<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Appunti di storia e filosofia &#187; crociate</title>
	<atom:link href="http://www.storiafilosofia.it/tag/crociate/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.storiafilosofia.it</link>
	<description>Raccolta di riassunti e dispense su storia e filosofia.</description>
	<lastBuildDate>Sun, 08 Aug 2010 11:26:04 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator>
		<item>
		<title>La rivoluzione francese e la presa della Bastiglia</title>
		<link>http://www.storiafilosofia.it/la-rivoluzione-francese-e-la-presa-della-bastiglia/</link>
		<comments>http://www.storiafilosofia.it/la-rivoluzione-francese-e-la-presa-della-bastiglia/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 10 Dec 2008 19:47:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[rivoluzione_francese]]></category>
		<category><![CDATA[assolutismo]]></category>
		<category><![CDATA[calvinismo]]></category>
		<category><![CDATA[crociate]]></category>
		<category><![CDATA[napoleone]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.storiafilosofia.it/aa_wp/?p=536</guid>
		<description><![CDATA[INDICE GENERALE (Dai primi moti al Consolato) Dal 1770 al 1788 &#8211; Notizie e dati orientativi Anno 1789 Anno 1790 Anno 1791 Anno 1792 Anno 1793 Anno 1794 Anno 1795 Anno 1796 Anno 1797 Anno 1798 Anno 1799 E&#8217; stato scelto, per motivi di praticità, di non riportare riferimenti bibliografici sulla storia della Rivoluzione francese: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>INDICE GENERALE (Dai primi moti al Consolato)</strong><br />
Dal 1770 al 1788 &#8211; Notizie e dati orientativi<br />
Anno 1789<br />
Anno 1790<br />
Anno 1791<br />
Anno 1792<br />
Anno 1793<br />
Anno 1794<br />
Anno 1795<br />
Anno 1796<br />
Anno 1797<br />
Anno 1798<br />
Anno 1799</p>
<p>E&#8217; stato scelto, per motivi di praticità, di non riportare riferimenti bibliografici sulla storia della Rivoluzione francese: la bibliografia è enorme e volumi su questo soggetto sono disponibili presso qualsiasi biblioteca. Comunque, per il lettore che volesse conoscere più a fondo l&#8217;argomento citiamo, senza voler far torto a nessuno, una sola opera, completa ed esaustiva: ADOLPH THIERS &#8211; Storia della Rivoluzione francese &#8211; 10 Volumi della quale esistono diverse edizioni in lingua italiana.</p>
<p><P align="center"><b>3 Gennaio 1789</b>  </p>
<p>MULHOUSE:<BR><br />
Gli abitanti votano a favore di una riunificazione alla Francia.</p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>5 Gennaio 1789</b>  </p>
<p>I CONSIGLI:<BR><br />
Legge che prevede un prestito di 80 milioni di franchi per la preparazione di uno sbarco in Inghilterra.</p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>11 Gennaio 1789</b>  </p>
<p>IL DIRETTORIO:<BR><br />
In seguito all&#8217;assassinio del Generale Duphot, viene ordinato al Generale Berthier, comandante dell&#8217;armata d&#8217;Italia, di impadronirsi di Roma.</p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>Rivoluzione francese:12 Gennaio 1789</b>  </p>
<p>IL DIRETTORIO:<BR><br />
Bonaparte espone un piano per invadere l&#8217;Inghilterra.</p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>15 Gennaio 1789</b>  </p>
<p>VAUD:<BR><br />
Insurrezione degli abitanti del paese, favorevoli alla <b>Rivoluzione</B>, contro il governo di Berna.<br />
<HR><br />
<P align="center"><b>18 Gennaio 1789</b></p>
<p>I CONSIGLI:<BR><br />
Emanata una legge che autorizza la cattura di tutte le navi, anche di paesi neutrali, che trasportino prodotti inglesi.<BR><BR></p>
<p>LA GUERRA:<BR><br />
Gli austriaci occupano Venezia, secondo quanto previsto dal Trattato di Campoformio.</p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>24 Gennaio 1789</b></p>
<p>Lettera del re che convoca le parti per le elezioni degli Stati Generali, dettando alcune regole fondamentali:<br />
- modalità per l&#8217;elezione dei deputati, tornate elettorali, ballottaggi, ecc.<br />
- preparazione dei &#8220;Cahiers de Doléances&#8221; a cura dei vari comitati elettorali. Si tratta di documenti che riportano le manchevolezze delle gestioni locali e propongono i relativi rimedi nonchè le riforme sociali e politiche, ritenute improrogabili, da attuarsi a breve. Ne verranno redatti oltre 50.000!<br />
- raddoppio del numero dei deputati da eleggere nell&#8217;ambito del Terzo Stato<br />
- completamento delle votazioni tra Marzo ed Aprile 1789.<br />
<em>Non c&#8217;era nulla nelle regole elettorali che impedisse formalmente alle donne di esprimere il loro voto. Tali regole furono però applicate in modo talmente restrittivo da impedire di fatto la loro partecipazione.</em></p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>27 Gennaio 1789</b></p>
<p>RENNES:<BR><br />
Scontri tra nobili e studenti che reclamano una pronta attuazione delle riforme sociali, economiche e politiche.</p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>Febbraio 1789</b></p>
<p>LA CARESTIA:<BR><br />
In diverse città si registrano sommosse nelle quali il popolo chiede aumenti salariali e misure per combattere la carestia.</p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>Marzo 1789</b></p>
<p>REIMS:<BR><br />
Una folla di diseredati saccheggia i granai ecclesiastici, le panetterie ed alcuni convogli che trasportano grano.</p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>Aprile 1789</b></p>
<p>LA CARESTIA:<BR><br />
Continuano le sommosse, a causa della carestia, in quasi tutti i centri urbani ed in particolare a Marsiglia e ad Aix.</p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>27 Aprile 1789</b></p>
<p>Incendio degli stabilimenti REVEILLON ed HENRIOT al faubourg Saint-Antoine.<br />
Da qualche giorno correva voce che i titolari di questi stabilimenti (produzione di carte da parati) avessero intenzione di ridurre i salari dei loro operai da 20 soldi al giorno a 15. Si dice che la notizia, risultata poi falsa, fosse stata diffusa da agitatori al soldo di politicanti mai individuati, ma in realtà la sommossa fu una manifestazione di protesta (una delle tante) nata spontaneamente e dovuta alla fame, alla carestia ed alla disoccupazione operaia particolarmente sentita nei popolari quartieri Saint-Antoine e Saint-Marcel.<BR><br />
Le truppe inviate a sedare il tumulto spararono, senza esitazione, sulla folla provocando 25 morti e 22 feriti, mentre altre 46 persone furono arrestate.<BR><br />
Ristabilita provvisoriamente la calma fu possibile constatare che nessuno degli operai dei due stabilimenti devastati aveva partecipato alla rivolta. La folla degli insorti comprendeva invece operai dell&#8217;artigianato in crisi (mobilieri), muratori, lavoratori del porto di Parigi, nonchè numerosi giovani affluiti dalla provincia alla disperata ricerca di un lavoro, dopo la disastrosa crisi agricola dell&#8217;estate 1788.<BR><br />
Alcuni di essi, introdottisi nelle cantine dello stabilimento Reveillon, hanno scambiato per vino alcune bottiglie di acido e ne hanno bevuto il contenuto, morendo tra atroci tormenti.<BR><br />
All&#8217;inizio dell&#8217;agitazione una folla di circa 3000 dimostranti si era radunata sullo spiazzo antistante l&#8217;ingresso della Bastiglia ed impediva il transito delle carrozze di alcuni nobili, ma quando apparve la carrozza con le insegne del Duca d&#8217;Orléans, sulla quale viaggiava la moglie del duca stesso, la folla proruppe in acclamazioni e quando le milizie che presidiavano il faubourg si fecero da parte per lasciar passare il veicolo, una folla di dimostranti si accodò alla carrozza e riuscì a violare il blocco delle milizie dilagando nel faubourg Saint-Antoine. Da questo episodio nacque il sospetto che la responsabilità della sommossa fosse da attribuirsi al Duca d&#8217;Orléans, notoriamente in forte contrasto con la Corte.</p>
<p><em><b>LOUIS PHILIPPE DUC D&#8217;ORLEANS</b> (detto anche PHILIPPE EGALITE).<BR><br />
Nato a Saint-Cloud il 13/4/1747 e ghigliottinato a Parigi il 6/11/1793. Discendente in linea diretta dal fratello del Re Sole, era uno degli uomini più ricchi e più ambiziosi di Francia.<BR><br />
Pur avendo votato per la morte del cugino Luigi XVI, facendo di necessità virtù, la sua recondita e segreta speranza era quella di poter cingere, un giorno, la corona, lasciando alla Rivoluzione il compito di eliminare quelli che lo precedevano, con diritto prioritario di successione al trono. Le sue speranze non erano campate per aria; nella sua veste di Gran Maestro della Massoneria e capo indiscusso del partito orleanista, poteva contare sull&#8217;appoggio incondizionato della nobiltà e della grande borghesia.<BR><br />
Come individuo era una summa di vizi: giocatore d&#8217;azzardo, amante delle corse di cavalli, cacciatore di donne dell&#8217;alta società ma anche incallito frequentatore delle prostitute dei bassifondi; spendeva molto di più di quanto poteva (e poteva molto) trovandosi, a volte, coperto di debiti, malgrado la sua ricchezza.<BR><br />
La sua politica è sempre stata molto ambigua; pur essendo sostenitore della Rivoluzione e delle sue idee più estreme, questo non gli aveva impedito di farsi eleggere agli Stati Generali come rappresentante della Nobiltà. Nel Settembre del 1792 chiede alla Comune di Parigi di rinunciare al suo nome in cambio di un nome più rivoluzionario: PHILIPPE EGALITE.<BR><br />
Viene arrestato durante il Terrore come sospetto in quanto il figlio, complice di Dumouriez, era passato agli Austriaci. Pur essendo membro del Club dei Giacobini, non era mai riuscito a convincere della sua buona fede i capi rivoluzionari; il Tribunale Rivoluzionario (e Robespierre) lo consegnano senza esitazione alla ghigliottina.<br />
La Massoneria contava allora in Francia circa 100 logge facenti capo a due obbedienze: La Grande Loggia ed Il Grande Oriente. Nel 1799 queste due obbedienze si unificheranno.</em><br />
<HR><br />
<P align="center"><b>28 Aprile 1789</b></p>
<p>Continua la rivolta al faubourg Saint-Antoine; si stima, ma non è certo, che l&#8217;agitazione abbia provocato la morte ed il ferimento di almeno 300 persone, prese a fucilate dalle guardie.</p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>29 Aprile 1789</b></p>
<p>Due manifestanti, arrestati il 27/4/1789, durante le manifestazioni al faubourg Saint-Antoine, vengono impiccati sulla Place de Grève.</p>
<p><em><b>PLACE DE GRÈVE</b> all&#8217;epoca era un ampio spiazzo, di fronte all&#8217;Hôtel de Ville (Municipio), digradante verso la Senna, come una spiaggia. Dal 1310 era il luogo abituale per l&#8217;esecuzione delle sentenze capitali. Negli anni della Rivoluzione venne istallata la ghigliottina per l&#8217;esecuzione dei criminali comuni ed in seguito anche per i politici.<BR><br />
Oggi: Place de l&#8217;Hôtel de Ville.<BR><br />
L&#8217;attuale Hôtel de Ville è stato ricostruito dopo l&#8217;incendio del 1871.</em><br />
<HR><br />
<P align="center"><b>30 Aprile 1789</b></p>
<p>MARSIGLIA:<BR><br />
All&#8217;epoca quarta città della Francia, con circa 100.000 abitanti, è in piena rivolta. La folla dei rivoltosi si impadronisce di tre fortezze dell&#8217;esercito ed ammazza il comandante di una di esse, il cavaliere De Beausset.</p>
<p>VERSAILLES:<BR><br />
In attesa della inaugurazione degli Stati Generali, alcuni deputati del Terzo Stato eletti in Bretagna, fondano, al Caffè Amaury, il Club Breton, primo nucleo di quello che diverrà il Club dei Giacobini.</p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>2 Maggio 1789</b></p>
<p>Presentazione al re dei deputati agli Stati Generali.<BR><br />
In totale si tratta di 1154 deputati così suddivisi:<BR><br />
- 285 per la Nobiltà<BR><br />
- 291 per il Clero<BR><br />
- 578 per il Terzo Stato (tutti esponenti della borghesia; nessun operaio o contadino)<BR><br />
Queste cifre sono comprensive anche dei deputati del Dipartimento di Parigi che si uniranno agli Stati Generali solo in un secondo tempo (23 Maggio), per particolari problemi elettorali.<br />
<em>La sproporzione è evidente: ci sono 576 deputati per rappresentare il 2% della popolazione (nobiltà e clero), mentre il rimanente 98% della popolazione (Terzo Stato) è rappresentato da 578 deputati.</em></p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>4 Maggio 1789</b></p>
<p>VERSAILLES:<BR><br />
Il re ed i deputati neo eletti sfilano per le strade della città e si recano in processione alla cattedrale per una solenne cerimonia.</p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>5 Maggio 1789</b></p>
<p>VERSAILLES:<BR><br />
Seduta inaugurale degli Stati Generali in un padiglione provvisorio costruito nel cortile dell&#8217;Hôtel Menus-Plaisirs.<BR><br />
Il re tiene il discorso di apertura focalizzando la sua attenzione sulle difficoltà finanziarie dello Stato, trascurando invece le riforme politiche e sociali auspicate dal popolo.</p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>6 Maggio 1789</b></p>
<p>Nasce il primo conflitto, in seno ai tre ordini, su di un banale problema procedurale: la verifica e la certificazione dei mandati dei singoli deputati.<BR><br />
Il Terzo Stato propone che la detta verifica avvenga in comune con gli ordini riuniti insieme nella sala dell&#8217;Hôtel Menus-Plaisirs. I due ordini della Nobiltà e del Clero rifiutano la proposta; il Terzo Stato occupa la sala, in attesa che gli altri ordini cambino idea e sia possibile iniziare la verifica dei mandati elettorali.</p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>11 Maggio 1789</b></p>
<p>Altro grosso problema è quello di stabilire le modalità di votazione dei futuri provvedimenti che gli Stati Generali dovranno deliberare. Si tratta di decidere tra:<BR><br />
- votare per Ordine: in questo caso il Terzo Stato diventerebbe impotente di fronte alla naturale e scontata alleanza tra Nobiltà e Clero; si voterebbe sempre a 2 contro 1.<BR><br />
- votare pro-capite con i tre ordini riuniti: in questo caso il Terzo Stato (578 voti) sarebbe in equilibrio di forze contro Nobiltà e Clero (576 voti).<BR><br />
La Nobiltà rifiuta nettamente la seconda soluzione e si costituisce in Camera Separata.<BR><br />
Il Clero è esitante e decide di sospendere provvisoriamente la verifica dei mandati dei propri deputati.</p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>20 Maggio 1789</b></p>
<p>Con moto proprio il Clero rinuncia ai suoi privilegi fiscali ed accetta il <i>principio di uguaglianza di tutti di fronte alle imposte</i>.</p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>22 Maggio 1789</b></p>
<p>Seguendo l&#8217;esempio della decisione presa dal Clero anche la Nobiltà rinuncia ai suoi privilegi fiscali ed accetta il principio di uguaglianza di tutti davanti alle imposte.<br />
<HR><br />
<P align="center"><b>23 Maggio 1789</b></p>
<p>Per sbloccare la situazione creatasi l&#8217;11 Maggio i tre ordini nominano dei commissari incaricati di dirimere la vertenza.<BR><br />
La prima riunione dei commissari fallisce ed ognuno resta fermo sulle sue posizioni.</p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>24 Maggio 1789</b></p>
<p>Fallimento della seconda riunione di conciliazione dei commissari dei tre ordini.<BR><br />
Intanto agli Stati Generali si congiungono i deputati dei tre ordini eletti nel Dipartimento di Parigi.</p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>30 Maggio 1789</b></p>
<p>Fallimento della terza riunione di conciliazione, tenuta in presenza di altri commissari, non deputati e nominati dal re, per cercare di uscire dalla situazione di stallo.<br />
  <em>E&#8217; passato quasi un mese dall&#8217;insediamento degli Stati Generali ed i tre ordini continuano a cavillare su problemi procedurali che il popolo non capisce perchè assillato dai problemi congiunturali di sempre: carestia, disoccupazione e miseria.<BR><br />
L&#8217;eco dei tumulti che scoppiano in tutto il paese (oltre 400) pare non giunga nelle dorate sale di Versailles.</em></p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>1 Giugno 1789</b></p>
<p>L&#8217;anziano deputato D&#8217;Ailly viene eletto Decano del Terzo Stato.</p>
<p><HR></p>
<p align="center"><b>Rivoluzione francese:3 Giugno 1789</b></p>
<p>Il deputato D&#8217;Ailly rinuncia alla sua carica di Decano del Terzo Stato e viene sostituito dal deputato Bailly.</p>
<p><em><b>JEAN SYLVAIN BAILLY</b> nato a Parigi il 15/9/1736 e ghigliottinato il 12/11/1793.<BR><br />
Figura di spicco della Rivoluzione quanto sfortunato. Bailly era un eminente astronomo, membro dell&#8217;Accademia delle Scienze, onorato dalla monarchia che non esitava a chiedere i suoi consigli; contribuì con Luigi XVI a stabilire regole e modalità per garantire una elezione democratica dei deputati degli Stati Generali.<BR><br />
Eletto deputato per il Terzo Stato, diviene decano dell&#8217;Ordine, presidente dell&#8217;Assemblea Costituente e poi sindaco di Parigi. Di idee moderate, fu sconvolto dalle molteplici atrocità insite nella Rivoluzione e dal massacro del genero Bertier. Detestato dai monarchici per la sua adesione al Terzo Stato, le sue idee moderate gli procurarono la diffidenza ed il sospetto da parte di capi estremisti quali Marat e Desmoulins. Lasciata la carica di sindaco di Parigi, si rifiuta di espatriare (come gli era stato consigliato) e si rifugia prima a Nantes e poi a Melun presso l&#8217;amico Laplace.<BR><br />
