Il primo dopoguerra

La prima e forse più importante eredità del conflitto fu la fine della secolare egemonia europea: l’Europa del dopoguerra non era più il centro economico e politico del mondo. Questo ruolo venne occupato dagli Stati Uniti. Quando le armi tacquero, tutte le potenze del continente si trovarono pesantemente inebitate nei confronti degli Stati Uniti, che divennero non solo i maggopri produttori, ma anche i maggiori creditori mondiali. La lunghezza del conflitto, unita all’itilizzo di armi pesanti sempre più sofisticate richiese grandi investimenti economici e tecnologici e la mobilitazione delle strutture industriali. Nel breve periodo, questo creò grandi problemi: i paesi europei si trovarono alle prese con una grave inflazione, causata dall’emissione di moneta per finanziare le spese belliche, con un pesante deficit pubblico e con la rincoversione produttiva (necessità di convertire l’apparato industriale della produzione bellica a quella civile). Ma più importante è la crescita dell’intervento dello stato nell’economia, dovuta alla necessità di determinare la produzione, sia militare sia civile, in base all’esigenze belliche. Finito il conflitto, si dovette dunque fare i conti con una partecipazione alla vita politica di dimensioni prima sconosciute: milioni di donne, mobilitate in modo massiccio nella produzione in sostituzione degli uomini al fronte, fecero il loro ingresso nel mondo del lavoro, acquisendo autonomia e indipendenza economica.
Nel gennaio 1919 si riunì a Parigi la conferenza di pace. Ad essa parteciparono i rappresentanti delle nazioni vincitrici. I paesi vinti non furono chiamati alla conferenza. Francia e Inghilterra erano intenzionate a trarre dalla pace grandi vantaggi. Soprattutto la Francia voleva infliggere un’umiliazione vera e propria alla Germania. E in questo anche l’aspetto formale assunse la sua importanza: il trattato di pace veniva infatti firmato a Versailles, là dove, mezzo secolo prima, era stato proclamato l’impero tedesco di Guglielmo I e di Bismark. Con il trattato di Versailles firmato il 28 giugno 1919 la Germania cedette al Belgio i piccoli distretti di Eupen e Malmedy, restituì alla Francia l’Alsazia-Lorena e consentì che si tenesse nello Schleswuing un pebliscito per la determinazione del confine della Danimarca. Inoltre cedette per quindici anni alla Francia la regione carbonifera della Saar, il cui destino sarebbe poi stato determinato da un referendum, mentre l’esercito tedesco veniva ridotto a centomila uomini e si proibiva alla Germania di costruire aerei militari, artiglieria pesante e carri armati. La Germania rinunciava a tutti i suoi diritti sull’impero coloniale del Reinch. In seguito alla nascita di due nuovi stati, Polonia e Cecoslovacchia, alla prima cedette il corridoio polacco, mentre il porto di Danzica veniva amministrata dalle Società delle Nazioni. Alla Cecoslovacchia cedette la piccola zona di Troppau, mentre veniva stabilito nelle aree plurinazionali della Prussia orientale e della Slesia settentrionale si tenessero plebisciti.
Dallo smembramento dell’impero-austro-ungarico nacquero svariate nazioni: la repubblica austriaca, la repubblica ungherese, la repubblica cecoslovacca, unendo Boemia, Moravia e Slovacchia.
L’Italia ottenne il Trentino, l’Alto Adige, la Venezia Guglia, Trieste e l’Istria. Restò invece apetta la questione di Fiume e della Dalmazia: a Fiume la maggioranza della popolazione era italiana, mentre in Dalmazia era slava. L’accordi di Londra del 1915 accenava alla Dalmazia, ma non a Fiume, e il nuovo regno jugoslavo non voleva cedere la regione dalmata.
Il nostro paese non ottene invece nessuno nuova colonia africana nè mandati internazionali in Medio Oriente. Molti pensarono, allora che l’Italia non era stata ricompensata abbastanza per i sacrifici che aveva sostenuto. Si diffuse l’idea della vittoria mutilata.
Nei Balcani fu formato il regno di Jugoslavia, unendo insieme nazioni diverse: Croazia, Slovenia, Bosnia Erzegovina (che appartenevano all’impero austro-ungarico); Serbia e Montenegro (che erano regni autonomi). La Jugoslavia fu una creazione artificiale dei diplomatici della conferenza di Parigi, realizzata nella speranza che un unico Stato, di una certa autonomia, rendesse più stabile e calma la zona balcanica, tradizionalmente turbata da conflitti e di discordie.
