Livio (V, 34) sulla battaglia combattuta, e perduta, dagli Etruschi nelle vicinanze del Ticino contro i Galli discesi in Italia con Belloveso e Segoveso ai tempi del re Tarquinio Prisco e della fondazione focea di Marsiglia, cioè intorno al 600 a.C., se questa cronologia alta dell’invasione celtica è accettabile come crediamo: saremmo comunque in un periodo avanzato di Bologna villanoviana, corrispondente alla fase Arnoaldi, e curiosamente proprio ai tempi nei quali si data la prima iscrizione etrusca sopra ricordata.
Ma la grande espansione etrusca nel nord, con la sua massima estensione e con la pienezza e ricchezza delle sue più caratteristiche espressioni, deve collocarsi effettivamente non prima degli ultimi decenni del VI secolo, quale probabile conseguenza di avvenimenti economici e politici di portata assai più vasta riguardanti non soltanto l’Etruria, ma l’intera area italiana e i mari circostanti.
È in questo momento, e soprattutto a partire dagli inizi del V secolo, che l’incipiente crisi della potenza marittima etrusca nel Tirreno può aver richiamato allo sbocco adriatico; che lo sviluppo dei centri dell’Etruria interna (Volsinii, Perugia, Chiusi, Volterra, Fiesole) può aver favorito un più pressante interesse per gli aperti territori d’oltre Appennino e determinato nuove ondate di migrazione verso il nord; che l’incremento dei traffici con l’Europa centrale attraverso le Alpi ed in pari tempo la minacciosa pressione dei Celti già dilaganti nella pianura padana possono aver reso necessario un consolidamento ed un ampliamento della presenza etrusca nell’ltalia settentrionale trasformandola in vero e proprio dominio.
Di fatto vediamo ora trasformarsi l’antico centro bolognese in città, l’etrusca Felsina; nascere subitaneamente nella media valle del Reno, quale stazione viaria, ma probabilmente anche come centro d’interesse minerario, Marzabotto (cui si ritiene di attribuire il nome antico di Misa), con la sua esemplare pianta regolare a strade incrociate di tipo ortogonale che gli dà una così evidente impronta di “colonia”; fiorire sul mare alla foce di un antico ramo del Po la grande città di Spina aperta ad ogni traffico e ad ogni presenza e influenza dei Greci, e più a nord Adria condominio degli Etruschi e dei Veneti (sui quali ormai si riversa il prestigio culturale etrusco).
Nell’antica area marittima romagnola è ricordato e in parte attestato il possesso etrusco di Ravenna; il controllo degli Etruschi si estende anche all’Emilia occidentale almeno fino all’Enza e forse oltre (certamente contenuto dall’opposta avanzata celtica: priva di fondamento è l’etruscità e comunque incerta l’ubicazione di Melpum già da molti ritenuto un avamposto etrusco in Lombardia); sicuramente fu passato il Po verso le Alpi come provano le tradizioni dell’origine etrusca di Mantova e taluni indizi culturali ed epigrafici, con preminente attrazione verso la valle dell’Adige quale canale di comunicazioni transalpine fra il territorio dei Veneti e l’espansione dei Celti, donde la tradizione liviana dell’origine etrusca dei Reti.
La civiltà etrusca nell’Italia settentrionale tra la fine del VI e l’inoltrato IV secolo è rappresentata tipicamente a Bologna, come nei centri coevi e archeologicamente emergenti di Marzabotto e di Spina, dalla fase culturale tradizionale detta della Certosa (da uno dei più rappresentativi sepolcreti bolognesi): la caratterizzano abbondanti arredi di tipo etrusco, larghissime importazioni di ceramica greca attica, il diffondersi del rito funebre dell’inumazione, le stele sepolcrali figurate (essenzialmente a Bologna), le iscrizioni etrusche.
