Il Sacro Romano Impero Germanico

Nel 962 l’incoronazione di Ottone I sanciva la nascita del Sacro Romano Impero Germanico. L’accordo che venne stabilito tra Ottone I e papa Giovanni XII andava a tutto vantaggio della dinastia sassone che si arrogava il diritto di intervenire nella scelta dei pontefici e di determinare le scelte politiche. Ottenuto questo risultato, Ottone si volse verso quello che restava il suo obiettivo: l’assoggetamento della grande feudalità . A questo scopo fece leva sulla rivalità che opponeva i feudatari laici e quelli ecclesiastici. L’imperatore scelse di appoggiare questi ultimi nella consapevolezza che i vescovi-conti, per i quali non vigeva il principio dell’ereditarietà dei feudi (che alla morte tornavano all’imperatore). Ottone si volse a rendere stabili i confini dell’impero. In Italia furono sottomessi i principi longobardi. Nel 973 morì Ottone I e gli succedette il figlio Ottone II. Il nuovo imperatore dovette immediatamente affrontare una ribellione dei duchi di Baviera. La rivolta venne domata nel 978. Non meno complessa era la situazione in Italia, dove una rivolta di nobili romani avevano deposto il papa Benedetto VI. L’imperatore scese in Italia e riuscì a riportare l’ordine riportando il pontefice sul trono. Muore nel 983. Ottone III succedette al padre sotto la reggenza della madre Teofania e della nonna Adelaide. Le due reggenti dovettero combattere contro Enrico di Baviera. La ribellione venne domata nel 986. Muore nel 1002. A Ottone succedette il cugino Enrico di Baviera, figlio di quell’Enrico che si era ribellato più volte al padre e a lui. Il marchese di Ivrea Arduino si faceva incoronare re d’Italia. Questa incoronazione non rappresentava tanto il risveglio di un improbabile sentimento nazionale, quanto una reazione laica contro lo strapotere della feudalità ecclesiastica. Nel 1004 l’imperatore scese in Italia e si fece incoronare re per tornarsene immediatamente in Germania a causa della turbolenza feudatarie. Morì nel 1024. La morte di Enrico estinse la dinastia sassone e i feudatari germanici, nel desiderio di darsi un sovrano più legato alla realà della Germania, elessero Corrado di Franconia. Il re Rodolfo III di Provenza legò il proprio regno ai domini della dinastia imperiale tedesca di Franconia (Corrado II il Salico [1033]) e i diritti sul regno di Arles si trasmisero ai successori fino al 1378. I sovrani tedeschi furono però di fatto assenti dalla Provenza, dove le varie signorie feudali e cittadine si svilupparono godendo di notevole autonomia. Nel 1032 la Svizzera viene integrata nel Sacro Romano Impero Germanico. Corrado emanò nel 1037 la Constutio de feudis con la quale riconosceva l’ereditarietà dei feudi minori. Il suo gesto non gli dava tuttavia nessun vantaggio. Tentò allora, scendendo a Roma, di stringere un alleanza con il Papato. Questo progetto venne vanificato dall’aristocrazia romana e Corrado, rientrato in Germania, vi morirà nel 1039. L’epoca in cui salì al trono il successore di Corrado II era dominato dallo sviluppo del movimento cluniacense. Questa tendenza religiosa si proponeva di rinnovare la Chiesa, eliminandone alcuni degli aspetti deteriori, quali la vendita dei beni spirituali e il concubinaggio dei preti. Enrico III, consapevole dell’importanza che, per la stabilità dell’impero, aveva una Chiesa rinnovata, appoggiò il movimento. Nel contempo, dopo aver liberato la Santa Sede dal controllo dell’aristocrazia romana, la asservì completamente ai suoi fini, facendo eleggere una serie di papi germanici, che gli sarebbero stati estremamente fedeli.
