Romani: l’espansione romana

Dalla Monarchia alla repubblica
Secondo la leggenda, Tarquinio il Superbo fu cacciato dalla rivolta del nobile Collatino, la cui moglie era stata oltraggiata da Sesto, figlio del re. In realtà le ragioni erano più profonde: Roma stava crescendo e il re non riusciva ad attendere a tutti gli impegni; il suo governo si era fatto dispotico e i patrizi avevano perso il loro potere politico. Tutto ciò fu motivo di ribellione. Il potere venne affidato a due consoli, Bruto e Collatino (509 a.C.).

Le prime guerre repubblicane
Le città latine, preoccupate del rafforzamento di Roma, la affrontarono federate nella Lega latina, nel 496 a.C. uscendo sconfitte. Nei 493 a.C. il console Spurio Cassio firmò con queste città il Foedus Cassianum, un’alleanza di tipo difensivo. Altre guerre furono combattute (fino al 430 a.C.) contro Volsci ed Equi; di Volsci ed Equi; di esse rimasero nella leggenda le gesta di Coriolano, che passò dalla parte dei Volsci ma poi si ritirò andando incontro alla morte, e di Cincinnato, che ritornò all’attività di agricoltore dopo aver sconfitto valorosamente i Volsci, senza pretendere alcun tributo di ringraziamento. Motivi economici spinsero Roma alla guerra contro la città etrusca di Veio che, dopo un lungo assedio, fu espugnata da Furio Camillo nel 396 a.C.

L’ordinamento repubblicano
Le maggiori cariche della Repubblica romana, delineatasi tra il V e il IV sec. a.C., erano di carattere elettivo, venivano rinnovate periodicamente, erano un servizio prestato gratuitamente ed erano collegiali, cioè vi erano almeno due magistrati per ogni carica. I due consoli, che restavano in carica un anno, comandavano l’esercito, convocavano il senato e i comizi, e giudicavano i reati più gravi. Parte dei compiti dei consoli venne in seguito affidata ai questori che si occupavano della finanza.
Nei momenti di grande pericolo per lo stato, poteva essere nominato un dittatore che, in carica per sei mesi, sostituiva i consoli. Altri magistrati erano i pretori, in origine comandanti delle truppe fornite dalle tre tribù dei Ramnii, Tizii e Luceri e poi amministratori di funzioni giudiziarie, e i censori (dal 443 a.C.) che rimanevano in carica diciotto mesi, ogni cinque anni, con l’incarico di compilare le liste del censo e dei senatori, in seguito, di vigilare sulla condotta morale dei cittadini.
Il senato era composto da coloro che avevano già esercitato una delle magistrature superiori. Aveva un potere di tipo consultivo ma di fatto divenne l’organo più importante in quanto doveva approvare le proposte di legge, controllare le finanze, deliberare sulla guerra e sulla pace, concedere la cittadinanza e l’autonomia a città e popolazioni e istituire le province.
I comizi curiati e centuriati costituivano le assemblee popolari. I primi, già esistenti nell’età dei re, conservarono il solo compito di conferire la formale investitura sacrale ai magistrati. I secondi eleggevano consoli e magistrati, approvavano le proposte del senato ed esercitavano funzioni giudiziarie. La popolazione fu divisa in 193 centurie, ognuna portatrice di un voto; le prime 98 erano costituite dai cittadini più ricchi (anche plebei) che così avevano la maggioranza.

Il contrasto tra patrizi e plebei
Fin dai primi anni della Repubblica si diffuse il malcontento tra i plebei costretti al servizio militare senza ricevere il ricavato dei bottini, esclusi dall’accesso alle magistrature e dal matrimonio con i patrizi.
La prima forma di protesta fu attuata nel 494 a.C. quando, ritiratisi sul Monte Sacro o, secondo un’altra tradizione sull’Aventino, decisero di non lavorare e di non combattere. Il patrizio Menenio Agrippa riuscì a convincerli a tornare, promettendo delle riforme in loro favore.
I plebei ottennero così l’istituzione dei tribuni della plebe, che difendevano i loro interessi e avevano diritto di veto sulle decisioni dei magistrati e dell’assemblea, e dell’edilità, una magistratura in cui due rappresentanti plebei (edili), affiancando i tribuni, curavano gli interessi della plebe.
Nel 451-450, alcuni patrizi, riuniti nel collegio dei decemviri, redassero un corpo scritto di leggi penali e civili, la Legge delle XII tavole, con cui i plebei ottenevano diritti pari ai patrizi. La lotta continuò e i plebei ottennero l’abolizione del divieto dei matrimoni misti (445 a.C.), l’accesso alla questura (421 a.C.), al consolato (leggi Licinie Sestie, 367 a.C.) e ai collegi sacerdotali (300a.C.), e il riconoscimento giuridico delle assemblee della plebe, dette comizi tributi (287 a.C., legge Ortensia) le cui deliberazioni (plebisciti) erano vincolanti per tutto il popolo.

