Il secondo dopoguerra

Dopo la conclusione della guerra contro il comune nemico nazista, le differenze tra i paesi dell’Occidente e l’Unione Sovietica non potevano essere nascoste. Già prima della fine della guerra i tre grandi (Gran Bretagna, Usa, Urss), con la conferenza di Yalta, in Crimea (febbraio 1945) si erano accordati circa dell’Europa postbellica in sfere d’influenza. Terreno principale di scontro fu, in Europa, la Germania. La Germania rimase perciò divisa in dua parti, rispecchiando la situazione militare del 1945: una, la Repubblica federale tedesca, inserita nel blocco occidentale; l’altra, la Repubblica democratica tedesca, in quello sovietico. Secondo Truman, nuovo presidente americano, i partititi comunisti europei non si rafforzavano solo grazie al sostegno dell’Unione Sovietica ma anche a causa della grave situazione. Gli americani quindi dovevano appoggiare i partiti anticomunisti e aiutare l’Europa. A tal fine Truman fece organizzare un grande programma di aiuti per i paesi europei. Questo programma è noto come Piano Marshall, dal nome dell’uomo politico che la preparò. Nel 1949, infatti gli Stati Uniti, la Francia, il Belgio, l’Olanda, il Lussemburgo, il Canada, la Norvegia, la Danimarca, l’Islanda, il Portogallo e l’Italia firmarono il Patto Atlantico. Nel 1997 si aggiungono Polonoia, Ungheria e Repubblica Ceca.
Con tale patto si organizzarono in un’alleanza militare: la NATO. Nel 1955 così anche i paesi comunisti si unirono in un’alleanza militare: il Patto di Varsavia. Il blocco orientale fu realizzato attraverso lo sovietizzazione dei paesi che erano stati liberati dall’Armata Rossa con l’appoggio politico e militare dei russi i partiti comunisti dei diversi paesi concentrarono progressivamente il potere nelle loro mani, eliminando le opposizioni e dando vita a regimi ispirati al modello sovietico, le cosiddette democrazie popolari. La scelta delle zone d’influenza si impose come quella più semplice per evitare uno scontro totale. Non furono però evitate decine di guerre locali e quello scontro sistematico tra USA e URSS che è stato chiamato guerra fredda.
ITALIA: Il 18 maggio 1949 l’Assemblea delle Nazioni Unite bocciava nel suo complesso il compromesso Bevin-Sforza per accettarne in verità una sola parte: quella che pianificava il futuro di Cirenaica e Fezzan. Per entrambe le regioni libiche si prevedeva una trusteeship (amministrazione fiduciaria) internazionale con responsabilità alla Gran Bretagna nel caso della Cirenaica, e alla Francia per il Fezzan. L’accordo che il ministro degli esteri italiano era riuscito a strappare al suo corrispettivo inglese in un’atmosfera internazionale fluida sostanzialmente disinteressata alle questioni italiane, prevedeva che Roma recuperasse Tripolitania e Somalia, seppure solo per un’amministrazione fiduciaria, rinunciando però, come visto, alle altre parti della Libia, e all’Eritrea che veniva ceduta e Etiopia e Sudan. Per quanto in gran parte consolatorio, l’accordo venne suonato da Sforza come una vittoria della diplomazia italiana. Quella che veniva giudicata la vittoria londinese di Sforza non potè però concretizzarsi. Di fronte ai membri dell’Assemblea delle Nazioni Unite, infatti, l’accordo anglo-italiano trovò una consistente opposizione che ebbe però la meglio solo grazie al voto negativo espresso all’ultimo momento dal delegato di Haiti. Nelle memorie dei testimoni, la votazione assume un sapore faceto. Il ministro Sforza ricorda: “Tragicomico apparve quello che si seppe negli Stati Uniti e qualche ora dopo in Europa: cioè che il solo voto contrario che fece fallire il progetto presentato dall’Inghilterra e calorosamente appoggiato dalla Francia e dagli USA, fu dato dal rappresentante di Haiti, un tipo di cui le personalità più serie di Haiti ammisero, quasi scusandosi, che quella sera “era ubriaco e comunque non sapeva nulla della Somalia.” Altra versione degli stessi fatti è quella data dall’Ambasciatore Tarchiani: “Quel rappresentante, ottenuto un relativamente lauto compenso per cambiare parere all’ultima ora, bevve un doppio whisky ed entrò nell’aula per votare contro.” La delusione e l’amarezza per la bocciatura all’ONU dell’accordo Bevin-Sforza furono tanto più profonde in quanto alla questione dei possedimenti africani il governo aveva legato il concetto di sopravvivenza del Paese come potenza.

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