La conseguenza di maggiore portata storica della ripresa economica e demografica fu il ritorno della città a un ruolo economicamente e politicamente dominante. Di conseguenza, nell’Italia settentrionale si era assistito ad una continua perdità del potere da parte dei feudatari. Il Comune era, all’origine, un’associazione privata tra i rappresentati delle famiglie più influenti della città , che aveva come obiettivo la conquista di autonomia rispetto al feudatario (per esempio, non sottostare a un determinato contributo). Ben presto però i Comuni iniziarono a esercitare il potere politico all’interno delle città , creando organi di governo. Fu la forma del Comune consolare che in seguito, nel corso del XIII verrà sotituito dal Comune podestarile, retto cioè da un podestà chiamato da fuori per tenere a freno le lotte che si scatenarono fra i diversi gruppi sociali della città . Si crearono, nel complesso universo comunale italiano, due fazioni: i guelfi, alleati del papa, e i ghibellini dell’imperatore. Nel 1056 muore Enrico III e gli succede il figlio Enrico IV. Enrico IV prese poi una decisione: quella di nominare i vescovi a seconda delle proprie esigenze. Nel 1075, Gregorio VII ribadì il divieto per ogni laico di nominare vescovi sotto pena di scomunicazione. Nel 1076, in un sinodo raduno a Worma, fece deporre Gregorio VII che, un mese dopo, scomunicava l’imperatore. Enrico IV si recò con una debole scorta presso il castello ed attese per tre giorni all’aperto sotto la neve di essere ricevuto dal Papa. Questi, resosi conto dell’abilità della mossa del suo avversario, tentò di non riceverlo. Alla fine dovette accoglierlo, assolverlo e ritirare la scomunica. Rientrato in Germania, Enrico fronteggiò vittoriosamente Rodolfo di Svevia, che in sua assenza, era stato eletto nuovo re. Nel 1081 Enrico scese in Italia dove si assicurò l’alleanza dei comuni dell’Italia settentrionale. Il papa Urbano II riuscì a mettere contro l’imperatore anche il figlio di questi, Corrado, che fece fidanzare con la figlia del re normanno di Sicilia, Ruggero d’Altavilla. Corrado venne tuttavia deposto dal padre che nominò suo erede il secondogenito Enrico. La situazione mutò a causa di una insurrezione dell’alta nobiltà ed Enrico IV venne imprigionato dal figlio, che aveva trovato appoggio nel nuovo Papa Pasquale II. Riuscito a fuggire, l’imperatore morì. L’alleanza fra Pasquale II e il nuovo imperatore non durò a lungo. Enrico V scese nel 1110 in Italia ed il Papa, consapevole di non potergli resistere con le armi, gli propose di rendergli tutti i feudi ecclesiastici purchè solo al Papato venisse riconosciuta la facoltà di investire i vescovi. Alla morte di Enrico V, la Germania fu travagliata da guerre per la successione. Enrico V aveva designato come suo successore Federico di Hohenstaufen, duca di Svevia, ma una parte dei grandi di Germania aveva eletto come re Lotario II di Suplimburgo, duca di Sassonia. Da principio ebbe la meglio Lotario II, poi prese soppravento Corrado III (1138-1152), che inizio la Casa sveva. Lotario II non mancò di intervenire nelle questioni italiane, ma senza preoccuparsi delle novità comunali. Invece Corrado III non mise mia piede nella penisola. Naturalmente, della negligenza del primo e dell’assenza del secondo i Comuni non persero tempo per ingrandirsi a spese dei grandi feudatari. Morto l’imperatore Corrado III, gli successe al trono il nipote Federico I (1152-1190). Egli potè dedicare i primi due anni di regno alla sistemazione interna della Germania. Desiderando un ritorno alla legalità , si trovò a più riprese a lottare contro i comuni. Con lo scopo di rendere noto il programma della sua nuova politica, Federico, nel dicembre, convocò una Dieta a Roncaglia, luogo tra Lodi e Piacenza. In quell’occasione l’imperatore annunciò ai convenuti, feudatari e rappresentanti