Dall’irruzione dei Galli all’espansione nella penisola
Fin dal V sec. a.C. i Celti (chiamati Galli dai romani) avevano occupato la Pianura Padana ed erano scesi fino alle Marche e all’Umbria. Nel 390 a.C. alcune migliaia di uomini, guidati da Brenno, devastarono Chiusi e calarono sul Lazio, saccheggiando e incendiando anche Roma. Lo scacco subito dalla città spinse i vecchi nemici, alleati o sottomessi, a ribellarsi, ma Roma, in una serie di guerre svoltesi in circa 40 anni, riuscì a ristabilire il suo potere.

Le guerre sannitiche
Nel 343 a.C., in cambio della completa sottomissione, Roma intervenne in aiuto di Capua contro i Sanniti che, dopo il crollo etrusco, avevano occupato la Campania. Iniziò così un conflitto per il controllo dell’Italia centro-meridionale che durò oltre 50 anni. Tra il 343 e il 341 a.C. i Romani ottennero le prime vittorie.
Un secondo conflitto, tra il 340 e il 338 a.C., oppose i Romani ai Sanniti affiancati dalla Lega latina. Al termine i Romani vittoriosi trasformarono le città laziali in municipi o città federate. Tra il 326 e il 304, Roma, nonostante lo scacco delle Forche Caudine (i militari denudati dovettero passare sotto un giogo di lance davanti ai nemici) ottenne altre vittorie.
Con l’ultimo conflitto, tra il 298 e il 290, i Sanniti furono definitivamente sconfitti con i loro alleati Galli, Etruschi e Umbri. Roma, padrona dell’Italia centrale, mirò alla Magna Grecia.

La guerra contro Pirro
Quando Roma intervenne nelle questioni interne di Turi, incontrò l’opposizione di Taranto con cui aveva firmato un trattato di non interferenza nel 303 a.C. Di lì a poco scoppiò la guerra tra le due città (282 a.C.). Taranto chiese aiuto a Pirro, re dell’Epiro (regione della Grecia nord-occidentale), che nel 280 a.C. sbarcò in Italia con 30 000 uomini e 20 elefanti.
I Romani furono inizialmente sconfitti. Quando Pirro intervenne in Sicilia a favore delle città greche contro i Cartaginesi, la guerra riprese e terminò con la vittoria romana (275 a.C.) a Maleventum (il nome fu allora mutato in Beneventum) e con l’alleanza tra le due forze (272 a.C.). Roma esercitava ormai il suo potere fino allo stretto di Messina, secondo ordinamenti diversi: i municipi avevano autonomia amministrativa ma dovevano fornire truppe e pagare un tributo, solo alcuni avevano i diritti politici; le città federate, liberamente alleatesi a Roma, avevano autonomia amministrativa, non pagavano tributi ma non avevano diritti politici e dovevano fornire le truppe; le colonie, fondate nei territori sottratti ai vinti, avevano diritti civili e politici se gli abitanti erano Romani, mentre avevano gli stessi diritti delle città federate, se gli abitanti erano Latini.

Le Guerre puniche e l’espansione in Oriente
Conquistata l’Italia meridionale, Roma si trovò a confronto con Cartagine, la città africana (nella posizione dell’odiema Tunisi) che dominava nel Mediterraneo occidentale possedendo parte della Sicilia e colonie in Sardegna, Corsica, Spagna e Baleari. A causa degli intralci reciproci nei traffici commerciali, a lungo andare, la convivenza di queste due grandi potenze, che erano state alleate, subi una rottura.
Lunghi conflitti opposero allora Roma e Cartagine (le Guerre puniche) tra il III e il II sec. a. C., al termine dei quali Roma cominciò l’ascesa a massima potenza del Mediterraneo. La terza Guerra si concluse addirittura con la completa distruzione della città africana. Durante le Guerre puniche Roma estese il suo dominio anche sulla Sardegna, sulla Corsica, sulla Sicilia (la prima provincia romana), sulla Spagna, sulla Gallia Cisalpina e Transalpina oltre che sulla Grecia e sull’Asia Minore.

