Guglielmo di Ockham (Occam)

G. di Occam (1280-­1347), anch’egli inglese e francescano, fu soprannominato il Doctor Invincibilis.
La sua vita fu tutta una lotta contro il papato e la scolastica: prese parte alle lotte politico-religiose del suo tempo, sostenendo ardentemente le pretese antipapali di Filippo il Bello e Lodovico il Bavaro, e propugnando l’indipendenza dello Stato dalla Chiesa (cfr. poi Rinasci­mento e Machiavelli).

Pensiero

L’Occam non fa che portare alle sue estre­me conseguenze il pensiero del Maestro.
Nei rapporti tra fede e ragione, egli giunge ad affer­mare addirittura la contraddizione tra fede e ragio­ne: la Trinità, l’Incarnazione, l’Eucarestia, la Creazione, ecc., sono assurdi di fronte alla ragione, ma verità di fronte alla fede (cfr. principio averroistico della doppia verità ).
In tal modo Occam distrugge il fondamento stesso della Scolastica e ne segna la fine, poichè il motivo per cui la Scolastica era sorta era stato appunto la coincidenza tra la fede e la ragione.

  1. In metafisica egli risolve la tendenza al concreto e all’individuale del maestro in pretto nominalismo.
    Solo gli individui esistono, gli universali non sono che segni delle cose o «termini», donde il nome di terminismo dato alla sua dottrina.
    Ne consegue la negazione del problema dell’individua­zione, poichè, eliminato l’universale, è irragionevole cerca­re in qual modo gli universali si individuano.
  2. Anche per Occam, come già per Duns Scoto, l’in­dividuale è intelligibile, cioè oggetto della nostra cono­scenza intellettuale.
    Egli distingue a tale proposito due gradi di conoscenza intellettiva: una conoscenza intuitiva, con la quale co­nosciamo immediatamente gli individui; e una conoscenza astrattiva, con la quale ci formiamo i concetti astratti o universali.
    Naturalmente solo la conoscenza intuitiva è conoscen­za concreta e perfetta; la conoscenza astrattiva invece, non corrispondendo gli universali alla realtà delle cose, è conoscenza imperfetta e generica.
    Fra le intuizioni sensibili possiede la massima cer­tezza l’intuizione del proprio io (cfr. S. Agostino), poiché di tutto posso dubitare tranne che della mia autocoscienza.