dei Comuni, che tutte le usurpazioni di quei diritti che competevano all’imperatore dovevano considerarsi come non avvenute e ritornare al legittimo detentore. I Comuni non accettarono. Federico, che era venuto in Italia con forze relativamente esigue, insufficienti per affrontare Milano, sdegnato per l’ormai aperta disobbedienza dei Comuni, si sfogò distruggendo alcuni dei Comuni minori. Federico poi andò a Pavia, citò che assieme a poche altre, per odio verso le altre città concorrenti, si era schierato con lo Svevo e, quivi, cinta nell’aprile del 1155 la corona ferrea, si mosse verso Roma per ricevere dal Papa Adriano IV la corona imperiale. La seconda discesa, in cui l’imperatore venne agguerrito di un forte esercito, segnò la più decisiva offensiva imperiale e il momento della massima umiliazione per i Comuni. Nel 1158 Federico venne in Italia con il fermo proposito di rendere esecutivi i decreti della Dieta di Roncaglia. Milano e parecchie altre città cacciarono i rappresentanti dell’imperatore sfidando la sua rappresaglia. La reazione del Barbarossa fu terribile. Per prima cosa egli attaccò Crema, che, dopo aver sopportato sei mesi di barbaro assedio, si arrese e fu distrutta dalle fondamenta (1160). In quell’occasione si arrivò al punto che ostaggi e prigionieri cremaschi vennero legati alle torri d’assedio per fare in modo che gli assediati non colpissero, ma i difensori di Crema, nel furore della battaglia, superarono ogni sentimento di pietà . Poi fu la volta di Milano. Contro Milano Federico ebbe l’aiuto di Como, Novarra, Pavia e Cremona, tutte città che avevano dovuto subire l’egemonia della capitale lombarda. La resistenza dei milanesi durò quasi due anni e poi fu costretta ad arrendersi pe la fam (1162). Federico decise di distruggere la città , nonostante tutti gli abitanti, con il capo cosparso di cenere, a piedi scalzi e reggendo in mano un crocifisso, fossero venuti al campo imperiale a chiedere misericordia. Ma quel che è peggio è che il Barbarossa destinò a questo compito i Comuni minori suoi alleati, aizzando in tal modo le discordie italiane. Per il momento le deliberazioni della Dieta di Roncaglia divennero esecutive in tutta l’Italia settentrionale. Nel frattempo, con la morte di Adriano IV, avvenuta nel 1159, il dissidio con il Papato si era inasprito trasformandosi in uno scisma. Federico I, fedele ai suoi alleati, aveva addirittura tentato di influire sull’elezioni del nuovo pontefice, ma avevano eletto il più deciso esponente della corrente anti-imperiale, Alessandro III (1159-1181), che scomunicò l’imperatore. I comuni dell’Italia settentrionale, diedero vita ad un vasto movimento di alleanze. Federico da principio si preoccupò più del Papa che dei Comuni. Ma finalmente le altre città si accorsero che il programma imperiale non era anti-milanese bensì anti-comunale. Da quel momento anche i Comuni ostili alla capitale lombarda si vennero coalizzando. Altre due successive discese del Barbarossa non fecero che accelerare l’amalgamarsi delle forze a lui contrarie. Lo scontro frontale e conclusivo si ebbe durante la quinta discesa del Barbarossa nel 1174. I due eserciti si trovavano di fronte per la prima volta a Montebello, presso Voghera, ma il risultato non fu definitivo. Lo scontro finale avvenne a Legnano, tra il Ticino e l’Olona, il 29 maggio 1176, L’esercito della Lega Lombarda stava ormai ripiegando quando infransero l’urto della cavalleria nemica decidendo le sorti della battaglia. La vittoria dei comuni era completata. Federico fu costretto a venire a patti con la Chisa per la situazione che si era venuta creare in Germania, dove i feudatari ecclesiastici si rifiutavano di sostenerlo ulteriormente se non avesse fatto pace con il Papa. Nel 1190 morì Federico I. Avvenne così che Enrico VI si trovò ad essere quasi contemporaneamente