L’antifascismo in Italia

L’usufruire di organizzazioni paramilitari significò, per il fascismo, sviluppare clandestinamente qualsiasi forma di opposizione al regime. Conseguentemente i vari giornali socialisti chiusero e le personalità di spicco della sinistra furono costretti ad andare via dall’Italia. I pochi socialisti rimasti formarono nel 1926 la convenzione antifascista; mentre i comunisti si organizzarono in società segrete vivendo nelle zone malfamate ed agendo nell’anonimato.
Antonio Gramsci fu incarcerato nel ’27 e nelle sue lettere inviate dal carcere si riscontra il suo pensiero politico: l’ascesa del socialismo in Italia, che sarebbe dovuto salire in Italia sarebbe dovuto essere diversa dall’avvento del socialismo in Russia, poiché la realtà Italiana era diversa socialmente, economicamente ed intellettualmente.
Ma le società antifasciste venutesi a formare, non trovarono mai un’intesa tra loro ed inevitabilmente fallirono. Altro tentativo fu quello di Carlo Rosselli, con l’instaurazione di un movimento chiamato Giustizia e libertà, che prevedeva la riorganizzazione delle forze antifasciste al fine di opporsi al regime in modo più deciso. Caratterizzato fortemente dalla componente generazionale, tale movimento riteneva necessario far cambiare mentalità ai giovani per potere risolvere il problema alla radice.
Allo scoppio della guerra in Spagna parteciparono molti antifascisti con la speranza di dimostrare che la resistenza armata alla dittatura mostrata contro il franchismo potesse essere d’esempio contro il regime mussoliniano; da qui il grido “Oggi in Spagna domani in Italia”.

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