Etruschi: le attività

L’alimentazione
Le fonti letterarie conservateci che trattino questi soggetti risultano davvero scarse; le notizie che abbiamo ci sono infatti riportate da autori greci e latini, i quali -colpiti in modo negativo dal “lusso” dell’aristocrazia etrusca – non possono considerarsi una fonte attendibile, anche perche risultano di molto posteriori al periodo di fioritura della civiltà etrusca.
Posidonio di Apamea, per esempio, racconta che gli Etruschi apparecchiavano le loro tavole “ben” due volte al giorno: del resto, anche i Greci consumavano due pasti al giorno, ma il pranzo era molto frugale. Il dato archeologico, che in genere è così importante, nel caso dell’alimentazione non è direttamente determinante; infatti, solo recentemente gli scavi degli abitati sono stati affiancati da indagini paleonutrizionali; oltre a ciò, relativamente rari risultano gli avanzi di pasto rinvenuti. Comunque utili notizie possono essere dedotte dagli utensili ritrovati negli ambienti adibiti a cucina, ma soprattutto dagli affreschi che decorano le pareti di alcune tombe, soprattutto quelli della “Tomba Golini I” di Orvieto, che mostrano immagini relative alla preparazione del banchetto.
Da un famoso brano dello storico Tito Livio (Historiae XXXVIII, 45) sappiamo che in Etruria si coltivavano copiosissime messi (in particolare grano e farro); esse dovevano costituire l’alimento-base sulla mensa di tutti i giorni, sia sotto forma di pani e focacce, che di minestre e zuppe.
Dalla citata notizia di Livio, inoltre, possiamo indurre che i bovini fossero allevati non solo per la carne, ma anche perche necessari per il lavoro dei campi, soprattutto per l’aratura. Gli avanzi di pasto rinvenuti durante gli scavi ci testimoniano, d’altra parte, la presenza sulla tavola etrusca di altri animali domestici quali ovini, caprini e suini, in proporzioni diverse a seconda del tempo o luogo in cui ci si trovasse; altra fonte di alimentazione, inoltre, era la selvaggina, come ci testimoniano gli autori antichi e alcuni famosi affreschi (la citata “Tomba Golini I” di Orvieto o la “Tomba della Caccia e della Pesca” di Tarquinia).
Per quanto riguarda l’alimentazione ittica, ancora più rari risultano (dalla ricerca archeologica) gli avanzi di pasto, a causa della deperibilità degli scheletri dei pesci e del guscio dei molluschi; rimangono, comunque, come testimonianza archeologica, ami da pesca, aghi e pesi da rete. Gli Etruschi dovevano conoscere diverse varietà ittiche diffuse nel Mediterraneo, come mostrano i cosiddetti “piatti da pesce” in cui appaiono raffigurate, sulla superficie esterna, numerose specie manne.
L’alimentazione del mondo mediterraneo antico è condizionata, ovviamente, dai prodotti che la natura offre e le condizioni climatiche simili nel mondo greco, latino ed etrusco, hanno generato una dieta ed una cucina per molti versi assai simili tra loro. Per l’età preistorica si hanno dati scientificamente molto interessanti per il villaggio del Gran Carro di Bolsena, scoperto sotto le acque del bacino lacustre e databile attorno al IX secolo a.C, nella fase di passaggio dunque tra l’età del Bronzo e l’età del Ferro.
Il setacciamento dei fanghi che ricoprivano le antiche strutture, eseguito nel 1974, portò alla luce una rilevante quantità di noccioli di frutta selvatica tra cui corniolo (Cornus mas), prugna selvatica (Prunus spinosa) e prugna damascena (Prunus insititia), nocciolo (Corylus avellana) e ghiande (Quercus sp.), ed anche vite (Vitis vinifera) che presto, grazie alle conoscenze trasmesse dai navigatori provenienti dall’Egeo, sarebbe stata trasformata in vino e non consumata solo come frutta.
Tra i cereali sono presenti cariossidi di farro (Triticum dicoccum), tra i legumi resti di fave (Vicia faba). I cereali ed i legumi potevano essere consumati abbrustoliti o macinati per farne frittelle e minestre; la frutta poteva essere consumata fresca o fermentata in bevande a scarso tenore alcolico. Tra i resti faunistici (scavi 1980) ricordiamo la presenza di numerose specie domestiche (68 % del totale dei resti ossei rinvenuti) e selvatiche (32 %). Sono stati segnalati resti di caprovini, suini, bovini, equini, cani; tra i selvatici cervo, cinghiale, capriolo ed orso bruno.
I dati disponibili dagli scavi condotti dall’Istituto Svedese di Roma a San Giovenale (Blera) abbracciano un arco cronologico molto ampio che va dall’età del Bronzo all’età romana: essi rivelano come attraverso i secoli il principale alimento siano stati i suini, gli ovini ed i bovini, talvolta integrati da esemplari cacciati come il cervo, il capriolo e la lepre.
Se cerchiamo analogie con il mondo romano di cui si possiedono numerose notizie in più rispetto all’ etrusco, apprendiamo che si tendeva al consumo soprattutto di suini, mentre i caprovini erano destinati alla produzione di latte e lana, i bovini al lavoro nei campi. La carne era arrostita su lunghi spiedi (in greco obeloi) che, in epoche premonetali, cioè quando ancora non si usavano monete e si ricorreva allo scambio di prodotti e di metalli a peso, costituivano nel Mediterraneo un elemento di scambi assai frequente.