Arrestato e processato, viene condannato a morte come uno dei capri espiatori del massacro del Campo di Marte del 17/7/1791 nel quale non c&#8217;entrava per nulla. Prima di essere decapitato al Campo di Marte, viene abbandonato alle sevizie di una folla inferocita, per oltre due ore.</em></p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>4 Giugno 1789</b></p>
<p>Necker, neutrale nella sua veste di Ministro delle Finanze, presenta un progetto di accordo tra i tre ordini che il Clero accetta subito.<BR><br />
Muore a Meudon il delfino Louis Joseph François Xavier, Conte di Viennois, all&#8217;età di anni 7. Suo fratello cadetto Louis Charles, Conte di Normandie, di 4 anni, diventa il nuovo delfino.<BR><br />
Il re si ritira a Marly per un breve periodo di lutto.</p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>6 Giugno 1789</b></p>
<p>La Nobiltà, dopo avere esaminato e vagliato il progetto di Necker, lo rifiuta.</p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b></b>10 Giugno 1789</b></p>
<p>Su proposta di Sieyès, il Terzo Stato decide di cominciare da solo la verifica dei mandati dei deputati di tutti gli ordini.</p>
<p><em><b>EMMANUEL JOSEPH SIEYES</b>, nato a Fréjus il 3/5/1748 e morto a Parigi il 20/6/1836.<BR><br />
Avrebbe voluto dedicarsi alla carriera delle armi ma i parenti si imposero perchè diventasse prete. Cacciato una prima volta da un seminario, per mancanza di vocazione, riuscì, alla fine, a ricevere gli ordini. Se anche mancava di vocazione, in seminario aveva ben appreso il comportamento enigmatico, elusivo e sfuggente tipico dei preti, sempre pronto a lanciare il sasso e poi nascondere la mano. Venne chiamato la &#8220;talpa della rivoluzione&#8221;.<BR><br />
Malgrado appartenesse al clero, riuscì a farsi eleggere deputato per il Terzo Stato, dopo aver pubblicato un saggio intitolato &#8220;Cosa è il Terzo Stato&#8221;, che fece molta impressione. Rieletto in seguito alla Convenzione, vota per la morte di Luigi XVI; questo gli frutterà l&#8217;esilio, come &#8220;regicida&#8221;, nel 1815, nonostante avesse collaborato alla presa del potere da parte di Napoleone.<BR><br />
Arrivista per costituzione, i suoi traffici sotterranei furono innumerevoli e se la cavò sempre per il rotto della cuffia, malgrado Robespierre lo tenesse d&#8217;occhio. Quando qualcuno gli chiedeva cosa avesse fatto durante il Terrore, rispondeva candidamente &#8220;sono sopravissuto&#8221;. Finirà i suoi giorni molto ricco ed affetto da demenza senile. </em></p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>12 Giugno 1789</b></p>
<p>Inizia la verifica dei mandati dei deputati da parte del Terzo Stato.</p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>13 Giugno 1789</b></p>
<p>La compagine dell&#8217;Ordine del Clero comincia a cedere. Tre deputati di questo Ordine si uniscono a quelli del Terzo Stato.<BR><br />
La cosa è abbastanza naturale. L&#8217;Ordine del Clero contava 291 deputati; di questi circa 50 erano alti prelati, vescovi e cardinali che costituivano lo zoccolo duro dell&#8217;Ordine. Gli altri erano preti comuni e parroci, che avevano un contatto più stretto con la gente e quindi erano più sensibili agli umori del popolo. I membri più modesti dell&#8217;Ordine avevano fiutato da tempo quale era il possibile carro del vincitore e perciò facevano di necessità virtù.</p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>14 Giugno 1789</b></p>
<p>Sei altri deputati del clero, tra i quali l&#8217;abate Henry Grégoire, si uniscono al Terzo Stato.</p>
<p><em><b>HENRY BAPTISTE GREGOIRE</b>, nato a Veho il 4/12/1750 e morto a Parigi il 28/5/1831.<BR><br />
  Gesuita, pur essendo refrattario alle idee filosofiche dei suoi tempi, nondimeno mostrerà, in svariate occasioni, un grande spirito di tolleranza. Scrittore, studioso dei problemi sociali, sarà un sostenitore dei diritti delle minoranze nere ed ebraiche e della libertà di culto. Durante gli Stati Generali i suoi interventi favoriranno l&#8217;unione dell&#8217;Ordine del Clero con quello del Terzo Stato; pur essendo contrario alla &#8220;Costituzione Civile del Clero&#8221;, sarà il primo a prestare giuramento alla Costituzione stessa e diventerà Vescovo Costituzionale.<BR><br />
  Partecipa alle riunioni del Club dei Giacobini ma rifiuterà sempre di rinunciare all&#8217;abito talare. Grande promotore di interventi per l&#8217;istruzione pubblica e per la conservazione del patrimonio artistico nazionale, in grave pericolo per gli atti vandalici della Rivoluzione.<BR><br />
  Ostile al potere di Napoleone (che lo nominerà conte) si batterà accanitamente contro la firma del Concordato con il Vaticano e contro qualsiasi apertura verso la Santa Sede.</em></p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>17 Giugno 1789</b></p>
<p>Su proposta di Sieyès, i deputati del Terzo Stato, considerato che rappresentano il 96-98% del paese, si autoproclamano Assemblea Nazionale, e cominciano a legiferare in materia fiscale. Una vera e propria prova di forza.</p>
<p><HR><br />
<P align="center"><b>19 Giugno 1789</b></p>
<p>Stupito ed imbarazzato dalla prova di forza del 17 Giugno, l&#8217;Ordine del Clero mette ai voti la proposta di riunione all&#8217;Assemblea Nazionale. La proposta viene approvata con 149 voti a favore e 137 contrari.</p>
<p align="center"><b>20 Giugno 1789</b></p>
<p>Il re sente il suo potere minacciato dalle decisioni dei giorni precedenti. Con una scusa banale ordina la chiusura della sala dell&#8217;Hôtel Menus-Plaisirs, per prendere tempo e per studiare una propria linea di condotta, unitamente all&#8217;Ordine della Nobiltà.<BR><br />
Decisione quanto mai improvvida!<BR><br />
I deputati dell&#8217;Assemblea Nazionale non si perdono d&#8217;animo ed occupano una sala vicina: quella del Jeu de Paume (Pallacorda) e, seduta stante, il deputato Target redige una formula di giuramento che Bailly legge e tutti i presenti (meno uno) giurano e sottoscrivono. Il giuramento vincola i deputati <i>&#8220;a non separarsi mai ed a riunirsi, in qualsiasi luogo imposto dalle circostanze, finchè il regno non abbia una costituzione basata su solide fondamenta.&#8221;</i></p>
<p><HR></p>
<p align="center"><b>21 Giugno 1789</b></p>
<p>Riunione del Consiglio di Stato del Re (Consiglio della corona) per studiare i provvedimenti da adottare contro l&#8217;Assemblea Nazionale.<BR><br />
Un piano di riappacificazione proposto da Necker viene rifiutato; si opta per una linea dura.<BR><br />
Il &#8220;Consiglio di Stato del Re&#8221; comprendeva, oltre al sovrano e la regina, il &#8220;Consiglio dei Ministri&#8221; composto dai seguenti dicasteri:<BR><br />
- Interni<BR><br />
- Affari Esterni<BR><br />
- Giustizia (Guarda Sigilli)<BR><br />
- Finanze<BR><br />
- Guerra<BR><br />
- Marina</p>
<p><HR></p>
<p align="center"><b>22 Giugno 1789</b></p>
<p>Riunione dell&#8217;Assemblea Nazionale nella chiesa di S. Luigi a Versailles. Partecipano anche 150 deputati del clero e 2 della nobiltà.<BR><br />
E&#8217; una riunione interlocutoria e di attesa delle decisioni del re, previste per la Seduta Reale del 23 Giugno.</p>
<p><HR></p>
<p align="center"><b>23 Giugno 1789</b></p>
<p>Seduta Reale. Il re tiene un atteggiamento duro, sprezzante e minaccioso. In buona sostanza pretende:<BR><br />
- l&#8217;annullamento delle decisioni prese, negli ultimi giorni, dalla neo Assemblea Nazionale;<BR><br />
- la riunione dei tre Ordini in sale separate come avvenuto all&#8217;apertura degli Stati Generali;<BR><br />
- il voto per Ordine e non pro-capite.<BR><br />
In caso di inadempimento gli Stati Generali verrebbero sciolti.<BR><br />
Alla fine della seduta il deputato Mirabeau replica: &#8220;<i>noi siamo qui per la volontà del popolo e usciremo di qui solo sotto la costrizione delle baionette&#8221;.</i><BR><br />
Luigi XVI ha perso così i suoi poteri di monarca assoluto; di fatto i deputati del Terzo Stato si rifiutano di abbandonare la sala e proclamano <i>l&#8217;inviolabilità dei membri dell&#8217;Assemblea Nazionale.</i></p>
<p><em><b>HONORE GABRIEL RIQUETTI</b> Conte di MIRABEAU, nato a Bignon il 9/3/1749 e morto a Parigi il 2/4/1791.<BR><br />
Approda alla politica all&#8217;età di 40 anni dopo una vita di scandali e di dissolutezze che lo conducono più volte in prigione. La famiglia lo rinnega e lo disconosce per certi suoi vizi ritenuti innominabili, presi, probabilmente, a prestito dal contemporaneo Marchese di Sade.<BR><br />
Alcuni biografi sostengono sia stato sposato, dal 1772 al 1774, con la marchesa Marie de Marignan.<BR><br />
La vita dissoluta lo lascia a corto di denaro e trova una soluzione ai suoi problemi nel farsi eleggere deputato del Terzo Stato, cosa che gli consentirà di tenere un atteggiamento alquanto ambiguo e racimolare quattrini da più parti.<BR><br />
Di figura imponente, molto brutto e con una voce stentorea, tuona sovente, in seno all&#8217;Assemblea Nazionale Costituente, esigendo quelle riforme che il popolo da tempo si attende. Questo gli assicura il consenso popolare, come si potrà constatare dopo la sua morte, ma dà anche slancio a certi suoi disegni ambigui che cerca di attuare mediante segreti contatti con la Corte; deputato populista quindi ma allo stesso tempo consigliere segreto di Luigi XVI, che lo remunera sotto banco, pur non tenendo in gran conto i suoi consigli.<BR><br />
Un&#8217;ascesa politica folgorante, dalle prigioni agli onori del Pantheon, dopo la sua morte prematura, avvenuta nel 91. Si suppone sia stato avvelenato su mandato della Corte.<BR><br />
In Assemblea, sui banchi opposti della nobiltà, sedeva anche il fratello ANDRE BONIFACE LOUIS RIQUETTI visconte di MIRABEAU-TONNEAU.</em></p>
<p><HR></p>
<p align="center"><b>25 Giugno 1789</b></p>
<p>Alla Assemblea Nazionale si uniscono 47 deputati della nobiltà, tra i quali Philippe duca d&#8217;Orléans.<BR><br />
In questa data nasce praticamente la Comune di Parigi.<BR><br />
All&#8217;inizio erano riunioni spontanee di cittadini, in una locanda di Rue Dauphine, in seguito trasferite all&#8217;Hôtel de Ville, nella sala Saint-Jean. Un gruppo di rappresentanti della cittadinanza delibera che il re deve:<BR><br />
- allontanare le truppe reali e straniere che minacciano l&#8217;Assemblea Nazionale a Versailles e la città di Parigi; si tratta di reggimenti che il re ha fatto affluire alla spicciolata per fronteggiare possibili moti eversivi;<BR><br />
- accordare piena libertà di azione agli Stati Generali;<BR><br />
- permettere la formazione di una &#8220;guardia borghese&#8221; (poi guardia nazionale) di matrice popolare.<BR><br />
A questo punto la rivoluzione si sdoppia in due movimenti ben distinti che percorrono cammini paralleli, ma non sempre, l&#8217;uno procedendo nell&#8217;ordine, secondo il ritmo della legislatura, l&#8217;altro nel disordine al ritmo dei movimenti di strada. Questo ultimo avrà il sopravvento sulla lentezza delle istituzioni.<BR><br />
<i>Il popolo di Parigi che entra nella storia e che la fa, è ancora strettamente circoscritto nei limiti di una città medioevale. Il suo stile di vita ne è profondamente segnato.<BR><br />
Assenza di comfort, supremazia della chiesa quale miscela di crapuleria e di superstizioni; la vita quotidiana è totalmente integrata ad una tradizione alla quale sfugge solamente la classe intelletuale. Quest&#8217;ultima farà una rivoluzione con un ritmo tranquillo che corrisponde a quello dei fatti e della logica che lo spingono, mentre la rivoluzione del popolo si farà con colpi selvaggi, in maniera brusca e molta indisciplina come sono i fatti di strada. Il popolo fa la rivoluzione scegliendo la strada per teatro delle sue manifestazioni e dei suoi atti sanguinari e affermandosi nei luoghi che sono quelli di credenze beffarde, di un culto screditato, d&#8217;una morale superata e di una forza scossa: quella della chiesa.</i></p>
<p><HR></p>
<p align="center"><b>27 Giugno 1789</b></p>
<p>Dopo l&#8217;atteggiamento minaccioso, tenuto in occasione della Seduta Reale del 23 Giugno, il re ci ripensa, fa marcia indietro e chiede agli Ordini del Clero e della Nobiltà di fondersi con quello del Terzo Stato.<BR><br />
Gli Stati Generali, nella loro totalità, diventano quindi Assemblea Nazionale.</p>
<p><HR></p>
<p align="center"><b>30 Giugno 1789</b></p>
<p>La prigione de l&#8217;Abbaye di Parigi viene invasa dalla folla che libera alcune guardie, incarcerate per aver assistito a riunioni di natura politica presso alcuni &#8220;clubs&#8221; cittadini.<BR><br />
I clubs, nel periodo precedente e durante la Rivoluzione, erano delle associazioni di cittadini che si riunivano per discutere di problemi politici. Si entrava a far parte di un club mediante presentazione di altri appartenenti e pagando un modesto contributo annuale per coprire le spese. è comunque improprio ritenerli dei &#8220;partiti&#8221; nel senso moderno del termine.<BR><br />
I clubs, propriamente detti <i>rivoluzionari</i>, erano invece nati per iniziativa di deputati degli Stati Generali, di uguale tendenza politica, per discutere, extra Assemblea, su provvedimenti, decreti e leggi da proporre al vaglio ed alla approvazione dell&#8217;Assemblea vera e propria; potevano partecipare a queste riunioni anche comuni cittadini.<BR><br />
Tra i clubs più importanti, in grado di imporre, a volte, ampie svolte al corso della politica generale, si ricordano:<BR><br />
- il club dei Giacobini<BR><br />
- il club dei Cordelieri<BR><br />
- il club dei Foglianti<BR><br />
- ecc.<BR><br />
Si è discusso molto sul se e sul quanto abbia influito la Massoneria nel creare il clima rivoluzionario. Quale è stata l&#8217;influenza delle Logge massoniche sui clubs? Quanti politici aderenti ai clubs erano massoni?<BR><br />
A queste domande non è mai stata data una precisa risposta. Resta il fatto che la Massoneria rappresenta un potere e, come tutti i poteri, è molto attenta ai momenti di crisi politica che possono offrire opportunità di occupare nuovi spazi.<BR><br />
Per alcuni autori è innegabile la rinascita della Massoneria, tra le classi borghesi, dopo il 1795, e la sua influenza sul Direttorio.</p>
<p><HR></p>
<p align="center"><b>2 Luglio 1789</b></p>
<p>Manifestazione a Palais Royal contro la concentrazione di truppe intorno a Parigi. Malgrado le sollecitazioni ricevute, il re continua ad ammassare truppe intorno alla città; si tratta di 30.000 soldati, agli ordini del maresciallo De Broglie.<BR><br />
In realtà il re non avrebbe probabilmente richiamato truppe intorno a Parigi se non fosse stato forzato a farlo dalla presa di posizione della regina, dei fratelli e di molti cortigiani, dopo la misera figura del 27 Giugno.<BR><br />
La concentrazione delle truppe intorno a Parigi è stata comunque recepita come un complotto aristocratico e della Corte per annullare l&#8217;autorità ed i poteri dell&#8217;Assemblea.</p>
<p><em><b>PALAIS ROYAL</b>, costruito nel 1639 per conto del cardinale Richelieu (Palais Cardinal) e poi, dopo la sua morte, passato alla Corona ed infine al Duca d&#8217;Orléans, che ne traeva una cospicua rendita.<BR><br />
Nel 1781 vennero aggiunte le tre ali porticate che circondano il giardino. Le gallerie (portici) ospitavano numerosi caffè, sale da gioco, bazar, ristoranti e botteghe di vario genere.<BR><br />
Il peristilio Nord e quello Sud erano il ritrovo di un grande numero di prostitute comprendenti donne a partire dai 14 anni sino all&#8217;età del disarmo.<BR><br />
Le tariffe variavano grandemente, da 3 soldi a 3 lire, secondo lo charme e l&#8217;età delle professioniste. Alcune &#8220;specialiste&#8221;, in grado di soddisfare contemporaneamente le esigenze di due clienti chiedevano 25 soldi. Comunque, a scanso di disdicevoli discussioni, a partire dal 1790, un giornale dedicava parte del suo spazio alla pubblicazione della Tarif des filles du Palais-Royal. Pare che la sifilide fosse più comune del raffreddore.<BR><br />
Era divenuto famoso un locale dotato di una orchestra formata esclusivamente di soli ciechi in modo che non potessero distrarsi alla vista delle esibizioni orgiastiche a cui gli avventori si abbandonavano. Napoleone, non ancora generale, nei suoi soggiorni parigini, non disdegnava mescolarsi alla folla eterogenea, elegante e perversa, miserabile, furba ed intrigante che affollava il luogo in qualsiasi ora del giorno e della notte. Oggi è una oasi di tranquillità nel convulso traffico cittadino.<BR><br />
Per speciale concessione ottenuta dal Duca di Orléans, la polizia non poteva entrare nel sito e quindi tutto poteva accadere; durante la Rivoluzione, giardino e gallerie divennero sede di focolai rivoluzionari e luoghi abituali di scontri politici, anche violenti.<BR><br />
Dopo l&#8217;arresto e la condanna di Luigi XVI verrà, per qualche tempo, chiamato Palais-Egalitè.</em></p>
<p><HR></p>
<p align="center"><b>3 Luglio 1789</b></p>
<p>ASSEMBLEA NAZIONALE: Elezione del Duca di Orléans come presidente dell&#8217;Assemblea.<BR><br />
Il duca rifiuta e viene rimpiazzato con l&#8217;arcivescovo di Vienne Lefranc De Pompignan.<BR><br />
Il re informa, con lettera, l&#8217;Assemblea sulle misure prese per garantire l&#8217;ordine a Parigi, minimizzando sul numero e sulla natura delle truppe.</p>
<hr />
<p align="center"><b>5 Luglio 1789</b></p>
<p>Intanto la carestia continua. Il malumore popolare cresce anche per il fatto che la qualità del pane è, negli ultimi tempi, assai peggiorata.<BR><br />
Lo Hôtel des Invalides, che comprende anche un deposito di armi, viene messo in stato di allerta.</p>
