Etruschi: le origini etrusche

Le origini

Il fondatore della questione etrusca è Dionisio D’Alicarnasso, storico greco di età augustea, che dedica cinque capitoli (26 -30) del primo libro delle sue Antichità romane all’esame di questo argomento, confutando – con i mezzi critici a sua disposizione – le teorie che identificavano gli Etruschi con i Pelasgi o i Lidi e dichiarandosi favorevole all’ipotesi che fossero un popolo «non venuto di fuori ma autoctono», il cui nome indigeno sarebbe stato Rasenna. Scrive lo storico: Dopo che i pelasgi ebbero lasciato la regione, le loro città furono occupate dai popoli che vivevano nelle immediate vicinanze, ma principalmente dai tirreni, che si impadronirono della maggior parte di esse, e delle migliori.Sono convinto che i pelasgi fossero un popolo diverso dai tirreni.
E non credo nemmeno che i tirreni fossero coloni lidii, poiché non parlano la lingua dei primi..Perciò sono probabilmente più vicini al vero coloro che affermano che la nazione etrusca non proviene da nessun luogo, ma che è invece originaria del paese.(Dionisio di Alicarnasso (Antichità Romane) I sec. a.C.).

Prima di lui le opinioni sulle origini etrusche non avevano avuto, a quanto sembra, carattere di meditata discussione; ma, come la maggior parte delle notizie antiche sulle origini di popoli e città del mondo greco ed italico, erano ai confini tra la storia e il mito, giovandosi al più – nel senso di una giustificazione critica – di accostamenti etimologici ed onomastici.
Come le origini di Roma e dei Latini erano riportate ai Troiani attraverso le migrazioni di Enea, così per i Tirreni, cioè per gli Etruschi, si era parlato di una provenienza orientale, dalla Lidia in Asia Minore, attraverso una migrazione transmarina, guidata da Tirreno figlio di Ati re di Lidia, nel territorio italico degli Umbri (racconto di Erodoto, l, 94) o di una loro identificazione con il misterioso popolo nomade dei Pelasgi (Ellanico di Lesbo in Dionisio, I, 28), ovvero anche di una immigrazione di Tirreno con i Pelasgi che avevano già colonizzato le isole egee di Lemno e di Imbro (Anticlide in Strabone, V, 2, 4); si aggiungano minori varianti o rielaborazioni di questi racconti su cui non vale la pena di soffermarci.
Scrive Erotodo: Sotto il regno di Atis, figlio di Manes, tutta la Lidia sarebbe stata afflitta da una grave carestia. Per diciotto anni vissero in questo modo. Ma il male, lungi dal cessare, si aggravava sempre più. Allora il re divise il suo popolo in due gruppi: quello estratto a sorte sarebbe rimasto, l’altro avrebbe cercato fortuna altrove.
Alla testa dei partenti pose suo figlio, chiamato Tirreno. Dopo aver costeggiato molte coste e aver visitato molti popoli giunsero nel paese degli umbri e vi costruirono varie città in cui tuttora abitano. Ma mutarono il nome di lidii in un altro, tratto dal figlio del re che li aveva guidati: prendendo il suo stesso nome si chiamarono tirreni. (Erodoto (Storie I, 94) V sec. a .C.).

L’origine lidia degli Etruschi entrò senza difficoltà tra i luoghi comuni della letteratura classica: Virgilio dice indifferentemente Lidi per Etruschi. Ne mancava, a detta dello stesso Dionisio d’ Alicarnasso, chi sospettasse una loro origine indigena d’Italia. Ma soltanto Dionisio raccolse le diverse opinioni, le discusse e cercò di dimostrare la propria – cioè quella dell’autoctonia – sulla base dell’estrema antichità del popolo etrusco e del suo isolamento culturale e linguistico tra le varie genti a lui note.
In epoca moderna il problema è stato ripreso dapprima soltanto sulla base dei testi classici, più tardi anche con il concorso dei dati archeologici e linguistici. La prima fase della discussione fu condotta, tra l’inizio del XVIII e la prima metà del XIX secolo, da N. Freret , B.G. Niebuhr e K.O. Moller, i quali, richiamandosi alla posizione «critica» di Dionisio d’ Alicarnasso, si pronunciarono, sia pure con diversa accentuazione, contro la tradizione erodotea della provenienza degli Etruschi dall’Asia Minore (si arrivò perfino ad accostare il nome Rasenna con quello dei Raeti delle Alpi).
Di fatto noi riconosciamo l’esistenza di una civiltà etrusca -etnicamente definita dalle iscrizioni in lingua etrusca che cominciano ad apparire nel VII secolo a.C. e durano fino al principio dell’età imperiale romana – diffusa nell’Etruria propria (Lazio settentrionale e Toscana), in Campania e nella parte orientale della valle del Po. La fase più antica di questa civiltà storica (e sicuramente etrusca), caratterizzata da un intenso afflusso di elementi orientali e detta perciò orientalezzante, si riattacca immediatamente alla cultura del ferro villanoviana.