re di Sicilia e Sacro Romano Imperatore. Enrico VI s’insedio sul trono dell’Italia meridionale, nonostante che le popolazioni locali tentassero d’impedirglielo e gli contrapponessero un discendente degli Altavilla. Enrico tentò di proseguire la lotta contro i Comuni tramite il governo di vicari tedeschi. Le ambizioni di Enrico VI finirono per allarmare i Comuni e specialmente il Papa, il cui territorio si sarebbe serrato entro l’impero svevo. Nel 1197, però, morì improvvisamente il giovane imperatore tedesco e l’anno successivo lo seguiva la moglie Costanza; il figlio Federico, in ancor tenerissima età , si trovò orfano di entrambe i genitori; la sua tutela era stata affidata dalla madre morente al nuovo pontefice Innocenzo III. I Comuni cacciarono i vicari tedeschi; in Germania si riaccesero le lotte fra i grandi feudatari; nel regno di Sicilia, i contrasti tra le fazioni e l’intervento del Papa e delle città marinare nell’intento di trarre profitto della confusa situazione, provocarono il caos. La Dieta di Francoforte fin dal 1196 aveva riconosciuto come re di Germania il figlio di Enrico VI, Federico, che aveva allora appena due anni e che Enrico aveva affidato al fratello Filippo di Svevia per l’incoronazione. Ma la morte di Enrico VI aveva reso imprudente il viaggio del bambino. Incominciò allora la contesa fra Filippo di Svevia, incoronato re di Germania a Mangoza, e Ottone di Brunswick, incoronato con la stessa corona a Colonia. Il contrasto tra Ottone e Filippo offrì alla diplomazia papale l’occasione d’intervenire nelle cose di Germania. Con lo scopo di eliminare una volta per tutte il pericolo di un’unione tra la corona imperiale e quella siciliana, Innocenzo III appoggiò Ottone che, nel 1209, ottenne il titolo d’imperatore. L’appoggio del Papa fu pagato da Ottone di Brunswick con la cosiddetta Capitolazione di Neuss, con la quale s’impegnava a concedere al Papato tutte quelle terre sulle quali, nel secolo VIII, era nato lo stato Pontificio. Ottone si impegnava inoltre a rinunziare a quel minimo di ingerenza nelle elezioni vescovili; a riconoscere il vassallaggio che subordinava il regno di Sicilia alla Chiesa in conseguenza dell’antica investitura concessa dal Papa ai Vichinghi. Ma, dopo l’incoronazione, il neo-imperatore Ottone VI si comportò ben diversamente. Innocenzo III lo scomunicò si accostò ai nemici di Ottone IV, contrapponendo a costui il giovane di cui era stato tutore e che aveva appena compiuto i diciotto anni: Federico II. In cambio dell’appoggio papale il giovanissimo Svevo aveva dovuto promettere di non riunire la corona imperiale a quella siciliana, di cedere allo Stato pontificio alcuni territori della penisola. Lasciata la reggenza del regno di Sicilia alla moglie Costanza d’Aragona, Federico andò in Germania a Magonza il 9 dicembre 1212. Poi egli combattè l’avversario e alleati. La battaglia decisiva, che vide vittorioso Federico e lo insignì del supremo potere imperiale, fu combattuta a Bouvines il 27 luglio 1214. Si è già spiegato come ogni sforzo del Papato avesse lo scopo di dividere le due corone. Federico, non rinunziando al regno di Sicilia, riacesse la lotte tra l’impero e i comuni: l’imperatore, nemico al Papato e ai Comuni, e il Pontefice alleato con questi. I Comuni, allarmati, avevano già stretto a San Zenone, presso Mantova, un nuovo patto tra loro, che fu la seconda Lega Lombarda. La situazione si aggravò quando Federico affrontò decisamente quei Comuni che gli erano ostili. Un aiuto davvero inaspettato venne a Federico da un feudatario dell’Italia settentrionale Ezzelino III da Romano. Approfittando della confusione e delle lotte interne tra le fazioni, costui sottomise parecchie città nel territorio di Treviso e Verona, gettando così le basi di una vasta Signoria. Il 27 novembre 1237 l’imperatore riportò a Cortenuova una