<p><em><b>HÔTEL DES INVALIDES</b>. Grande complesso di edifici, costruito nel 1670, da Luigi XIV, per ospitare anziani soldati ed invalidi di guerra, privi di assistenza e di sostentamento.<BR><br />
All&#8217;epoca della Rivoluzione ospitava 4-5000 assistiti, una parte dei quali ancora in grado di prestare sevizio di guardia e di presidio; alcune squadre di veterani presidiavano l&#8217;Hôtel de Ville, l&#8217;Arsenale, la Bastiglia, ecc. Per questo motivo l&#8217;Hôtel des Invalides disponeva di una propria armeria.<BR><br />
Altri invalidi non ospiti, circa 15.000, ricevevano una pensione di tre soldi al giorno.</em></p>
<p><HR></p>
<p align="center"><b>6 Luglio 1789</b></p>
<p>ASSEMBLEA NAZIONALE:<BR><br />
Creazione in seno all&#8217;Assemblea di un Comitato per la definizione dei principi fondamentali della nuova Costituzione.</p>
<p><HR></p>
<p align="center"><b>7 Luglio 1789</b></p>
<p>ASSEMBLEA NAZIONALE:<BR><br />
Elezione dei 30 membri che dovranno fare parte del comitato della nuova Costituzione.</p>
<p><HR></p>
<p align="center"><b>8 Luglio 1789</b></p>
<p>ASSEMBLEA NAZIONALE:<BR><br />
Il deputato Mirabeau si fa portavoce della mozione popolare del 27 Giugno e chiede l&#8217;allontanamento delle truppe concentrate intorno a Parigi e la creazione di una &#8220;Guardia Borghese&#8221;, svincolata dai precedenti poteri e destinata a mantenere l&#8217;ordine nella capitale.</p>
<p><HR></p>
<p align="center"><b>9 Luglio 1789</b></p>
<p>ASSEMBLEA NAZIONALE:<BR><br />
L&#8217;Assemblea si proclama ASSEMBLEA NAZIONALE COSTITUENTE. (A.N.C.)<BR><br />
Proclamandosi <i>&#8220;Costituente&#8221;</i> l&#8217;Assemblea mette in discussione il concetto di <i>&#8220;Monarchia Assoluta&#8221;</i> in nome di una nuova <i>Legittimità Nazionale&#8221;</i>, compiendo così il primo atto propriamente rivoluzionario.</p>
<p><HR></p>
<p align="center"><b>11 Luglio 1789</b></p>
<p>Necker non ha mai goduto delle simpatie della regina e dei fratelli del re. Indotto da questi, Luigi XVI lo licenzia e lo sostituisce alla Direzione delle Finanze con Breteuil.</p>
<p><em><b>LUOIS AUGUSTE LE TONNELIER barone di BRETEUIL</b>. Nato ad Azay-le-Feron il 7/3/1730 e morto a Parigi il 2/11/1807.<BR><br />
Dopo un periodo dedicato alla carriera diplomatica, ottiene un incarico a corte nel 1783. Viene incaricato, nel 1785, dell&#8217;arresto del cardinale di Rohan implicato nell&#8217;affare del collier.<BR><br />
Consigliere del re, ha sempre optato per una linea di repressione dura ed energica contro i tumulti, che il sovrano non avrà mai il coraggio di adottare. Dopo la presa della Bastiglia, varca i confini, con presunti e non ben precisati incarichi, da parte di Luigi XVI, presso le corti d&#8217;Europa. Rientra in Francia solo nel 1802.</em></p>
<p><HR></p>
<p align="center"><b>12 Luglio 1789</b></p>
<p>I parigini non hanno gradito la notizia del licenziamento di Necker e tanto meno il nome di Breteuil che dovrebbe sostituirlo. è la scintilla che fa esplodere i disordini.<BR><br />
Gli insorti incendiano le barriere del dazio che con le loro gabelle contribuiscono al rincaro del pane. Anche il Convento dei Lazaristes viene messo a fuoco, sospettato di nascondere ingenti quantità di grano.<BR><br />
L&#8217;esercito carica la folla davanti al palazzo delle Tuileries, ma gli insorti trovano un aiuto inaspettato da parte delle <i>Guardie Francesi</i> che abbracciano la causa del popolo e respingono gli attacchi del reggimento Royal-Allemand.<BR><br />
Il re, allarmato da questi eventi, si rivolge stupito ad un nobile, La Rochefoucauld-Liancourt:<BR><br />
-<i> Ma è dunque una rivolta?</i> -<BR><br />
-<i> No sire. è una rivoluzione.</i> -<BR></p>
<p><em>Le Gardes-Française erano un corpo speciale di 3600 uomini, creato nel 1563, quale guardia del corpo di Carlo IX.<BR><br />
Questo reggimento, in seguito, si fonderà ed entrerà a far parte della Guardia Nazionale Parigina.</em></p>
<p><HR></p>
<p align="center"><b>13 Luglio 1789</b></p>
<p>Giornata densa di eventi.<BR><br />
All&#8217;Hôtel de Ville, un gruppo di cittadini elettori, stanchi delle incertezze e dei tentennamenti dell&#8217;Assemblea Nazionale Costituente e delle stesse autorità municipali, si costituisce in COMITATO PERMANENTE e decide la costituzione di una Milizia Borghese; presidente del Comitato Permanente viene eletto Flesselles, sindaco di Parigi.<BR><br />
Intanto cortei di cittadini percorrono la città abbandonandosi a saccheggi ed incendi, con la connivenza delle Guardie Francesi che rifiutano di abbandonare la capitale.<BR><br />
Gruppi di manifestanti assaltano i depositi dell&#8217;Hôtel des Invalides e si impadroniscono delle armi che vi sono custodite, circa 3000 fucili ed alcuni cannoni.<BR><br />
Il re, dal canto suo, rinforza le truppe dislocate intorno a Parigi.<BR><BR></p>
<p>A Palais Royal, l&#8217;avvocato Camille Desmoulins, in piedi sui tavoli dei caffè, incita la folla a prendere le armi, temendo che il licenziamento del ministro Necker, noto per i suoi interventi moderatori, preluda ad un nuovo massacro di cittadini, come quello dello scorso Aprile. Desmoulins invita tutti i rivoltosi a distinguersi fregiandosi di una foglia d&#8217;albero.<BR><br />
Le armi prese all&#8217;Hôtel des Invalides ed assegnate alla neo-costituita Milizia Borghese, necessitano di munizioni. Viene chiesto a Flesselles, che è anche prevosto dei mercanti, di far aprire i depositi della polvere da sparo; Flesselles acconsente, solo dopo molte esitazioni, e questo gli sarà fatale.<BR><BR></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
I deputati si dichiarano in seduta permanente ed attribuiscono la responsabilità degli eventi al re ed ai suoi ministri.</p>
<p><em><b>CAMILLE DESMOULINS</b>, nato a Guise il 2/8/1760 e ghigliottinato a Parigi il 5/4/1794.<BR><br />
Avvocato, senza clienti e con scarsi mezzi di sostentamento, fino alla Rivoluzione, passa le sue giornate nei caffè di Palais Royal dove dà prova di un eccezionale talento oratorio e letterario che lo condurranno, negli anni seguenti, ad essere uno dei giornalisti più letti del paese.<BR><br />
Entrato in politica, diviene membro del Club dei Cordelieri e, in seguito, Segretario Generale del Ministero di Giustizia e deputato alla Convenzione.<BR><br />
Come politico non ha mai avuto molto successo; viene considerato come un &#8220;ragazzo un pò snob&#8221;, dotato di troppa fantasia e troppo poco buon senso. Riesce a dare il meglio di sè solo quando scrive.<BR><br />
Le vicende politiche lo portano dai Cordelieri ai Montagnardi, ai Girondini, agli Indulgenti per approdare infine alla ghigliottina, con il beneplacito di Robespierre che, prima, si era ben servito di lui.<BR><br />
Anche la moglie Anne Lucille Laridon-Duplessis, estranea alla politica, finirà sulla ghigliottina per soddisfare, si disse, un cupo desiderio di vendetta di Robespierre.</em></p>
<p><HR></p>
<p align="center"><b>14 Luglio 1789</b></p>
<p>La presa della Bastiglia. La fortezza, agli ordini del Governatore Bernard Marchese di Launay, disponeva di un effettivo di 30 guardie svizzere e 80 invalidi di guerra.<BR><br />
Al mattino la folla armata (alla quale si mescolano anche alcuni soldati della guarnigione cittadina) si accalca intorno alle mura e chiede venga abbassato il ponte levatoio e aperto l&#8217;ingresso ai cortili interni. Il Governatore Launay cerca di negoziare, fa qualche concessione e permette ai rivoltosi di occupare alcuni cortili, ma non basta. Alcuni colpi di arma da fuoco, partiti dalla folla, danno inizio ad una vera e propria battaglia che durerà quattro ore, provocando almeno un centinaio di morti fra gli insorti.<BR><br />
Alle ore 17, il Governatore, onde evitare ulteriori massacri, ordina il cessate il fuoco e propone la resa purchè sia fatta salva la vita dei suoi uomini e la sua. Accettate le condizioni, i rivoltosi invadono il forte e per prima cosa decapitano il malcapitato Launay ed issano la sua testa su di una picca, come trofeo; si dice che ad ucciderlo sia stato un certo Jourdan detto Mozza-Teste, suo ex attendente. Il marchese di Pellepont, che aveva cercato di intervenire per liberare il Launay, viene ucciso a colpi d&#8217;ascia da uno degli insorti.<BR><br />
Strano destino quello di Launay, nato e morto nello stesso posto; infatti era nato il 9/4/1740 all&#8217;interno della Bastiglia, essendo allora suo padre il governatore in carica.<BR><br />
Gli insorti provano qualche delusione quando, aperte le segrete, trovano solo 7 prigionieri e cioè:<BR><br />
- 4 falsari (di documenti, non di denaro)<BR><br />
- 1 pazzo (nobile rinchiuso con lettre de cachet sollecitata dai parenti)(White?)<BR><br />
- 1 accusato di incesto (Conte di Solages, rinchiuso con lettre de cachet richiesta dal padre)<BR><br />
- 1 complice del mancato regicida Damien, contro Luigi XV. Probabilmente era Tavernier, rinchiuso da oltre trent&#8217;anni.<BR><br />
Portati in trionfo all&#8217;Hôtel de Ville, i prigionieri &#8220;liberati&#8221; verranno interrogati da una commissione che deciderà la loro sorte:<BR><br />
- i 4 falsari ed il complice di Damien ritornano in galera<BR><br />
- il pazzo finisce in manicomio<BR><br />
- il giovane incestuoso torna a casa affidato alla custodia del padre.<BR><br />
Durante le incontrollabili manifestazioni della folla, anche il sindaco Flesselles, che il giorno prima aveva esitato a consegnare la polvere da sparo agli insorti, viene decapitato e la sua testa portata in trionfo sulla punta di un picca.<BR><BR></p>
<p><i>A questo punto è necessaria una postilla, riportata con riserva e senza garanzia di verità. Non tutti gli storici concordano sul numero dei prigionieri liberati. Alcuni parlano di un ottavo prigioniero: un suddito del Regno di Napoli, coinvolto nell&#8217;Affare del Collier, e rinchiuso, per ordine di Luigi XVI, prima del processo.<BR><br />
Confuso, incredulo, frastornato da eventi che non riesce a comprendere, durante il corteo trionfale verso l&#8217;Hôtel de Ville, l&#8217;infelice partenopeo si infila lestamente in quel dedalo di viuzze che si affacciavano sulla Rue Saint-Antoine e fa perdere per sempre le sue tracce.</i></p>
<p><em><b>LA BASTIGLIA</b>, piccola fortezza dotata di 8 torri, fatta costruire da Carlo V, tra il 1365 ed il 1383. Come mezzo di difesa non era mai servita a niente.<BR><br />
In quattro secoli di vita era stata assediata sette volte, da cittadini rivoltosi, e si era arresa in sei occasioni.<BR><br />
Dismessa come fortezza, ai tempi di Richelieu, venne destinata ad essere una prigione: una prigione un pò speciale. Nella Bastiglia venivano rinchiusi certi personaggi, in base a speciale ordine del re (lettre de cachet), che dovevano essere fatti sparire con &#8220;discrezione&#8221;, evitando processi pubblici che avrebbero potuto recare disdoro al clero, alla nobiltà ed alla corte stessa.<BR><br />
Per tale motivo simboleggiava l&#8217;aspetto più protervo, bieco ed incontrollato dell&#8217;assolutismo monarchico. Conquistare la Bastiglia significava, per il popolo, abbattere il simbolo della tirannia e dell&#8217;ingiustizia.</em></p>
<p align="center"><b>15 Luglio 1789</b></p>
<p>LA CORTE:<BR><br />
Il re fa marcia indietro ed annuncia all&#8217;Assemblea Nazionale Costituente il ritiro delle truppe dislocate intorno a Parigi.<BR><BR><br />
LA COMUNE:<BR><br />
Il deputato Jean Sylvain Bailly viene eletto nuovo sindaco di Parigi in sostituzione di Flesselles ucciso il giorno prima. Il Marchese La Fayette viene nominato comandante della Guardia Borghese ora ribattezzata Guardia Nazionale.<BR><BR><br />
DIGIONE:<BR><br />
L&#8217;eco degli eventi parigini, giunto a Digione, provoca una sommossa e la decisione della municipalità di costituire una Guardia Borghese.</p>
<p><em><b>MARIE JOSEPH PAUL YVES ROCH GILBERT MUTIER</b> marchese di <b>LA FAYETTE</b>. Nato a Chavaniac il 6/9/1757 e morto a Parigi il 20/5/1834.<BR><br />
Il giudizio degli storici su La Fayette è sempre stato diviso tra chi lo ritiene un eroe e chi invece lo considera un millantatore; su una cosa, però, quasi tutti concordano: sulla sua smodata ambizione e sulla sua vanità.<BR><br />
In relazione con Beniamino Franklin, si reca un paio di volte in America per partecipare alla guerra di indipendenza americana e si fa promotore, presso Luigi XVI, per l&#8217;invio di un contingente francese a supporto degli indipendentisti d&#8217;oltre oceano. Il costo della spedizione è tale (due miliardi di lire) da dare il colpo di grazia alle già traballanti finanze francesi.<BR><br />
Ritornato in Francia nel 1785, desideroso di gloria e di potere, si dedica al culto della propria personalità, spendendo una fortuna per mantenere al suo servizio un cospicuo numero di persone incaricate di &#8220;applaudirlo&#8221; quando passa per strada ed elogiarlo ad ogni minima occasione (erano chiamati i &#8220;mouchards&#8221; di La Fayette). Meritata o meno, la sua fama presso il popolino sale alle stelle.<BR><br />
Consigliere del re, elargisce una dovizia di discutibili consigli per salvare la monarchia, tanto da far esclamare a Maria Antonietta: &#8220;dobbiamo smetterla di farci salvare da La Fayette altrimenti, dopo, chi ci salverà da lui?&#8221;<BR><br />
Tornato a galla, dopo la restaurazione, non avrà migliore fortuna con Napoleone, che lo considerava come uno dei principali responsabili della caduta della monarchia.<BR><br />
E&#8217; sepolto in una modesta tomba nel cimitero di Picpus.</em></p>
<hr />
<p align="center"><b>16 Luglio 1789</b></p>
<p>LA CORTE:<BR><br />
Altra marcia indietro del re che richiama Necker alla Direzione delle Finanze.<BR><BR><br />
LA COMUNE:<BR><br />
L&#8217;Assemblea degli Elettori di Parigi decreta la demolizione della Bastiglia e conferisce l&#8217;incarico all&#8217;impresario edile Palloy, uomo di provata fede rivoluzionaria.<BR><BR><br />
LA PROVINCIA:<BR><br />
- Cresce la turbolenza in molte città della Francia, nelle quali regna ormai uno stato di anarchia. A Lione ed a Rennes vengono costituiti Comitati Municipali Permanenti e creati corpi di Guardie Borghesi.</p>
<p><em>E&#8217; improprio dire che la Bastiglia è stata distrutta o demolita; la Bastiglia è stata smontata con la stessa cura ed attenzione che un orologiaio dedicherebbe ad un delicato meccanismo.<BR><br />
<b>PIERRE FRANCOISE PALLOY</b> (1755-1835), imprenditore edile, che si vantava di essere uno dei <i>Vincitori della Bastiglia</i> per aver preso parte agli eventi del 14 Luglio.<BR><br />
Ricevuto l&#8217;appalto per la demolizione, Palloy si rende subito conto della straordinaria fortuna che gli è capitata e si mette tosto al lavoro, con il metodo e la determinazione di una termite.<BR><br />
Attacca, inizialmente, le opere accessorie e ricupera sistematicamente tutto, sino all&#8217;ultimo chiodo; nulla va perso: infissi, serramenti, catene, chiavistelli, piombi, chiavi, serrature, ecc. e poi (quì stà il colpo di genio) invece di vendere il tutto come materiale di ricupero, fraziona il bottino e lo rivende, pezzo a pezzo, come <i>&#8220;Souvenir della Rivoluzione&#8221;</i> incamerando una straordinaria quantità di denaro.<BR><br />
Successivamente aggredisce le opere murarie e smonta la fortezza, pietra su pietra. La maggior parte delle pietre viene ceduta ad altre imprese come materiale da costruzione e per il completamento del ponte della Concorde; la maggior parte ma non tutte! Qualche centinaio di pietre, che rispettavano determinate proporzioni di altezza, larghezza e lunghezza, vengono messe a parte (altro colpo di genio) e poi affidate a scalpellini che le scolpiscono e ne ricavano tanti modelli in scala della famigerata fortezza.<BR><br />
Il primo modello di Bastiglia Palloy lo manda in dono al re (inedita presa per i fondelli!); molti altri (83) vengono donati alle varie autorità dipartimentali ed ai politici, in quel momento più in auge; infine, quelli che restano vengono ceduti, a prezzo di affezione, a collezionisti ed estimatori di souvenirs rivoluzionari, con profitti che si possono solo immaginare. Un&#8217;altra parte delle pietre servirà per la costruzione della sua ricca casa di Sceaux.<BR><br />
Ma gli invidiosi sono sempre in agguato; nel 1794 viene accusato di concussione (o reato simile) ed è costretto a ritirarsi a Sceaux con il suo patrimonio dove, per molti anni, continuerà ad elaborare progetti e scrivere memorie che nessuno prenderà mai in considerazione. L&#8217;ultima trovata sarà una specie di &#8220;bando&#8221; con il quale offre la figlia in sposa a quell&#8217;uomo di conclamate (secondo lui) virtù degne della pulzella in questione.<BR><br />
Muore semipazzo nel 1835.<BR><br />
La demolizione della Bastiglia è durata sei mesi. A fine lavoro Palloy consegna alla Municipalità un&#8217;area perfettamente spianata che verrà utilizzata per raduni, cerimonie e ricorrenze popolari.</em></p>
<hr />
<p align="center"><b>17 Luglio 1789</b></p>
<p>Luigi XVI accetta, torto collo, il perentorio invito della Municipalità e si reca in visita all&#8217;Hôtel de Ville, stupito e timoroso dei 10.000 popolani armati che fanno ala al corteo reale. Sancisce così, con la sua presenza e suo malgrado, l&#8217;autorità della Comune.<BR><br />
Entra nel palazzo sotto una volta di spade incrociate, brandite dai popolani, e viene ricevuto dal nuovo sindaco Bailly e da La Fayette, che gli appunta sul cappello una nuova coccarda, di sua invenzione, con i tre colori rosso, bianco e blu.<BR><BR><br />
