Ittiti: la religione

Religione

Le divinità ittite erano molte: la storia lo tramanda come il popolo dei mille dei . Essi facevano propri tutti quelli venerati dai popoli che conquistavano, in quanto credevano che questo conferisse loro più potere. Inoltre gli ittiti fecero proprie le diverse divinità anatoliche, chiamandole con il nome hattico. Ciascuna divinità era adorata per dare una risposta a tutto ciò che gli ittiti non riuscivano a spiegarsi. In questo modo nasce il dio della tempesta, più importante di tutti, quello della notte, del giorno, del sole, della luna e del fulmine. Non esisteva una gerarchia tra gli dei e, ad oggi, ci sono stati tramandati con diversi nomi. I più importanti sono: Taru, nome hattico del dio della tempesta, conosciuto anche come Teshub presso gli hurriti; Arinna, nome hattico della dea del sole e regina della terra ittita; Telipinu, loro figlio e dio del raccolto.

A questa sorta di trinità ittita si univano: Ishtar (venerata anche come Sausga dagli hurriti), dea assiro-babilonese, sorella di Taru; Sarruma, fratello di Telipinu.

Le divinità, che costruiscono una sorta di trinità, cercano di rispondere alle esigenze pratiche del popolo. Gli ittiti vivevano di agricoltura, per cui era importante non avere tempeste, avere una buona messe e la benevolenza della terra.

Come detto in precedenza, queste divinità erano accompagnate dalla presenza di un toro. Non è certa la motivazione dell’adorazione di questo animale, che tra l’altro era diffusa molto nel mondo antico. Le ipotesi più attendibili avanzate dagli studiosi sono due. In base alla prima, se si osservano le dimensioni dei genitali di un toro, si nota che sono abbastanza estese. Ricordiamo che tale organo era direttamente collegato alla fecondità relativa a tutti i campi: molti figli (dunque manodopera gratuita), raccolti abbondanti, vasti allevamenti, ricchezze.

La seconda ipotesi è più suggestiva. Alcuni fenomeni naturali, come il fulmine e le comete, a cui gli uomini di allora non sapevano dare una spiegazione scientifica, atterrivano le diverse popolazioni. La manifestazione di tali fenomeni avviene attraverso figure che richiamano il corno, se non addirittura la fugura geometrica del toro. Dunque il collegamento fu immediato: questo animale rappresentava tutto ciò che l’uomo non era in grado di controllare e spiegare.

Presso il santuario di Yazilikaya c’è una pittura rupestre che raffigura diverse divinità. Le più importanti tra queste cavalcano un toro e portano in testa un cappello con molte corna. Tutto ciò ci dice che essi sono in grado di controllare quello che atterrisce l’uomo. Il numero di corna che rivestono i loro cappelli è direttamente proporzionale al potere che gli viene conferito.

Altre divinità cavalcano dei leoni, quindi sono in grado di controllare la forza della natura, che si può manifestare attraverso un terremoto o un’eruzione vulcanica. Infine alcuni dei sormontano gli avvoltoi, simbolo di morte, se ci richiamiamo alle pratiche in voga presso gli hatti.

Del resto, l’ipotesi relativa al timore degli uomini trova conferma nei miti tramandati dalla tradizione sumero-accadica, che anche gli ittiti fecero propri: Gilgamesh, Ninrag, Labbu. Tutti e tre descrivono fenomeni che l’uomo non sa controllare.

Il primo si riferisce ad un re sumero, realmente esistito (2700 a.C.), che lotta e vince contro un toro, che causa una siccità di sette anni, inviato da Ishtar perché distrugga il suo popolo. Il secondo consiste in un figlio di Ishtar che provoca eruzioni vulcaniche per atterrire gli uomini. Il terzo si riferisce al passaggio di una cometa nelle regioni mesopotamiche che hanno impressionato le popolazioni locali, al punto da far nascere il mito di una divinità.

Inoltre, sempre a proposito di questa tematica, altri miti, appartenenti all’area asiatica, entrarono nella simbologia ittita: la lotta con Illujankas , relativo ad un serpente, terrore dell’uomo, che viene sconfitto; la scomparsa del dio Talipinu , relativo ad una carestia che ha distrutto tutti i raccolti; il canto di Ullikummi , in cui un re viene investito direttamente da un dio. Agli dei veniva offerto da mangiare, anche per mezzo di sacrifici animali. Questo è testimoniato dalla presenza di magazzini attorno ai templi. Solo dopo che le divinità avevano mangiato, il popolo ed i sacerdoti potevano prendere parte al banchetto.

In primavera si teneva una festa, che durava circa un mese (38 giorni), la quale era presieduta dal re. Questi, in qualità di sommo sacerdote, era costretto a girare per tutto il regno che era abbastanza vasto.

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