La prima rivoluzione industriale

A partire dal Cinquecento in Europa, dopo la scoperta dell’America e l’esplorazione in Africa e in Oriente, vengono introdotte e coltivate piante prima sconosciute come il mais, la patata, la canna da zucchero, il tè, il caffè, il cacao. Queste nuove specie sono solo un oggetto di curiosità , ma nei decenni centrale del Settecento portano a ua vera e propria rivoluzione dei consumi. I miglioramenti delle tecniche agricole consentirono di più e quindi di evitare i pericoli delle carestie, favorendo un’alimentazione più regolare.
Si trattò di una crescita quantitativa accompagnata da una trasformazione qualitativa, che si basò sull’introduzione di nuovi fattori di produzione e su un nuovo modo di coordinarli. Nel giro di un secolo, tra il 1750 e il 1850, il reddito nazionale della Gran Bretagna aumentò di sette volte, la popolazione triplicò, le importazioni aumentarono di dieci volte, le esportazioni di quattordici. Mentre nel 1770 la metà del reddito nazionale proveniva dall’agricoltura, nel 1846 questa percentuale era ridotta a un quarto; viceversa, il contributo delle attività industriali era quasi raddoppiato.
Gli storici hanno accolto sotto il nome di rivoluzione industriale l’insieme dei mutamenti dei carattere economico e sociale avvenuta in Inghilterra nell’arco compreso tra la seconda metà del Settecento e la prima metà dell’Ottocento. L’alta produttività del settori agricolo, legata alla produzione della proprietà borghese capitalista nelle campagne; l’edificazione di un vasto e fruttoso sistema coloniale, in grado di fornire materie prime a basso costo; l’affermarsi di un sistema a carattere parlamentare-costituzionale, capace di garantire l’equilibrio fra le classi sociali; furono queste le condizioni al cui interno potè avviarsi il processo di industrializzazione. Preso l’invio nel settore tessile, l’industrializzazione investì rapidamente un settore di base. Con la rivoluzione industriale, l’industria sostituisce nel ruolo fondamentale e primario nella formazione del reddito nazionale. Mentre in precedenza un’altra quota di ciò veniva prodotto era consumato direttamente, e soltanto una piccola parte viene venduta, da questo momento cominciano a essere prodotti beni esclusivamente destinati alla vendita. Dal lavoro a domicilio, con il telaio collocato nella casa del contadino, e dalla piccola manifattura rurale si passa alla fabbrica di medie e grandi dimensioni, che riunisce in un solo luogo centinaia di lavoratori.
Varie furono le cause della rivoluzione industriale. I motivi furono: la disponibilità di ricchezze da impiegare e la disponibilità di energia. Così come aumentò la richiesta di generi alimentari, allo stesso modo aumentò la domanda di altre merci e, in primo luogo, quella di abiti, panni o coperte per ripararsi, che rappresentavano, oltre al cibo, una delle prime neccesierità dell’uomo.
Il lavoro dell’uomo iniziò a essere sostituito dal lavoro eseguito da macchine, enomermente più veloci. Già dal Settecento l’Inghilterra era il paese più ricco e sviluppato dell’Europa. Dalle sue vaste colonie, sparse in tutto il mondo, proveniva ogni tipo di materie prime e di prodotti. La sua flotta le consetiva di controllare la maggior parte del commercio mondiale e dei trasporti internazionale di merci. Era in mani inglese anche gran parte di un’attività che oggi giudichiamo disumana e immorale, ma che allora veniva largamente praticata: il commercio degli schiavi.
Nella città , furono costruite acquedotti e sistemi di fognatura per l’eliminazione dei rifiuti urbani. Le sepoltura dei morti, vennero effetuate in appositi luoghi fuori città , i cimiteri. In Prussia, nell’impero russo, e in genere nei Paesi dell’Europa orientale le terre dei grandi proprietari venivano coltivate da servi della gleba. Costoro non potevano abbandonare il fondo dove lavoravano, tanto che nella compravendita delle proprietà terriere si precisava il numero delle “anime” che ne facevano parte. Nel corso dell’Ottocento la crescita proseguì impetuosa e si allargò anche ad altri paesi europei e agli Stati Uniti, tanto da modificare notevolmente le condizioni di vita delle popolazioni. Il Mezzogiorno d’Italia ne restò praticamente oscura. I tempi dell’industrializzazione furono diversi da Paese a Paese:
• per motivi storico-politici: per esempio la divisione in numerosi stati dell’Italia e della Germania;
• per motivi geografiche o naturali, come la disponibilità di materie prime che l’Italia, ad esempio, non aveva.
