Gli anni venti

Il periodo compreso tra la fine del 1918 e l’estate del 1920 è caratterizzato da una imponente avanzata del movimento operaio europeo, tale da far parlare, riferendosi a questi due anni, di un biennio rosso. I lavoratori organizzati nei sindacati, che conoscono un vistoso incremento di iscritti, ma anche in nuovi istituti di aggregazione creati dal basso, danno vita a una imponente ondata di agitazioni che permette di difendere o migliorare i livelli reali delle retribuzioni e di ottenere la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore a parità di salario, obiettivo raggiunto in questo periodo nei principali Stati europei.
In Francia e in Inghilterra, paesi vincitori e già dotati di istituti democratici capaci di contenere la pressione del movimento operaio, l’ondata rossa si traduce in un forte incremento elettorale dei partiti socialisti e nella conquista di primi fondamenti di protezione sociale. Nei paesi vinti, Germania, Austria e Ungheria, nei quali la sconfitta militare si accompagna al cambiamento di regime, la mobilitazione operaia dà vita a veri e propri tentativi rivoluzionari, rapidamente stroncati.
Con l’unica eccezione degli Stati Uniti, tutti i paesi coinvolti nella Grande Guerra escono dal conflitto in condizioni di grave dissesto economico. Le enormi spese di guerra hanno inghiottito un’ incredibile quantità di risorse, che nè le tasse, nè i debiti interni ed esteri sono stati sufficienti a coprire. I governi sono stati costretti a stampare carta moneta in eccedenza mettendo in moto un rapido processo inflazionistico, che, negli anni del dopoguerra, rende concreta la minaccia di un dissesto finanziario. L’interruzione delle usuali correnti di traffico hanno fortemente ridimensionato la tradizionale supremazia commerciale dell’Europa, a favore degli Stati Uniti e del Giappone. Inoltre Gran Bretagna e Francia subiscono la perdita di importanti partner commerciali europei, come la Germania, economicamente dissestata, l’Impero austro-ungarico, smembrato in nuovi Stati, la Russia, isolata in seguito alle vicende rivoluzionarie.
L’esperienza vissuta nei campi di battaglia e nelle trincee dai 65 milioni di uomini impegnati nella guerra rende assai problematico il ritorno alla vita civile. Durante la loro assenza le donne si sono in gran numero sostituite ai propri fratelli e mariti nel lavoro dei campi, nelle fabbriche e negli uffici. Inoltre, le esigenze delle industrie di guerra hanno chiamato dalle campagne nuovi lavoratori non qualificati, soprattutto donne e ragazzi al di sotto dell’età di leva. I semplici soldati, appartenenti per lo più al bracciantato agricolo e agli strati urbani inferiori, fanno fatica a ricollocarsi nel mercato del lavoro a causa dalla diffusa disoccupazione e alimentano la tensione sociale. Gli ufficiali che tornano a casa, abituati durante la guerra a essere rispettati per il prestigio dei loro gradi e a esercitare un ruolo di comando, non sanno adattarsi a una vita civile in cui non godono di nessuna considerazione. Le penose condizioni materiali in cui hanno combattuto, l’oppressione psicologica del pericolo e dei sacrifici quotidiani alimenta in loro la convinzione di aver maturato un credito di fronte alla società . A ciò si uniscono, presso i vincitori, l’esaltazione e le pretese prodotte dalla vittoria, e, presso i vinti, la depressione e il risentimento per la sconfitta.
In questo clima nasce il movimento combattentistico, costituito da una miriade di associazioni che portano avanti la rivendicazione della rivalutazione dei sacrifici di guerra.
Tra il 1919 e il 1929 la produzione industriale statunitense crebbe del 70%. Fu soprattutto l’automobile a farla da padrona. Il mondo degli affari fu lasciato completamente libero dal governo. I presidenti repubblicani, che guidarono il paese in quegli anni, restarono fedeli alla linea del non intervento dello Stato nell’economia. Lo sviluppo dell’economia era però insidiato dal rischio della sovrapproduzione: cioè dal pericolo che la produzione fosse eccessiva e che molte merci rimanessero invendute. I coltivatori, incontravano sempre maggiori difficoltà a vendere i loro prodotti. Il mondo delle banche e della finanzia sembrava non avere questi problemi. In particolare la Borsa una straordinaria crescita. Addirittura tra il 1927 e il 1929 il valore delle azioni si quadruplicò. Nel 1929 cominciarono i primi segnali della crisi. Le industrie si ritrovarono con una quantità crescente di merce invendute. Le azioni fermarono bruscamente la loro salità . Tra il 24 e il 28 ottobre 1929, migliaia di americani videro i loro risparmi andare in fumo nella Borsa di Wall Street a New York. Al crollo in Borsa seguì presto una grande depressione economica: cioè ogni fase discendente, di crisi e vita economica. Le banche in difficoltà non concessero più prestiti. File di uomini e donne senza lavoro si allungavano davanti ai centri di assistenza per avere un pasto caldo. La crisi durò fino al 1932.
Roosvelet, nuovo presidente americano, seppe ridare fiducia e speranza a milioni di americani. Egli stravinse nelle elezione del 1936 e potè procedere nella sua politica. Roosvelet propose un piano di risanamento. Questo piano, chiamato New Deal, cioè nuovo corso, aveva tra i suoi obiettivi il superamento della dissocupazione e il miglioramento di vita. In sintesi, si tratta dell’idea che il sistema economico sia ormai divenuto troppo complesso per essere gestito secondo i criteri tradizionali del liberalismo, che ripone totale fiducia nei meccanismi spontanei del mercato, e che sia perciò necessario un intervento regolatore da parte dello stato. La diffusione dello sport nella prima metà del XX secolo non è stata favorita solo dal crescente interesse popolare o dagli interessi legati al mercato e all’industria. Spesso il successo dello spettacolo e della pratica sportiva è dipeso dall’atteggiamento dei governi che hanno visto nella competizione agonistica la possibilità di imporre modelli e di giustificare la propria superiorità culturale, sociale e di razza. Il caso più eclatante di tale dinamica è rappresentato dall’importanza che lo sport assume per i regimi totalitari dell’Italia e della Germania. In Italia l’incidenza sempre più profonda dello sport nel costume e nella società è utilizzato con successo dalle autorità fasciste. Gli ottimi risultati raggiunti, soprattutto nel calcio con le vittorie ai mondiali del 1934 e 1938, consolidano il regime mussoliniano e gli offrono una nuova base di consenso. In Germania il regime hitleriano trasforma i giochi olimpici del 1936 in un grande spettacolo di massa e in un grande strumento di propaganda. Le Olimpiadi sono la trasposizione in chiave moderna dei riti pagani propri della tradizione germanica. Il regime rovescia la tradizionale concezione olimpica fondata sul cosmopolitismo, sul pacifismo e sulla festa per trasformarla in palcoscenico privilegiato per dimostrare la superiorità della razza ariana.

CD, ACTA- Mille anni di storia (Novecento n.1) / Libro, Editrice La Scuola- Storia per gli istituti professionali

Tags: , , , ,