Ma poteva essere anche bollita in grandi calderoni da cui veniva estratta con uncini. A San Giovenale sono stati rinvenuti fornelli e pentole di terracotta che testimoniano la quotidiana vita dell’abitato: molti dei materiali archeologici provenienti soprattutto dagli abitati arcaici della Tuscia (San Giovenale ed Acquarossa) sono esposti in un’interessantissima mostra permanente presso il Museo Archeologico Nazionale di Viterbo (Rocca Albornoz).
Lo scavo di un insediamento agricolo etrusco del IV – III secolo a.C. condotto dalla Soprintendenza Archeologica per l’Etruria Meridionale a Blera in località Le Pozze (scavi 1986-87), ha permesso il rinvenimento di 570 semi e noccioli di frutta, tra cui segnaliamo corniolo, nocciolo, ghiande di quercia, olivo (Olea europaea), vite, fico (Ficus carica), pero (Pyrus sp.) ed orzo (Hordeum sp.).
Tra i resti di animali, presenti i suini, la capra, i bovini, le galline. Indagini paleonutrizionali, cioè sulle modalità alimentari del passato, condotte sulla popolazione etrusca, hanno rivelato che dal VII secolo a.C. all’età romana l’economia alimentare sia rimasta a base agricola; un consumo maggiore di carne e latticini, rilevabile dall’aumento di Zinco nelle ossa, si ha nell’età arcaica (VI secolo a.C.- inizio V secolo a.C.): con il passaggio all’età classica ed all’ellenistica si nota una graduale diminuizione del consumo di prodotti di origine animale, forse conseguenza di quella forte crisi economica che avrà il suo inizio nel V secolo a.C. e che si protrarrà con la conquista romana.

La cucina etrusca
Le raffigurazioni pittoriche della tomba Golini I di Orvieto (l’antica Volsinii) databili alla seconda metà del IV secolo a.C., ci offrono una visione interessante delle attività di cucina di un’importante famiglia dell’aristocrazia: sulle pareti sono rappresentati i servi che fanno a pezzi la carne con una piccola ascia, altri che preparano i cibi sotto lo sguardo attento di una donna: preparano focacce, cuociono le cibarie nel forno, mesciono le bevande nelle brocche.
Nelle altre pareti appaiono i loro padroni, seduti o sdraiati sulle klinai, i letti tricliniari del banchetto, in compagnia delle proprie donne dalle ricche vesti, illuminati da alti candelieri di bronzo lucente, serviti da schiavi nudi ed allietati da suonatori di lira e tibicines (flauti doppi).
Ma cosa si mangiava nell’antica Etruria? Oltre alla frutta e verdura di cui abbiamo fatto cenno, quali erano le pietanze, i cibi preparati ? Nei tempi più antichi erano frequenti le minestre di cereali e legumi, come le gustose zuppe di verdura: ne è un ricordo eccezionale l’acquacotta, uno dei piatti della tradizione culinaria viterbese. Le sfarinate di cereali erano utilizzate per fare frittelle e focacce.
La carne era bollita ed arrostita: sono frequenti nei corredi delle tombe gli alari, gli spiedi e le pinze per maneggiare i tizzoni di brace. Condimento ideale per ogni cibo era l’olio d’oliva, di qualità eccellente, esportato in tutto il Mediterraneo come testimonia il rinvenimento di anfore etrusche: anche oggi la qualità dell’olio viterbese lo denota come prodotto tipico, così come il vino.
La mancanza di una letteratura specifica non ci aiuta nella conoscenza di ricette e preparazioni tipiche, lontane dalla raffinata e forse confusionaria cucina d’età romana: ma non è difficile immaginare che i piatti più tipici della tradizione gastronomica toscana e viterbese, così legati alla sana e semplice cultura contadina, siano il perpetuarsi della cucina etrusca.

Il vino
Già nel VII secolo a.C. la vite e l’olivo erano coltivati intensivamente in Etruria ma, per quest’ultimo, la produzione non fu mai considerata importante dagli autori antichi; del vino etrusco, invece (anche se in senso talvolta negativo), scrivono sia Orazio che Marziale. Il vino bevuto nell’antichità era molto diverso da quello d’oggi: denso, fortemente aromatico, ad elevata gradazione alcolica.
Il primo mosto ottenuto dalla vendemmia veniva in genere consumato subito, mentre il restante veniva versato in contenitori di terracotta con le pareti interne coperte di pece o di resina. Il liquido veniva lasciato riposare, schiumato per circa sei mesi e a primavera, infine, poteva essere filtrato e versato nelle anfore da trasporto. Il liquido così ottenuto non veniva bevuto schietto ma mescolato, all’interno di crateri, con acqua e miele, e travasato nelle coppe dei cornrnensali, servendosi di attingitoi e sìmpula. Sulla mensa, il vino era contenuto in brocche e vasi a doppia ansa (stàmnoi), mentre per l’acqua si utilizzavano spesso piccoli secchi, denominati sìtule.
Non potevano mancare, in una cucina ben attrezzata, i colini. Questi instrumenta sono presenti in tutta l’area mediterranea, dall’Egeo alla Gallia Meridionale, a iniziare dal VI secolo a.C. fino all’età romana imperiale. Gli esemplari più antichi (II millennio a.C.) sono stati trovati in Grecia, nell’ isola cicladica di Santorino, realizzati in terracotta. Potevano essere ottenuti anche in altro materiale (argento, bronzo, rame, ceramica) e diverse risultano le varianti della forma a seconda dell’uso.