Negli Stati Uniti, il presidente Wilson propose l’istituzione di una Società Generale delle Nazioni che doveva “fornire garanzie reciproche di indipendenza politica e territoriale ai piccoli come ai grandi stati”. A tal fine gli stati membri s’impegnavano a rispettare l’integrità territoriale e l’indipendenza di tutti gli altri (art. 10): dichiaravano materia d’interesse e pertanto d’intervento della Società qualsiasi guerra o minaccia, anche se diretta contro uno stato non membro (art.11); s’impegnavano a sottoporre le loro controversie o a un giudizio arbitrale o all’esame del Consiglio della Società (art.12). Molte speranze collegate con la Società andarono deluse negli anni successivi alla sua fondazione. Eppure nonostante questi aspetti negativi, l’esperimento societario non fu inutile al progresso di tutte le nazioni. Le esperienze piuttosto negative insegnarono molto, se non altro a non commettere alcuni errori sostanziali. Nella rielaborazione dei valori morali e politici del primo dopoguerra cominciò a farsi strada più insistentemente l’opinione che, per opporsi efficacemente al nazionalismo, lo stato nazionale doveva essere sostituito da quello continentale e che l’Europa doveva organizzarsi in federazione. Nel 1924 gli stati avevano ancora mostrato di nutrire fiducia nello spirito societario, votando il Protocollo di Ginevra, con il quale s’impegnavano ad accettare l’arbitrato obbligatorio in un certo numero di casi gravi. Ma il Protocollo rimase lettera morta quando in Inghilterra, dopo alcune settimane, il governo laburista fu sostituito da quello conservatore che denunciò l’approvazione precedentemente data. Con gli accordi di Locarno siglati il 16 ottobre 1925: 1) La Germania si impegnava a non compiere alcuna aggressione conto la Francia e il Belgio, paesi che assumevano una obbligazione analoga nei suoi confronti; 2) La Gran Bretagna e l’Italia garantivano l’inviolabilità dei confini tra la Germania e Francia, e tra Germania e Belgio. Si dava così un riconoscimento all’esistenza della Società delle Nazioni, ma in una forma che denunciava sfiducia nel suo funzionamento. Altri accordi di natura bilaterale furono stipulati a Locarno dalla Germania con il Belgio, la Cecoslovacchia, la Francia e la Polonia. L’orientamento ufficiale degli stati fu di raggiungere delle garanzie di sicurezza attraverso ulteriori accordi regionali. La Società delle Nazioni era terminata con un fallimento anzitutto per l’assenza degli Stati Uniti, responsabili dell’esistenza della nuova organizzazione e, data la loro potenza, della sicurezza del mondo. Il conflitto italo-etiopico fu veramente la tomba della Società delle Nazioni. Esso non dimostrò soltanto debolezza dell’organismo, ma anche la scarsa sincerità di chi in suo nome, aveva assunto un deciso atteggiamento morale. Ne derivò il crollo dell’edificio societario nella stima dei governi e dei popoli, e l’inizio di tutte le iniziative intese a scuotere la pace e la legge internazionale.
Nel novembre del 1916 il vecchio imperatore Francesco Giuseppe era morto e gli era succeduto il diciannovenne Carlo I (o Carlo VIII), animato da propositi di pace, ma politicamente impreparato e privo di una valida guida. Il 12 novembre 1918, con la proclamazione della repubblica austriaca, veniva ufficialmente consacrata la dissoluzione del grande edificio plurinazionale costituito dagli Asburgo nel corso dei sette secoli di storia. Con trattato di saint-Germain essa cedeva all’Italia il Tirolo dal passo del Brennero, il Trentino, Trieste e l’Istria; alla Cecoslovacchia la Boemia, la Moravia, la Slesia austriaca e parte della Bassa Austria; alla Romania la Bucovania e al nuovo stato di Jugoslavia la Bosnia, l’Erzegovina e la Dalmazia. Non migliore fu il trattamento riservato all’Ungheria che dovette cedere immensi territori ai paesi vicini, soprattutto alla Romania, e accettare che tre milioni di magiari diventassero sudditi di altri Stati. In Austria, quale forza politica emerse il Partito socialdemocratico. Drammatico fu il dopoguerra in Ungheria, divenuta stato sovrano nella forma della repubblica parlamentare. Mentre i socialdemocratici austriaci erano di orientamento moderato, molto forte era nel socialismo ungherese la tendenza rivoluzionaria e comunista, che trovava i suoi punti di forza nei consigli operai sorti in molte fabbriche. Socialdemocratici e comunisti si allearono per dare vita a un regime di tipo socialista, una repubblica sovietica (fondata cioè sui soviet), proclamata il 21 marzo 1919 sotto la guida del comunista Bèla Kun.