L’industrializzazione nel nostro Paese fu più lenta e difficile. L’occupazione francese durante il periodo napoleonico aveva costretto le manifatture e le piccole industrie italiane a subire la concorrenza dei prodotti francesi. Fino al 1861 l’Italia era rimasta divisa in molto Stati. Quasi tutti diffendevano dei prodotti con un rigido sistema dogonale, colpendo con forti dazi tutte le merci che entravano nel proprio territorio. L’italia non aveva giacimenti di ferro o di carbone, come l’Inghilterra, il Belgio, la Francia o la Germania.
La rivoluzione industriale ebbe enormi e conseguenze sociali. Le condizioni di lavoro e di vita degli operai erano durissime: fino a 16-17 ore di lavoro al giorno in luoghi pericolosi. Salari bassissimi, al limite della sopravivenza. Donne e bambini sfruttati in misura anche maggiore degli adulti; l’igiene e la sicurezza erano scarse e spesso si verificavano incidenti, anche mortali. La ricca Inghilterra non esportava solo prodotti dell’industria . Come spesso, avviene, i rapporti commerciali favorirono anche la diffusione delle idee e della cultura. Così dall’Inghilterra e dala Francia, sulla spinta della borghesia, si diffusero le idee del liberalismo. Questa dottrina filosofica, politica ed economica sostiene che progresso e giustizia possono realizzarsi solo in una società che riconosceva la libertà degli individui. Coloro che governavano devo quindi riconoscere e rispettare i diritti dei cittadini, stabiliti in un documento, in una legge fondamentale detta Costituzione.
L’industrialializzazione europea non avvenne ovunque negli stessi tempi, nè seguendo gli stessi modelli. Secondo la cronologia proposta dallo storico Rostow, il decollo industriale sul continente interessò prima il Belgio e la Francia (fra il 1830 e il 1860), poi la Germania (anni cinquanta-settanta), poi la Russia (fine secolo), quindi l’Italia (inizio Novecento). Vi furono anche regioni, in questo processo, che non si industrializzarono affatto, e altre che si deindustrializzarono, cioè che videro decadere la loro produzione manifatturiera tradizionale senza che senza che se ne sviluppasse una moderna: citiamo quali esempi il caso della Spagna e dell’Italia meridionale. Nei decenni centrali del secolo si verificò uno spettacolare sviluppo delle ferrovie: tra il 1840 e il 1870 la rete ferroviaria europea passò da 1700 miglia a 63000 miglia (quella degli Stati Uniti da 2800 a 36000). La rivoluzione finanziaria del XIX secolo ebbe al centro una nuova concezione e funzione economica della banca. Alla banca di vecchio tipo, che forniva crediti a breve termine a sostegno di iniziative commerciali, si affiancò la banca di investimento per azioni, cioè una società che raccoglieva capitali dai risparmiatori e li utilizzava in crediti a medio e lungo termine per investimenti industriali. Accompagnò l’industrializzazione un rilevante innalzamento di livello di benessere presso tutte le popolazioni europee. A tale dato fece seguito un forte incremento demografico. L’Europa contava 193 milioni di abitanti nel 1800: alla fine del secolo la popolazione era più che raddoppiata, superando i 400 milioni di abitanti. All’inizio del Novecento la popolazione europea era un quarto di quella mondiale, mentre non ne rappresentava che un quinto cento anni prima. Un’intesa trasformazione investì le campagne europee nella prima metà dell’Ottocento: si iniziò a produrre di più impiegando sempre meno braccia; la parte principale della produzione venne destinata al mercato nazionale o internazionale, invece che all’autoconsumo. Quest’incremento demografico ebbe come risultato una situazione di sovrappopolazione nelle campagne. La prima direzione di spostamento fu verso le città . Rilivanti furono anche le migrazioni all’interno dell’Europa e l’emigrazione transoceanica.
Ben presto nacquero i primi sindacati, in Inghilterra e le lotte operaie divennero elemento del quadro politico e sociale della prima metà del secolo. Essi ottenere le prime conquiste: il diritto di associarsi (1825), la tutela del lavoro minorile e femminile (1831), la giornata lavorativa ridotta e dodici ore (1847).
La crescita dell’industria richiede mercati sempre nuovi sia per smaltire i beni prodotti invenduti nel paese di origine, sia per procurarsi materie prime. A favorire questo rifornimento e a provvedere alla distribuzione dei prodotti lavorati contribuisce in modo determinante l’evoluzione dei mezzi di trasporto. Nel 1803 lo statunitense Robert Fulton (1765-1815) applica il vapore alla propulsione delle navi e, nel 1814, l’inglese George Stephenson costruisce la prima locomotiva a vapore. Intanto i singoli governi affrontano la costruzione di una rete stradale sempre più ampia ed efficiente. Dall’inizio dell’Ottocento, e progressivamente fino alla metà del secolo, commerci e scambi si intensificano e l’industria siderurgica, metallurgica e meccanica assumono a poco a poco dimensioni gigantesche, impegnando nelle fabbriche migliaia di operai. Nasce una nuova classe sociale, il proletariato, costituita da coloro che dispongono soltanto di braccia per lavorare e di una “prole” da sfamare.