Dal punto di vista del rito funebre si osserva in Etruria un predominio esclusivo dell’inumazione di età preistorica (con le culture eneolitica e del bronzo); poi l’apparire della incinerazione con i sepolcreti «protovillanoviani» ed una sua netta prevalenza nel villanoviano più antico; un riaffermarsi dell’inumazione nell’Etruria meridionale e marittima durante il villanoviano evoluto e l’orientalizzante; infine un uso promiscuo dei due riti – con prevalenza dell’inumazione nel sud, dell’incinerazione nel nord – per tutta la successiva durata della civiltà etrusca.
Giova ricordare che anche in Roma repubblicana i due riti funebri erano paralleli e legati a tradizioni familiari (ma alla forte prevalenza dell’incinerazione sul finire della repubblica e nel primo secolo dell’Impero succederà il generalizzarsi dell’inumazione a partire dal II secolo d.C., senza che ciò corrisponda a trasformazioni di carattere etnico).
Sulla base dei dati offerti dalle tradizioni letterarie, dai confronti linguistici e dall’interpretazione dei fatti archeologici sono state formulate, dall’ultimo secolo, varie teorie relative alle origini del popolo etrusco. Esse possono tuttavia riportarsi sostanzialmente a tre sistemi, di cui uno riprende e sviluppa la tesi tradizionale antica della provenienza degli Etruschi dall’oriente, l’altro continua la scuola di Niebuhr e del Moller nel senso di una provenienza da settentrione, il terzo infine -più recente – tenta di aderire in modo meno generico all’opinione di Dionisio d’Alicarnasso sull’autoctonia degli Etruschi, ricercando le loro origini etniche nel substrato antichissimo delle popolazioni preistoriche d’Italia, anteriori alla diffusione delle lingue indoeuropee. Di queste tre tesi la più nota ed universalmente accettata è quella dell’origine orientale.
Essa è stata particolarmente cara agli archeologi, italiani e stranieri, che in densa schiera hanno dedicato i loro appassionati studi alle antichità dell’Italia protostorica. Ad essi apparve soprattutto perspicua la coincidenza tra le notizie delle fonti e il fenomeno culturale orientalizzante, manifestatosi a partire dalle coste tirreniche tra l’VIII e il VI secolo a.C., come un improvviso avvento di progresso esotico in contrasto con le forme apparentemente arretrate della precedente cultura villanoviana; si sottolineò anche il capovolgimento del rito funebre dall’incinerazione all’inumazione. Edoardo Brizio (nel 1885) fu il primo ad impostare scientificamente questa tesi, identificando gli invasori etruschi con i portatori della civiltà orientalizzante (poi ellenizzante) in Toscana e in Emilia, e identificando gli Umbri della tradizione erodotea – intesi come ltalici indoeuropei – nei preesistenti incineratori villanoviani.
Dopo di lui sono stati tenaci assertori dello stesso punto di vista, tra gli altri, A. Piganiol, R. Bloch. La tesi orientale ha trovato e trova larghissimo credito non soltanto fra gli etruscologi, ma anche in generale fra i classicisti e studiosi delle civiltà antiche non strettamente specializzati negli studi etruscologici, attratti dall’autorità della tradizione, dalla facile spiegazione di alcune caratteristiche «orientali» della civiltà etrusca, dalle notevoli concordanze onomastiche tra l’etrusco e le lingue dell’ Asia Minore (rilevate da O. Herbigs) e dall’ancor più evidente rapporto linguistico dell’etrusco con l’idioma preellenico di Lemno. Tuttavia non sono mancate varianti ed attenuazioni della classica impostazione del Brizio, specialmente in conseguenza di una più approfondita considerazione delle fonti antiche e dei dati archeologici: così vi fu chi suppose un arrivo degli Etruschi dal mare, ma attraverso l’Adriatico e non il Tirreno, sulla scia della tradizione dei Pelasgi (E. Pottier); chi immaginò un’invasione in più ondate, a partire dal 1000 a.C..
Ancora più di recente, l’origine stessa delle culture del ferro dette «tirreno-arcaiche» sia con inumazione sia con cremazione (praticamente il villanoviano) è stata attribuita ad un’ondata egea, entro la quale si collocherebbe l’avvento degli antenati degli Etruschi storici da Lemno e da Imbro; o addirittura si è fatta risalire l’immigrazione dei Tirreno- Pelasgi in Italia alla tarda età del bronzo. Queste connessioni preistoriche e protostoriche con l’oriente sarebbero confermate dalla più volte proposta identificazione dei Tyrsenoi con i Trs. nominati dai geroglifici egiziani: vale a dire con uno dei «popoli del mare» che tentarono l’invasione dell’Egitto sotto i faraoni Merneptah e Ramses III (tra il 1230 e il 1170 a.C.).