Molti, intanto, sentono che il terreno comincia a scottare, fanno i bagagli e riparano all&#8217;estero. Tra i primi ad emigrare si conta lo stesso fratello del re, il Conte di Artois, seguito dal Duca di Bourbon, dal Duca d&#8217;Enghien ed ancora le famiglie dei Breteuil, dei De Broglie, dei Polignac e di tanti altri. Dopo qualche peregrinazione per gli stati europei, molti di loro approderanno a Torino, ospiti di Vittorio Amedeo III, re degli Stati Sardi.<BR><br />
Gli emigrati, che con il loro gesto, si dichiarano apertamente contro la Rivoluzione, metteranno la famiglia reale e tutti i monarchici nella condizione di essere considerati <i>nemici interni</i>.<BR><BR><br />
Camille Desmoulins pubblica <i>La France Libre</i> e da alle stampe il primo numero di <i>Revolutions de Paris</i>.</p>
<p><em>Il fenomeno dell&#8217;emigrazione si è sviluppato per ondate successive: circa il 20% è emigrato prima del 1793; il restante 80% è stato spinto oltre i confini dalla paura del Terrore. Il numero totale degli emigrati, stimato in 145.000 persone, è stato percentualmente ripartito in:<BR><br />
25% = preti<BR><br />
20% = contadini<BR><br />
15% = operai, artigiani, commercianti<BR><br />
17% = borghesi<BR><br />
17% = nobili<BR><br />
6% = ufficiali e militari disertori.<BR><br />
<BR><br />
Secondo Daniel Roche gli emigrati, a seguito degli eventi rivoluzionari, sarebbero stati 160.000 così ripartiti:<BR><br />
51% = Terzo Stato<BR><br />
25% = Nobili<BR><br />
17% = Preti<BR><br />
7% = Altri<BR><br />
<BR><br />
Gli emigrati che rientravano clandestinamente in patria (per difficoltà economiche o di varia natura), dopo il 20/4/1792, erano sottoposti ad un giudizio estremamente sommario e consegnati al boia.<BR><br />
Dopo il 17/9/1793, i parenti degli emigrati vennero automaticamente iscritti nelle liste dei sospetti.<BR><br />
A Torino e, successivamente, a Coblenza alcuni nobili, di rango superiore, cercarono di dare vita a comitati contro-rivoluzionari, confidando nell&#8217;appoggio di un gruppo di armati riuniti nel campo di Jales; altri, invece, costituirono, a loro spese, milizie personali contro-rivoluzionarie, senza però mai raggiungere un significativa forza di pressione esterna. Tra questi il Principe di Condè riuscì ad organizzare 20 reggimenti di 400 reclute l&#8217;uno.</em></p>
<hr />
<p align="center"><b>20 Luglio 1789</b></p>
<p>LA GRANDE PAURA:<BR><br />
In quasi tutto il paese scoppia contemporaneamente una violenta rivolta contadina. Gruppi di braccianti disoccupati e di mendicanti, armati alla meglio, battono le campagne distruggendo e saccheggiando i raccolti, uccidendo il bestiame e terrorizzando gli agricoltori.<BR><br />
E&#8217; la Grande Paura che si diffonde rapidamente destabilizzando il già tentennante ordine del mondo contadino, costringendo molti a fuggire, caricando i loro beni su carrette o a dorso di mulo. Nel disordine più assoluto anche il brigantaggio di strada si diffonde aggiungendo paura a disperazione. I briganti più efferati sono i cosidetti <i>chaffeurs</i>, per la loro abitudine di bruciare i piedi alle vittime allo scopo di farsi rivelare gli eventuali nascondigli di denaro o di gioielli.<BR><br />
Dal canto suo l&#8217;esercito si rifiuta di intervenire.<BR><br />
La contemporaneità dei moti scoppiati in vari punti del paese, assai lontani tra loro, ha fatto sospettare che esistesse una regia occulta del Duca d&#8217;Orléans, operata a mezzo di suoi emissari.<BR><br />
Il bilancio sarà tragico. è stato stimato che almeno 400 persone siano rimaste vittime della sommossa: appesi ai lampioni o uccisi nei loro castelli.<BR><br />
Questa tensione si attenuerà dopo l&#8217;abolizione dei diritti feudali, decretata il 4 Agosto seguente.<BR><BR><br />
L&#8217;esempio dei primi emigranti è contagioso ed inquietante e spinge molti altri nobili a varcare i confini.</p>
<hr />
<p align="center"><b>21 Luglio 1789</b></p>
<p>STRASBURGO:<BR><br />
Le autorità municipali facenti capo al vecchio regime monarchico sono spazzate via e sostituite da una nuova municipalità di estrazione popolare.</p>
<hr />
<p align="center"><b>22 Luglio 1789</b></p>
<p>
A Parigi, in Place de Gréve, la folla massacra l&#8217;intendente della capitale Bertier De Sauvigny e Joseph Foulon accusati di speculazioni sul grano.<BR><BR><br />
Bertier, nemico dichiarato di Necker che lo aveva costretto a dimettersi, era stato arrestato a Compiègne. Viene fatto a pezzi ed i suoi resti sparsi per le vie di Parigi.<BR><BR><br />
Foulon, ex intendente alle finanze e molto introdotto a Corte, è stato arrestato a Viry-Châtillon e condotto a piedi nudi a Parigi. Durante il viaggio lo obbligano a dissetarsi con una mistura di aceto e pepe ed a detergersi il sudore con fasci di ortiche. Impiccato ad un lampione, la corda si spezza ed allora viene decapitato.</p>
<p><em>Durante i numerosi linciaggi avvenuti nel corso della Rivoluzione, i lampioni erano il mezzo di gran lunga preferito. Si racconta che l&#8217;abate Maury abbia salvato la pelle suscitando l&#8217;ilarità dei presenti con la seguente battuta: -&#8230;e quando mi avrete appeso ci vedrete forse più chiaro?-</em></p>
<hr />
<p align="center"><b>23 Luglio 1789</b></p>
<p>MANS:<BR><br />
Moti ed uccisioni in seno alle lotte per la sostituzione dei vecchi poteri.</p>
<hr />
<p align="center"><b>24 Luglio 1789</b></p>
<p>Creazione di una nuova amministrazione municipale a Parigi formata da 120 rappresentanti eletti nei 60 distretti della capitale.</p>
<hr />
<p align="center"><b></b>25 Luglio 1789</b></p>
<p>I deputati del Terzo Stato si recano in corteo all&#8217;Hôtel de Ville, per rendere omaggio alla nuova Autorità Municipale, seguiti ed accompagnati da una folla immensa di cittadini. Il Terzo Stato si è ormai reso conto dell&#8217;esistenza di due poteri rivoluzionari: l&#8217;Assemblea Nazionale e la Comune di Parigi che, non sempre, riusciranno a convivere ed a collaborare per il buon esito della Rivoluzione.<BR><BR><br />
La Grande Paura continua e si segnalano moti a Colmar ed insurrezioni contadine in Alsazia e nello Hainaut.</p>
<hr />
<p align="center"><b>26 Luglio 1789</b></p>
<p>Insurrezione contadina nel Mâconnais.</p>
<hr />
<p align="center"><b>28 Luglio 1789</b></p>
<p>Uscita del primo numero del <i>Patriote Française</i>, giornale di Brissot.</p>
<p><em><b>JACQUES PIERRE BRISSOT</b> (detto anche BRISSOT DE WARVILLE). Nato a Chartres il 15/1/1754 e ghigliottinato a Parigi il 31/10/1793.<BR><br />
La vanità è il mio primo stimolo, il secondo è la ricchezza, così Brissot definiva se stesso.<BR><br />
Prima di dedicarsi alla politica aveva avuto una vita estremamente varia ed avventurosa: da semplice scrivano ad ore ad inviato diplomatico in America. Imprigionato più volte per debiti e rinchiuso, per qualche tempo, nella Bastiglia per un libello contro la regina, publicato a Londra.<BR><br />
Anche la sua vita politica è stata una tumultuosa avventura finita tragicamente; aveva il dono (o il difetto) di schierarsi sempre su posizioni opposte a quelle di chi deteneva il potere. Cacciato dal Club dei Giacobini, Robespierre farà di tutto per mandarlo a morte. Alcuni biografi, d&#8217;altro canto, lo hanno esaltato per le sue virtù definendolo uomo probo, onesto e buon cittadino, vittima dell&#8217;odio di Robespierre.</em></p>
<hr />
<p align="center"><b>29 Luglio 1789</b></p>
<p>CLUNY:<BR><br />
La Guardia Borghese reprime la rivolta contadina che infuria nei dintorni della città.</p>
<hr />
<p align="center"><b>2 Agosto 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
- Il deputato Salomon chiede vengano attuate repressioni severe contro i moti contadini.<BR><br />
- Le funzioni dei corpi di polizia ancora esistenti vengono assorbite dalle Municipalità e smistate alle Sezioni periferiche. In provincia vengono affidate ai vari Distretti.</p>
<hr />
<p align="center"><b>4 Agosto 1789</b></p>
<p>LA CORTE:<BR><br />
Il re, unitamente a Necker, procede ad un rimpasto ministeriale facendo assegnamento su alcuni amici di La Fayette.<BR><BR></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
Nel corso di una seduta notturna viene decisa l&#8217;abolizione della maggior parte dei privilegi feudali esistenti ed il riscatto a pagamento, da parte dello Stato, di alcuni altri antichi diritti.<BR><br />
E&#8217; stata una svolta storica importante, intesa anche a calmare gli animi nelle campagne, dove la rivolta infuria e molti castelli vengono dati alle fiamme; i rivoltosi cominciano anche a saccheggiare ed a bruciare i beni dei contadini piccoli proprietari e dei borghesi.<BR><br />
L&#8217;Assemblea, con uno storico colpo di spugna, abolisce assurdi privilegi parassitari che erano andati cumulandosi nei secoli, a favore dei nobili:<BR><br />
- servitù di corvee, manomorta e servitù personali<BR><br />
- diritto di giustizia feudale<BR><br />
- decime dovute ai nobili per i più assurdi motivi<BR><br />
- <i>obbligo di imposta alla pari con tutti gli altri proprietari</i>.<BR><br />
In una notte si sono ottenuti quei risultati che Turgot, Calonne ed altri non erano riusciti ad ottenere con anni di inutili interventi.<BR><BR></p>
<p>LA COMUNE:<BR><br />
Dopo la presa della Bastiglia sono stati emessi 863 brevetti di <i>&#8220;Vincitore della Bastiglia&#8221;</i> come riconoscimento di civismo e di spirito patriottico; documenti destinati ad agevolare la carriera politica e l&#8217;accesso a posti di responsabilità.</p>
<hr />
<p align="center"><b>7 Agosto 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
Necker fa una esposizione allarmante sulla situazione finanziaria dello Stato. <BR><BR></p>
<p>Pubblicazione del <i>&#8220;Progetto Svelato per Addormentare il Popolo&#8221;</i>, dove Marat stima insufficienti le riforme votate durante la notte del 4 Agosto.<BR><BR></p>
<p><em><b>JEAN-PAUL MARAT</b>. Nato a Boudry (Ch) il 24/5/1743 ed assassinato a Parigi il 13/7/1793.<BR><br />
  Era di origine sarda, nato in una famiglia emigrata in Svizzera, in cerca di lavoro. Il padre, Mara, era un prete cattolico passato, in un secondo tempo, al calvinismo. Il nome Mara-t è stato inventato dallo stesso Jean-Paul, per darsi una parvenza di origine francese.<BR><br />
  Se non fosse stato prematuramente ammazzato da Charlotte Corday, avrebbe conteso a Robespierre il titolo di uomo più terribile della Rivoluzione.<BR><br />
Dopo aver studiato medicina in Olanda, Inghilterra e Scozia, si stabilisce a Parigi e pubblica un libro in cui tratta alcuni Accademici di Francia da ignoranti; il libro non ha nessun successo e viene aspramente criticato da tutte le parti (anche Voltaire lo critica), al punto da rendere l&#8217;autore furibondo ed ai limiti della follia.<BR><br />
Con una laurea in medicina acquistata presso una compiacente Università scozzese, Marat campa al soldo del Conte d&#8217;Artois, in qualità di medico della guardia del corpo, dedicando tutto il suo tempo libero ad assurdi ed inutili esperimenti scientifici, illudendosi di poter così umiliare gli accademici e gli uomini di scienza che non lo apprezzano.<BR><br />
Entrato in politica pubblicherà, tutto solo, un suo giornale con il quale incita, ad ogni occasione, il popolo al massacro e chiede 500-10.000-100.000 teste per il trionfo della Rivoluzione.<BR><br />
Si rivela, in tal modo, un fanatico sanguinario, sempre trasandato, incredibilmente sporco per essere un medico, spaventosamente brutto e con il corpo coperto di eruzioni dovute ad un diffuso eczema. Questo lo costringerà, negli ultimi mesi di vita, a restare a bagno, per ore, in una tinozza colma di uno strano infuso di erbe medicinali.<BR><br />
Alcuni storici sostengono fosse affetto da lebbra; altri che avesse contratto una infezione durante la sua fuga, attraverso le fogne, il 18/7/1791, dopo la strage del Campo di Marte. Comunque sia, puzzava in modo tale che quando sedeva in Assemblea i vicini di banco cambiavano, con molta discrezione, di posto.<BR><br />
Un piccolo mistero: pare che Marat si sia sposato, il 10/8/1792, con Simonne Évrard ma il certificato di matrimonio che quest&#8217;ultima avrebbe presentato in tribunale, per reclamare l&#8217;eredità, sarebbe risultato falso.</em></p>
<hr />
<p align="center"><b>9 Agosto 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
In risposta alla richiesta di Necker, intesa a far fronte alla crisi finanziaria, viene votata l&#8217;emissione di un prestito di trenta milioni di lire.</p>
<hr />
<p align="center"><b>10 Agosto 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
Viene approvato un decreto che impone ai militari di prestare giuramento di fedeltà <i>alla Nazione, al Re, ed alla Legge.</i><BR><BR></p>
<p>PARIGI:<BR><br />
Madame De Méricourt ha istigato la folla contro il giornalista monarchico Suleau e lo ha fatto massacrare. Era colpevole di avere pubblicato una satira su di lei sul giornale <i>Les Actes des Apôtres.</i></p>
<p><em><b>ANNE JOSÈPHE TERWAGNE</b> detta THÉROIGNE DE MÉRICOURT (1762-1817).<BR><br />
Di umili origini ma fisicamente ben dotata, in gioventù, ha messo a frutto le sue grazie in prestigiose alcove di mezza Europa, finchè nel Maggio 1789 approda a Parigi, dove si dice abbia avuto un ruolo importante nella presa della Bastiglia e nella marcia su Versailles. Cantante, di tendenze politiche incerte, critica ferocemente in pubblico tutti i più noti personaggi del momento, dai monarchici ai giacobini, Robespierre compreso. Nel 1793 un gruppo di deputati montagnardi, stanchi dei veleni che va spargendo, l&#8217;aggrediscono, mentre passeggia da sola, la spogliano nuda in mezzo alla strada e cominciano a sculacciarla tra l&#8217;ilarità generale di una numerosa folla subito accorsa a godersi lo spettacolo.<BR><br />
Quella che doveva essere una modesta, piccante punizione si trasforma però in tragedia. La Méricourt impazzisce di colpo, comincia ad urlare come una ossessa e continuerà ad urlare per tutto il resto della sua vita, sino al 1817, rinchiusa in un manicomio.</em></p>
<hr />
<p align="center"><b>11 Agosto 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
Un decreto approva definitivamente le decisioni prese durante la notte del 4 Agosto. è un decreto che sancisce l&#8217;abolizione del feudalesimo, proclama l&#8217;uguaglianza civile e fiscale ed abolisce assurdi e secolari privilegi.<BR><BR></p>
<p>CAEN:<BR><br />
Si registrano moti e sommosse. Uno dei privilegi aboliti, quello del <i>diritto di caccia</i>, darà luogo ad una reazione imprevista. Nei giorni che seguiranno, enormi masse di contadini, spinti dalla fame, batteranno le campagne uccidendo tutto ciò che capita a tiro. Questo porterà al quasi totale annientamento della fauna selvatica del paese.</p>
<hr />
<p align="center"><b>12 Agosto 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
Creazione di un Comitato Ecclesiastico con lo scopo di definire il nuovo status degli appartenenti alla chiesa.</p>
<hr />
<p align="center"><b>13 Agosto 1789</b></p>
<p>Visita dei deputati dell&#8217;Assemblea Nazionale Costituente al re, per notificargli il nuovo titolo che gli è stato attribuito di <i>&#8220;Restauratore della Libertà Francese&#8221;</i>; la visita è seguita dalla celebrazione di un Tedeum nella cattedrale di Versailles.</p>
<p align="center"><b>18 Agosto 1789</b></p>
<p>Prime conseguenze all&#8217;estero degli eventi di Francia: una insurrezione nel Liégeois che caccia il Reggente (principe-vescovo).</p>
<hr />
<p align="center"><b>20 Agosto 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
- L&#8217;Assemblea approva la fondazione della &#8220;Società Corrispondente dei Coloni Francesi&#8221; per difendere gli interessi dei coloni delle Antille contro alcuni movimenti partigiani che lottano per l&#8217;abolizione della schiavitù.</p>
<hr />
<p align="center"><b>21 Agosto 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
- Inizio della discussione sulla dichiarazione dei diritti dell&#8217;uomo redatta dai deputati Mirabeau e Sieyes. Si tratta di un passo necessario e propedeutico alla redazione ed alla approvazione della nuova Costituzione.<BR><br />
<em>Non è una dichiarazione molto incisiva; pur riconoscendo i più elementari e naturali diritti dell&#8217;uomo non prende in considerazione il problema della schiavitù. Il fatto può sembrare strano ma occorre rammentare che, con l&#8217;aiuto dato agli indipendentisti americani, la Francia aveva, in pratica, conseguito il monopolio del commercio degli schiavi con il Nord America. Questo comportava entrate di tutto rispetto anche per le sofferenti casse dello stato. La tratta degli schiavi verrà abolita da Napoleone nel Marzo del 1815.</em></p>
<hr />
<p align="center"><b>23 Agosto 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
Viene proclamata la libertà di opinione religiosa; è un passo per giungere alla separazione tra Stato e chiesa.</p>
<hr />
<p align="center"><b>24 Agosto 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
Viene proclamata la libertà di stampa ed abolita la censura, sino ad allora, operata dai &#8220;Censori Regi&#8221;.<BR><BR><br />
Pubblicazione del primo numero del giornale &#8220;La Chronique de Paris&#8221;.</p>
<hr />
<p align="center"><b>26 Agosto 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
Viene approvata la stesura definitiva della &#8220;Dichiarazione dei Diritti dell&#8217;Uomo e del Cittadino.&#8221;<br />
Malgrado tutti i suoi limiti e l&#8217;ombra che su di essa proietterà la ghigliottina, questa dichiarazione rappresenta una delle più grandi svolte nella storia dell&#8217;umanità.</p>