Alcuni colini appaiono provvisti di un imbuto (nome latino infundìbulum), collegato al colino stesso, altri ne sono privi, altri infine si denotano semplicemente per un “bulbo” ricavato al centro della vasca. Alcuni di essi rivelano, sul lato opposto al manico, un sostegno rettangolare orizzontale destinato a reggere il colino stesso sull’imboccatura del vaso in cui veniva versato il liquido; in un secondo momento, il colum poteva essere lasciato appeso all’orlo del recipiente, pure tramite questa sorta di gancio. I colini provvisti di imbuto venivano usati per filtrare il vino e altri liquidi in tipi di recipiente contraddistinti da strette imboccature.

Fornelli, stoviglie e altri utensili per cucina
Gli Etruschi, di solito, non avevano, all’interno delle loro abitazioni, un vano adibito a cucina quale lo intendiamo oggi; spesso si cuoceva all’aperto, ma comunque esistevano sistemi di cottura che utilizzavano dei particolari “fornelli”.
Ne esistono sostanzialmente di tre tipi, provvisti ognuno di relative varianti: il tipo più antico è di forma cilindrica e munito sulla superficie superiore di una piastra forata e, sulla parte inferiore, di un’ apertura per l’alimentazione del fuoco; verso la fine del VII sec. a.C. compare un secondo fornello semicilindrico, a forma di ferro d cavallo, con tre parti sporgenti verso l’interno per sostenere la pentola; c’è infine un ultimo modello, simile a una piccola botte aperta per appoggiarvi il recipiente per la cottura e, in quella inferiore, per il carico del combustibile.
Il secondo tipo era già conosciuto nella Magna Grecia e doveva risultare migliore del primo modello, in quanto permetteva una cottura più veloce. In diverse zone dell’Etruria, per esempio a Poggio Civitate, Murlo (SI), sono state trovate specie di campane di terracotta provviste di un ‘ansa alla sommità, sotto le quali venivano posti i cibi da cuocere; intorno veniva messa la brace per consentire la cottura, simile dunque a quella sub testo dei Romani.
Altri utensili per cuocere i cibi sono gli spiedi (in greco obelòi), usati per arrostire la carne. Li troviamo talvolta conservati nelle tombe, forgiati in bronzo o ferro, lunghi anche 1 m e associati a graffioni. Quest’ultimo tipo di strumento ha più volte attirato l’attenzione degli studiosi, che hanno tentato di definirne l’uso. Prevalgono oggi due interpretazioni: la prima tende a identificare questo oggetto con un porta-fiaccole, i cui rebbi sarebbero stati destinati a sostenere materiale combustibile; la seconda, avvalorata anche da fonti letterarie (strumenti simili sono infatti descritti, con tale uso, dalle testimonianze romane, contraddistinti dal nome latinizzato di hàrpago), lo considera un utensile domestico, anzi culinario, usato per infilzare e cuocere pezzi di carne, recuperarli dai calderoni e togliere pietanze “dal fuoco”. Nel medioevo, per es., si usavano uncini per impedire che i cibi in cottura venissero a galla.
Tra gli instrumenta domestica vanno anche annoverate le “teglie” (simili nella forma alle odierne padelle), alcune del tipo monoansato, in bronzo. Si tratta di utensili domestici adibiti a contenere i cibi in fase di cottura e chiamati anche pàtere o bacinelle, di cui esistono diverse varianti a seconda del modo in cui risultino forgiati orlo e ansa.
La medesima classe di recipiente si trova replicata, nel corso del III secolo a.C., nella cosiddetta “Ceramica a Vernice Nera” di produzione volterrana, che ispira le sue fonne a prototipi di vasi in metallo, ottenendo così contenitori a un costo inferiore di quello raggiunto dagli originali.
Un altro oggetto d’uso domestico che compare tra le suppellettili da cucina è la grattugia, in genere ricavata in bronzo, ma talvolta anche in metallo pregiato. Il termine latino ràdula è usato da Columella (De re rust. XII, 15,5) per un oggetto che doveva servire a raschiare la vecchia pegola dai vasi, prima di spalmarvela nuovamente.
Non siamo certi, tuttavia, che si tratti del medesimo oggetto, in quanto Columella non lo descrive. Omero già la menziona (Iliade XI, 638), usata per grattugiare il fonnaggio; era infatti usata per fare il kykèion, bevanda composta da vino forte, orzo, miele e fonnaggio grattugiato, bevuta dagli eroi omerici. Non sappiamo se anche gli Etruschi avessero una bevanda simile.

La filatura e la tessitura
A parte la preparazione e la cottura dei cibi, le attività domestiche peculiari della donna etrusca (anche di elevato ceto sociale) erano la filatura e la tessitura della lana e delle fibre vegetali (lino). Già in epoca villanoviana, i corredi delle tombe femminili contengono frequentemente rocchetti e fuseruole di ceramica e, talvolta, fusi di bronzo.
L’attività della tessitura, del resto, è documentata negli scavi degli abitati da numerosi pesi da telaio, di norma realizzati in terracotta in forma troncopiramidale, oppure costituiti da semplici ciottoli (il telaio vero e proprio era invece interamente di legno). Alcune antiche scene figurate, per esempio sul tintinnàbulo di bronzo di Bologna (VII sec. a.C.), riproducono le diverse fasi di lavorazione delle fibre tessili, in particolare della lana.
Dopo essere stata cardata, cioè pulita e pettinata, quest’ultima veniva attorcigliata in fili grezzi e poi filata con il fuso (in legno, osso o bronzo); il filo così ottenuto, avvolto sui rocchetti, era quindi utilizzato per la tessitura, eseguita per lo più mediante telai verticali, nei quali i fili erano tenuti in tensione, a gruppi, dagli appositi pesi.

