L’estensione delle colonie inglesi

La prima vera e propria politica imperiale e coloniale ottocentesca fu attuata dall’Inghilterra. L’impero britannico impose alle proprie colonie l’uso della propria lignua e un sistema di governo basava su funzionari inglesi.
I primi europei che misero piede sul territorio del Sud Africa furono i Portoghesi che vi stabilirono, dopo la scoperta del capo delle Tempeste (poi capo di Buona Speranza) da parte di B. Dà­az (1486-1487), una stazione commerciale, punto d’appoggio e rifornimento sulle vie delle Indie. Nel 1652 il territorio del Capo fu occupato da alcuni dipendenti della Compagnia olandese delle Indie Orientali ai quali si aggiunsero coloni olandesi e in seguito francesi (di religione ugonotta), tedeschi e scandinavi. Nel corso del XVII e del XVIIIsec. si formò così nell’Africa meridionale una popolazione di origine europea (i Boeri, dalla parola olandese boer, contadino), ma la Colonia del Capo fu occupata dagli Inglesi di fatto nel 1795 e di diritto nel 1815.
In origine quello degli Zulu era uno dei clan della tribù Mtetwa facente parte del regno di Dingiswayo; esso divenne importante quando il figlio del suo capo, Chaka, fu eletto capo supremo dei guerrieri di Dingiswayo. Tra il 1816 e il 1818 Chaka trasformò la struttura tribale raggruppando uomini e donne in clan militarizzati: uomini e donne potevano sposarsi solo dopo il lungo servizio militare (le donne avevano compiti logistici e di assistenza). I vecchi, come i prigionieri di guerra dopo i 40 anni, si occupavano dei campi e del bestiame. Tra il 1818 e il 1828 Chaka sconvolse l’assetto pacifico degli Nguni e dei popoli vicini tenendo in scacco Inglesi e Boeri; le tribù vinte, in parte sterminate, venivano assimilate negli Zulu. Quando Chaka fu assassinato dal fratellastro Dingane lasciò un popolo compatto padrone di gran parte dell’odierno Sudafrica; lo stesso Dingane estese le sue conquiste fino al Botswana meridionale e al Mozambico occidentale. Dingane, re degli zulu, venne affrontato e ucciso dagli Inglesi (1840) aiutati dal fratellastro Mpande. Questi cedette i territori meridionale e quelli del Botswana agli Inglesi in cambio dell’indipendenza.
I Boeri che, per conservare la loro autonomia e le loro tradizioni, emigrarono verso l’interno fondando dapprima (1840) la repubblica del Natal, poi le repubbliche dell’Orange (1852) e del Transvaal (1856).
Il figlio di Dingane, Cetshwayo, nel 1872, ricominciò la guerra contro gli Inglesi e i popoli vicini, ma fu sconfitto nel 1879 da una vasta coalizione afro-inglese e segnò la fine della potenza zulu.
Mentre procedeva da parte dei Boeri e dei coloni britannici nel corso del XIX sec. la lotta per strappare sempre più vaste estensioni di territori alle tribù indigene furono scoperti nei territori boeri grandi giacimenti di oro e diamanti, per il cui possesso sorsero gravi dissidi, culminati con l’annessione del Transvaal da parte della Gran Bretagna (1877) e la successiva insurrezione boera del 1880-1881. Conquistati la Beciuania e il territorio a nord del Limpopo, i Britannici, al comando di Cecil Rhodes, giunsero al conflitto con i Boeri, guidati dal primo ministro del Transvaal O. Kruger.
Dopo la fine della guerra anglo-boera (1899-1902), l’alto commissario inglese nell’Africa del Sud, lord W. Waldegrave Selborne, tentò la riconciliazione con i Boeri mediante un progetto di federazione dei quattro territori (Colonia del Capo, Natal, Orange, Transvaal); riunì quindi una convenzione nazionale a Durban e a Città del Capo (1908-1909), incaricata di elaborare una costituzione, il South African Act, che entrò in vigore il 31 maggio 1910. Sorse così la federazione dell’Unione Sudafricana, trasformata in dominion con un forte potere centrale: il governatore generale, nominato da Londra per cinque anni, il ministero, un senato di 40 membri, una camera di 153 membri, un’alta corte di giustizia. La competenza dei governi provinciali era limitata alle questioni scolastiche e sociali. L’unione aveva due lingue ufficiali, l’inglese e l’olandese (sostituito, nel 1925, dall’afrikaans).