<hr />
<p align="center"><b>27 Agosto 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
Necker torna alla carica e richiede l&#8217;emissione di un prestito di 80 milioni di lire, essendo fallito quello proposto il 9 Agosto.</p>
<hr />
<p align="center"><b>28 Agosto 1789</b></p>
<p> A.N.C.:<BR><br />
Sono trascorsi quasi 5 mesi dall&#8217;insediamento degli Stati Generali (divenuti poi Assemblea Nazionale Costituente). Durante questo periodo il re si è avvalso pesantemente del suo diritto di veto per respingere un ingente numero di decreti approvati dall&#8217;Assemblea. Tra i decreti più importanti, respinti dal re (regina?) c&#8217;è anche quello del 4 Agosto sulla abolizione dei diritti feudali.<BR><br />
Per smuovere questa situazione di stallo l&#8217;Assemblea inizia la discussione sulla legittimità del diritto di veto del re.</p>
<hr />
<p align="center"><b>29 Agosto 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
Emissione di un decreto che ristabilisce la libertà di commercio del grano. Provvedimento infelice che provocherà l&#8217;accaparramento e la speculazione su di un bene di prima necessità già scarso.<BR><BR><br />
Appare il primo numero del &#8220;Journal des Débats et des Décrets.</p>
<hr />
<p align="center"><b>30 Agosto 1789</b></p>
<p> Camille Desmoulins promuove, a Palais Royal, un tentativo di sollevazione popolare inteso ad ottenere:<BR><br />
- la ratifica, da parte del re, dei decreti del 4 Agosto (abolizione dei diritti feudali)<BR><br />
- abolizione del diritto di veto reale<BR><br />
- obbligare la Corte e l&#8217;Assemblea a stabilirsi a Parigi.<BR><br />
Il tentativo di Desmoulins registra uno scarso seguito.</p>
<hr />
<p align="center"><b>31 Agosto 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
Il Comitato Costituzionale, designato il 7 Luglio, propone all&#8217;Assemblea alcune idee circa la costituzione di una seconda camera (Camera Alta) e sulla regolamentazione del diritto di veto reale.<BR><br />
La proposta riguardante la Camera Alta viene respinta.<BR><BR><br />
A Palais Royal Desmoulins non demorde e cerca di ottenere il sostegno della Municipalità su quanto richiesto il 30 Agosto ed anche contro le proposte discusse in Assemblea sulla regolamentazione del diritto di veto che, secondo la piazza, dovrebbe essere abolito. Anche questa volta l&#8217;iniziativa non raccoglie consensi.</p>
<hr />
<p align="center"><b>7 Settembre 1789</b></p>
<p>PARIGI:<BR><br />
Le mogli degli artisti parigini hanno portato, negli uffici dell&#8217;Assemblea, una cassetta contenente i loro gioielli. Un gesto spontaneno a favore della Repubblica che verrà ben presto imitato da altri cittadini.</p>
<hr />
<p align="center"><b>9 Settembre 1789</b></p>
<p> TROYES:<BR><br />
Durante una manifestazione i dimostranti assassinano il sindaco.</p>
<hr />
<p align="center"><b>11 Settembre 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
L&#8217;Assemblea cerca di aggirare il problema del veto reale votandone la sospensione per due legislature.</p>
<hr />
<p align="center"><b>12 Settembre 1789</b></p>
<p>ORLEANS:<BR><br />
Manifestazioni e tumulti.</p>
<hr />
<p align="center"><b>15 Settembre 1789</b></p>
<p> Camille Desmoulins pubblica il suo &#8220;Discours de la Lanterne aux Parisiens&#8221;.</p>
<hr />
<p align="center"><b>16 Settembre 1789</b></p>
<p>Pubblicazione de &#8220;L&#8217;Ami du Peuple&#8221; di Marat e del primo numero del &#8220;Journal General de la Cour et de la Ville&#8221;.</p>
<hr />
<p align="center"><b>18 Settembre 1789</b></p>
<p>LA CORTE:<BR><br />
Il re formula osservazioni e pesanti riserve sui decreti del 4 Agosto. Chiede all&#8217;Assemblea un riesame dei decreti.</p>
<hr />
<p align="center"><b>19 Settembre 1789</b></p>
<p>LA COMUNE:<BR><br />
Elezione di una nuova Assemblea Municipale allargata a 300 rappresentanti dei distretti parigini.</p>
<hr />
<p align="center"><b>20 Settembre 1789</b></p>
<p>Robespierre dà alle stampe un suo discorso (non pronunciato) intitolato &#8220;Contre le Veto Royal&#8221;.</p>
<p><em><b>MAXIMILIEN MARIE ISIDORE DE ROBESPIERRE</b>. Nato ad Arras il 6/5/1758 e ghigliottinato a Parigi il 28/7/1794 (10 Termidoro II).<BR><br />
Orfano dei genitori viene allevato da una nonna e da due zie. Studia al Collegio di Arras ed in seguito al Collegio Louis-Le-Grand di Parigi; diventato avvocato, esercita per qualche tempo ad Arras. Fin qui nulla che lasci presagire la figura terribile e misteriosa della Rivoluzione e le sue ambizioni politiche che lo porteranno a sfiorare la dittatura.<BR><br />
Entrato in politica come deputato del Terzo Stato per il Collegio Elettorale di Arras, svolgerà, in seno all&#8217;Assemblea ed al Club dei Giacobini, una attività eccezionale, con centinaia di discorsi e di interventi, senza mai perdere l&#8217;occasione di mettersi in evidenza; rigorosamente aderente alle idee di Rousseau, che ha studiato a fondo, porterà avanti queste idee sino a predicare ed attuare &#8220;un governo fondato sul Terrore e temperato dalla Virtù&#8221;.<BR><br />
Il suo capo, cosparso di cipria, sarà odiato e temuto ma, nello stesso tempo, rispettato come quello di un uomo universalmente riconosciuto &#8220;virtuoso ed incorruttibile&#8221;.<BR><br />
Robespierre sa benissimo che la massa è sempre gregaria ed ha bisogno di un mito, di un punto di riferimento ed avendo ben compreso sino a che punto il popolo ignorante era avvelenato e pregno delle bugie del clero, cerca di neutralizzare tali bugie, con scarso successo, proponendo l&#8217;alternativa di un culto riferito all&#8217;Essere Supremo ed alla Dea Ragione, che non riuscirà però a definire in maniera convincente; la ghigliottina lo priverà del tempo necessario.</em></p>
<hr />
<p align="center"><b>22 Settembre 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
Si vota il primo articolo della Costituzione.</p>
<hr />
<p align="center"><b>23 Settembre 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
Servono soldi ed il deputato Treilhard riferisce all&#8217;Assemblea sullo stato e sulla entità dei beni della chiesa.</p>
<hr />
<p align="center"><b>29 Settembre 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
Il deputato Thouret relaziona sulla divisione territoriale ed amministrativa del regno in vista di una auspicata riorganizzazione.</p>
<hr />
<p align="center"><b>30 Settembre 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
Rapporto del deputato Beaumetz sulla necessaria riorganizzazione della legislazione criminale.</p>
<hr />
<p align="center"><b>1 Ottobre 1789</b></p>
<p>LA CORTE:<BR><br />
Una provocazione che costerà cara. Durante un banchetto, offerto dagli ufficiali delle Guardie del Corpo a quelli del reggimento delle Fiandre, nuovamente dislocato presso Versailles per ordine del re, la coccarda tricolore viene calpestata e sostituita, in presenza e con il compiacimento della regina, con l&#8217;emblema di quest&#8217;ultima: la coccarda nera. Viene anche esibita ed esaltata la coccarda bianca, emblema del re.</p>
<hr />
<p align="center"><b>2 Ottobre 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
Vengono ripresentati al re i decreti del 4 Agosto e la Dichiarazione dei Diritti dell&#8217;Uomo e del Cittadino, per ottenerne la ratifica.</p>
<hr />
<p align="center"><b>3 Ottobre 1789</b></p>
<p>Pubblicazione del primo numero degli &#8220;Annales Patriotiques&#8221;.</p>
<hr />
<p align="center"><b>4 Ottobre 1789</b></p>
<p>La notizia del banchetto di Versailles è ormai sulla bocca di tutti ed è fonte di una sorda collera che scatena molte agitazioni a Parigi, nei quartieri popolari ed a Palais Royal.<BR><br />
Tutto questo si aggiunge ad una situazione già molto tesa: code interminabili davanti alle panetterie, il prezzo del pane rincarato, scarsità di rifornimenti, richieste di aumenti salariali, notizie di complotti da parte della nobiltà, saccheggio delle parrocchie di Saint-Nicolas-Des-Champs e di Saint-Jacques-La Boucherie (in quest&#8217;ultima il clero esercitava una specie di monopolio sulla macellazione e la vendita delle carni).</p>
<p align="center"><b>5 Ottobre 1789</b></p>
<p> La marcia su Versailles. Di buon mattino, si forma davanti all&#8217;Hôtel de Ville, un assembramento di donne, da qualche giorno intenzionate a recarsi a Versailles, per chiedere pane e migliori condizioni di vita.<BR><br />
La prima iniziativa è dovuta alle <i>Dames de la Halle</i>, una &#8220;corporazione&#8221; di negozianti e di merciaie che operavano alle halles e sul mercato di place Maubert. Tradizionalmente queste &#8220;dame&#8221; si recavano ogni anno a fare gli auguri alla Corte e venivano contraccambiate con un banchetto. A queste si aggiungono ben presto numerose popolane esacerbate dalla situazione contingente.<BR><br />
Alcuni agitatori (vincitori della Bastiglia come Maillard ed altri) prendono in mano la situazione e guidano le donne esasperate sulla strada di Versailles, sotto lo sguardo indifferente delle Guardie Francesi e delle Guardie Nazionali, che non intervengono.<BR><br />
La passeggiata non è breve. Attraverso Sèvres, Saint-Cloud e Viroflay il corteo giunge alla reggia verso le 16.30, sotto una pioggia insistente; parte delle donne invadono l&#8217;Assemblea chiedendo più pane e meno discorsi inutili, altre vengono ricevute dal re, appena tornato dalla caccia nel bois di Meudon, il quale cerca di cavarsela ordinando di sequestrare e distribuire tutto il pane disponibile in citta&#8217;. In realta&#8217; di pane se ne trova assai poco e si cerca di accontentare tutti distribuendo del riso.<BR><br />
Verso le ore 20 Maillard ritorna a Parigi seguito da una buona parte delle donne.<BR><br />
Alle ore 22.00 arriva La Fayette, con un distaccamento della Guardia Nazionale, fischiato ed insultato da più parti. Il distaccamento era seguito, a debita distanza, da un corteo di uomini decisi a prendere parte alla manifestazione. La Fayette riesce comunque a tranquillizzare la Corte e l&#8217;Assemblea, assicurando di essere in grado di mantenere l&#8217;ordine.<BR><br />
Il resto della notte verra&#8217; trascorso dai manifestanti tra canti, discorsi e grandi speranze.<BR><BR></p>
<p>Marat, dal canto suo, pubblica sullo &#8220;Ami du Peuple&#8221;, un violento appello alla insurrezione generale.<BR><br />
La leggenda (o la storia?) racconta che in questa occasione la regina, seccatissima per lo schiamazzo delle manifestanti, abbia esclamato: <i>&#8220;&#8230;.<strong>e se non hanno pane che mangino delle paste</strong>!!&#8221;</i></p>
<hr />
<p align="center"><b>6 Ottobre 1789</b></p>
<p> Al mattino, verso le ore 6.00, i manifestanti, la maggioranza dei quali è ormai composta da uomini, che nella notte si sono aggregati, penetrano nel cortile della reggia ed ingaggiano una zuffa con le guardie del corpo; un paio di guardie sono uccise, decapitate e le loro teste issate sulle picche. Segue un tentativo di entrare negli appartamenti della regina.<BR><br />
Un tardivo, blando intervento di La Fayette calma momentaneamente le acque ma la folla continua ad urlare che <i>LE BOULANGER, LA BOULANGERE ET LE PETIT MITRON</i> devono trasferirsi a Parigi. (N.: Il fornaio, la fornaia ed il garzone/delfino).<BR><br />
Verso le ore 13.00 un lungo corteo prende la via per Parigi; nella carrozza reale trovano posto il re, la regina, il Conte di Provenza, Madame Elisabeth, il delfino, la piccola Madame Royale e la governante dei bambini Madame De Tourzel.<BR><br />
Il corteo giunge a Parigi verso le ore 20.00, accolto dal sindaco Bailly e finalmente, verso le ore 22,00, la famiglia reale si installa nel palazzo delle Tuileries, praticamente prigioniera di quel nuovo incontrollato potere nato il 14 Luglio ai piedi della Bastiglia.<BR><BR></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
Anche l&#8217;Assemblea proclama la sua intenzione di stabilirsi a Parigi.</p>
<p><em><b>PALAZZO DELLE TUILERIES</b>. Era stato costruito nella seconda meta&#8217; del 1500 per volere di Caterina de Medici. Incendiato nel 1871 dai Comunardi, venne definitivamente demolito lasciando posto alle attuali aree che si estendono dal Louvre alla Place de la Concorde.<BR><br />
Il re era alloggiato al piano terreno ed, in parte, nello scantinato, mentre la regina e gli altri familiari erano al piano superiore; il tutto collegato da un funzionale sistema di scale interne. Altri locali del palazzo vennero destinati ai membri della corte ed al personale facente parte del seguito del re.</em></p>
<hr />
<p align="center"><b>8 Ottobre 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
Approvato un decreto di riforma della legislazione criminale.<BR><BR></p>
<p>Marat passa qualche guaio con la Municipalita&#8217; parigina per la violenza dei suoi articoli su &#8220;L&#8217;Ami du People&#8221;.</p>
<hr />
<p align="center"><b>10 Ottobre 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
- Il deputato Guillotin, nell&#8217;ambito delle riforme in atto della legislazione criminale, chiede all&#8217;Assemblea di stabilire, in nome dell&#8217;eguaglianza, una pena di morte unica ed indolore, da applicare, quando la legge lo prevede, a tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro condizione sociale o di censo.<BR><BR></p>
<p>- La Fayette viene nominato comandante delle truppe regolari dislocate in un raggio di 15 leghe intorno a Parigi.<BR><BR></p>
<p>- Un decreto dell&#8217;Assemblea attribuisce a Luigi XVI il titolo di &#8220;Re dei Francesi&#8221; ed abolisce il vecchio titolo di &#8220;Re di Francia e di Navarra&#8221;.</p>
<p><em><b>JOSEPH IGNACE GUILLOTIN</B>, nato a Saintes il 28/5/1738 e morto a Parigi il 26/3/1814.<BR><br />
Medico, membro di commissioni scientifiche, molto attivo sia nella professione che in politica, si distingue per alcune sue felici iniziative: la disponibilita&#8217; dei locali del Jeu de Paume il 20 Giugno, la sistemazione dei locali del Maneggio alle Tuileries, l&#8217;organizzazione e la regolamentazione della professione medica, l&#8217;adozione di metodi di vaccinazione preventiva, ecc. Escluso l&#8217;invenzione della ghigliottina che i suoi contemporanei hanno voluto attribuirgli amareggiandolo sino alla morte.<BR><br />
Il dott. Guillotin non ha inventato la ghigliottina; ci ha pensato qualcun&#8217;altro. Egli ha solo proposto all&#8217;Assemblea di adottare un metodo di esecuzione capitale unico, istantaneo ed indolore, in sostituzione dei metodi allora comunemente utilizzati:<BR><br />
- la decapitazione con la scure, riservata ai nobili<BR><br />
- il rogo, riservato ai nemici della chiesa<BR><br />
- lo squartamento, riservato ai rei di lesa maesta&#8217;<BR><br />
- la forca, per i borghesi ed i plebei<BR><br />
- la ruota, usata in particolari situazioni.<BR><br />
Sospettato da Robespierre, sfugge per un soffio alla ghigliottina. Dopo i fatti del Termidoro ed un arresto, subito l&#8217;8/10/1795 per accuse inconsistenti, abbandona amareggiato la vita politica per dedicarsi alle sue ricerche scientifiche.</em></p>
<hr />
<p align="center"><b>12 Ottobre 1789</b></p>
<p>LA CORTE:<BR><br />
- Incalzato dagli eventi, il re è costretto a sottoscrivere i decreti del 4 Agosto ed altri che aveva, ostinatamente, respinti. Si sfoga inviando una lettera di protesta segreta al re di Spagna, tramite un compiacente intermediario, l&#8217;abate di Fontbrune.<BR><BR></p>
<p>Anche il Conte d&#8217;Artois, fratello di Luigi XVI, emigrato, scrive all&#8217;imperatore Giuseppe II d&#8217;Austria, per sollecitare un intervento armato in Francia.</p>
<hr />
<p align="center"><b>13 Ottobre 1789</b></p>
<p>ALENÇON:<BR><br />
- Moti e disordini in citta&#8217;.</p>
<hr />
<p align="center"><b>19 Ottobre 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
- L&#8217;Assemblea si è trasferita a Parigi; in attesa di una migliore sistemazione, tiene la sua prima seduta nella cappella dell&#8217;arcivescovado, dotata di una pessima acustica che costringe i deputati ad urlare per farsi intendere.</p>
<hr />
<p align="center"><b>21 Ottobre 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
- L&#8217;Assemblea vota una &#8220;Legge Marziale&#8221; destinata alla repressione dei moti popolari.<BR></p>
<hr />
<p align="center"><b>22 Ottobre 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
- Inizio della discussione di un progetto di legge che riserva il diritto di voto ai soli &#8220;cittadini attivi&#8221; cioe&#8217; quelli fiscalmente imponibili.</p>
<hr />
<p align="center"><b>24 Ottobre 1789</b></p>
<p>Insurrezione generale nei Paesi Bassi occupati dagli Austriaci. Giuseppe II d&#8217;Austria viene dichiarato decaduto dagli insorti.</p>
<hr />
<p align="center"><b>28 Ottobre 1789</b>
<p>
A.N.C.:<BR><br />
- Decreto che sospende il reclutamento monastico, essendosi verificata, negli ultimi mesi, una sostanziale mancanza di <EM>vocazioni</EM>. Su tutto il territorio nazionale 188 seminari chiudono i battenti.</p>
<hr />
<p align="center"><b>29 Ottobre 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
- L&#8217;Assemblea fissa alcuni obblighi per i cittadini che intendono farsi eleggere a cariche politiche:<BR><br />
- essere proprietari di immobili<BR><br />
- versare un contributo di un &#8220;marco d&#8217;Argento&#8221; (lingotto di 224 grammi)<BR><br />
- versare una imposta pari al controvalore di 51 giorni di normale salario operaio.<BR><BR></p>
<p>Circa 50.000 cittadini aderiranno a questa richiesta in vista di future elezioni.</p>