Aspetti della vita, economia e tecnica
La ricostruzione della vita che si svolgeva nelle case dei ricchi non presenta eccessive difficoltà. Si è già accennato alla posizione della donna che partecipa ai conviti e alle feste con perfetta parità di fronte all’uomo. In età arcaica le donne e gli uomini banchettano distesi sullo stesso letto: ed è probabilmente a questa usanza che risale l’affermazione di Aristotele (in Ateneo, 1,23 d) che “gli Etruschi mangiano insieme con le donne giacendo sotto lo stesso manto”.
Si è anche supposto che Aristotele si riferisca ad una falsa interpretazione di alcuni sarcofagi sui quali appaiono i due coniugi giacenti sotto un manto simbolo di nozze. La cerimonia nuziale presso gli Etruschi comprendeva infatti il rito (conservato tuttora dagli Ebrei) della copertura degli sposi con un velo: come attesta il rilievo, di non dubbia interpretazione, di una umetta di Chiusi.
Ma è possibile che l’uso del velo esistesse in realtà anche per i letti conviviali. Si presume comunque che i Greci, per un atteggiamento di incomprensione e di ostilità verso gli Etruschi forse risalente ad antiche rivalità politiche, trovassero argomento di scandalo nella libertà formale della donna etrusca, così diversa dalla segregazione della donna greca almeno nel periodo classico: e fosse quindi facile e quasi naturale attribuire alle etrusche i caratteri e il comportamento delle etère, le sole donne che ad Atene partecipassero ai banchetti con gli uomini.
Nascevano così e si diffondevano – con quella facilità nell’accettare e ripetere notizie anche incontrollate specialmente sui costumi dei “barbari”, quasi come motivi letterari, che è propria del mondo classico – le dicerie sulla scostumatezza degli Etruschi, sulle quali insiste Ateneo (IV, 153 d; VII, 516 sgg.) e di cui si fa eco perfino Plauto (Cistellaria, Il, 3, 20 sgg.).
A partire dal V-IV secolo le donne etrusche non partecipano più ai conviti distese sopra il letto come gli uomini, ma sedute, secondo l’usanza che resterà poi stabilmente diffusa nel mondo romano.
Raffigurazioni di banchetti con più letti (generalmente tre, donde il romano triclinio), come quelle delle tombe tarquiniesi dei Leopardi o del Triclinio, ci presentano quadri pieni di naturalezza e di gioiosa semplicità. Non mancano cqnviti all’uso greco, con la presenza di soli uomini, culminanti anche in orge piuttosto sfrenate, con abbondanti libazioni e balli (tomba delle Iscrizioni a Tarquinia). I banchetti solenni, come del resto anche altre feste (giuochi, funerali, ecc.), sono regolarmente accompagnati dalla musica e dalla danza.
Le pitture della tomba Golini di Orvieto ci portano anche nell ‘interno delle cucine dove si preparano i cibi per il banchetto, anche con la presenza del suono forse magico-propiziatorio di un suonatore di doppio flauto.
Una notevole serie di rappresentazioni si riferisce a giochi e a spettacoli (tombe tarquiniesi degli Auguri, delle Olimpiadi, delle Bighe, del Letto Funebre, ecc., tombe dipinte e rilievi di Chiusi). È evidente che l’influsso ellenico domina su questo aspetto della vita etrusca; ma si ha l’impressione che il carattere agonistico e professionale dei giuochi e delle gare greche tenda a trasformarsi nel mondo etrusco in un divertimento spettacolare.
Niente è più suggestivo ed interessante, a questo proposito, del piccolo fregio della tomba delle Bighe a Tarquinia, nel quale il pittore ha immaginato un grande campo sportivo o circo, visto spaccato secondo i due assi lungo e corto, con l’arena e le tribune lignee sulle quali trovano posto gli spettatori; nell’arena sono corridori con le bighe, cavalieri, coppie di lottatori e pugilatori, un saltatore semplice e con l’asta, un corridore armato (oplitodromo), giudici di gara ed altri personaggi vari; sulle tribune spettatori dei due sessi s’interessano nel modo più vivace all’esito delle gare, come mostra chiaramente la loro mimica concitata.
Non è escluso che ad agoni sportivi partecipassero anche i membri delle famiglie più illustri. Va ricordato a tal proposito il gioco etrusco della Truia (ludus Troiae), che consisteva in una gara di corsa a cavallo lungo una pista intricata in forma di labirinto: esso è riprodotto nel graffito di un vaso etrusco arcaico e sappiamo che era ancora in uso al principio dell’impero come esercizio della gioventù romana.
A gare equestri partecipavano assai probabilmente i giovani membri della stessa nobile famiglia proprietaria della tomba tarquiniese delle Iscrizioni. Il rapporto dei giochi agonistici con il mondo funerario è documentato, oltre che dall’evidenza delle tombe, dal passo di Erodoto (I, 167) relativo alle cerimonie espiatorie compiute dai Ceretani per il massacro dei prigionieri focei.
Accanto agli spettacoli di natura agonistica debbono esser ricordati anche quelli mimici, musicali, acrobatici e farseschi che erano specificamente attribuiti ad attori etruschi ricordati con il nome di histriones o ludiones (la forma etrusca corrispondente sarebbe tanasa(r), fhanasa) e che furono introdotti a Roma dall’Etruria nel 364 a.C. come «ludi scenici» (Livio, VII, 2-3). Di fatto esistono non poche testimonianze figurate di pitture, vasi dipinti. bronzetti, che raffigurano personaggi in costumi particolari, talvolta mascherati, che partecipano a vere e proprie rappresentazioni: le quali sembrano essere per altro di carattere assai vario, dall’esibizione popolaresca di saltimbanchi ed equilibristi (come nelle tombe dei Giocolieri di Tarquinia e della Scimmia di Chiusi), a qualcosa che può ricordare il dramma satiresco e porsi al limite di un’azione drammatica (ben diversa in ogni caso dal genere della tragedia di imitazione greca, senza dubbi tardivo, di cui si è già fatto cenno).