Alcuni di questi elementi possono suggerire qualche fondata ipotesi sulle correnti d’origine, dall’Etruria propria, del popolamento e delle influenze culturali di questa grandiosa “colonizzazione”. Molti indizi archeologici, epigrafici e onomastici ci riportano, con indubbia verosimiglianza storico-geografica, alle città dell’Etruria settentrionale interna quali Chiusi, Volterra e Fiesole (si pensi tra l’altro alla comune seppur differenziata produzione delle stele nel volterrano, attorno a Fiesole e a Bologna); transiti diretti ed antichi furono senza dubbio le medie valli appenniniche. Ma esistono anche tracce di influenze provenienti dall’Etruria meridionale che potrebbero far sospettare una direttiva risalente lungo la valle del Tevere, tramite Volsinii e Perugia, fino a raggiungere la costa adriatica: ciò che da un lato ci consente di richiamare la saga “perugina” di Aulestes e di Ocnus, da un altro lato ci fa pensare alle remote affinità del villanoviano romagnolo e di Fermo con il villanoviano sud-etrusco.
Quali che siano le provenienze e i fattori di alimentazione dell’etruscità padano-adriatica, certo essa acquistò nel V secolo una sua individualità e compattezza, attorno ai centri maggiori (dalla polarità interna di Felsina a quella marittima di Spina), oltreche una sua straordinaria rilevanza storica-economica, politica, culturale, tale da giustificare la tradizione della dodecapoli nordica contrapposta alla dodecapoli tirrena.
Ma dello sviluppo e della sorte finale di queste città e di questo dominio si tratterà in modo più specifico nel quadro della successive vicende del mondo etrusco.
Non può tralasciarsi infine un cenno a quell’altra direttiva di espansione etrusca verso il nord che è rappresentata dalla Liguria. Ci troviamo di fronte a premesse e a situazioni storiche del tutto diverse, in cui l’attività marittima deve aver avuto la sua parte di naturale rilevanza rispetto a possibili conquiste o installazioni terrestri, con qualche analogia (per altro vaga e diremmo embrionale) con i fenomeni dell’avanzata e della presenza etrusca nel mezzogiorno. Il territorio compreso tra le foci dell’ Amo e la valle del Magra, cioè la Versilia e la Lunigiana, fu certamente investito da una penetrazione etrusca già in età arcaica, anche se prevalentemente abitato da popolazioni liguri e con una certa fluttuazione nel tempo tra Etruschi e Liguri: lo attestano le fonti antiche (seppure con ambiguità nella sua attribuzione alle due stirpi), alcune testimonianze archeologiche ed epigrafiche, oltre che la finale attribuzione di queste zone all’Etruria augustea; ma la stessa Pisa, pur nella importanza della sua posizione geografica alla foce dell’Arno, non sembra essere mai stata tra le maggiori città etrusche, collocandosi in una zona marginale del territorio di Volterra e quasi di confine rispetto al resto dell’Etruria; mentre Luni avrà anch’essa un suo autentico e grosso sviluppo urbano soltanto alla fine della civiltà etrusca.
Fra l’Etruria padana e le penetrazioni etrusche in territorio ligure non sono pensabili coerenti rapporti sia per l’interposta area montuosa tenuta da primitive e notoriamente bellicose tribù locali, sia anche e soprattutto per l’avanzata dei Celti.
Una progressione terrestre verso occidente non sembra del resto aver superato la Magra; mentre è probabile, e comprovata da iscrizioni etrusche, una presenza commerciale etrusca, forse anche al limite di un controllo “coloniale” ; nel centro portuale di Genova; più oltre le attività marittime verso le coste provenzali debbono aver trovato un fermo nelle istallazioni greche, effettivamente coloniali, di Monaco e di Nizza.

L’alleanza cartaginese e gli scontri con i Greci e con Roma
Le fonti storiche greche ci parlano per il VI secolo a.C. di accese rivalità “internazionali” per il controllo delle rotte marittime, dandoci notizia di vere e proprie battaglie navali tra Greci ed Etruschi. Così, ad esempio, nel caso della battaglia combattuta l’anno 535 a.C. circa, nelle acque del Mare Sardo, della quale ci informa Erodoto.