<hr />
<p align="center"><b>31 Ottobre 1789</b></p>
<p>CORSICA:<BR><br />
- Si risveglia, nell&#8217;isola, il vecchio sentimento separatista; ad Ajaccio scoppiano disordini.<BR><br />
Disordini fomentati dal noto clan che fa capo a Paoli e ai Bonaparte; ad esso si contrappone il movimento unionista di Pozzo di Borgo.</p>
<hr />
<p align="center"><b>Novembre 1789</b></p>
<p>Il trasferimento dell&#8217;A.N.C. a Parigi ha imposto anche il trasferimento del Club Breton,(890430) che si sistema presso il convento domenicano di Rue Saint-Honoré, detto &#8220;dei Giacobini&#8221;. Il Club dei Giacobini, formato inizialmente da 200 deputati, verra&#8217; aperto a tutti i cittadini e verranno costituite &#8220;affiliate&#8221; presso le principali citta&#8217; della provincia.<BR><br />
Il Club giochera&#8217; un ruolo fondamentale nello sviluppo della Rivoluzione.</p>
<hr />
<p align="center"><b>2 Novembre 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
- Servono soldi; un decreto dell&#8217;Assemblea pone i beni ecclesiastici a diposizione della Nazione.<BR><BR></p>
<p>Appare il primo numero di &#8220;Actes des Apôtres&#8221;. Giornale di tendenza monarchica redatto a cura di alcuni esponenti politici tra i quali anche Mirabeau.<BR><BR></p>
<p><em>L&#8217;idea di nazionalizzare i beni della chiesa è dovuta a Talleyrand. Egli aveva stimato, con sufficiente precisione, un valore dei beni pari a circa due miliardi di lire, tale da coprire quasi totalmente l&#8217;ammontare del debito pubblico.<BR><br />
Dalla nazionalizzazione sono stati esclusi i beni delle chiese protestanti.</em></p>
<hr />
<p align="center"><b>3 Novembre 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
- Decreto che ribadisce la sospensione dell&#8217;attivita&#8217; di tutti i Parlamenti. è praticamente l&#8217;atto di decesso di queste vecchie istituzioni.<BR><BR><br />
Inizio della discussione sulla nuova divisione e sull&#8217;assetto amministrativo della Francia.</p>
<hr />
<p align="center"><b>4 Novembre 1789</b></p>
<p>Trionfo al Théâtre-Française della tragedia &#8220;Carlo IX&#8221; di Marie Joseph Chénier, fratello del poeta Andrea Chénier e membro del Club dei Giacobini.</p>
<hr />
<p align="center"><b>7 Novembre 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
- Decreto che:<BR><br />
. esclude i deputati da tutti i posti ministeriali, per evidenti motivi di possibili collusioni<BR><br />
. sopprime la distinzione tra Ordini in seno all&#8217;Assemblea: Nobilta&#8217;, Clero e Terzo Stato<BR><br />
. mette i beni ecclesiastici sotto il controllo dello Stato.</p>
<hr />
<p align="center"><b>9 Novembre 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
- Prima seduta dell&#8217;Assemblea nella nuova sede del Maneggio (presso le Tuileries), fatto approntare dal dott. Guillotin. Comprende anche una tribuna riservata al pubblico, dalla quale gli urli e gli insulti del popolo condizioneranno, sovente, le decisioni dei deputati.<BR><br />
Tra il pubblico, le più scalmanate erano le Tricoteuses, donne di origine popolana che seguivano le sedute confezionando maglie ed indumenti di lana, sferruzzando in continuazione.<BR><br />
Assistevano sovente anche alle sfilate delle carrette che portavano i condannati al patibolo e, a volte, intingevano i loro fazzoletti nel sangue dei decapitati, ai piedi della ghigliottina; souvenirs patriottici che rivendevano ai collezionisti.<BR><br />
La più celebre di loro, capo carismatico del gruppo, era Aspasie Carlemigelli, la quale, prezzolata da qualche politico intrigante, organizzava, a volte, nell&#8217;aula assembleare, veri e propri tumulti contro qualche deputato o contro l&#8217;approvazione di determinati decreti.<BR><br />
Aspasie è passata alla storia per il feroce trattamento inflitto al corpo del deputato Feraud.</p>
<hr />
<p align="center"><b>12 Novembre 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
- Decreto che prevede la costituzione di una municipalita&#8217; in ogni citta&#8217;, borgo o parrocchia rurale.</p>
<hr />
<p align="center"><b>19 Novembre 1789 </b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
- Creazione di una &#8220;Cassa dello Straordinario&#8221; che dovra&#8217; essere alimentata con la vendita dei beni della chiesa e che servira&#8217; a far fronte ad interventi finanziari di natura eccezionale.</p>
<hr />
<p align="center"><b></b>24 Novembre 1789</p>
<p>Apparizione del primo numero del &#8220;Moniteur&#8221; pubblicato da Panckoucke, libraio in Parigi ed uno dei più ricchi editori di Francia.</p>
<hr />
<p align="center"><b>28 Novembre 1789</b></p>
<p>Pubblicazione del primo numero di &#8220;Revolution de France e de Brabant&#8221; di Camille Desmoulins.</p>
<hr />
<p align="center"><b>1 Dicembre 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
- Approvazione del decreto, proposto dal Dott. Guillotin, che stabilisce l&#8217;uguaglianza delle pene per tutti i cittadini.<BR><BR></p>
<p>TOLONE:<BR><br />
- La rivolta comincia a serpeggiare anche tra i marinai della flotta; nel corso di una sommossa alcuni marinai arrestano il loro comandante, l&#8217;ammiraglio D&#8217;Albert.</p>
<hr />
<p align="center"><b>3 Dicembre 1789</b></p>
<p>DIJON:<BR><br />
- La Comune lancia un progetto per un &#8220;trattato federativo&#8221; inteso a fare rispettare i decreti dell&#8217;Assemblea e l&#8217;autorita&#8217; del re, su tutto il territorio.</p>
<hr />
<p align="center"><b>9 Dicembre 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
- Decreto che stabilisce i principi della divisione del territorio nazionale in Dipartimenti e l&#8217;abolizione delle provincie con i loro particolarismi.</p>
<hr />
<p align="center"><b>12 Dicembre 1789</b></p>
<p>Marat è nuovamente nei guai per la violenza dei suoi interventi giornalistici. Viene arrestato ma subito rilasciato grazie alla protezione di La Fayette.</p>
<hr />
<p align="center"><b>13 Dicembre 1789</b></p>
<p>SENLIS:<BR><br />
- Disordini e moti in citta&#8217;.</p>
<hr />
<p align="center"><b>14 Dicembre 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
- Approvata una legge quadro per favorire una nuova organizzazione delle municipalita&#8217;.</p>
<hr />
<p align="center"><b>17 Dicembre 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
- Approvazione di un decreto che stabilisce di utilizzare i beni della chiesa per garantire i debiti dello Stato.</p>
<hr />
<p align="center"><b>18 Dicembre 1789</b></p>
<p>Vittoria degli insorti nei Paesi Bassi austriaci. Bruxelles viene evacuata dall&#8217;armata austriaca.</p>
<hr />
<p align="center"><b>19 Dicembre 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
- Viene approvata la creazione e l&#8217;emissione degli <EM>&#8220;ASSEGNATI&#8221;</EM>, inizialmente in tagli da 1000 lire e per un importo di 400 milioni di lire; rappresentano un &#8220;buono di acquisto privilegiato&#8221; sui beni della chiesa e fruttano un interesse del 5%.</p>
<p><em>GLI ASSEGNATI. Se, all&#8217;inizio, era sembrato un ottimo sistema per dare una boccata d&#8217;ossigeno alle carenti finanze statali, col tempo produrra&#8217; degli effetti disastrosi ed una inflazione ad altissimo livello.<BR><br />
L&#8217;idea in se&#8217; è semplice: il sequestro e la messa in vendita dei beni immobiliari della chiesa, necessario per racimolare immediatamente liquidita&#8217;, potrebbe creare una offerta, sul mercato, non indifferente e tale da sminuire i prezzi dei beni stessi.<BR><br />
L&#8217;assegnato, che frutta un interesse, consente di dilazionare nel tempo gli acquisti, senza svilire il valore dei beni e nello stesso tempo è una fonte di liquidita&#8217; immediata per lo Stato, che dovra&#8217;, con apposite leggi, nazionalizzare e fissare le regole di cessione dei beni. Il cittadino che sottoscrive questo prestito dispone di una garanzia reale che è costituita dallo sterminato patrimonio della chiesa (valutato in 2-3 miliardi di lire) e sa di poter optare per l&#8217;acquisto privilegiato di una parte di questo patrimonio; tutto è in vendita: chiese, conventi, terreni, ecc.<BR><br />
Le cose si guastano quando, alla prima emissione di 400 milioni, ne segue un&#8217;altra di 800 milioni (e poi altre ed altre ancora), e la trasformazione di questi titoli in moneta corrente cartacea, (la moneta della scimmia), che andra&#8217; ad aggiungersi alla massa di moneta metallica gia&#8217; in circolazione, dando origine ad una inarrestabile spirale inflattiva.</em></p>
<hr />
<p align="center"><b>22 Dicembre 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
- Decreto che definisce i criteri organizzativi della amministrazione dipartimentale.</p>
<hr />
<p align="center"><b>24 Dicembre 1789</b></p>
<p>A.N.C.:<BR><br />
- Decreto che rende eleggibili anche i cittadini non-cattolici, di fatto i protestanti. Il caso degli ebrei è sotto riserva in quanto questo gruppo etnico/religioso propende a considerare i suoi membri come apolidi.<br />
A questa data i protestanti in Francia sono circa 1.000.000. A breve, un decreto revochera&#8217; l&#8217;Editto di Nantes ed disporra&#8217; per la restituzione di tutti i beni a suo tempo confiscati.<BR><br />
Gli ebrei sono invece una ristretta minoranza di circa 35.000 individui.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.storiafilosofia.it/la-rivoluzione-francese-e-la-presa-della-bastiglia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Le crociate</title>
		<link>http://www.storiafilosofia.it/le-crociate/</link>
		<comments>http://www.storiafilosofia.it/le-crociate/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 06 Dec 2008 05:53:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[1000-1200]]></category>
		<category><![CDATA[arabi]]></category>
		<category><![CDATA[crociate]]></category>
		<category><![CDATA[egitto]]></category>
		<category><![CDATA[germani]]></category>
		<category><![CDATA[mesopotamia]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.storiafilosofia.it/aa_wp/?p=369</guid>
		<description><![CDATA[L&#8217;intolleranza religiosa dei turchi Selgiuchidi, che, dopo aver strappato Gerusalemme e la Siria ai Fatimidi d&#8217;Egitto, annientarono nel 1071 l&#8217;esercito bizantino nella battaglia di Manzicerta, provocò l&#8217;interruzione dei rapporti tra l&#8217;Occidente cristiano e la Terrasanta. Nel 1095 l&#8217;imperatore di Bisanzio Alessio I Comneno invocò l&#8217;aiuto del pontefice Urbano II che nel novembre di quello stesso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;intolleranza religiosa dei turchi Selgiuchidi, che, dopo aver strappato Gerusalemme e la Siria ai Fatimidi d&#8217;Egitto, annientarono nel 1071 l&#8217;esercito bizantino nella battaglia di Manzicerta, provocò l&#8217;interruzione dei rapporti tra l&#8217;Occidente cristiano e la Terrasanta. Nel 1095 l&#8217;imperatore di Bisanzio Alessio I Comneno invocò l&#8217;aiuto del pontefice Urbano II che nel novembre di quello stesso anno, al concilio di Clermont, chiamò signori e cavalieri a un pellegrinaggio armato inteso a liberare il Santo Sepolcro. Ad esse parteciparono: 1) i più grandi feudatari (re, duchi, conti, ecc.) che volevano ingrandire i propri possedimenti, aumentare le entrate e consolidare la propria influenza in Europa; 2) i piccoli feudatari (o cavalieri), che costituivano il nucleo principale delle forze crociate: infatti il beneficio vitalizio, che l&#8217;imperatore concedeva ai vassalli maggiori, trasformandosi in fondo ereditario, cioè passando in proprietà  dal padre al primogenito (maggiorasco), aveva determinato uno strato numeroso di cavalieri (cadetti) che non possedevano feudi e che finivano o coll&#8217;entrare nei monasteri facendo la carriera ecclesiastica o si davano alla ventura, nel tentativo di procurarsi dei territori, asservendo i contadini ivi residenti; 3) i mercanti più ricchi di molte città  (Venezia, Genova e Pisa soprattutto), che cercavano d&#8217;invadere i mercati del vicino Oriente; 4) la chiesa cattolica, che era la più grande proprietaria feudale, aveva come scopo quello di sottomettere la chiesa ortodossa, estendendo la propria giurisdizione nell&#8217;Europa orientale; 5) infine ingenti masse proletarie e affamate che cercavano di affrancarsi dalla servitù della gleba e dalla miseria.<br />
La <strong>I crociata</strong> (1096) fu detta dei pezzenti perchè composta da gente molto povera o contadina, proveniente soprattutto da Francia, Germania e Italia, che pensava di trovare in Oriente la liberazione dall&#8217;oppressione dei feudatari e nuove terre in cui insediarsi. Vi erano anche donne e bambini. Essi erano disarmati, non avevano nè provviste nè denaro e lungo la via verso Costantinopoli si dedicavano al furto e all&#8217;elemosina, compiendo anche violenze a danno degli ebrei. Naturalmente la popolazione (ungari e magiari) dei paesi attraversati da questi crociati cercò di combatterli con ogni mezzo. Furono quasi tutti sterminati nel primo scontro con i turchi.<br />
La prima vera crociata (sempre del &#8217;96) fu composta da cavalieri ben armati ed equipaggiati. Gli eserciti feudali, forti di 250 mila uomini, si riunirono a Costantinopoli e, insieme alle truppe bizantine di Alessio I Comneno, espugnarono Nicea nel 1097. Ma presto l&#8217;accordo si ruppe perchè i crociati non avevano intenzione di mantenere gli impegni presi e di restituire a Bisanzio i territori riconquistati ai turchi. Dopo la vittoria cristiana di Dorileo, conseguita nello stesso anno, un contingente guidato da Baldovino di Fiandra si staccò dalla spedizione per recarsi in soccorso delle popolazioni cristiane dell&#8217;Armenia, conquistando la città  di Edessa, alle soglie della Mesopotamia, di cui lo stesso Baldovino assunse il governo col titolo di conte; il grosso delle truppe assediò e prese la grande città  siriana di Antiochia (1098), che fu data in feudo a Boemondo di Taranto, principe di quella dinastia normanna che i Comneni consideravano il maggiore dei loro nemici. Per questa ragione -e anche per le divergenze religiose derivanti dallo scisma d&#8217;Oriente- bizantini e crociati ruppero i rapporti. I cavalieri europei continuarono da soli la marcia verso Gerusalemme, che raggiunsero dopo tre anni di combattimenti, ormai decimati dalle perdite in battaglia e dalle epidemie. La città  nel frattempo era stata tolta di nuovo ai turchi dai principi arabi dell&#8217;Egitto (i Fatimidi), contro i quali si scatenarono i crociati; la città  fu espugnata nel luglio del 1099 e la popolazione massacrata spietatamente. L&#8217;intera Terrasanta era nelle mani degli occidentali.<br />
Sui territori conquistati con la prima spedizione i crociati importarono le istituzioni della loro patria e crearono una quantità  di piccoli stati feudali, legati da tenui fili di sudditanza al regno di Gerusalemme che fu attribuito prima a Goffredo di Buglione (ca. 1061-1100) col titolo di difensore del Santo Sepolcro, poi, col titolo di re, al fratello Baldovino (1058-1118). In Siria furono creati il principato di Antiochia, la contea di Edessa, la contea di Tripoli. Si trattava tuttavia di una costruzione politica molto fragile: i territori erano molto ristretti, formati da una striscia di terra fra mare e deserto, e per di più esposti alle offensive musulmane; i difensori erano molto pochi e il loro numero diminuì con il ritorno dei crociati in Occidente dopo la fine della spedizione. I bizantini non erano più in grado di garantire nè soldati nè rifornimenti, a cui però provvidero le città  marinare italiane alle quali in cambio fu consentito di fondare colonie nei maggiori porti e città  del Levante. Le successive crociate, fortemente volute dal papato, furono tutte deludenti e in certi casi mancarono addirittura l&#8217;obiettivo. La <strong>II Crociata</strong> (1147-48), predicata da san Bernardo di Chiaravalle e guidata da Corrado III di Svevia e da Luigi VII di Francia, tentò senza successo di porre l&#8217;assedio a Damasco; intanto Edessa era già  stata riconquistata dai musulmani nel 1144. Una trentina di anni più tardi l&#8217;Egitto e gran parte della Siria si unificarono sotto la guida del sultano Saladino che conquistò quasi tutta la Palestina e Gerusalemme (1187). Ai cristiani rimasero solo le città  di San Giovanni d&#8217;Acri e di Tiro (quel che rimaneva del regno di Gerusalemme) e, più a nord, Antiochia e Tripoli.<br />
Papa Gregorio VIII bandì allora la <strong>III crociata</strong> (1190-92) cui aderirono i maggiori potenti dell&#8217;epoca: Federico I Barbarossa, Filippo Augusto re di Francia, Riccardo Cuor di Leone re d&#8217;Inghilterra, Guglielmo II re di Sicilia. L&#8217;imperatore Federico I annegò nel superare un fiume dell&#8217;Asia Minore; Filippo II e Riccardo ottennero la vittoria di San Giovanni Acri (1191) ma, divisi fra loro da discordie, non furono in grado di riconquistare Gerusalemme, che rimase ai musulmani con quasi tutta la Palestina.<br />
La <strong>IV Crociata</strong> (1202-04) voluta da papa Innocenzo III fu guidata da Baldovino di Fiandra e Bonifacio del Monferrato. I veneziani, che finanziarono la spedizione, dirottarono i crociati alla conquista di Costantinopoli.<br />
La <strong>V crociata</strong> (1217-21) si combattè in Palestina e in Egitto sotto il comando del duca Alessandro d&#8217;Austria. Non ebbe alcun risultato pratico, ma grazie alla diplomazia di Federico II i luoghi santi furono resi accessibili ai pellegrini.<br />