In Germania, dopo la caduta dell’imperatore (9 novembre 1918) venne proclamata la repubblica: anche qui la maggiore forza politica uscita dal collasso del paese risultò esse il Partito socialdemocratico, cui venne affidato il governo provvisorio. Nell’agosto 1919 fu approvata la costituzione di Weimer, così chiamata dal nome della città in cui si tennero i lavori dell’assemblea costituente. La Germania si presentava come una repubblica parlamentare federale. La Gran Bretagna uscì dalla guerra come grande potenza in declino, quasi incarnado in sè la fine dell’egemonia europea. In Francia e Inghilterra la crisi post-bellica non mise in pericolo le istituzioni democratiche; diversamente accadde in Itali, dove i primi anni venti videro il crollo dello stato liberale e l’avvento della dittatura fascista. La prima guerra mondiale aveva distolto l’attenzione dei governi europei dai propri possedimenti africani aprendo spazi ai movimenti indipendentisti e nazionalisti che si diffondono in modo particolare nell’area settentrionale e in quella nord-orientale. Sono queste le aree popolate dagli arabi, in maggioranza islamici, dotati di un forte patrimonio culturale e tradizionalmente avversi alle forme di civiltà europea. Ma i tempi dell’indipendenza matureranno soltanto dopo la seconda guerra mondiale. Diverso è il discorso per l’Egitto che in questo periodo riesce a conquistare, almeno formalmente, la propria indipendenza. Nel marzo del 1919 scoppia un’insurrezione nazionalista contro il dominio inglese: il governo britannico affida al generale Allenby, nominato commissario, il compito di gestire la fine del protettorato. L’Egitto viene dichiarato indipendente nel febbraio del 1922 e nell’aprile del 1923 il Khedivè Fu’ad viene eletto re. L’Inghilterra mantiene comunque una forte influenza politico-economica sul paese africano e mantiene anche un proprio contingente militare. Le proteste dei nazionalisti, molto numerosi nel parlamento egiziano, contro la presenza militare inglese spingono il re Fu’ad a sciogliere il parlamento e a sospendere la costituzione. Nel 1929 un nuovo accordo anglo-egiziano che limita la presenza dei militari inglesi alla sola zona del canale di Suez riporta la normalità nel paese subito rotta, però, nel 1930 da una nuova stretta autoritaria da parte della monarchia. Il movimento nazionalista (Wafd) avvia allora una lunga battaglia contro la dittatura che porta, nel 1935, alla restaurazione della costituzione liberale. Nell’aprile del 1936 muore il re Fu’ad e gli succede il figlio Faruq. Questi nel 1938 entra in contrasto con il primo ministro, scioglie il parlamento e indice nuove elezioni da cui esce vincente.
Il sorgere e la diffusione dei movimenti di indipendenza nazionale rappresentano il segnale di una generale presa di coscienza da parte delle popolazioni africane. Nonostante le differenze etniche e religiose, la comune condizione di genti colonizzate alimenta una solidarietà diffusa che trova espressione nel movimento panafricanista, mirante all’unità politica del continente. Nel 1963 troverà infine un’espressione concreta nella costituzione dell’Organizzazione dell’unità africana (OUA).
