Massimilino D’Asburgo Imperatore del Messico

Massimiliano D’Absburgo (Vienna, 1832 – Querètaro, Messico, 1867), arciduca d’Austria (Ferdinando Giuseppe d’Absburgo), imperatore del Messico (1864-1867). Figlio dell’arciduca Francesco Carlo e di Sofia di Baviera, era il fratello minore dell’imperatore Francesco Giuseppe. Colto, generoso d’animo e bello d’aspetto, ma spesso ingenuo e facile all’entusiasmo, entrò in marina e nel 1854 gli venne affidato il comando della flotta imperiale. Alla fine del 1857 subentrò al maresciallo Radetzky nella carica di governatore del Lombardo-Veneto. In tale qualità si adoperò per accattivarsi le simpatie dell’aristocrazia finanziaria lombarda, promuovendo l’istituzione di una Cassa di sconto in Milano e favorendo la costituzione della Società per le ferrovie lombarde con l’apporto di capitali esteri; ma fallì nel proposito di ottenere per le province lombarde, da Vienna, un’ampia autonomia e nel corso della seconda guerra d’Indipendenza fu costretto a rifugiarsi nel castello di Miramare, presso Trieste. Grande influenza ebbe su di lui la moglie Carlotta, figlia di Leopoldo I re dei Belgi, sposata da Massimiliano a Bruxelles nel luglio 1857: quando Napoleone III, approfittando della guerra di Secessione americana, decise di affidare all’arciduca l’impero del Messico (che voleva restaurare), Carlotta vinse la perplessità del marito e lo persuase ad accettare, nonostante i rischi che l’impresa presentava: J. M. Gutièrrez de Estrada, un esule residente a Roma, a capo di una delegazione messicana offrì ufficialmente la corona a Massimiliano (convenzione di Miramare, aprile 1864). Prima di partire per il Messico sulla fregata austriaca Novara l’arciduca dovette, secondo il desiderio di Francesco Giuseppe, abdicare ai diritti sulla Corona austriaca, ma poco dopo si pentì e revocò l’abdicazione, creando un acuto stato di dissidio col fratello. Il nuovo imperatore, giunto a Veracruz il 28 maggio 1864, e insediatosi poco dopo a Città del Messico, si trovò circondato da forze ostili, mentre Benito Juà¡rez (che egli in un primo tempo tentò invano di conciliarsi) intensificava la guerriglia in una parte del paese. Appoggiato solamente da pochi aristocratici e dai clericali (che peraltro, infine, si alienò con la secolarizzazione dei beni ecclesiastici) e violentemente osteggiato dalle forze repubblicane, Massimiliano non potè reggersi se non con l’appoggio delle baionette francesi del maresciallo Bazaine, ma anche con questo i rapporti furono spesso cattivi. Con la fine della guerra di Secessione americana (1865), Juà¡rez trovò nel frattempo un potente alleato negli Stati Uniti, che non avevano mai riconosciuto Massimiliano, e l’effimero impero cominciò a sfaldarsi. Così, già nel 1866, Massimiliano pensò all’abdicazione, ma ne fu dissuaso dalla moglie Carlotta, la quale partì per l’Europa allo scopo di perorare presso le grandi potenze la causa del marito. Ma Carlotta non riuscì a nulla e, allorchè nel febbraio 1867 Napoleone III, dietro pressioni degli Stati Uniti, richiamò le sue truppe (che avevano esaurito l’ormai esangue tesoro messicano), Massimiliano finì per trovarsi completamente isolato e pressochè indifeso. Ridotto a sostenersi in sole quattro città (oltre a Città del Messico, Puebla, Veracruz e Querètaro), venne costretto a fuggire anche dalla capitale e, con scarse forze, dovette sostenere l’assedio dei repubblicani a Querètaro. Tradito da uno dei suoi, dovette capitolare il 14 maggio 1867: Juà¡rez, peraltro, aveva ordinato di lasciar fuggire l’imperatore, ma Massimiliano, dopo aver attraversato le linee nemiche a Cerro de la Campanax, si rifiutò di andare oltre abbandonando gli unici suoi due generali rimasti fedeli, T. Mejà­a e M. Miramà³n. Arrestato, venne condannato a morte, e inutili furono i passi del corpo diplomatico e di personalità di ogni tendenza per ottenere da Juà¡rez una commutazione della pena, così come inutili furono i tentativi di alcuni devoti (come il principe Felix di Salm-Salm e la moglie) per farlo fuggire. La sentenza venne eseguita il 19 giugno; Massimiliano affrontò con coraggio la fucilazione, nella quale gli furono compagni i generali Miramà³n e Mejà­a. All’infelice figura dell’imperatore il Carducci dedicò la poesia Miramar.

CD, Rizzoli Larousse- Enciclopedia multimediale

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