Senza alcun esito fu anche la <strong>VI crociata</strong> (1248-54) voluta dal re di Francia Luigi IX il Santo e diretta contro l&#8217;Egitto.<br />
Anche la <strong>VII crociata</strong> (1270) venne guidata da Luigi IX; fu rivolta contro Tunisi, dove lo stesso re morì di peste.<br />
Per difendere i territori in mano ai cristiani e i pellegrini che giungevano in Terrasanta furono utilizzate, accanto alla tradizionale cavalleria feudale, le molte confraternite laiche di ospedalieri che si adoperavano per l&#8217;assistenza ai pellegrini che arrivavano ammalati in Terrasanta, distrutti dal lungo e faticoso viaggio. Nel 1118 il cavaliere francese Ugo di Payns pensò per primo di organizzare militarmente i propri ospedalieri, e poichè la loro sede era un edificio che sorgeva sul luogo dell&#8217;antico Tempio di Salomone, essi furono chiamati Templari o Cavalieri del Tempio. Il grande propagandista delle crociate, Bernardo di Chiaravalle, che era anche una delle maggiori autorità  religiose dell&#8217;epoca, vide subito la possibilità  di inserire quest&#8217;organizzazione nelle istituzioni ecclesiastiche, fare cioè di quei cavalieri anche dei monaci: nacque così il primo ordine monastico-cavalleresco per il quale lo stesso Bernardo dettò, nel 1128, la regola. I Templari si votavano a difendere la fede con la spada, giuravano obbedienza, rinunciavano al lusso, praticavano la castità .<br />
A Costantinopoli i crociati erano considerati utili alleati contro i turchi, ma anche temibili e incomodi ospiti. I musulmani li disprezzavano perchè i crociati facevano spavaldamente tutto quello che il Corano proibiva: bevevano molto, giocavano d&#8217;azzardo, mangiavano carne impura di maiale e, oltre al loro Dio, pregavano i santi (&#8220;Non vi è altro Dio che Allah&#8221; diceva il Corano). Inoltre non li capivano. I franchi facevano un gran parlare di cavalleria, di vedove e di orfani da proteggere, ma poi si accanivano crudelmente contro le popolazioni civili, distruggevano ciò che conquistavano -anche con fatica- invece di conservarlo per trarne vantaggio, davano importanza alle virtù guerriere, ma non si curavano di quelle intellettuali: erano analfabeti, superstiziosi, non sapevano nè di scienza nè di arte, avevano costituito le confraternite degli ospedalieri ma le loro conoscenze di medicina erano molto rozze.<br />
Intanto c&#8217;è chi le ripropone migliaia di chilometri lontano. Fra il 1202 e il 1237 i membri dell&#8217;Ordine dei cavalieri Portaspada, partendo dalla base di Riga, sul baltico, fondano città  e vescovati tedeschi in Curlandia, Livonia e Semegallia, mentre a partire dal 1230 i Cavalieri Teutonici impongono con la Croce e la spada il cattolicesimo romano alle popolazioni slave della Prussia.<br />
La volontà  di Innocenzo III di riaffermare la piena autorità  del pontefice non era una rivolta solo all&#8217;esterno della chiesa: si trattava anche di combattere l&#8217;eresie. Per combattere le eresie la chiesa organizzò un sistema repressivo che trovò il suo strumento principale nel tribunale dell&#8217;inquisizione, fondato nel 1231. Nel 1216 nacque l&#8217;ordine domenicano, fondato da Domenico di Guzman (1170-1228); l&#8217;ordine francescano, fondato da Francesco d&#8217;Assisi (1182-1228), essi si proponevano il comune obiettivo di combattere l&#8217;eresia con le sue stesse armi, la predicazione e l&#8217;esempio della povertà .</p>
<p>CD, ACTA- Mille anni di storia (Il medioevo) / Internet- Compendi di Storia </p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.storiafilosofia.it/le-crociate/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Etruschi: la religione</title>
		<link>http://www.storiafilosofia.it/etruschi-la-religione/</link>
		<comments>http://www.storiafilosofia.it/etruschi-la-religione/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 28 Nov 2008 13:55:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[etruschi]]></category>
		<category><![CDATA[crociate]]></category>
		<category><![CDATA[egitto]]></category>
		<category><![CDATA[romani]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.storiafilosofia.it/aa_wp/?p=110</guid>
		<description><![CDATA[Gli autori latini erano concordi nel definire gli etruschi un popolo religiosissimo esperto nell&#8217;arte divinatoria. Ebbero infatti un&#8217;articolata letteratura religiosa, oggi purtroppo irrimediabilmente perduta. Esistevano una serie di rigide regole che determinavano il rapporto tra gli dèi e gli uomini (quella che costituiva la &#8221;disciplina etrusca&#8221;, ossia scienza etrusca), quindi sul rito e sull&#8217;interpretazione della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Gli autori latini erano concordi nel definire gli etruschi un popolo religiosissimo esperto nell&#8217;arte divinatoria. Ebbero infatti un&#8217;articolata letteratura religiosa, oggi purtroppo irrimediabilmente perduta. Esistevano una serie di rigide regole che determinavano il rapporto tra gli dèi e gli uomini (quella che costituiva la &#8221;disciplina etrusca&#8221;, ossia scienza etrusca), quindi sul rito e sull&#8217;interpretazione della volontà divina.<br />
Di queste norme possiamo farci solo un&#8217;idea attraverso alcuni passi di Cicerone, Plinio il Vecchio, Livio o Seneca (che si rifacevano a traduzioni che non ci sono pervenute) e tramite rarissimi documenti etruschi come la &#8220;mummia di Zagabria&#8221; o il &#8220;fegato di Piacenza&#8221;.<br />
Sappiamo inoltre che quella etrusca fu una religione rivelata attraverso le profezie di esseri superiori come il fanciullo Tagete e la ninfa Vegoe o Vegonia. Fra gli etruschi delle origini la divinità appare sempre in modo molto impreciso, sia nell&#8217;aspetto che nelle mansioni ed è ragionevole pensare che in principio vi fosse un&#8217;unica entità divina che si manifestava in molteplici modi, assumendo connotati diversi. Tra l&#8217;VIII e il VI secolo a.C. si assiste alla trasformazione della religione etrusca. Dalla Grecia vennero importate in Etruria nuove divinità; quelle indigene assunsero figura umana e col tempo ereditarono le caratteristiche e le mansioni degli dèi dell&#8217;Olimpo classico.</p>
<p><strong>Il pantheon etrusco</strong><br />
Le più antichità divinità degli etruschi rappresentavano le forze della natura, distruttrici e creatrici al tempo stesso: Tarconte era il dio della tempesta, distruttore ma anche dispensatore di benefica pioggia; Velka era il dio del fuoco e, insieme, della vegetazione.<br />
Sommo dio dell&#8217;Etruria &#8211; dice Varrone &#8211; era Velthune (in latino Vertumnus o Voltumna), il multiforme, che rappresentava l&#8217;eterno mutare della stagioni ed era adorato nel santuario federale di Volsinii.<br />
All&#8217;antico pantheon appartenevano anche gli dèi Selvans (Silvano) e Ani (poi Giano) e la dea Northia, divinità probabilmente del fato. Dal VII secolo a.C. molte divinità di fondo originariamente etrusco vennero assimilate agli dèi olimpici: la divinità superiore Tinia (o Tin), rappresentata sempre col fulmine, fu l&#8217;equivalente di Zeus ossia Juppiter (Giove); lo stesso avvenne con Uni, compagna di Tinia, che divenne Hera, ossia la Iuno latina (Giunone).<br />
Turan, la dea dell&#8217;amore, fu assimilata ad Afrodite e quindi alla Venus (Venere) latina; Menerva ad Athena (Minerva); Maris ad Ares (Marte); Nethuns a Poseidon (Nettuno); Turms a Hermes (Mercurio); Fufluns a Dionisio (Bacco); Sethlans a Efesto (Vulcano); di Castor e Pollux (Castore e Polluce, i Dioscuri) diventati Castur e Pultuce, ecc.. Ci furono anche dèi nuovi, importati direttamente dal mondo greco, che conservarono il loro nome appena etruschizzato: Artemis (ossia Diana) divenne Aritimi, Apollon (Apollo) fu chiamato Apulu, Heracles (Ercole) cambiò in Hercle. Controversa è l&#8217;origine etrusca delle &#8221;triadi&#8221; che conosciamo con certezza soltanto nel mondo romano: non è chiaro se la triade capitolina Giove-Giunone-Minerva corrisponda a Tinia-Uni-Menerva.<br />
Di sicura origine greca sono invece le coppie (&#8220;diadi&#8221;), come quella degli dèi infernali Ade e Persefone (in etrusco Aita e Phersipnai). Gli Etruschi credevano nell&#8217;ineluttabilità del destino, al limite potevano solo rendere più piacevole la loro permanenza terrena, per questo motivo compivano feste e riti magici. Credevano nell&#8217;aldilà, in particolare nell&#8217;inferno, che aveva una porta di accesso, detta mundus, sorvegliato dalla terribile figura del demone Tuchulcha, mostro con orecchie d&#8217;asino, il muso di avvoltoio e i capelli fatti da serpenti. Questa figura fa maggiormente la sua presenza nella fase di declino della cultura etrusca, caratterizzata dalla presenza di morte e persecuzioni.<br />
Il demone degli inferi era Charun, che accompagna i morti nell&#8217;aldilà, da cui si rievoca la figura di Caronte, portava indosso un mantello ed aveva in mano un martello, simile a quello impiegato oggi per la sepoltura del Papa, con il quale si tocca tre volte la tempia del pontefice defunto. Un gioco funebre caratteristico è quello legato al mito di Phersu, da cui ha origine la parola &#8220;persona&#8221;, che aizza un cane contro una persona con la testa coperta da un sacco, che lentamente viene legata.<br />
Il cane sbrana la persona e sta a testimoniare l&#8217;ineluttabilità del destino. Le tombe rappresentavano le scene di vita quotidiana: gioia, feste, pranzi e, negli ultimi anni, dolore e terrore. Adottarono un calendario introdotto dai Tarquini, con influenze mesopotamiche, e poi modificato da Cesare, con l&#8217;aiuto sempre di tirreni. In esso si ricordavano feste e appuntamenti sacri. Suddivisero la loro era in dieci saeculum dopo dei quali ci sarebbe stata la fine della civiltà tirrenica, come in realtà fu confermato dalla storia.</p>
<p><strong>Lo spazio sacro</strong><br />
Lo spazio &#8220;sacro&#8221;, orientato e suddiviso, risponde ad un concetto che in latino si esprime con la parola templum.<br />
Esso riguarda il cielo, o un&#8217;area terrestre consacrata &#8211; come il recinto di un santuario, di una città, di un&#8217;acropoli, ecc. -, ovvero anche una superficie assai più piccola (ad esempio il fegato di un animale utilizzato per le pratiche divinatorie), purchè sussistano le condizioni dell&#8217;orientamento e della partizione secondo il modello celeste.<br />
L&#8217;orientamento è determinato dai quattro punti cardinali. congiunti da due rette incrociate, di cui quella nord-sud era chiamata cardo (con vocabolo prelatino) e quella est-ovest decumanus nella terminologia dell&#8217;urbanistica e dell&#8217;agrimensura romana che sappiamo strettamente collegate alla dottrina etrusco-italica.</p>
<p>Posto idealmente lo spettatore nel punto d&#8217;incrocio delle due rette, con le spalle a settentrione, egli ha dietro di se tutto lo spazio situato a nord del decumanus. Questa metà dello spazio totale si chiama appunto «parte posteriore» (pars postica).<br />
L&#8217;altra metà che egli ha dinnanzi agli occhi, verso mezzogiorno, costituisce la «parte anteriore» (pars antica). Una analoga bipartizione dello spazio si ha nel senso longitudinale del cardo: a sinistra il settore orientale, di buon auspicio (pars sinistra o jamiliaris); a destra il settore occidentale, sfavorevole (pars d extra o hostilis). La volta celeste, così orientata e divisa, s&#8217;immaginava ulteriormente suddivisa in sedici parti minori, nelle quali erano le abitazioni di diverse divinità.<br />
Questo schema appare riflesso nelle caselle del bordo esterno (appunto in numero di sedici) e nelle caselle interne (ad esse corrispondenti, seppure in maniera non del tutto chiara) del fegato di Piacenza. Tra i numi dei sedici campi celesti, citati da M. Cappella, e i nomi divini in scritti sul fegato esistono indubbie concordanze, ma non una corrispondenza assoluta, perche l&#8217;originaria tradizione etrusca pervenne presumibilmente alterata nelle fonti del tardo scrittore romano, con qualche spostamento nelle sequenze.<br />
Ciò nonostante è possibile ricostruire un quadro approssimativo del sistema di ubicazione cosmica degli dèi secondo la dottrina etrusca. Esso ci mostra che le grandi divinità superiori, fortemente personalizzate e tendenzialmente favorevoli, si localizzavano nelle plaghe orientali del cielo, specie nel settore nord-est; le divinità della terra e della natura si collocavano verso mezzogiorno; le divinità infernali e del fato, paurose ed inesorabili, si supponevano abitare nelle tristi regioni dell&#8217;occaso, segnatamente nel settore nord-ovest, considerato come il più nefasto.<br />
La posizione dei segni che si manifestano in cielo (fulmini, volo di uccelli, apparizioni prodigiose) indica da qual nume proviene agli uomini il messaggio e se esso è di buono o di cattivo augurio.<br />
Indipendentemente dal punto di origine, una complicata casistica riguardante le caratteristiche del segnale (per esempio la forma, il colore, l&#8217;effetto del fulmine, o il giorno della sua caduta) aiuta a precisarne la natura: se si tratti cioè di un richiamo amichevole, o di un ordine, o di un annuncio senza speranza e così via. Lo stesso valore esortativo o profetico hanno le speciali caratteristiche presentate dal fegato di un animale sacrificato, preso in esame dall&#8217;aruspice, secondo una corrispondenza delle sue singole parti con i settori celesti.<br />
Così l&#8217;«arte fulguratoria» e l&#8217;aruspicina, le due forme tipiche della divinazione etrusca, appaiono strettamente collegate; ne fa meraviglia che esse possano essere state esercitate da un medesimo personaggio, come quel L. Cafatius di cui si rinvenne a Pesaro l&#8217;epitafio bilingue e che fu appunto haruspex (in etrusco netsvis) e fulguriator (cioè inrerprete dei fulmini: in etrusco trutnvt frontac o trutnvt?). Uguali norme devono aver presieduto all&#8217;osservazione divinatoria del volo degli uccelli, come intravvediamo specialmente da fonti umbre (Tavole di Gubbio) e latine. A tal proposito ha speciale importanza lo spazio terrestre d&#8217;osservazione, e cioè il templum augurale, con il suo orientamento e le sue partizioni, cui senza dubbio si ricollega la disposizione non soltanto dei recinti sacri, ma dello stesso tempio vero e proprio, cioè l&#8217;edificio sacro contenente il simulacro divino, che in Etruria appare di regola orientato verso sud o sud-est, con una pars antica che corrisponde alla facciata ed al colonnato ed una pars postica rappresentata dalla cella o dalle celle. E del pari le regole sacre dell&#8217;orientamento si osservano (almeno idealmente) nella planimetria delle città (concreto esempio monumentale è Marzabotto in Emilia), e nella partizione dei campi.<br />
In tutte queste concezioni e queste pratiche, come in generale nelle manifestazioni rituali etrusche, si ha l&#8217;impressione, come già accennato, di un abbandono, quasi di una abdicazione dell&#8217;attività spirituale umana di fronte alla divinità: che si rivela nella duplice ossessione della conoscenza e dell&#8217;attuazione della volontà divina, e cioè da un lato nello sviluppo delle pratiche divinatorie, da un altro lato nella rigida minuziosità del culto.<br />
Così anche l&#8217;adempimento o la violazione delle leggi divine, nonche le riparazioni attuate attraverso i riti espiatorii, sembrano essere soprattutto formali, al di fuori di un autentico valore etico, secondo concezioni largamente diffuse nel mondo antico, che però appaiono soprattutto accentuate nella religiosità etrusca. Ma è possibile che almeno gli aspetti più rigidi di questo formalismo si siano definiti soltanto nella fase finale della civiltà etrusca, e precisamente nell &#8216;ambito di quelle classi sacerdotali le cui elaborazioni rituali e teologiche trovarono la loro espressione nei libri sacri, forse favorite dal desiderio dei sacerdoti stessi di accentrare nelle loro mani l&#8217;interpretazione della volontà divina e quindi la direzione della vita spirituale della nazione.<br />
Un altro aspetto, che si ricollega alla mentalità primitiva degli Etruschi, è l&#8217;interpretazione illogica e mistica dei fenomeni naturali, che persistendo sino in età molto recente viene a contrastare in maniera drammatica con la razionalità scientifica dei Greci.<br />
A questo riguardo è particolarmente significativo e rivelatore un passo di Seneca (Quaest. nat., II, 32, 2) a proposito dei fulmini: Hoc inter nos et Tuscos&#8230;interest: nos putamus, quia nubes collisae sunt, fulmina emitti,. ipsi existimant nubes collidi, ut fulmina emittantur,&#8221; nam, cum omnia addeum referant, in ea opinionesunt, tamquam non, quiafactasunt, significent, sed quia significatura sunt, fiant. (La differenza fra noi [cioè il mondo ellenistico-romano] e gli Etruschi&#8230; è questa: che noi riteniamo che i fulmini scocchino in seguito all&#8217;urto delle nubi; essi credono che le nubi si urtino per far scoccare i fulmini; tutto infatti attribuendo alla divinità, sono indotti ad opinare non già che le cose abbiano un significato in quanto avvengono, ma piuttosto che esse avvengano perche debbono avere un significato&#8230;).</p>
<p><strong>L&#8217;al di là</strong><br />
La mistica unità del mondo celeste e del mondo terrestre si estende verisimilmente anche al mondo sotterraneo, nel quale è localizzato, secondo le dottrine etrusche più evolute, il reame dei morti. Gran parte delle nostre conoscenze sulla civiltà degli antichi Etruschi proviene, come è noto, dalle tombe (la stragrande maggioranza delle iscrizioni è di carattere funerario; alle pitture, alle sculture, alle suppellettili sepolcrali siamo debitori dei dati fondamentali sullo sviluppo delle forme artistiche e sugli aspetti della vita).<br />