Va poi ricordato un genere di giochi più cruento, nel quale è forse da riconoscere un’anticipazione dei combattimenti gladiatorii, che del resto la tradizione antica considerava di origine etrusca (Ateneo, IV, 153) e comunque provengono in Roma dalla Campania anticamente etruschizzata. Può darsi che i giochi in questione nascano dall’uso funerario, come attenuazione dei sacrifici umani che in molte civiltà primitive accompagnano la morte di principi o di personaggi illustri; giacche nella lotta cruenta è lasciata al più forte o al più abile dei contendenti la possibilità di scampare alla propria sorte.
Un combattimento di tal genere sembra rappresentato nella tomba degli Auguri di Tarquinia: un personaggio mascherato e barbato, designato con il nome fhersu (corrispondente al latino persona, da maschera»), con un cappuccio, un giubbetto maculato ed un feroce cane al guinzaglio, assale un avversario seminudo e con il capo avvolto in un sacco e armato di una clava.
Quest’ultimo è presumibilmente un condannato che lotta in condizioni di inferiorità; ma è anche possibile che egli riesca a colpire il cane con la clava e abbia quindi alla sua mercè l’assalitore. Sulla natura e sulla funzione del personaggio con cappuccio, barba e giubbetto maculato – sicuramente un essere umano e non un dèmone come si credette in passato – esistono tuttavia notevoli incertezze dal momento che egli ritorna più volte altrove in figurazioni pittoriche (tombe del Pulcinella, delle Olimpiadi, del Gallo, forse della Scimmia: un nano o un bambino) in atteggiamenti o in contesti che nulla hanno a che vedere con la gara mortale della tomba degli Auguri.
Sembra veramente che si tratti piuttosto di una caratterizzazione generica, e che possa addirittura parlarsi della più antica «maschera» della storia dello spettacolo italiano. Passando ora a considerare i problemi della vita economica e produttiva dell’Etruria antica, diremo che è da supporre che in origine le risorse degli abitanti del paese fossero di natura prevalentemente agricola e pastorale (a parte, ovviamente, la raccolta, la caccia e la pesca); ma presto esse dovettero esser rivoluzionate, almeno in alcune zone, dallo sfruttamento delle ricchezze minerarie, ed ulteriormente integrate dall’attività dei traffici terrestri e marittimi.

Un quadro sufficientemente esatto della produzione etrusca nell’ultima fase della storia della nazione ci è offerto dal noto passo di Livio (XXVIII, 45) sui contributi offerti a Roma dalle principali città etrusche annesse o federate per l’impresa oltremarina di Scipione l’Africano durante la seconda guerra punica. Ecco l’elenco delle prestazioni fatte secondo le principali risorse di ciascun distretto in materie prime e prodotti:
Caere: grano ed altri viveri
Tarquinia: tela per le vele delle navi
Roselle: legname per la costruzione delle navi e grano Populonia ferro
Chiusi: legname e grano Perugia legname e grano
Arezzo: armi varie in grande quantità, utensili e grano
Volterra: scafi di navi e grano
Vediamo definirsi chiaramente nelle zone meridionali e centrali i di- stretti agricoli (Caere, Roselle, Chiusi, Perugia, Arezzo, Volterra), alcuni dei quali avvantaggiati anche dallo sfruttamento dei residui grandi boschi, mentre Populonia appare esplicitamente indicata come centro siderurgico ed Arezzo come città industriale.
La zona mineraria etrusca abbraccia prevalentemente i territori di Vetulonia (con le colline metallifere) e di Populonia (con l’isola d’Elba); ma ad essa dobbiamo aggiungere anche il massiccio dei Monti della Tolfa, dove si hanno tracce di antiche miniere non più sfruttate.
L ‘estrazione dei metalli (rame, ferro, in minor grado piombo e argento) da questi territori risale forse anche in parte alla preistoria, ma fu praticata sistematicamente a partire dall’inizio dell’età del ferro. La sua importanza per la storia dell’Etruria arcaica è grandissima e in un certo senso determinante, come già sappiamo.
Alla valorizzazione di queste ricchezze naturali si ricollega presumibilmente lo sviluppo stesso delle città tirreniche; mentre la minaccia e la pressione continua dei Greci sulle coste dell’Etruria è un segno dell’importanza che si annetteva al possesso, all’influenza o soltanto alla vicinanza delle zone minerarie. Non ci sono noti gli aspetti tecnici dell’estrazione e della prima lavorazione dei minerali, se non da pochi indizi di natura archeologica – quali gallerie scavate in alcune località delle colline metallifere e strumenti in esse rinvenute, forni, scorie della fusione del ferro nella zona di Populonia – e da poche notizie antiche, dalle quali ricaviamo ad esempio che Populonia era il primo centro di fusione del metallo grezzo estratto dalle miniere dell’Elba e luogo del suo smistamento e diffusione, ma probabilmente non di lavorazione ulteriore.
La produzione etrusca è in gran parte influenzata della ricchezza di metalli del territorio: ce ne accorgiamo dalle armi, dagli strumenti, dalle suppellettili di bronzo e di ferro che abbondano nelle tombe. Soprattutto notevoli sono le opere di metallotecnica artistica trovate a Vetulonia, a Vulci, a Bisenzio, nei dintorni di Perugia, a Cortona; la fonte di Livio già ricordata designa inoltre Arezzo (da cui proviene la famosa Chimera).