Infine, di fronte all’affermarsi del concetto di una formazione storica degli Etruschi da più elementi (come si dirà più avanti), l’apporto orientale è stato ultimamente riproposto in forma più cauta e limitata, come un fattore di sollecitazione dovuto all’avvento di nuclei di navigatori asiatici od egei, simili ai Normanni del medioevo, ma pur sempre determinante in quanto esso avrebbe imposto la lingua etrusca in Italia. Su questa linea di ipotesi si muovono le idee di H. Hencken circa successive penetrazioni all’inizio del villanoviano e dell’orientalizzante, come l’attuale tendenza a collocare le connessioni orientali in età più remota, cioè nella fase micenea o immediatamente postmicenea secondo la tesi del Berard. La teoria dell’origine da settentrione ebbe però il suo principale fondamento critico nelle scoperte e nelle ipotesi archeologiche del secolo scorso, con particolare riguardo alla ricostruzione pigoriniana, che già conosciamo, sulla discesa degli incineratori delle terremare verso l’Italia peninsulare. Tra questi sarebbero stati non soltanto gli Italici, ma anche gli Etruschi, tanto più che diversi linguisti ritenevano che l’etrusco fosse una lingua indoeuropea e italica. La teoria settentrionale sedusse alcuni archeologi – che però passarono poi alla tesi della provenienza orientale – ma fu soprattutto sostenuta da studiosi di storia antica. Tuttavia, dovendosi riconoscere una profonda differenza etnica e linguistica fra Etruschi ed Italici, O. De Sanctis giunse a rovesciare la teoria pigoriniana identificando gli Etruschi con i crematori discesi dal nord e gl’Italici con le genti eneolitiche già stanziate nella penisola. L. Pareti ha voluto riconoscere una più antica ondata indoeuropea (quella dei «Protolatini») negli eneolitici; un’ondata indoeuropea più recente (quella degli Italici orientali) nei crematori «proto- villanoviani»; e infine il nucleo etnico del popolo etrusco nei possessori della cultura villanoviana, derivata dalle terremare e dalle palafitte dell’Italia settentrionale. Alla teoria della provenienza settentrionale si ricollega, in sede linguistica, la ipotesi di P. Kretschmer sulla pertinenza degli Etruschi ad un gruppo etnico-linguistico «retotirrenico» o «reto-pelasgico» disceso dall’area balcanico-danubiana verso la Grecia e verso l’Italia.

La terza tesi, o dell’autoctonia fu quindi elaborata nel campo archeologico da U. Antonielli, ma soprattutto sviluppata dalla scuola dei linguisti italiani tra cui O. Devoto, il quale ultimo ne dette una formulazione organica già nella prima edizione del suo libro Gli antichi ltalici (1931).
Considerati i legami intercorrenti tra l’etrusco e le lingue preindoeuropee del Mediterraneo, il popolo etrusco non sarebbe giunto in Italia dopo gli Indoeuropei, ma rappresenterebbe invece un relitto delle più antiche popolazioni preindoeuropee, una specie di «isola» etnica, così come i Baschi dell’area dei Pirenei rappresentano tuttora l’avanzo di primitive popolazioni ispaniche rispetto alle attuali nazioni neolatine che li circondano.
La toponomastica sembra dimostrare infatti, come abbiamo visto nel precedente capitolo, l’esistenza nella penisola di uno strato linguistico più antico dei dialetti italici e piuttosto affine all’etrusco stesso e agli idiomi dell’ Egeo pre ellenico e dell’ Asia Minore. Gli Etruschi sarebbero un concentrarsi verso occidente – sotto la spinta degli invasori ltalici – di elementi etnici appartenenti a questo strato: naturalmente con notevoli commistioni ed influssi linguistici indoeuropei.
Dal punto di vista archeologico, cioè culturale, lo strato etnico più antico sarebbe da riconoscere negli inumatori di età neoeneolitica e dell’età del bronzo ai quali si sarebbero sovrapposti gli Italici o Protoitalici incineratori (rappresentati in Etruria dalla cultura villanoviana), dando luogo alla nazione etrusca storica come un riaffermarsi degli elementi originari della stirpe sotto gl’impulsi culturali provenienti dall’ oriente. Questa tesi, sia pure con formulazione diversa nei particolari, fu cara anche a paletnologi «occidentalisti».

Analisi della teoria della provenienza orientale
Le teorie sin qui esposte tentano di spiegare ciascuna a suo modo i dati della tradizione, delle ricerche linguistiche, delle scoperte archeologiche, per ricostruire lo svolgersi degli eventi che hanno portato all’insediamento e allo sviluppo del popolo etrusco.
Si tratta in realtà di ingegnose combinazioni dei diversi elementi conosciuti; ma esse soddisfano soltanto una parte delle esigenze che derivano da una piena valutazione critica di tali elementi.