La crescita del proletariato sarà condizionata in Inghilterra, Francia e Germania, specialmente dopo il 1830, dall’incremento sempre più rapido delle imprese industriali che sorgono alla periferia delle città . Ha inizio il fenomeno dell’inurbamento, ossia l’afflusso di imponenti masse di lavoratori giunte dalle campagne con la speranza di migliori condizioni di vita, ma che finiranno poi per doversi adattare a vivere spesso nell’estremo disagio sotto il costante incubo della disoccupazione e della fame.

Libro, La monner-Storia progetto modulare / Libro, Edizioni Scolastiche Bruno Mondatori- Il lavoro dell’uomo 2 / CD, ACTA- Mille anni di storia (Ottocento)

Ideologie nelle società industriali
L’avvento della società industriale, ponendo problemi nuovi e facendo emergere protagonisti sociali, ebbe rilevanti conseguenze anche sul piano delle ideologie e delle dottrine politiche. I termini liberale e democratico sono generalmente associati, come nelle spresioni democrazia liberale o regime liberal-democratico. Per tutto l’Ottocento, invece, le due espressioni indee e programmi contrassegnati da divergenze anche profonde su alcune questioni cruciali.
Il liberalismo, nato nel XVII-XVIII secolo ha la sua base l’affermazione del valore assoluto della libertà individuale. l’individuo è concepito come titolare di una serie di diritti e di libertà fondamentali: di pensiero, di parola, di proprietà , di religione. Unico limite ammissibile nell’esercizio di tali libertà è quello che deriva dalla necessità che esse siano garantite a tutti: perciò, il giusto ruolo dello stato è per i liberali quello di assicurare, attraverso la legge e la forza, tale garanzia.
Il sistema politico privilegiato dal liberalismo classico ottocentesco era la monarchia costituzionale con divisione dei poteri e suffragio elettorale censitario. Infatti, mentre i liberali l’esercizio effettivo della sovranità doveva spettare solo a quei cittadini che per requisiti economici e culturali potessero farne un uso responsabile e maturo, per i democratici il principio della sovranità popolare imponeva che a tutti fossero garantiti uguali diritti politici: il suffragio universale, in genere associato alla forma repubblicana dello stato, era dunque il centro del programma politico dei democratici. Il socialismo muove da una radicale critica del liberalismo e della società capitalistico-borghese di cui esso è espressione. Per i socialisti l’esaltazione della libertà dell’indivuduo e del mercato nasconde in realtà lo sfruttamento e l’opressione della maggior parte della società . Le garanzie di cui parla il liberalismo sono dunque appannaggio di una ristrettan minoranza che detiene il potere economico, il potere politico, la cultura. All’uguaglianza formale, che riguarda i diritti civili e politici, deve sostituirsi, per i socialisti, l’uguaglianza sostanziale delle condizioni e delle opportunità di vita. Questo conduce i socialisti a mettere in discussione la proprietà privata, considerata come fonte di un sistema sociale economico-sociale ingiusto e anche irrazionale. L’idea socialista ebbe nella prima metà dell’Ottocento molte diverse formulazioni. Così per esempio l’ideale mutualistico e cooperativistico ebbe grande impulso a opera di riformatori come l’impreditore inglese Roberto Owen e i pensatori francesi Pierre-Joseph Proudhon e Louis Blanc, per i quali l’unico modo di sconfiggere il principio di sconfiggere il principio della concorrenza capitalistica, fonte di povertà e disuguaglianza, era quello di organizzare cooperative di produzione gestita dagli stessi lavoratori.
Ma la più complessa e organica teoria politica del socialismo ottocentesco fu quella formulata dal filosofo tedesco Karl Marx. La borghesia capitalistica ha svolto, secondo Marx, una grande funzione storica: essa infatti ha edificato una società più ricca di quella aristocratica. Tuttavia, anche la società borghese vive al suo interno una contraddizione: a causa della proprietà privata dei mezzi di produzione, la ricchezza sociale prodotta viene assorbita in misura crescente da una ristretta classe, quella capitalistica, mentre la classe operaia, che rappresenta la grande maggioranza della popolazione, è mantenuta in condizioni prossime alla miseria. Lo sbocco di tale conflitto condurrà la classe operaia ad abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione e a realizzare in tal modo una società senza classi, in cui sia definitivamente eliminato lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Edizioni Scolastiche Bruno Mondatori- Il lavoro dell’uomo 2

Tags: , , ,