Il ferro e il bronzo etrusco erano anche lavorati in Campania, donde probabilmente minerale grezzo e prodotti si diffondevano verso il mondo greco (Diodoro Siculo, v, 13). In Grecia erano rinomate le trombe etrusche di bronzo; un frammento di tripode del tipo di Vulci si rinvenne sull’acropoli di Atenen. Non debbono essere trascurati altri aspetti della produzione artigianale ed industriale, come la tessitura e la lavorazione del cuoio, specialmente per le calzature che erano note e certo largamente esportate nel mondo mediterraneo (Polluce, VII, 22, 86).
La produzione corrente di stoffe, oggetti lignei, ceramiche (e soltanto di queste ultime ci resta nel nostro clima la totalità delle testimonianze, come già detto) fu inizialmente limitata ad un circuito familiare o di villaggio. Gli scambi si estesero con il progresso del lavoro artigianale specializzato e con la conseguente necessità di reciproche acquisizioni tra ambienti e centri diversi. Si passò quindi ai commerci esterni, terrestri e soprattutto marittimi, favoriti dalla domanda di oggetti di lusso e di prestigio e dall’offerta delle maggiori fonti di potenzialità economica, cioè dei metalli nell’ambito di una società aristocratica.
Ma nel periodo aureo dei grandi traffici internazionali, cioè in età arcaica, la massa degli scambi avveniva, come già in precedenza accennato, essenzialmente per baratto di merci. Pezzi di rame grezzo (aes rude) e poi contrassegnato (aes signatum), come anche oggetti o spezzoni di oggetti lavorati, specialmente asce, poterono costituirsi quali intermediari di scambio; si aggiunga l’argento pesato secondo un piede ponderale originario del Mediterraneo orientale (detto, impropriamente, «piede persiano», di circa grammi 5,70), che rimarrà poi tipico del sistema ponderale delle monete etrusche.
La coniazione di monete, che nel mondo greco risale al VII secolo, resterà fondamentalmente estranea alla concezione dell’economia etrusca: ciò che può considerarsi, se si vuole, un altro segno di primitivismo o di arcaismo. Di fatto le monete greche circolarono precocemente, insieme con gli altri più rozzi strumenti di scambio locali; e di esse si ebbe qualche imitazione, in oro (dubitativamente) e argento, in età arcaica.
Ma di una vera e propria monetazione etrusca d’argento e d’oro non si può parlare se non a partire dalla metà del V secolo (cioè nell’età della relativa recessione economica) specialmente a Populonia, sotto l’influenza della monetazione greca dell’Italia meridionale e seguendo i sistemi ponderali etrusco e calcidese. Di fatto è la zona mineraria che sembra comporre in Etruria la moneta, per comprensibili ragioni di accelerazione e moltiplicazione di scambio. Soltanto più tardi, e non prima dell’affermarsi dell’egemonia romana alla fine del IV secolo, appariranno monete di bronzo fuse (aes grave) e coniate.
Sappiamo che gli Etruschi avevano una tecnica progredita nel campo della ricerca, dello sfruttamento, del convogliamento delle acque. La ricerca delle acque era fatta dagli aquilices: specie di rabdomanti. Plinio (Nat. Hist. ,III, 20, 120) parla dei canali scavati dagli Etruschi nel basso Po: ed effettivamente in diverse zone dell’Etruria tirrenica si riscontrano sistemi di cunicoli di drenaggio che risalgono all’età preromana e dimostrano un’intensa applicazione di opere idrauliche a scopo di bonifica e di irrigazione.
La vita nelle zone paludose della maremma e del basso Po non si spiegherebbe d’altro canto se fosse già stata diffusa, durante il periodo aureo della civiltà etrusca, l’infezione malarica: la quale dovette appunto cooperare, durante la tarda età ellenistica, ad affrettare la decadenza di molte città etrusche costiere. Al denso manto boschivo che copriva tanta parte dell’Etruria si suppone dovuto lo sviluppo di una tecnica che abbiamo ragione di ritenere caratteristica del mondo etrusco (anche se le fonti letterarie sono meno esplicite che per altre peculiarità): vogliamo dire l’arte della lavorazione del legno per la grande carpenteria architettonica e per l’ingegneria navale.
Anche a questo proposito sarebbe errato trascurare i precedenti orientali e greci. Ma la facilità della materia prima deve pure aver avuto la sua importanza. In ogni caso le tombe scavate nella roccia ad imitazione di interni di case, specialmente quelle della necropoli di Cerveteri, suggeriscono le più varie e ardite soluzioni nell’impiego del legno per le costruzioni, soppiantato solo tardivamente dalla pietra. Va però tenuto conto della diffusione dei mattoni crudi nell’alzato delle pareti, in concomitanza con gli elementi lignei dei pilastri, delle porte e delle coperture.
Un altro impiego fondamentale del legno è per le navi, da guerra ed onerarie, che costituirono lo strumento della potenza commerciale e politica etrusca, e che appaiono rappresentate in un grande numero di figurazioni di ogni età. Significativo, a proposito della tecnica costruttiva, è il ricordo degli scafi (interamenta) forniti da Volterra a Scipione come già si è visto, evidentemente fabbricati in uno degli scali marittimi volterrani.
Per le forme evidentemente, come desumiamo dalle immagini, non ci si dovette scostare dai modelli greci; leggendaria è la notizia dell’invenzione dei rostri da parte di un Piseo figlio di Tirreno (Plinio, Nat. Hist.. VII, 56, 209); ma è curioso, ed unico nel suo genere, il modello di nave con prora a testa di pesce dalle cui fauci fuoriesce una lancia.