Ciascuno dei tre sistemi e delle loro varianti lascia qualcosa di inesplicato, urta contro fatti assodati: senza tuttavia che questo torni a vantaggio delle altre ricostruzioni. Se ciò non fosse, la discussione sarebbe stata da lungo tempo superata con un accordo di massima tra gli studiosi, e la polemica tradizionale non sarebbe giunta ad un punto morto.
Consideriamo in primo luogo criticamente la tesi orientale. Essa riposa sopra una presunta concordanza tra dati della tradizione – per quanto essi convergono sulla provenienza degli Etruschi dall’oriente egeo-anatolico, siano stati essi Lidi o Pelasgi o abitanti di Lemno – e dati archeologici, cioè la constatazione di una fase culturale orientalizzante nell’Italia centrale.
Si aggiungano sul piano linguistico, come già detto, la forti somiglianze tra l’etrusco e il lemnio, nonchè le supposte connessioni dell’etrusco con idiomi dell’Asia Minore e perfino del Caucaso. Ma innanzi tutto quale è il valore effettivo di ciascuno di questi elementi posti a confronto, preso isolatamente? Sulle tradizioni relative a migrazioni e a parentele etniche derivate dai poeti e dai logografi greci la critica moderna è generalmente scettica o almeno estremamente prudente.
Ciò vale in primo luogo per i Pelasgi, popolo leggendario che i Greci ritenevano originario della Tessaglia ed emigrato in età eroica per via di mare in varie regioni dell’Egeo e perfino dell’ltalia, sulla base di concordanze formali tra nomi di località tessale e località esistenti nei paesi che si ritennero meta delle loro migrazioni.
Così furono dette pelasgiche tutte le zone nelle quali appariva il nome di città Laris(s)a (dalla Larissa di Tessaglia) e cioè l’Attica, l’Argolide, l’Acaia, Creta, Lesbo, la Troade, l’Eolide, l’Italia meridionale. Lo stesso si dica per i nomi affini a quello della città di Gyrton nella Tessaglia, come Gortyna in Macedonia, in Arcadia e in Creta, Kyrton in Beozia, Crotone nell’ltalia meridionale, Cortona in Etruria.
Va però tenuto presente che in età storica si consideravano di origine pelasgica popolazioni non greche effettivamente esistenti al margine del mondo greco, quasi avanzi di quella antica emigrazione, come gli abitatori delle isole di Lemno e di 1mbro e dell’Ellesponto nell’Egeo settentrionale; e ciò fu immaginato probabilmente – in direzione opposta, cioè in occidente – anche per gli Etruschi fin dai primi contatti dei navigatori greci con l’Etruria, dato che proprio alcuni centri etruschi costieri più aperti ad una intensa frequentazione ellenica e perciò meglio conosciuti, come Caere (detta dai Greci Agylla, con i porti di Alsio, Pyrgi, ecc.) e sull’Adriatico Spina, si consideravano originarie fondazioni dei Pelasgi.
È senza dubbio a questo filone di tradizioni che s’ispira l’ipotesi erudita di un’identificazione dei Tirreni d’ltalia, cioè degli Etruschi, con i Pelasgi, attribuita da Dionisio d’Alicarnasso allo storico Ellanico, del tutto indipendente dalla versione di Erodoto sull’origine lidia e palesemente contrastante con le opinioni degli autori antichi posterodotei che parlano sì di un’occupazione pelasgica dell’Etruria, ma anteriore e comunque distinta da quella dei Tirreni.
Quanto al famoso racconto di Erodoto sull’immigrazione dei Tirreni dalla Lidia (o meglio dei Lidi chiamati poi Tirreni dal loro eponimo Tirreno), prescindendo dalla fortuna che esso ebbe nell’antichità, difficilmente sfuggiremmo oggi – dopo le argomentazioni critiche del Pareti – all’impressione che si tratti, così come è formulato, di un’invenzione dei logografi ionici nella fase di più stretti rapporti commerciali e culturali del mondo greco-orientale con l’Etruria e di probabili presenze di navigatori etruschi nell’Egeo, di cui si dirà più avanti, cioè essenzialmente nel VI secolo.
È possibile che questa storia abbia avuto spunti ispiratori concreti, oltreche in talune apparenti somiglianze tra l’Etruria e il mondo anatolico, anche in accostamenti onomastici con la città lidia di Tyrrha o con il popolo dei Torebi e nella stessa esistenza di Tirreni nell’Egeo, ricordati dagli scrittori greci a partire dal V secolo, ma spesso confusi con i Pelasgi ( cosicchè non è neppure esclusa l’ipotesi che si tratti di un nome diffuso secondariamente in sede di erudizione etnografica come conseguenza dell’identificazione dei Pelasgi con i Tirreni d’Italia, i quali sarebbero dunque i soli Tirreni conosciuti dalla tradizione greca più antica).