La storia del Sudafrica si distingue da quella delle altre nazioni del continente africano per la presenza di un forte conflitto razziale. Colonizzate dagli olandesi (boeri) sin dal XVII secolo, le regioni del Sudafrica subiscono nel corso dell’ottocento la sistematica occupazione da parte degli inglesi che con la guerra anglo-boera del 1899-1902 emarginano gli antichi colonizzatori e trasformano il paese in dominion (1910). Ciononostante continua il conflitto tra le due componenti europee che trova espressione nella battaglia politica tra il Partito del popolo, guidato dai generali Louis Botha e Jan Christian Smuts, e il partito nazionalista capeggiato dal generale James Barry Munnick Hertzog. La prima formazione si batte per un più grande Sudafrica nel quadro del Commonwealth, la seconda vuole invece eliminare l’influenza politica inglese. Nel primo dopoguerra (il Sudafrica partecipa al conflitto al fianco della Gran Bretagna e ottiene l’amministrazione della ex colonia tedesca della Namibia) prevale il Partito unionista di Botha e Smuths che getta le basi giuridiche della segregazione, vietando ai neri il possesso delle terre, e al tempo stesso tenta un’operazione di integrazione con l’apertura alle formazioni politiche espressione della maggioranza nera, come l’African national congress (ANC) fondato nel 1912. Nel 1924 giunge però al potere il partito nazionalista di Hertzog, espressione della destra afrikaner che nel 1926 estende i principi della segregazione precludendo ai neri le attività indutriali e negando loro i diritti politici, sotto la pressioni del movimento apertamente razzista e fiolotedesco di D.F. Malan. Nel 1934 si costituisce il governo di coalizione Hertzog-Smuths che unisce i due vecchi partiti antagonisti nel Partito nazionale unico sudafricano. Il 1934 è anche l’anno in cui il Sudafrica raggiunge la completa autonomia dalla Gran Bretagna nel campo della politica interna. Il dominio della popolazione bianca si definisce nel 1936 con le leggi sulla rappresentanza dell’elemento indigeno che istituisce un Consiglio degli autoctoni con funzioni esclusivamente consultive. Solo nel secondo dopoguerra si parlerà di Apartheid (con i divieti dei matrimoni misti, l’imposizione di aree residenziali differenziate, il divieto di ogni organizzazione politica di rasppresentanza dei neri) ma le basi di quella politica vengono gettate, sia giuridicamente che politicamente, negli anni venti e trenta.
Nell’immediato dopoguerra le regioni mediorientali, già appartenenti all’impero turco, vengono affidate dalla Società delle nazioni al controllo della Francia e della Gran Bretagna con la formula del mandato. Alla Francia vanno la Siria e il Libano, all’Inghilterra la Palestina, la Transgiordania e parte della Mesopotamia. In teoria non si tratta di colonie – il mandato prevede infatti che i territori siano soltanto indirizzati allo sviluppo e all’autogoverno – ma l’intenzione delle potenze europee è quella di sfruttare i grandi giacimenti petroliferi dei quali ottengono le concessioni. Nell’area di influenza inglese nascono presto due Stati indipendenti: nel 1921 il Regno dell’Iraq e nel 1923 quello della Transgiordania. Nell’area francese il processo di emancipazione nazionale è invece più lento: la Siria ottiene l’indipendenza nel 1936 e il Libano soltanto nel 1941. Fino alla seconda guerra mondiale tutta la regione mediorientale rimane comunque sotto l’influenza politica ed economica delle due potenze europee.
La situazione politica della Palestina, che rimarrà sotto il mandato britannico fino al 1948, è molto più complessa per la presenza del contrasto religioso tra arabi ed ebrei. Questi ultimi avevano iniziato a trasferirvisi sin dalla fine dell’ottocento richiamati dall’appello del movimento sionista che rivendicava al popolo ebreo l’antica Terra promessa. Negli anni venti e trenta la comunità ebraica, organizzata in colonie di tipo collettivistico (i kibbutz), è ormai numerosa e provoca le prime reazioni della popolazione araba. La questione palestinese scoppierà in tutta la sua drammaticità dopo il 1948, quando si costituirà lo Stato d’Israele.
I movimenti di indipendenza ottengono risultati anche nelle altre regioni del Medio Oriente. Nella penisola arabica, nel 1930 l’Inghilterra è costretta a limitare il proprio controllo a una ristretta area costiera lasciando che nel resto della penisola sorga lo Stato indipendente dell’Arabia Saudita con capitale Riyad (1932). Nell’antichissimo impero persiano (Iran), diviso in zone d’influenza inglese e sovietica, il movimento di riscossa nazionale è guidato da un generale che, detronizzato lo Shah, si fa proclamare nel 1926 imperatore con il nome di Reza Pahlawi. Egli avvia una politica di riforme e di investimenti pubblici che incontra il favore dell’Unione sovietica con la quale firma nel 1927 un trattato di non aggressione.
In ultimo, bisogna ricordare la Repubblica turca che si forma nel 1923 sotto la guida del leader nazionalista Mustafà Kemal. Essa è ciò che rimane, dopo due secoli di progressiva dissoluzione, dell’antico impero ottomano disgregatosi definitivamente dopo il primo conflitto mondiale. Sotto la guida di Kemal la Turchia avvia un processo di sviluppo e di modernizzazione.

Libro, Europea book Milano- Atlantica Junior n.9 / Libro, Edizioni Scolastiche Bruno Mondatori- Il lavoro dell’uomo 2 / Internet- Cronologia / CD, ACTA- Mille anni di storia (Il Novecento n.2)

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