Si tratta di uno degli episodi più salienti di tutta la storia etrusca, provocato dall’intrusione greca nel “mare di casa” degli Etruschi e, in particolare, dalla fondazione, intorno al 565 a.C., della colonia di Alalie (Aleria) sulla costa orientale della Corsica. Protagonisti di questa impresa erano stati i profughi della città di Focea, nella Ionia asiatica, che per sfuggire alla minaccia persiana si erano trasferiti a più riprese in Occidente e, attorno al 600 a.C., si erano stabiliti alle foci del Rodano fondandovi Massalie (Marsiglia).
Gli scali marittimi e le stazioni commerciali che i Massalioti avevano installato nel Golfo del Leone e sulle coste del Mar Ligure misero così in crisi il commercio etrusco. Quando l’ultima ondata di Focei provenienti dalla madre patria occupati dai Persiani si stabilì in Corsica, gli etruschi furono costretti a reagire. A muoversi fu Cere, la quale si alleò con Cartagine, anch’essa seriamente danneggiata nei suoi interessi commerciali dall’intrusione focea. L’alleanza condusse allo scontro armato al quale presero parte sessanta navi dei Focei e altrettante di Etruschi e Cartaginesi.
Stando sempre a Erodoto, a vincere furono i Greci, ma la vittoria rimase senza frutto “poiché – scrive lo storico – quaranta delle loro navi furono distrutte e le restanti rese inservibili”, sicché “essi tornarono ad Alalie, presero a bordo i figli, le donne e quanto dei loro beni potevano trasportare e, lasciata la Corsica, partirono verso Reggio”.

Alcuni dei prigionieri focesi furono portati a Cere e lapidati. Coloro che passavano sul luogo dell’eccidio, racconta ancora Erodoto, animali o uomini, “diventavano rattrappiti, storpi o paralitici”. Gli Etruschi mandarono allora a interrogare l’oracolo di Delfi, il quale ordinò loro di celebrare sacrifici e di tenere ogni anno giochi per placare le anime dei Focesi massacrati.
Il successivo clamoroso episodio della lotta per il predominio del Mediterraneo di verificò agli inizi del V secolo a.C. nel 480 a.C. quando i Greci di Sicilia, accettando la supremazia dei Siracusani, affrontarono a Imera i Cartaginesi sbarcati in forze nell’isola sotto la guida di Amilcare. La sconfitta dei Cartaginesi fu un colpo anche per gli etruschi, benché non avessero partecipato direttamente al conflitto. Qualche anno dopo, nel 474 a.C., essi dovettero affrontare Cuma, ribelle al loro predominio in Campania, e il tiranno siracusano Gerone, da Cuma chiamato in soccorso. Furono sconfitti in una memorabile battaglia navale presso Capo Miseno, che segnò l’inizio del declino della loro potenza sul mare.
I Greci cominciarono ad assalire e saccheggiare le località etrusche della costa tirrenica, creando così un calo delle attività produttive degli Etruschi, che non potevano fare più affidamento sull’esportazione. Durante una spedizione siracusana, vennero saccheggiate Vetulonia e Populonia.
Anche sull’Adriatico gli Etruschi avevano cercato di espandersi. Tappe fondamentali la fondazione di Marzabotto, una sorta di stazione intermedia in Emilia sul percorso verso il delta del Po, e di Spina, sul mare. Spina era un emporio molto vivace, frequentato dagli Ateniesi, fino al IV secolo a.C., quando la presenza di questi sull’Adriatico cominciò ad essere contrastata e alla fine soppiantata dai Siracusani. Incidentalmente, era da questi mercati adriatici che transitava l’ambra, la resina giallastra reperibile sul Baltico, usata in gioielleria, per la quale donne, ma anche uomini, andavano matti. Ragioni economiche più che mire espansionistiche spiegano dunque il dilatarsi della presenza etrusca a nord e a sud della penisola.