Ancora ai Pelasgi ci riporta la notizia di Anticlide che, per quanto tarda e contaminata favolisticamente con la versione di Erodoto, presenta un’interessante precisazione geografica in quanto parla di un’immigrazione dalla sfera nord-egea delle isole di Lemno e Imbro conosciuta storicamente dai Greci come «pelasgica» (e alla quale richiamano i rapporti linguistici fra etrusco e lemnio).
In conclusione i dati delle fonti letterarie classiche, leggendari e contraddittorii, non offrono alcuna prova a favore di una provenienza del «popolo etrusco» dall’oriente; tuttavia non escludono possibili echi di singole più o meno remote connessioni del mondo etrusco con l’area egea.
Passando a considerare l’aspetto archeologico del problema, va notato subito che il fenomeno del manifestarsi della civiltà orientalizzante in Etruria non è tale da giustificare l’ipotesi di un popolo straniero che approdi recando le sue strutture e le sue forme di vita, come invece è evidentissimo in Sicilia e nell’Italia meridionale all’arrivo dei coloni greci.
Durante la fase del villanoviano evoluto cominciano ad avvenire trasformazioni notevoli che preludono allo splendore della successiva fase orientalizzante: si diffonde il rito funebre dell’inumazione, appaiono le prime tombe a camera, l’uso del ferro si generalizza, aumentala frequenza degli oggetti di bronzo decorato e dei metalli preziosi (oro, argento), e nello stesso tempo s’incontrano sempre più numerosi oggetti e motivi d’importazione straniera (scarabei e amuleti di tipo egizio, ceramica dipinta d’imitazione greca).
II passaggio alla civiltà orientalizzante non è dunque radicale ed istantaneo. Molti degli aspetti di questa civiltà, come le stesse grandi tombe architettoniche o di imitazione architettonica, la ceramica d’impasto e di bucchero, arredi, gioielli, ecc., rientrano in pieno nello sviluppo della cultura indigena, sia pure sollecitata da influenze esterne, orientali e greche, e soprattutto eccitata dal rigoglio economico. Singoli oggetti importati e motivi provengono dall’Egitto, dalla Siria, da Cipro, da Rodi e in genere dalla Grecia; altri hanno la loro patria d’origine anche più lontano, in Mesopotamia o in Armenia (Urartu).
Caratteristico è il genere di decorazione che mescola motivi egiziani, mesopotamici, siriaci, egeo-asianici, talvolta in composizioni ibride, o sviluppa i repertori di fregi con animali reali e fantastici, presenti negli oggetti di lusso di origine fenicio-cipriota, ma rielaborati e diffusi in parte notevole dai Greci stessi soprattutto nel corso del VII secolo a .C..
In sostanza l’impressione che si prova di fronte alle tombe etrusche orientalizzanti e ai loro sontuosi corredi è che l’ossatura, le forme essenziali della civiltà affondino le loro radici nelle tradizioni locali; mentre lo spirito e le caratteristiche degli elementi decorativi, esterni, acquisiti, si riportino alla «moda» orientale.
E quando appunto si voglia prescindere da questo carattere composito – indigeno ed esotico – della civiltà orientalizzante di Etruria’ e ci si voglia limitare all’esame dei soli elementi importati; allora appare chiaro che essi non sono presenti soltanto in Etruria, ma appaiono più o meno con gli stessi aspetti in altri paesi mediterranei nello stesso periodo, a cominciare dalla Grecia stessa, là dove certo non si suppone un’immigrazione asianica.
Allo stile orientalizzante succederà in Etruria un preponderante influsso di elementi culturali ed artistici propriamente greci, dapprima peloponnesiaci e ionici e poi attici, nel corso del VI e del V secolo a.C.
Ad essi è dovuta una ben più decisiva trasformazione della vecchia cultura indigena in nuove forme di vita, anche nel campo più intimo della religione e delle costumanze: basti pensare alle divinità e ai miti ellenici penetrati in Etruria.
Nessuno naturalmente oserebbe immaginare l’assurdo storico di una colonizzazione etnica greca dell’Etruria nel VI secolo (anche se abbiamo prove convincenti dell’esistenza di nuclei di commercianti greci nei porti etruschi). Non si comprende dunque la necessità di attribuire la civiltà orientalizzante ad un’invasione di stranieri, piuttosto che a un rinnovamento di civiltà. Anche per quel che concerne il rito funebre non esiste alcun brusco trapasso dalla cremazione del villanoviano all’inumazione dell’orientalizzante.
Già il villanoviano più antico dell’Etruria meridionale mostra tombe a fossa commiste con tombe a pozzo di cremati. L’affermazione dell’inumazione è progressiva nella fase del villanoviano evoluto. Questo processo è del resto comune nel corso dell’VIII secolo non soltanto in Etruria, ma anche nel Lazio, dove non si suppone nessuna immigrazione.