La prima Guerra punica
La città di Cartagine, fondata intorno all’814 a.C. dai Fenici, aveva acquisito il monopolio commerciale nel Mediterraneo imponendo che le navi commerciali potessero approdare solo a Cartagine e non nelle sue colonie. I primi rapporti tra le due città furono di tipo amichevole, nel 508 a.C. fu stipulato un trattato di navigazione e di commercio con cui entrambe le potenze si Cartagine impegnavano a limitare le espansioni l’una a danno dell’altra.
Questo trattato fu rinnovato nel 348 e nel 306 a.C. definendo ancora più precisamente le rispettive zone di influenza. La rottura avvenne nel 264 a.C. quando i Mamertini di Messina chiesero l’intervento dei Romani per difendersi dai Cartaginesi. Roma inviò così un esercito, guidato dal console Appio Claudio, contro Cartagine e il suo alleato Gerone II di Cartagine Siracusa, che però dal 263 a.C. passò dalla parte dei Romani.
Decisiva per l’esito della guerra fu la capacità dei Romani di fronteggiare l tradizionale superiorità navale di Cartagine. Nel 260, grazie all’uso dei corvi (ponti mobili che permettevano di agganciare le navi nemiche), la flotta romana comandata da Caio Duilio sconfisse quella cartaginese a Milazzo.
Dopo il fallimento della spedizione in Africa di Attilio Regolo (256 a.C.), che fu fatto prigioniero e ucciso, i Romani al comando di Lutazio Catulo colsero la vittoria decisiva alle Egadi nel 241, costringendo i Cartaginesi a evacuare la Sicilia e a pagare una forte indennità di guerra. La Sicilia, tranne il territorio di Siracusa, divenne la prima provincia romana; nelle province che dovevano pagare un tributo, ogni tipo di potere e amministrazione era nelle mani dei Romani che vi inviavano ex consoli (proconsoli) o ex pretori (propretori). Nel 238, a pace conclusa, i Romani sottrassero ai Cartaginesi anche la Sardegna e la Corsica.

La seconda Guerra punica
Prima di iniziare un secondo conflitto con Cartagine, Roma conquistò la regione adriatica dell’Illiria (230-228 a.C.), riducendola a un piccolo principato e controllando così il canale d’Otranto. In seguito a un tentativo di incursione dei Galli, i Romani, affrontandoli, giunsero a occupare Mediolanum (Milano), affacciandosi sulla Pianura Padana (225 a.C.).
Nel frattempo, espulsi dalle isole, i Cartaginesi si erano volti verso la Spagna, che fu conquistata tra il 237 e il 219 a.C. da Amilcare Barca e da suo figlio Annibale (al quale il padre aveva inculcato un profondo odio per i Romani). La decisione di Annibale di attaccare Sagunto, alleata di Roma, provocò nuovamente la guerra (218 a.C.).
Prima che i Romani riuscissero a mandare un esercito in Spagna, Annibale invase l’Italia per via di terra, con una leggendaria traversata delle Alpi, cogliendo brillanti vittorie al Ticino (218), al Trasimeno (217) e soprattutto a Canne (216) ma senza riuscire a spaccare la confederazione romano-itailica. Nel frattempo un esercito romano comandato da Publio e Gneo Scipione impediva che dalla Spagna giungessero rinforzi ad Annibale pressato dalla tattica temporeggiatrice (di logoramento) di Quinto Fabio Massimo, eletto dittatore, ma presto rimpiazzato dai consoli Lucio Emilio Paolo e Terenzio Varrone che nel 216 ripresero il combattimento in campo aperto.
Nello scontro di Canne, in Puglia, 30.000 dei 50.000 soldati romani rimasero uccisi; Annibale rimandò però la marcia verso Roma, che in breve tempo riuscì a riprendersi. Un esercito inviato in Sicilia espugnò Siracusa e la rese tributaria di Roma (211); un altro in Macedonia combatté contro Filippo V (prima Guerra macedonica) a scopo puramente difensivo (Pace di Fenice, 205 a.C.). Quando Asdrubale, fratello di Annibale, riuscì a portare in Italia un esercito dalla Spagna, fu sconfitto e ucciso al Metauro (207).
Nel 206 Publio Cornelio Scipione (che sarà chiamato Scipione l’Africano dopo la vittoria), subentrato al comando dell’esercito romano in Spagna, colse una vittoria decisiva a Ilipa e invase l’Africa, costringendo Annibale ad abbandonare l’Italia. La vittoria di Scipione a Zama, nel 202, e costrinse Cartagine alla resa, all’abbandono di tutti i possedimenti europei e della Numidia (che divenne indipendente sotto Massinissa alleato di Roma), e al pagamento di una forte indennità di guerra.