decisiva vittoria sulla Lega. In Germania, affrontò e sedò una ribellione mossagli dal figlio Enrico; questi fu battuta e condotto prigiero in un casrtello della Puglia dove morì nel 1242. Federico dette in moglie ad Ezzelino la figlia Selvaggia ed elevò il figlio Enzo a Re di Sardegna. Nel 1239 il papa Gregorio IX lanciò una seconda scomunica contro Federico. Il Pontefice si mise anche alla testa di una coalizione antimperiale formata dai Comuni e dalle repubbliche marinare. Federico agì allora con incredibile audacia: nel 1241 fece assalire dai pisani, fedelissimi ghibellini, e dalla sua flotta siciliana quella genovese, che poetava i vescovi francesi al Concilio romano. A Gregorio IX succedette Innocenzo IV. Il Concilio, non essendosi potuto riunire a Roma, fu tenuto nel 1245 a Lione, in cui l’imperatore fu scomunicato per la terza volta. Successivamente, nel giro di pochi anni, sul capo dell’imperatore cadde ogni genere di disgrazie. Le truppe imperiali questa volta furono battute dai Comuni (1247). Il 13 dicembre 1250, colto da violenti febbri, Federico II morì nel suo castello di Fiorentino in Puglia. Da questo momento le storie d’Italia e di Germania si dividono e si complicano. Sembrò che Manfredi, figlio del defunto imperatore, potesse risollevare le sorti del Casato: egli, sulle orme dell’eredità paterna, condusse un’abile politica antipapale e anticomunale. Nell’Italia settentrionale, Manfredi trovò un alleato per la sua guerra nel già nominato Ezzelino da Romano. La sua condotta crudelissima alla fine provò la reazione delle forze guelfe, che nella battaglia di Cassano d’Adda nel 1259 lo vinsero e lo catturarono; Erzellino morì in prigione: essendosi strappato le bande e riaperto le ferite, si lasciò morire dissanguato. La rivincita ghibellina si ebbe in Toscana, presso Siena, nella battaglia di Montaperti.
Dopo la morte di Federico II di Svevia (febbraio 1250) il pontefice Innocenzo IV, in forza del dominio che il Papato aveva sul Mezzogiorno per effetto del vassallaggio vichingo, decise di offrire la corona di Napoli al fratello di Luigi IX di Francia, Carlo d’Angiò, purchè rinunciasse al diritto di nomina e di giurisdizione sugli ecclesiastici e alla possibilità di unire la corona di Napoli con quella imperiale, come invece era avvenuto con Federico II. Seguì la battaglia di Benevento nel 1266, in cui, nonostante una valorosa resistenza, Manfredi venne battuto e ucciso. Una settimana dopo la vittoria a Benevento su Manfredi, il 7 marzo 1266, l’angioino entrò trionfante in Napoli. Fu quella la prima volta in cui la città ospitò una corte e assunse la dignità di capitale: i nuovi sovrani si preoccuparono soprattutto del miglioramento della rete stradale e dell’abbellimento della città (fontane e bagni pubblici). Carlo I pensava solo ai suoi interessi politici. Incrementò anche il legame con il re d’Ungheria Bela IV, unendo in matrimonio i figli Carlo e Isabella con quelli del sovrano ungherese, Maria e Ladislao.
Morto Manfredi, rimaneva in Germania un ultimo rampollo della casa sveva, il figlio di Corrado IV, Corradino, che aveva circa quindici anni. Incitato dai ghibellini a riconquistare il regno di Sicilia, egli lasciò la sua terra. Carlo d’Anngiò lo affrontò e lo sconfisse nella battaglia di Tagliacozzo, in Abruzzo. Egli si rifugiò nel castello di Astura, sotto la protezione di un membro della famiglia feudataria di Frangipane. Ma quel nobile lo tradì e lo consegnò per denaro nelle mani dell’Angioino.
Ma anche Carlo d’Angio’ venne presto in contrasto con il pontefice per la sua ambizione e irritò con il suo malgoverno il popolo siciliano che si ribello’ nei Vespri Siciliani.

Libro, European book Milano-Atlantica junior n.7 / Libro, European book Milano-Atlantica junior n.8 / Internet- La storia di Napoli

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