Inoltre esso appare limitato all’Etruria del sud, perche l’Etruria interna (per esempio Chiusi) non abbandonerà il costume dell’incinerazione prevalente ne durante l’orientalizzante ne per tutta la successiva durata della civiltà etrusca. Nella stessa Etruria meridionale si avrà una parziale ripresa della cremazione nel VI secolo. Un’incidenza di fatti etnici è inimmaginabile, se si intende come sostituzione di un popolo ad un altro.
Riconsideriamo ora questi diversi elementi nei loro reciproci rapporti geografici ecronologici per verificare se sia sostenibile la tesi orientalistica nella sua formulazione tradizionale e più diffusa – tuttora sostenuta da alcuni studiosi e ripetuta in sede di pubblicazioni non specialistiche – dell’arrivo degli Etruschi in Italia come portatori della civiltà orientalizzante.
Ma quale civiltà orientalizzante? Noi sappiamo benissimo che le importazioni orientali e più generalmente il formarsi del gusto orientalizzante in Etruria tra la fine dell’VIII e il principio del VI secolo ci riconducono a centri di produzione e d’ispirazione estremamente diversi e dispersi del Vicino Oriente e del Mediterraneo orientale, con una prevalenza, se mai, dell’area siro-cipriota, e poi greco-orientale. È dunque piuttosto alla navigazione fenicia e greca, interessante con analoghi risultati anche altri territori del bacino mediterraneo, che sarà da attribuire l’apporto culturale orientalizzante.
Questo quadro appare chiaramente inconciliabile con l’idea della immigrazione o della colonizzazione di un popolo straniero che rechi con se il proprio bagaglio di civiltà partendo da un punto ben definito del mondo orientale, cioè, stando alle fonti, dalla Lidia o dall’Egeo settentrionale: tanto più che proprio per questi territori manca ogni specifica analogia culturale con l’Etruria in corrispondenza dell’età alla quale si è voluta riferire l’immigrazione etrusca.
Le scoperte di Lemno, delle località costiere della Ionia e dell’Eolide asiatiche, di Sardi, dell’interno dell’ Anatolia non hanno offerto finora alcun elemento, se non piuttosto generico (per esempio tumuli, tombe a camera, facciate rupestri, ecc.), di concordanza con i monumenti e con la civiltà dell’Etruria per quel periodo che in Asia Minore è denominato «frigio» (IX- VII secolo) ed a Lemno, impropriamente, «tirrenico» (meglio dobbiamo dire «pelasgico», sulla base della tradizione storica più antica ed autorevole).
La ceramica geometrica frigia, quella lidia e la caratteristica ceramica arcaica di Lemno non hanno assolutamente alcun rapporto con la produzione vascolare indigena e greco-geometrica d’Italia. Qualche vaso di tipo lidio si diffonde in occidente soltanto nel VI secolo, insieme con tanti altri tipi greco-orientali.
Così anche la ceramica grigia asiatica è esportata dai coloni di Focea nel Mediterraneo occidentale, ma è rara in Italia, dove non sembra aver alcun rapporto con l’origine del bucchero etrusco. La fibula asianica, presente con estrema dovizia in tutta l’Anatolia, ha una caratteristica forma con arco semicircolare rigido e ingrossamenti a perle o in forma di elettrocalamita; sembrerebbe impossibile che essa non avesse dovuto accompagnare le migrazioni di un popolo asianico.
Ma è un fatto che essa non ha avuto diffusione verso occidente neanche per via commerciale: finora nell’Italia centrale se ne è trovato un solo esemplare sui Colli Albani, e altri due provengono dalla necropoli di Pitecusa, cioè in ogni caso fuori del territorio dell’Etruria!
La recente scoperta di una tomba reale a Gordion, capitale della Frigia, con grandi lebeti di bronzo con figure applicate simili a quelle delle tombe orientalizzanti dell’Etruria edi Palestrina, offre un’altra testimonianza della larga diffusione dell’arte bronzistica dell’Urartu sulle vie della Grecia e dell’Italia, ma non è una prova di un rapporto diretto tra la Frigia e l’Etruria.
Viceversa le connessioni dei centri occidentali dell’Asia Minore con l’Italia sono sempre più intense ed immediate nel VI secolo, a causa delle navigazioni ioniche verso occidente e forse anche di presenze etrusche nell’Egeo, culminando con le preponderanti influenze greco-orientali sull’arte dell’Etruria arcaica. Ma questo fenomeno non ha ovviamente nulla a che vedere con la questione delle origini.
L’identificazione della civiltà orientalizzante con la supposta immigrazione etrusca secondo le fonti antiche appare insostenibile anche per elementari ragioni di carattere cronologico e storico. L’inizio della civiltà orientalizzante etrusca non è anteriore alla fine dell’VIII secolo, cioè ad un momento in cui i coloni greci erano già più o meno saldamente stanziati sulle coste della Sicilia e dell’Italia meridionale.