Le armi e l’abbigliamento
Immagini di guerrieri singoli e scene di parate, duelli e battaglie sono frequentissime nei vasi e nei rilievi dell’Etruria arcaica. Insieme con le armi reali superstiti essi costituiscono una vasta documentazione della guerra e dell’armamento. Sull’arte etrusca della guerra assai poco si rileva dalla tradizione, che tuttavia suggerisce che l’organizzazione militare primitiva dei Romani debba molto all’Etruria.
Ma anche per questa materia – soprattutto ove si considerino le testimonianze figurate – l’influenza della tattica e dell’armamento dei Greci sembra essersi affermata in modo dominante soprattutto per quel che riguarda la presenza della fanteria oplitica, cioè dei guerrieri con armi pesanti, che costituì verisimilmente il nerbo dello stato cittadino arcaico.
In origine si combatteva sui carri, forse più a lungo che in Grecia, se non c’inganna il carattere mitologico di molte figurazioni; comunque già a partire dal VII secolo appare operante la cavalleria. Tutto ciò premesso, non può trascurarsi l’esistenza di fenomeni che ricollegano il mondo etrusco specialmente nella sua fase più antica a tipi di armamenti presenti piuttosto nell’area europeo- continentale che in Grecia.
Armi offensive sono l’asta pesante con la punta e il saurocter di bronzo o di ferro, l’asta leggera o giavellotto, la spada lunga – il cui uso sembra cessare già in epoca arcaica, e che è soltanto una sopravvivenza dell’armamento della tarda età del bronzo – , la spada corta o gladio, la sciabola ricurva (machaira) in uso a partire dal VI secolo, il pugnale, l’ascia che in epoca antichissima è a due lame e, come già si è accennato, appartiene forse all’armamento dei capi. Armi difensive sono l’elmo di bronzo, lo scudo, la corazza, gli schinieri.
Gli elmi primitivi hanno una forma ad apice o a calotta sormontata da cresta, o a semplice calotta, o con apice a bottone; assai per tempo si diffondono gli elmi di tipo greco corinzio. Ma la forma classica di elmo etrusco di bronzo è una sorta di morione talvolta sormontato da penne, di cui molti esemplari si sono rinvenuti nelle tombe etrusche (tipico uno degli elmi apparsi tra gli oggetti votivi del santuario ellenico di Olimpia, con l’iscrizione dedicatoria a Zeus del tiranno di Siracusa Gerone che li dedicò come bottino di guerra dopo la vittoria navale dei Greci sugli Etruschi presso Cuma nel 474 a.C.); con il termine moderno di elmo tipo Negau lo si incontra, con varianti, diffuso largamente anche nell’Italia adriatica e settentrionale e nell’area alpina e slovena.
Le corazze erano in origine di tela, con borchie rotonde o quadrangolari di metallo laminato; ma poi furono lavorate interamente di bronzo, del tipo ad elementi staccati o tutte di un pezzo riproducenti a sbalzo la muscolatura del tronco virile. Scudi rotondi di bronzo appaiono così in epoca arcaica come nel periodo più recente; ma alcune figurazioni ci rivelano anche forme di scudi ellittici o tendenti al quadrato, probabilmente di legno o di cuoio.
Un cenno va fatto ai bastoni offensivi e difensivi, nei quali è forse da vedere un ricordo delle antiche clave usate nelle culture primitive: di essi appare qualche testimonianza nei monumenti arcaici, mentre il tipo del bastone ricurvo all’estremità, detto lituo, tende successivamente a diventare in modo sempre più esclusivo un’insegna sacerdotale, e come tale passa al mondo romano.
Per quel che riguarda l’abbigliamento maschile e femminile e le acconciature, in mancanza di materiale direttamente conservato, dobbiamo servirci essenzialmente dei monumenti figurati, del resto abbondanti e ricchi di particolari.
Naturalmente il clima influisce sul vestiario non meno delle tradizioni locali; ma la moda dei prototipi diffusi dal mondo greco ebbe anche in questo campo un’azione determinante. La consuetudine prettamente mediterranea della seminudità maschile è ancora viva nell’Etruria arcaica; le piccole figurazioni plastiche del periodo villanoviano ci mostrano anzi addirittura numerosi esempi di nudità completa maschile e femminile, ma non sappiamo fino a che punto essa risponda alla realtà della vita quotidiana (nell’arte essa è assai meno frequente che in Grecia).
Comunque ancora in piena civiltà del VI e V secolo gli uomini, specie nell’intimità domestica, andavano a torso nudo; e quest’uso tradizionale si riflette nel costume “eroico” del defunto banchettante delle figure scolpite sui coperchi dei sarcofagi e delle urne di età ellenistica. Completamente nudi appaiono soltanto servi ed atleti, ma neppur sempre. Un ampliamento dell’originario perizoma bordato che copriva i fianchi è costituito dal giubbettino che riveste anche il petto, ed è di moda negli ultimi anni del VI secolo.
Ad esso poi si sostituirà la tunica, imitata dal chitone dei Greci. Ma il secondo elemento tipico del costume maschile è il manto di stoffa più pesante e colorata, già diffuso in epoca arcaica. Con l’accrescersi dell’entità del vestiario il manto acquisterà un ‘importanza sempre maggiore, fino ad aumentare di ampiezza e ad arricchirsi di decorazioni dipinte o ricamate, diventando la veste nazionale degli Etruschi, la tèbennos, dalla quale discende in via diretta la toga romana.