Nel corso del V secolo a.C. due gravi pericoli si affacciarono ai due estremi del mondo etrusco: a nord, la pressione delle tribù celtiche penetrate da tempo in Italia attraverso le Alpi; a sud, l’incipiente espansionismo di Roma la quale, scaduta la tregua del 474 a.C., riprese con determinazione la guerra contro Veio. Nel 396 a.C. Veio venne conquistata e distrutta, mentre il suo territorio fu incorporato nello Stato romano. Nello stesso anno della caduta di Veio, le fonti storiche parlano di occupazione da parte dei Galli della prima città dell’Etruria padana: una non meglio precisata Melpum che alcuni pensano di localizzare nei pressi di Milano o persino di identificare con essa.
Nell’Etruria meridionale, intanto, due fatti nuovi vennero a caratterizzare il IV secolo a.C. Da una parte ci fu la progressiva emarginazione di Cere che, sia pure pacificamente, finì col soccombere all’alleata Roma, alla quale cedette il suo antico ruolo. Da un’altra parte, ci fu invece il ritorno di Tarquinia, la quale grazie ad una accorta politica di sfruttamento delle risorse agricole del suo territorio, riuscì a superare la crisi che l’aveva lungamente abbattuta e a rifiorire, con ricchezza e potenza.
Ma l’accresciuta potenza e la sua stessa posizione geografica, portarono Tarquinia ad una situazione di antagonismo con Roma, che portò alla guerra scoppiata nel 358 a.C. e che si concluse nel 351 a.C. senza vincitori né vinti, ma con una tregua quarantennale. Intanto sul fronte settentrionale finiva l’Etruria padana: nella seconda metà del IV secolo infatti l’onda celtica travolse tutti i centri etruschi della regione, compreso quello più importante di Felsina (Bologna), occupata dai Galli.
Alla fine del IV secolo a.C. gli etruschi erano ormai ridotti entro i confini originari, peraltro già intaccati a sud dall’espansione romana. Nel 311 a.C. si riaccese la guerra contro Roma. Ancora una volta l’iniziativa dovette essere degli Etruschi, ma protagoniste dello scontro furono ora le città centro-settentrionali, con a capo Volsini affiancata da Vulci, Arezzo, Cortona, Perugia e Tarquinia, svincolatasi dalla tregua appena scaduta.
Nel 308 a.C. Tarquinia rinnovò la tregua, mentre Cortona, Arezzo e Perugia si arresero accettando condizioni umilianti. L’anno 302 a.C. la guerra etrusco-romana, non ancora definitivamente conclusa, tornò a riaccendersi, per protrarsi, con una serie pressoché ininterrotta di campagne annuali, fino al 280 a.C.: i Romani quasi sempre all’attacco, gli Etruschi costretti alla difensiva e a rinchiudersi spesso nelle loro città fortificate. Tra il 281 e il 280 a.C. si arresero per sempre Vulci e Volsini, mentre le città settentrionali si affrettarono a rinnovare i precedenti trattati di pace. Tutti infine dovettero sottoscrivere patti associativi o “federativi” (dal latino foedus, trattato), in forza dei quali mantenevano una formale indipendenza, con lo status giuridico di “alleate” (sociae), mentre, di fatto, accettavano la supremazia di Roma, ponendosi nei confronti di questa in rapporto di sudditanza.

L’Etruria “federata”
La capitolazione delle città etrusche e il loro ingresso forzato nell’alleanza con Roma segnò l’inizio dell’ultimo periodo della storia etrusca: quello che viene definito dell’Etruria “federata”. A fondamento del nuovo ordine imposto all’Etruria stavano dunque i vincoli federali derivanti dai trattati. Questi ebbero, a seconda dei casi, clausole speciali e diverse, particolarmente dure per le città che più direttamente si erano opposte a Roma e più lungamente e duramente avevano lottato contro di essa.
Includenti tra l’altro anche l’imposizione di tributi e il controllo sulla pubblica amministrazione.