Il racconto di Erodoto sull’immigrazione dalla Lidia non può essere invece arbitrariamente distratto dal suo sistema cronologico, che riporta i fatti al regno di Ati sulla Lidia: cioè, secondo la cronologia tradizionale, poco dopo la guerra di Troia, tra il XIII e il XII secolo a.C. Lo stesso discorso vale anche per le migrazioni pelasgiche. Un avvenimento così notevole agli albori dei tempi storici – ed in parallelismo e in concorrenza con la colonizzazione greca – non sarebbe sfuggito ad altre fonti storiche e soprattutto non sarebbe stato trasfigurato, come in Erodoto, in un episodio leggendario di mezzo millennio più antico.
Si consideri anzi che una fonte così autorevole come lo storico greco Eforo (in Strabone, VI, 2, 2), parlando della fondazione di Nasso, la più antica colonia calcidese della Sicilia, nell’VIII secolo, afferma che prima di allora i Greci non si avventuravano nei mari occidentali per timore dei Tirreni: ammette cioè implicitamente un’antica presenza e potenza degli Etruschi in Italia prima dell’inizio della colonizzazione greca storica.
Proprio se si vuol dare giusto valore ai dati della tradizione quali possibili echi di una lontana realtà storica occorrerà ricollocarli nel loro proprio contesto cronologico che è quello dell’ età eroica, cioè riportarli in ogni caso ad avvenimenti corrispondenti alla tarda età del bronzo, che è quanto dire alle fasi tardo-micenee e postmicenee degli ultimi secoli del II millennio a.C.: si tratterebbe in ultima analisi di accogliere l’impostazione critica del Berard, la sola metodologicamente accettabile.
Ma anche volendo supporre che i racconti di fonte classica contengano qualche reminiscenza di presenze e di apporti orientali sulle coste tirreniche nella tarda età del bronzo, dovremmo comunque sfrondarne le coloriture più ingenue e semplicistiche troppo palesemente ispirate ai modelli delle colonizzazioni storiche, e respingere l’idea di trasferimenti di popolazioni in massa.
Dovremmo anche, più sottilmente, distinguere l’impostazione aneddoticamente caratterizzata, e perciò fittizia, del racconto di Erodoto sulla provenienza dei Tirreni dalla Lidia – oltre tutto basata sull’ambiguità del concetto e del nome di Tirreni – dai più vaghi ma più diffusi, e presumibilmente più antichi, richiami alle navigazioni dei Pelasgi.
In questo senso potrebbe anche ammettersi una certa corrispondenza fra dati della tradizione e dati linguistici, sia nella prospettiva geografica ( pelasgità di Lemno, provenienza degli Etruschi da Lemno secondo Anticlide, affinità fra illemnio e l’etrusco), sia nella prospettiva cronologica (antichità del rapporto così nel quadro delle tradizioni come nell’evidenza linguistica).
Manca invece una qualsiasi spia archeologica, anche se la possibilità che navigazioni egee abbiano raggiunto il Tirreno nel tardo bronzo ci è suggerita da più o meno sporadici trovamenti di ceramica di tipo miceneo, come già sappiamo.

Analisi della teoria della provenienza settentrionale e dell’autoctonia
Passiamo ora all’esame delle tesi «occidentalistiche», a cominciare da quella della provenienza degli Etruschi da settentrione. Il vecchio raffronto tra il nome dei Rasenna e quello dei Reti è puerile: le iscrizioni rinvenute nel Trentino e nell’ Alto Adige sono assai tarde (posteriori al V secolo a.C.) e, se anche mostrano antichissimi legami o recenti rapporti con l’etrusco, nulla provano ai fini di una supposta originaria immigrazione degli Etruschi, come popolo già formato, dalla regione alpina.
Dal punto di vista archeologico la critica già fatta ai punti di vista del Pigorini e dello Helbig in firma sostanzialmente l’ipotesi di una discesa di popoli dal settentrione dell’ltalia verso il centro della penisola.
L’etruschicità della pianura padana è una ben definita conquista dal sud, come dicono anche le fonti storiche: in questo si può andare d’accordo con il Brizio e con il Ducati, pur facendo ogni riserva sulla cronologia ed escludendo che gli abitatori di Bologna villanoviana siano da identificare con quegli Umbri italici la cui apparizione sul versante orientale dell’Appennino è ancora più recente.
La linguistica ha ormai da tempo superato la vecchia concezione delle affinità genetiche tra etrusco e lingueitaliche: cosicche anche da questo punto di vista la tesi pigoriniana di, una discesa unica di Etruschi edi ltalici ha perduto ogni consistenza. Di qui la teoria del De Sanctis tendente a riconoscere gli Etruschi nei crematori e gl’ltalici negli inumatori del vecchio ceppo eneolitico (meglio noi diremmo ora, nelle genti di tradizione appenninica).