Le donne e le persone anziane vestono fin dai tempi arcaici una tunica in forma di camicia lunga fino ai piedi di stoffa leggera pieghettata o decorata sui bordi, alla quale si sovrappone il manto dipinto di stoffa più pesante. È da notare, per un periodo che va dalla fine del VII al principio del V secolo, l’uso di stoffe con un disegno a rete che si suppone lavorato a ricamo e che s’incontra sui monumenti così nelle tuniche (statuetta di Caere al Campidoglio, vasi cinerari chiusini) come nei mantelli (situla della Certosa).
Fin dall’epoca più antica si osservano una cura ed un interesse particolare degli Etruschi per le calzature. Le tombe arcaiche di Bisenzio hanno restituito sandali in forma di zoccolo ligneo snodato con rinforzi di bronzo. I calzari potevano essere di cuoio e di stoffa ricamata. La forma tipica in uso nel VI secolo è quella allungata in alto dietro il polpaccio e con punta rialzata davanti, cioè i così detti calcei repandi di origine greco-orientale, dei quali alcune caratteristi- che sopravvivono ancora nelle ciocie dei montanari dell’Italia centrale. Anche più tardi, accanto ai sandali bassi, sono in uso gli alti stivaletti: queste diverse fogge passano, quasi senza mutamenti, al costume romano.
Sul capo era portato nel VI secolo un tipo di berretto o sacchetto a cupola di stoffa ricamata, comune così agli uomini come alle donne, e con diverse varianti, il così detto tutulus, anch’esso di origine orientale, ionica, ma divenuto caratteristico del costume etrusco; Altre forme di copricapi sono il berretto a punta rigida o a cappuccio di alcuni speciali personaggi (ad esempio il già citato persu della tomba degli Auguri), sacerdoti e divinità; il berretto di lana o di pelle con base larga e punta cilindrica portato dagli aruspici ed attestato in diversi monumenti; e infine il cappello a larghe falde alla greca (pètasos) che sembra particolarmente diffuso nell’Etruria settentrionale (figure di terracotta della decorazione architettonica di Poggio Civitate di Murlo, flautista della tomba della Scimmia di Chiusi), come del resto nell’Italia del nord (arte delle situle). Ma generalmente così gli uomini come le donne andavano a capo scoperto; e questa è l’usanza che diviene predominante a partire dal V secolo.
Dapprima gli uomini sono barbati e portano i capelli lunghi spioventi sulle spalle; ma già dalla fine del VI secolo i giovani vanno rasi e con i capelli corti, secondo la moda greca. La barba scompare quasi del tutto a partire dal III secolo a.C. (e non tornerà di moda in Italia se non quattrocento anni più tardi, ai tempi dell’imperatore Adriano).
Le donne nei tempi più antichi (VIII-VI secolo) recano i capelli lunghi pioventi a coda annodati o intrecciati dietro le spalle: successivamente li lasciano cadere a boccoli sulle spalle e infine (VI-V secolo) li annodano a corona sul capo o li raccolgono in reticelle o cuffie. È notevole la probabile moda di sbiondire le chiome, che parrebbe attestata dalle pitture della tomba dei Leopardi di Tarquinia. Nel IV secolo prevale una pettinatura a riccioli cadenti ai lati del volto.
Più tardi, in piena età ellenistica, si preferisce il ciuffo annodato sulla nuca, alla greca. Grande importanza nel costume etrusco hanno i gioielli. Alla fine dell’età del bronzo si diffonde largamente per tutto il mondo mediterraneo l’uso delle spille di sicurezza, le fibule, che sono fra gli oggetti più caratteristici delle tombe dell’età del ferro.
Quelle usate dagli uomini si distinguono da quelle femminili per l’arco spezzato e serpeggiante. Le fibule si confezionano generalmente di bronzo, ma anche di metalli preziosi e riccamente adorne con pezzi di pasta vitrea e d’ambra: alcuni esemplari di età orientalizzante, come la fibula aurea a disco della tomba Regolini-Galassi, sono di proporzioni colossali e sfarzosamente decorate.
L’uso delle fibule si attenua nel VI secolo e cessa quasi del tutto dopo il V: si conserva soltanto in costumi tradizionali, come quello dei sacerdoti aruspici. Altri tipi di gioielli sono i diademi, gli orecchini, le collane, i braccialetti, gli anelli. Nel periodo orientalizzante lo sfarzo del loro impiego ha un aspetto barbarico: e lo stesso si può dire per l’età ellenistica. Il solo periodo in cui i gioielli furono impiegati dagli Etruschi, e specialmente dalle donne, con parsimoniosa eleganza è la fase aurea del VI-V secolo: ad essa si attribuiscono magnifici esemplari di collane con bulle o ghiande ed orecchini lavorati con la raffinata tecnica della granulazione.

La medicina
La perizia degli Etruschi nell’Arte Medica era celebre e gli antichi scrittori Greci e Romani ne parlano soprattutto riguardo alla conoscenza delle proprietà officinali delle piante. Per conoscere il grado di preparazione raggiunto dai “medici” etruschi ci viene in aiuto l’Archeologia: il rinvenimento di numerosi ex voto in terracotta o bronzo raffiguranti anche organi interni del corpo umano denota chiaramente l’estrema abilità anatomica di questo popolo; così come la presenza di numerosi ferri da chirurgo e da dentista nel corredo di alcune tombe.
Nel Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia è conservato un teschio umano che reca una protesi dentaria in oro, prova dell’abilità dei dentisti. Grande importanza avevano poi le acque termominerali, di cui la Tuscia è ancora oggi ricchissima: gli Etruschi conoscevano bene le proprietà medicamentose di ogni sorgente, sacra e dedicata a divinità diverse, così come i Romani i quali, con la conquista di queste terre, eressero spesso grandi impianti termali alimentati dalle preziose acque di queste sorgenti.

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