In generale, i trattati imponevano a tutte le città di rinunciare a qualsiasi iniziativa politica autonoma; di riconoscere come propri gli amici e gli alleati di Roma e i suoi nemici; di fornire alla stessa Roma aiuti ogniqualvolta essa ne facesse richiesta, specialmente in occasione di guerre e con contributi di uomini e mezzi; di coordinare con gli interessi Romani ogni loro attività, anche di natura produttiva e commerciale; di garantire il mantenimento dei propri ordinamenti istituzionali fondati sul potere delle oligarchie aristocratiche; di accettare (o di richiedere) l’intervento di Roma in caso di gravi turbamenti sociali e di conflitti interni. L’aspetto positivo del sistema federativo consisteva nel fatto che le singole città continuavano a vivere la loro vita “locale”, sostanzialmente libera e autonoma, regolata e ordinata secondo i principi e le usanze della tradizione nazionale, di mantenere le proprie leggi, la propria lingua e la propria religione.
La federazione fu messa a dura prova dall’invasione dell’Italia da parte di Annibale. La seconda guerra punica (218 – 202 a.C.) toccò l’Etruria soltanto marginalmente, durante la discesa dell’esercito cartaginese lungo la valle tiberina, ma l’impressione suscitata dalla disfatta subita dai Romani al Trasimeno, in territorio etrusco, fu tanto forte che nelle città etrusche si risvegliò qualche desiderio di rivincita. Ci furono dei movimenti di simpatia nei confronti di Annibale e qualche seria agitazione che costrinse i Romani a rafforzare i loro presidi.
Poi comunque i patti vennero rispettati e ogni città diede il suo contributo prezioso prima alla resistenza e poi alla riscossa romana; in particolare quando, nel 205 a.C., furono forniti aiuti massicci a Scipione per l’allestimento della sua spedizione africana.
Tito Livio scrive in proposito che le città etrusche si comportarono ognuna secondo le proprie possibilità e ne elenca dettagliatamente i contributi: Cere dette frumento e viveri di vario genere; Tarquinia tele di lino per le vele delle navi; Roselle, Chiusi, e Perugia fornirono legname per la costruzione degli scafi e frumento; Volterra frumento e pece per le calafature; Populonia ferro; Arezzo, infine, approntò grandi quantità di armi (3.000 scudi e altrettanti elmi e 100.000 giavellotti), strumenti e attrezzi da lavoro e 100.000 moggi (= antichi recipienti) di grano e rifornimenti di ogni sorta da servire per quaranta navi.
Con il I secolo a.C., tra il 90 e l’89, Roma concesse agli Etruschi i diritti di cittadinanza e nacquero così, tra l’80 e il 70 a.C., i municipi Romani dell’Etruria. La realtà storica degli Etruschi venne infine consacrata con una delle regioni in cui la stessa Italia venne suddivisa da Augusto: la regione VII, alla quale toccò di perpetuare, fino alla fine del mondo antico, il nome glorioso dell’Etruria.

L’epilogo etrusco: i Galli e Roma
In questo paragrafo analizziamo in modo più approfondito il rapporto tra Roma e gli Etruschi. Abbiamo già detto che l’Etruria perde la supremazia sui mari a scapito di Siracusa e vede fallire il suo progetto di alleanza con i Cartaginesi ed (a livello più ampio) con i Persiani sconfitti a Salamina dagli ateniesi (filo-siracusani). Infatti presso Cuma, in particolare a Capo Miseno, la flotta etrusca è sconfitta dai siracusani, che, successivamente, saccheggiano le coste toscane, in particolare Populonia e Vetulonia, e l’isola d’Elba e prendono la Corsica e Ischia (454 a.C.).
In Sicilia, presso Imera, stavolta per via di terra, gli Etruschi perdono di nuovo contro i siracusani e contemporaneamente a Salamina la Grecia sconfigge i Persiani. Fallisce così l’alleanza tra Etruschi, Cartaginesi e Persiani che voleva contrapporsi a quella tra Greci e Siracusani. Nel 350 a.C. alcuni ambasciatori tirreni si recano in Mesopotamia da Alessandro Magno, per chiedere aiuto, ma non ricevettero una pronta collaborazione: Alessandro avrebbe preparato un’invasione dell’occidente solo dopo circa dieci anni.