Già nel XVI sec. i Portoghesi, nelle loro frequenti navigazioni a sud di Timor, dovettero costeggiare la parte settentrionale dell’Australia sospettando quindi l’esistenza di un vasto continente australe. Il continente australe, ormai tutto delimitato, sia pure a grandi linee, ricevette il nome di Nuova Olanda (1665). Nel 1770 Cook, sull’Endeavour, aveva preso possesso a Botany Bay (dove sorge l’od. Sydney) della estremità sudorientale dell’Australia, in nome del re d’Inghilterra. Il governo britannico, su suggerimento del Banks, compagno di Cook, decise poco dopo di farne un centro di deportazione, poichè la proclamazione dell’indipendenza degli Stati Uniti aveva impedito di continuare l’invio dei condannati in Virginia. Soltanto quando fu trovato un passaggio attraverso i monti (1813), ci si spinse nell’interno, e il primo centro fondato dal governatore Macquarie fu Bathurst. Parallelo all’aumento progressivo di popolazione e al procedere delle esplorazioni fu lo sviluppo di nuovi insediamenti, dovuti all’iniziativa di società per la colonizzazione (Australia Occidentale o Western Australia, 1829; Australia Meridionale o South Australia, colonia dal 1836, a opera della società Wakefield) o determinatisi in seguito alla separazione dal Nuovo Galles del Sud di territori abbastanza popolati per erigersi in Stati: Vittoria, sorto nel 1834 col nome di colonia di Port Phillip e staccatosi da Sydney nel 1851 (allorquando assunse il nome attuale), Queensland (1859). Dal 1793 era intanto iniziata l’immigrazione di coloni liberi. Alcuni Stati, come il Nuovo Galles del Sud, il Vittoria e l’Australia Meridionale, vietarono l’ingresso e la residenza ai deportati, anche a quelli ormai liberi, mentre altri, come l’Australia Occidentale, non solo li tolleravano, ma per un certo periodo li reclamarono a scopo di popolamento. Il popolamento rese possibile, nel 1856- 1857, la formazione di governi responsabili dei vari Stati (Vittoria, Nuova Galles del Sud e Tasmania, 1856; Australia Meridionale, 1857) e, superate le difficoltà iniziali, anche la creazione di regimi parlamentari regolari. In questo medesimo periodo la madrepatria concesse le costituzioni agli Stati australiani resisi indipendenti, e gelosi di salvaguardare la propria autonomia. Dopo il 1880, in seguito al pericolo dell’espansione tedesca nel Pacifico e dell’ondata immigratoria cinese e giapponese, i singoli Stati cominciarono però a rendersi conto della necessità di un’unione più stretta, e di un mutamento della politica australiana. Allorchè il Queensland, in risposta all’iniziativa della Germania che aveva organizzato una compagnia per la colonizzazione della Nuova Guinea, decise di annettersi l’isola, suscitò le proteste tedesche, determinando un intervento dell’Inghilterra, la quale spartì il territorio con Germania e Olanda (1885). Dopo varie discussioni fu indetto un referendum che, sanzionato anch’esso da un Atto del parlamento britannico (9 luglio 1900), approvò la creazione (1° gennaio 1901) del Commonwealth of Australia, ossia della Confederazione australiana, Dominion dell’Impero britannico comprendente tutti i sei vecchi Stati (Nuovo Galles del Sud, Vittoria, Australia Meridionale, Australia Occidentale, Queensland e Tasmania), la cui autonomia, peraltro, fu conservata assai più ampiamente che nella Confederazione canadese del 1867.
Se il passato remoto della Nuova Zelanda è avvolto in una nebbia mitica, la storiografia più recente comincia con una data precisa: il 13 dicembre 1642. Quel giorno, dopo un viaggio attraverso il Pacifico, il navigatore olandese Abel Janszoon Tasman avvistò una terra nuova. Nei mari del sud comparvero come per incanto cime nevose e montagne verdissime. Abel Tasman era salpato con i suoi due velieri, Heemskerk e Zeehan, dal porto indonesiano di Batavia (Giava) per incarico della compagnia olandese delle Indie Occidentali alla ricerca di nuovi mercati. Quello che scoprì fu un’isola del tutto sconosciuta che mai prima di allora era stata segnata su una carta geografica. L’olandese era approdato sulla punta settentrionale dell’Isola del Nord della Nuova Zelanda. I visitatori provenienti dall’occidente furono accolti dalle canoe dei Maori, che circondarono i velieri nella baia suonando strumenti a fiato. Non era un saluto ma un inno di battaglia. Tasman però non lo poteva sapere e ordinò alla banda di bordo di rispondere a quella che immaginava fosse una cerimonia di benvenuto accettando così, senza saperlo, una dichiarazione di guerra. Il giorno seguente le imbarcazioni Maori assalirono una scialuppa del veliero Zeehan e furono uccisi quattro uomini. Tasman decise di non mettere piede sull’isola. Il capitano e i suoi velieri abbandonarono la baia. Alla nuova terra venne dato l’anno seguente il nome di Nieuw Zeeland.