Dall’espansione in Oriente alla terza Guerra punica
Dopo la vittoria su Cartagine, Roma intervenne nuovamente in Macedonia, su richiesta di Atene che chiedeva aiuto contro Filippo V. Nel 200 a.C. iniziò così la seconda Guerra macedonica. Nel 197 a.C. i Romani guidati da Tito Quinzio Flaminio sconfissero Filippo a Cinocefale, costringendolo a consegnare la flotta, a pagare un’indennità di guerra e a riconoscere la libertà alle città greche: al protettorato macedone si sostituì quindi quello romano.
Poichè il re di Siria Antioco III si rifiutò di ritirare le sue truppe dalla Grecia liberata dai Romani, nel 191 a.C. Roma lo attaccò, sconfiggendolo alle Termopili. L’anno seguente Lucio Cornelio Scipione sbarcò in Asia e sconfisse le truppe siriache a Magnesia.
Un nuovo conflitto con la Macedonia si delineò nel 171 a.C. quando salì al trono Persco, figlio di Filippo V, profondamente ostile ai Romani. Dopo tre anni Lucio Emilio Paolo sconfisse l’esercito macedone a Pidna, la Macedonia fu divisa in 4 repubbliche che divennero alleate di Roma. Due rivolte seguirono alla vittoria romana, quella di Andrisco in Macedonia (149 a.C.) sedata solo nel 146 a.C. da Cecilio Metello, e quella della Lega achea, sedata anch’essa nel 146 dal console Lucio Mummio. Nel frattempo, molti a Roma, tra cui il senatore Marco Porcio Catone, sostenevano la necessità di abbattere definitivamente Cartagine.
Quando Cartagine decise la guerra contro Massinissa, re dei Numidi, a causa dei suoi continui soprusi, Roma a sua volta dichiarò guerra a Cartagine (149 a.C). I Cartaginesi si arresero, ma quando seppero che tra le condizioni di pace vi era la distruzione della città, vi si asserragliarono e resistettero valorosamente fno al 146, quando Scipione Emiliano espugnò la città e la rase al suolo, trasformando il suo territorio nella provincia d’Africa. Nel 133 a.C., dopo una lunga guerriglia, Scipione Emiliano sedò in Spagna la rivolta di Numanzia, iniziando la romanizzazione del territorio spagnolo. Nel frattempo Roma sottomise anche la Gallia meridionale, dalle Alpi ai Pirenei, facendone una provincia, la Gallia Narbonensis.
Con queste vittorie Roma aveva così messo in evidenza la sua potenza e la sua solidità.

La crisi della Repubblica
Profondi cambiamenti avvennero in Roma dopo le guerre puniche e la conquista della Grecia e dell’Oriente. La diffusione della cultura ellenistica (molti artisti greci si stabilirono a Roma mentre i ricchi romani trascorrevano sempre più tempo in Grecia e in Oriente) mandò in crisi i valori della moralità romana. I ricchi senatori cominciarono a impossessarsi delle terre dello Stato reclamate anche dalla classe equestre; le classi medie, soprattutto i piccoli agricoltori che costituivano il nerbo dell’esercito, si andarono impoverendo sempre più. Tiberio e Caio Gracco si fecero promotori di una riforma agraria, ma il loro tentativo fallì, finendo addirittura nel sangue.
Dopo un decennio di pace, garantito dai senatori oligarchici, iniziò un periodo molto difficile, percorso da rivalità accese tra i diversi partiti politici. Si combatté la prima guerra civile, tra ottimati guidati da Silla e popolari guidati da Mario. Silla ebbe la meglio ma, dopo aver restaurato il potere dei patrizi ed esautorato i tribuni della plebe, si ritirò a vita privata e morì poco dopo. Le rivalità non erano però terminate e Roma era ormai alle soglie della seconda guerra civile.

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