Dopo Veio, testimone della scarsa coesione tra le città della lega, cadono le altre città, una dopo l’altra, tra cui Falerii, capitale dei Falisci e gli avamposti di Tarquinia. Nel 387 a.C. i Celti di Brenno sconfiggono i Romani ad Allia, devastano l’Etruria e Roma, che si ricostruisce, anche se in un primo momento, nel quale Camillo si oppose, si pensava di spostare la capitale da Roma a Veio.
Nel 350 a.C. i siracusani depredano Pyrgi e Caere, Roma conquista Tarquinia, con forti rappresaglie ed i Galli dilagano in Valle Padana, non trovando la minima resistenza. Tutte le città della lega del nord sono prese, ad eccezione di Spina e Mantova. Spina ed Adria verranno poi prese dai greci che nel frattempo avevano fondato Ancona.
L’economia agricola è distrutta: non si produce più vino, ricompaiono le paludi in Valle Padana, il sistema idrico è distrutto, cresce solo del grano che la città di Spina commercia con la Grecia (non si producono più vasi attici, anche perché la città greca di Marsiglia ha una florida attività con i Liguri e i Galli). Per rappresaglia contro i Galli, alcuni etruschi eseguono atti di pirateria sui carichi di grano.
Nel 310 a.C. i Romani, comandati da Q. Fabio Rulliano, invadono e saccheggiano la Selva Cimina ritenuta sacra e inviolabile. Gli Etruschi non seppero sfruttare le guerre sannitiche: nel 295 a.C. subirono in particolare una sconfitta a Sentinum, non interagendo bene con gli Umbri.
E’ anche vero che i Romani separarono geograficamente le varie tribù sannitiche tra loro e queste, a loro volta, dagli Etruschi, mantenendo neutrale la striscia di territorio dei Peligni (Sulmona-Chieti). Nel nel 283 a.C. assoldarono (dapprima venendo depredati) i Galli per combattere contro Roma vicino Bassano in Teverina, sul lago Vadimone, ma furono sconfitti, tanto che le acque del Tevere si tinsero di rosso.
In tale occasione furono cacciati dall’Italia i Galli Senoni (che subirono un genocidio nei pressi di Rimini), con la fondazione di Sena Gallica (Senigallia) ed i Boi. Si ribellarono ai Roamni ad Arezzo, ma furono annientati. Sperarono inutilmente in Pirro, che dopo aver vinto ad Eraclea (Basilicata) nel 282 a.C., perse a Maleventum. Sostennero Annibale vanamente nel 210 a.C., subendo ritorsioni e processi sommari dai Romani. Eseguirono azioni di sabotaggio, di frode e di pirateria contro Roma.
I Romani fondarono colonie di controllo in Etruria: Rusellae, Castrum Novum (Porto Clementino), Alsium, Fregene, Saturnia e Graviscae. Nel 225 a.C. i Galli devastano di nuovo l’Etruria e sono sconfitti dai Romani a Talamone, la Maremma non si riprenderà più dalla devastazione: il grande sistema idrico di bonifica è stato distrutto e si lascia il posto a paludi e zanzare. Si racconta che Ansedonia, Graviscae, Rusellae erano città inospitali, con aria insalubre.
L’Etruria pagò a caro prezzo le azioni di guerriglia e di favoreggiamento dei vari condottieri, scesi in Italia per combattere i Romani: confische di beni, tribunali, persecuzioni, liste di proscrizione. Fino al 100 a.C. i Tirreni godevano ancora di un’agiata economia e di una certa ricchezza, segno di una continua attività commerciale, seppure sempre più debole.
Osserviamo che in questa fase il destino dei Tirreni è molto simile a quello dei Sanniti, entrambi in lotta contro Roma. Il latifondismo riduce alla fame il Sannio e l’Etruria: il prezzo del grano si è ridotto, visto che tanti oramai sono i paesi dell’impero che lo producono. Con l’avvento di Caio e Tiberio Gracco viene proposta la riforma agraria e si fonda un partito d’ispirazione popolare, per porre un freno a questa piaga della società.