Sul piano di una grossolana identificazione dei fatti archeologici con quelli etnico-linguistici queste equazioni sarebbero le sole idonee a spiegare la già constatata corrispondenza delle aree dell’inumazione e della cremazione rispettivamente con le aree indoeuropea e non indoeuropea d’ltalia. Ma è evidente, specialmente oggi alla luce delle più recenti scoperte, che non si può parlare in blocco di «crematori» come rappresentanti di un’unica e precostituita realtà etnico-linguistica; che il villanoviano non è una cultura introdotta già formata da qualche area esterna a quella del suo sviluppo, ne presenta forme più antiche a nord dell’ Appennino, ma anzi ha i suoi precedenti immediati piuttosto nel «protovillanoviano» peninsulare, e tra l’altro proprio nell’Etruria tirrenica (dai Monti della Tolfa al Grossetano); che fasi arcaiche di culture di crematori affini al « protovillanoviano», come il «protolaziale» e il «protoveneto», appaiono all’inizio delle culture del ferro del Lazio e del Veneto, spettanti a popoli storici di lingua indoeuropea ma di origine diversa, cioè rispettivamente ai Latini e ai Veneti. Con ciò cade anche – o si riduce nella sfera delle congetture indimostrabili – l’opinione del Pareti che i « protovillanoviani» rappresentino originariamente una sola stirpe, quella degli ltalici orientali (ipotesi tanto più inverosimile in quanto in età storica gl’Italici orientali sono principalmente inumatori), e che una successiva ipotetica ondata di «villanoviani» rappresenti la discesa degli Etruschi. Si tratta, come si vede, di giuochi di pazienza senza alcun fondamento di verosimiglianza critica. In nessun modo l’archeologia può dimostrare un «arrivo» degli Etruschi dal nord.
Altro argomento a svantaggio della tesi settentrionale è proprio il rapporto della lingua etrusca con la lingua preellenica di Lemno. Per spiegarlo occorrerebbe accettare la tesi del Kretschmer di un’immigrazione parallela dal bacino danubiano, per via continentale, nell’Egeo settentrionale e in Italia; ma resterebbero pur sempre da spiegare gli elementi affini all’etrusco nella toponomastica «tirrenica» dell’Italia peninsulare, che sono profondi e diffusi.
Ciò non esclude tuttavia la presenza in etrusco di elementi linguistici continentali, ricollegabili a linguaggi nordico-occidentali del substrato preindoeuropeo (come il «ligure» o il «retico») o addirittura a lingue indoeuropee. Ma questo prova, se mai, una larga coincidenza e mescolanza locale di fattori di diversa origine, attraverso una complessa sovrapposizione di aree linguistiche.
Anche la tesi dell’autoctonia, intesa in un senso assoluto e schematico, presenta il fianco a fondate critiche. Il punto di vista dei linguisti (Trombetti, Ribezzo, Devoto, ecc.), che riconosce nel fondo dell’etrusco il relitto di una più vasta unità linguistica preindoeuropea, è teoricamente ineccepibile, in quanto tiene conto delle affinità mediterranee della lingua etrusca e della presenza del substrato «tirrenico», rivelato soprattutto dalla toponomastica, in gran parte del territorio italiano. Viceversa la ricostruzione specifica dei fatti in base ai dati archeologici, tentata dall’Antonielli e dal Devoto, si dibatte contro gravi difficoltà. Essa presuppone una netta contrapposizione etnica tra indigeni inumatori dell’eneolitico e dell’età del bronzo, e «villanoviani» crematori discesi da settentrione, identificando i primi con lo strato primitivo « tirrenico», i secondi con gli invasori italici indoeuropei.
Ancora una volta la constatazione della corrispondenza pressoche esatta delle aree d’incinerazione e di inumazione rispettivamente con l’area non indoeuropea e con quella indoeuropea si oppone alla ricostruzione astratta degli autoctonisti. Proprio l’Etruria, dove è tipica e densissima l’occupazione degli incineratori, sarebbe il solo cantone dell’Italia in cui la lingua primitiva avrebbe conservato i suoi caratteri sino alla pienezza dei tempi storici; mentre invece le lingue italiche avrebbero trionfato nella parte orientale della penisola, dove non si hanno tracce se non sporadiche ed insignificanti del passaggio dei supposti incineratori italici!
È chiaro che l’autoctonismo linguistico non può essere costretto entro l’assurdità di questi schemi archeologici, nei quali appare ancora così evidente l’impronta del vecchio preconcetto pigoriniano. Invano Devoto tentò di ricondurre l’equazione incineratori = Italici al concetto di una corrente «protoitalica» di cui però nulla chiaramente risulta nei fatti positivi dell’etnografia storica italiana.
In ogni caso un puro autoctonismo si presenta a priori come una teoria antistorica: ed in concreto urta contro l’evidenza di vicende culturali che denunciano influenze europee ed orientali e contro i dati linguistici che dimostrano rapporti tra l’Etruria e l’Egeo oltre che una profonda penetrazione di elementi indoeuropei nella lingua etrusca.

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