La fama della ferocia dei Maori tuttavia a lungo lontano i bianchi dalla Nuova Zelanda, che fino agli inizi del XIX sec. fu occasionalmente toccata soltanto da cacciatori di balene e da commercianti soprattutto australiani (questi ultimi, in cambio di lino e legno di sandalo, fornirono armi da fuoco agli indigeni, alimentando sanguinose lotte fratricide). Solo nel 1839, allo scopo di prevenire la penetrazione francese nella regione, per iniziativa di E. G. Wakefield venne creata in Gran Bretagna una Compagnia della Nuova Zelanda, che, sotto gli auspici del governo, organizzò una spedizione — ufficialmente con intenti missionari — agli ordini del capitano W. Hobson. Questi, precedendo di poco un’analoga spedizione francese, sbarcò in Nuova Zelanda nel gennaio dell’anno successivo e ottenne dai Maori il riconoscimento della sovranità britannica, impegnandosi per contro a garantire il rispetto delle proprietà tribali (trattato di Waitangi, febbraio 1840). In deroga ai patti, e pur venendo disapprovata dalle stesse autorità coloniali britanniche, la Compagnia della Nuova Zelanda intraprese subito la colonizzazione dell’isola del Sud, finendo col respingere gli indigeni nelle mediocri terre poste al centro dell’isola del Nord. Tale politica d’appropriazione sistematica da parte dei coloni delle terre più fertili suscitò la crescente ostilità degli indigeni, che solo a prezzo di due sanguinosissime guerre (1845-1848; 1860-1869), durante le quali furono pressochè decimati, poterono essere sottomessi. Il rapido incremento demografico della popolazione bianca favorirono un altrettanto rapido sviluppo dell’autonomia coloniale e delle istituzioni democratiche (costituzione del 1852, perfezionata nel 1870, che istituì un governo locale, concedendo larghe autonomie ai sette consigli provinciali). Nel 1907, la Nuova Zelanda, non avendo partecipato al movimento per la costituzione del Commonwealth australiano, ottenne il titolo di dominion.
Dopo l’annessione delle Fiji all’impero britannico nel 1874, gli inglesi decisero di sfruttare i terreni per coltivare la canna da zucchero. Ma non ci fu verso di far lavorare gli isolani. La promessa di futuri radiosi costruiti con il lavoro non allettava genti abituate a trascorrere il tempo sulla spiaggia sdraiate all’ombra di una palma a bere cocco verde. Non convinceva uomini che vivevano raccogliendo papaie e frutti del pane degli alberi, coltivando qualche verdura nell’orto e pescando distrattamente con la lenza annodata all’alluce. I fijiani non avevano alcuna motivazione a produrre qualcosa di diverso dal loro svagato paradiso terrestre. Allora per lavorare nelle piantagioni arrivarono gli indiani: nel 1879 la prima nave da Calcutta ne sbarcò 463 e quando le Fiji ottenere l’indipendenza nel 1970 erano quasi la metà degli abitanti.
Dopo la costruzione del canale di Suez l’Egitto si indebitò con l’Inghilterra,che nel 1882 ne approfittò per farne un suo protettorato, lasciò, cioè, alle popolazione locale la sua autonomia politica amministrativa obbligandola pero’ a dipendere dai conquistatori per tutte le questioni economiche. L’Egitto fu trasformato in un’immensa piantagione di cotone: fu per l’Inghilterra non soltanto un acquisto economico, ma anche strategico e militare.
Dall’Egitto le sue truppe controllavano l’accesso all’Africa, all’Asia e al Medio Oriente. La conquista inglese allarmò la Francia, mentre la Germania intervenne come mediatrice, nella speranza di guadagnare a sua volta compensi territoriali. Il risultato fu una complessa spartizione dell’Africa che fu sancita nel 1885 tramite la conferenza di Berlino. Si crearono degli stati, dove popolazioni tradizionalmente nemiche erano costrette a convivere mentre altre, unite dalla stessa lingua e dalla stessa storia, venivano divise. Molte tribù così entrarono in lotta tra loro: gli Europei sobillavano queste contese per dimostrare che la loro presenza era indispensabile.

Cd, Rizzoli larousse 2001- Enciclopedia multimediale / Internet- www.deagostini.it / Internet- Wikipedia / Giornale- Specchio n.17 del 1996

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