A seguito della loro uccisione nel 130 a.C. l’Italia conosce il flagello della guerra sociale. Il console Lucio Giulio Cesare, per evitare la guerra, propone la lex julia: abroga il latifondo e concede la cittadinanza romana, anche se non con diritto di voto, ai popoli si schierano per la pace. Gli Etruschi si accontentano ed evitano di scendere in combattimento al fianco dei Sanniti, che assieme ai Piceni e Marsi avevano fondato una capitale a Corfinium, in Abruzzo. Tale evento è ricordato a Perugia nell’Ipogeo dei Volumni.
Cessata la guerra tale legge fu respinta dal Senato e scoppiò la guerra civile che vide come protagonisti Mario, popolare, vittorioso sulle tribù celtiche dei Cimbri e Teutoni, e Silla, uomo degli ottimati (patrizi), abile e astuto stratega.
Nonostante il popolo si fosse schierato per il primo, Silla, dopo aver massacrato i Sanniti, marciò su Roma e prese il potere. Pompeo intanto sconfisse truppe tirrene in Val di Chiana e ad Arezzo (88 a.C.). Mario, assieme a Cinna, altro popolare, approfittando della guerra che Silla aveva mosso a Mitridate in Grecia, riprende il potere.
E’ un buon periodo per tutti i popoli italici. Mario e Cinna muoiono tra l’86 e l’84 a.C.. Silla ritorna e nell’82 a.C. sconfigge i popolari a Prenestae, dove avviene una strage di Sanniti, e poi a Porta Collina (Monte Antenne-Roma) con un altro famoso massacro. Silla si dirige in Etruria, dove subisce l’unica sconfitta a Saturnia, ma poi si vendica a Chiusi con l’aiuto di Pompeo.
Fino al 79 a.C., anno della caduta di Volterra, ci sono state rappresaglie, liste di proscrizione, con premi per chi uccideva i proscritti, inibizione dalle cariche pubbliche, confische di beni, riduzione dei territori ad Arezzo, Fiesole e Chiusi. L’Etruria era alla fame. Solo più tardi, Cicerone riuscì a far ridare terre a Volterra ed Arezzo.
Nel 62 a.C. alcuni abitanti di Fiesole e Arezzo si unirono vanamente a Catilina e furono sconfitti a Pistoia. Come si vede, l’Etruria, è stata sempre sede di sommosse. Il periodo di Cesare (49-44 a.C.) è ottimo per i Tirreni: c’è rispetto, pace e riprendono le attività commerciali. Del resto Arezzo si mostrò simpatizzante il generale, accogliendo le coorti spedite in avanscoperta prima di passare il Rubicone.
Con la morte di Cesare finisce il nono secolo etrusco. Con l’avvento di Augusto si assiste alla distruzione di Perugia del 40 a.C. per aver appoggiato il fratello di Marco Antonio, sconfitto ad Azio da Agrippa nel 31 a.C., con la deportazione di 300 perugini, trucidati nel Foro Romano. Mecenate consigliò l’imperatore di ricostruire Perugia, che si chiamò Augusta Perusia. Comincia per l’Etruria uno sviluppo nel turismo, di moda già all’epoca. Famose erano le fonti termali Fontes Clusini presso Chianciano e Aquae Populoniae presso Populonia.
Nacquero le provincie, le colonie, le regioni romane ed i processi di latinizzazione presero sempre più piede. L’ultimo imperatore amico dei tirreni fu Claudio, loro grande studioso, morto nel 54 a.C., che compose i ” Tyrrhenica “, studi di etruscologia, mai trovati.
Dunque gli Etruschi insegnarono moltissimo ai loro discepoli romani, che li distrussero e perseguirono una politica di propaganda e di denigrazione nei loro confronti: tecnica adottata nei confronti di tutti i popoli vinti, in particolare dei tirreni che erano stati i fondatori dell’urbe.

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