Ed è naturale che le tombe ci offrano, più o meno direttamente, indizi sulle credenze relative alla sorte futura degli uomini e sui costumi e sui riti collegati a queste credenze. Ciò nonostante siamo ancora ben lungi dall&#8217;avere una idea chiara dell&#8217;escatologia etrusca. Motivi complessi e contrastanti denunciano livelli diversi di mentalità religiosa ed influenze eterogenee. Ne risultano problemi tuttora in parte irresoluti, singolarmente affascinanti.<br />
Il carattere stesso delle tombe e dei loro equipaggiamenti, soprattutto nelle fasi più antiche, offre una testimonianza inequivocabile del persistere di concezioni primitive universalmente diffuse nel mondo mediterraneo, secondo le quali la individualità del defunto, comunque immaginata, sopravvive in qualche modo congiunta con le sue spoglie mortali, là dove esse furono deposte.<br />
Ne consegue l&#8217;esigenza, fondamentale per i superstiti, di garantire, difendere, prolungare concretamente questa sopravvivenza, non soltanto come tributo sentimentale di affettuosa pietà, ma come obbligo religioso non disgiunto, probabilmente, da timore.<br />
A questo genere di concezioni appartiene in Etruria, come altrove (e segnatamente nell&#8217;antico Egitto), la tendenza ad immaginare il sepolcro nelle forme di una casa, a dotarlo di arredi e di oggetti d&#8217;uso, ad arricchirlo di figurazioni pregne, almeno originariamente, di significato magico (specialmente pitture tombali con s.cene di banchetto, di musica, di danze, di giuochi atletici, ecc.), a circondare il cadavere delle sue vesti, dei suoi gioielli e delle sue armi; a servirlo con cibi e bevande; ad accompagnarlo con figurine di familiari; e, infine, a riprodurre l&#8217;immagine somatica del morto stesso, per offrire un incorruttibile «appoggio» allo spirito minacciato dal disfacimento del corpo, onde in Etruria (come già in Egitto) sembra nascere il ritratto funerario. Ma quale sia l&#8217;effettiva e più profonda natura delle idee religio- se che traspariscono esteriormente in così fatte costumanze e come esse abbiano potuto sussistere ed evolversi accanto ad altre credenze è cosa ancora tutto sommato assai oscura.<br />
All&#8217;origine della storia delle città etrusche vediamo infatti dominare pressoche esclusivo un rito funebre, quale è quello della cremazione, che non può non riflettere concetti estranei a quelli del legame materiale tra spirito e corpo del defunto; che anzi, almeno nella piena età storica, esso sembra talvolta significare un&#8217;idea di «liberazione» dell&#8217;anima dai ceppi della materia verso una sfera celeste.<br />
Tanto più curioso è osservare come nelle tombe etrusche del periodo villanoviano e orientalizzante le ceneri e le ossa dei morti bruciati si contengano talvolta in urne in forma di abitazioni o entro vasi che tentano di riprodurre le fattezze del morto (i così detti &#8220;canopi&#8221; di Chiusi): ciò che rivela, già dai tempi più antichi del formarsi della nazione etrusca, una mescolanza di credenze e forse anche un riaffermarsi delle tradizionifunerarie mediterranee sul costume diffuso dai seguaci della cremazione.<br />
Ne si può affermare che l&#8217;idea della sopravvivenza nella tomba escluda assolutamente una fede nella trasmigrazione delle anime verso un regno dell&#8221;&#8216;al di là&#8221;. Ma è certo che in Etruria quest&#8217;ultima concezione si venne affermando e concretando progressivamente sotto l&#8217;influsso della religione e della mitologia greca, con l&#8217;attenuarsi delle credenze primitive: e si configurò secondo la visione dell&#8217;averno omerico, popolato da divinità ctonie, spiriti di antichi eroi ed ombre di defunti. Già nei monumenti del V e IV secolo, e poi soprattutto in quelli di età ellenistica, la sorte futura è rappresentata come un viaggio dell&#8217;anima verso il regno dei morti e come un soggiorno nel mondo sotterraneo.<br />
Soggiorno triste, senza speranza, a volte dominato dallo spavento che incute la presenza di mostruosi dèmoni, o addirittura dai tormenti che essi infliggono alle anime. È, in sostanza, la materializzazione dell&#8217;angoscia della morte in una escatologia essenzialmente primitivistica. E a simboleggiare la morte sono specialmente due figure infernali: la dea Vanth dalle grandi ali e con la torcia, che, simile alla greca Moira, rappresenta il fato implacabile; e il dèmone Charun, figura semibestiale armata di un pesante martello, che può considerarsi una paurosa deformazione del greco Caronte dal quale prende il nome. Sia di Vanth sia di Charun esistono moltiplicazioni, forse con una propria individualità ed un proprio secondo nome. Ma la demonologia infernale è ricca e pittoresca, e conosce altri personaggi, come l&#8217;orripilante Tuchulcha dal volto di avvoltoio, dalle orecchie d&#8217;asino e armato di serpenti; accoglie largamente la simbologia di animali ctonii, come il serpente e il cavallo.<br />
Anche per questa fase più tardiva le fonti monumentali, nei loro aspetti frammentari ed esteriori, sono insufficienti a darci un&#8217;idea sicura e completa delle credenze contemporanee sull&#8217;oltretomba. Stando alle pitture e ai rilievi sepolcrali, parrebbe che il destino dei morti fosse inesorabilmente triste ed uguale per tutti: la legge crudele non risparmia neanche i personaggi più illustri, la cui affermazione di superiorità si limita ai costumi sfarzosi, agli attributi delle cariche rivestite e al seguito che li accompagna nel viaggio agli inferi.<br />
Esistono tuttavia nella tradizione letteraria, alcuni accenni più o meno espliciti a consolanti dottrine di salvazione, e cioè alla possibilità che le anime conseguano uno stato di beatitudine o addirittura q i deificazione, attraverso speciali riti che sarebbero stati descritti dagli Etruschi nei loro Libri Acherontici. Un prezioso documento originale di queste cerimonie di suffragio, con prescrizioni di offerte e di sacrifici a divinità specialmente infernali, sembra esserci conservato nel testo etrusco della tegola di Capua, che risale al V secolo a.C..<br />
Non sappiamo fino a che punto allo sviluppo di queste nuove concezioni escatologiche abbia contribuito il diffondersi in Etruria di dottrine orfiche, pita- goriche e, più ancora, dionisiache (il culto di Bacco è, in verità, largamente attestato anche in rapporto con il mondo funerario). Comunque le speranze di salvazione sembrano restare collegate al concetto delle operazioni magico-religiose, proprie di una spiritualità primitiva, piuttosto che dipendere da un superiore principio etico di retribuzione del bene compiuto in vita.</p>
<p><strong>Forme del culto</strong><br />
Le testimonianze monumentali, i documenti scritti etruschi e i riferimenti delle fonti letterarie classiche offrono numerosi dati per la ricostruzione della vita religiosa e delle forme del culto. Si tratta di costumanze che, almeno per quel che riguarda gli aspetti sostanziali (luoghi sacri e templi, organizzazione del sacerdozio, sacrifici, preghiere, offerte di doni votivi, ecc.), non differiscono profondamente dalle analoghe manifestazioni del mondo greco, italico e, specialmente, romano.<br />
Ciò si spiega per un verso considerando i comuni orientamenti spirituali della civiltà greco-italica a partire dall&#8217;età arcaica, per altro verso tenendo conto della fortissima influenza esercitata dalla religione etrusca su quella romana. Uno studio delle antichità religiose etrusche non può quindi prescindere dal quadro, ben altrimenti particolareggiato e complesso, che in materia rituale ci presentano la Grecia e Roma: tanto più difficile è determinare i riflessi che le concezioni proprie della mentalità religiosa etrusca ebbero, con motivi peculiari, nella prassi del culto.<br />
Sarà, in primo luogo, da attribuire agli Etruschi quella concreta e quasi materialistica adesione a norme sancite ab antiquo, quel preoccupato formalismo dei riti, quel frequente insistere sui sacrifici espiatorii, che si avvertono nell&#8217;ambito delle tradizioni religiose romane come un elemento in certo senso estraneo alla semplice religiosità agreste dei prisci Latini e indizio della presenza di un fattore collaterale che non può non riportarsi ad una antica e matura civiltà cerimoniale, quale è appunto l&#8217;etrusca.<br />
Questa ars colendi religiones (secondo l&#8217;espressione di Livio nel passo sopra citato) risponde in pieno al senso di subordinazione dell&#8217;uomo alla divinità, che sappiamo predominante nella religiosità etrusca e presuppone la fede nella efficacia magica del rito, proprio delle mentalità più primitive. La concretezza degli atti cultuali si manifesta nella precisa determinazione dei luoghi, dei tempi, delle persone e delle modalità, entro i quali e attraverso i quali si compie l&#8217;azione stessa volta ad invocare o a placare la divinità: quell&#8217;azione che i Romani chiamavano nel loro complesso res divina e gli Etruschi probabilmente ais(u)na (cioè, appunto, servizio &#8220;divino&#8221;, da ais &#8220;dio&#8221;): donde, anche, la parola umbra esono &#8220;sacrificio&#8221;.<br />
Essa si svolge nei luoghi consacrati (tempia) dei quali si è fatta già menzione: recinti con altari ed edifici sacri contenenti immagini delle divinità. Sovente questi edifici sono orientati verso sud e sud-est. Il concetto di consacrazione al culto di un determinato luogo o edificio è forse espresso in etrusco dalla parola sacni (donde il verbo sacnisa): questa condizione può estendersi, come in Grecia e nel mondo italico e romano, ad un complesso di recinti e templi, per esempio sulle acropoli delle città (Marzabotto); carattere in certo senso analogo hanno anche le tombe, presso le quali o entro le quali si compiono sacrifici funerari o si depongono offerte.<br />
Speciale importanza deve avere avuto in Etruria la regolamentazione cronologica delle feste e delle cerimonie, che, insieme con le modalità delle azioni sacre, costituiva la materia dei Libri Rituales ricordati dalla tradizione. Il massimo testo rituale etrusco, tramandatoci nella lingua originale -e cioè il manoscritto su tela parzialmente conservato nelle fasce della mummia di Zagabria &#8211; contiene un vero e proprio calendario liturgico, Con l&#8217;indicazione dei mesi e dei giorni ai quali si riportano le cerimonie descritte. È probabile che altri documenti fossero redatti nella forma attestata dai calendari sacri latini: e cioè come una elencazione consecutiva di giorni contrassegnati dal solo titolo delle feste o dal nome della divinità celebrata.<br />
Il calendario etrusco era forse analogo al calendario romano precesareo: conosciamo il nome di alcuni mesi e sembra che le &#8220;idi&#8221;, circa a metà del mese, abbiano un nome di origine etrusca; ma il computo dei giorni del mese segue generalmente, a differenza del calendario romano, una numerazione consecutiva. Ogni santuario ed ogni città doveva avere, come è logico, le sue feste particolari: tale è appunto il caso del sacni cilfh (santuario di una città non altrimenti identificabile), al quale fa riferimento il rituale di Zagabria.<br />
Le celebrazioni annuali del santuario di Voltumna presso Volsinii avevano invece carattere nazionale, come sappiamo dalla tradizione. Tra le cerimonie e gli usi sacri può ricordarsi quello della infissione dei chiodi per segnare gli anni (clavi annales) nel tempio della dea Nortia a Volsinii, ricordato a proposito dell&#8217;analogo rito del tempio di Giove Capitolino a Roma. Anche per intendere la natura e l&#8217;organizzazione dei sacerdozi siamo costretti ad avvalerci del confronto con il mondo italico e romano.<br />
Abbiamo in ogni caso indizi per ritenere che essi fossero varii e specializzati, strettamente collegati con le pubbliche magistrature e sovente riuniti in collegi. Il titolo sacerdotale cepen (con le variante cipen attestata in Campania), particolarmente frequente nei testi etruschi, è ad esempio seguito spesso da un attributo che ne determina la sfera d&#8217;azione o le specifiche funzioni: come nel caso di cepen fhaurx, che senza dubbio indica un sacerdote funerario (da fhaura «tomba»).<br />
La dignità sacerdotale in genere o specifici sacerdozi sono designati anche con altre parole: quali eisnevc (in rapporto con aisna, l&#8217;azione sacrificale), celu, forse santi, ecc. Si hanno inoltre i sacerdoti divinatori: e cioè gli aruspici (netsvis), rappresentati nei monumenti con un costume caratteristico composto di un berretto a terminazione cilindrica e di un manto frangiato, e gl&#8217;interpreti dei fulmini (trutnvt?). Il titolo marun-, è, come già sappiamo, in rapporto con funzioni sacrali, per esempio nel culto di Bacco (marunux paxanati, maru paxafhuras): si osservi il doppio titolo cepen marunuxva, che indica probabilmente un sacerdozio con le funzioni proprie dei maru.<br />
Si può ricordare anche il titolo zilx cexaneri, nel quale si è voluto intendere qualcosa come &#8220;curator sacris faciundis&#8221;, (ma è congettura molto opinabile). Probabilmente a confraternite si riferiscono termini collettivi quali paxafhuras, formalmente analoghi a quelli che esprimono aggregati gentilizi (per es. Velfhinafhuras nel senso dei membri della famiglia Velfhina) o altri collegi.<br />
A Tarquinia esisteva in età romana un arda LX haruspicum veri similmente di antica origine. Uno degli attributi dei sacerdoti era illituo, bastone dall&#8217;estremità ricurva, che è però frequentemente rappresentato nei monumenti anche in rapporto ad attività profane, per esempio in mano ai giudici delle gare atletiche. L &#8216;azione del culto è volta ad interrogare la volontà degli dèi, secondo le norme dell&#8217;arte divinatoria; e quindi ad invocare il loro aiuto e perdono attraverso l&#8217;offerta.<br />
È probabile che l&#8217;una e l&#8217;altra operazione fossero strettamente collegate tra loro; benche sia ricordata dalle fonti letterarie una distinzione tra vittime sacrificate per la consultazione delle viscere (hastiae cansultatariae) e vittime destinate all&#8217;offerta vera e propria, in sostituzione dei sacrifici umani (hastiae animales). Del pari intrecciate in complicati cerimoniali sembrano le offerte incruente (di liquidi e cibi) con quelle cruente di animali.<br />
Il grande rituale di Zagabria e il rituale funerario della Tegola di Capua descrivevano minuziosamente, in tono prescrittivo e con un linguaggio tecnico specializzato, queste liturgie; ma lo stato delle nostre cognizioni della lingua etrusca non ci consente di stabilire con esattezza il significato di molti &#8216;termini impiegati nella descrizione dei riti e, pertanto, di ricostruirne in pieno lo svolgimento. La preghiera, la musica, la danza dovevano avere larga parte nelle cerimonie. Una scena di culto con offerte è rappresentata nella parete di fondo della Tomba del Letto Funebre di Tarquinia.<br />
I doni votivi offerti nei santuari, per grazie chieste o ricevute, consistono per lo più di statue di bronzo, pietra, terracotta, raffiguranti le divinità stesse e gli offerenti, o anche animali, in sostituzione delle vittime, e parti del corpo umano; inoltre vasi, armi, ecc. Questi oggetti che erano ammassati in depositi o favisse, recano spesso iscrizioni dedicatorie. Essi variano per valore artistico e per pregio (la massima parte è costituita da modeste figuri ne di terracotta lavorate a stampo): ciò che indica, intorno ai grandi centri del culto, una diffusa e profonda religiosità popolare.</p>
<p><strong>Il culto degli dei e dei defunti</strong><br />
Dopo che i sacerdoti avevano ottenuto attraverso la divinazione la conoscenza del volere divino, si dava attuazione a tutto ciò che ne derivava dal punto di vista del comportamento, sulla base delle norme che facevano anch&#8217;esse parte della &#8221;disciplina etrusca&#8221; ed erano oggetto di trattazione nei Libri Rituales. Queste norme si traducevano (e si esaurivano) in una serie impressionante di pratiche, cerimonie e riti rigidamente codificati e ripetuti meccanicamente fino a diventare puro e semplice formalismo.<br />
Essi toccavano sia gli aspetti religiosi della vita degli etruschi sia quelli civili, secondo il principio che &#8221;ogni azione umana doveva essere compiuta in conformità della disciplina&#8221;. E per ogni rito, cerimonia di culto o servizio divino doveva essere stabilito con precisione il luogo, il tempo, il modo, lo scopo, la persona preposta e, naturalmente, la divinità che veniva chiamata in causa. Le funzioni sacre si svolgevano perciò in luoghi rigidamente circoscritti e consacrati (templi, santuari, altari) e il loro svolgimento era codificato fin nei minimi particolari tanto che, se veniva sbagliato od omesso anche un solo gesto, tutta l&#8217;azione doveva essere ripetuta da capo. Musica e danza vi trovavano ampio spazio.<br />
Oltre all&#8217;uso di sacrificare bovini, ovini e volatili, particolarmente diffuso era quello dei doni votivi che potevano andare dagli ex voto (statue e statuine di divinità e di offerenti), alle prede di guerra (armi, carri), agli stessi edifici sacri (dedicazione di un tempio o di un sacello).<br />
Tra le pratiche di carattere religioso quelle destinate ai defunti avevano presso gli etruschi un carattere tutto particolare. Esse erano legate alla concezione (del resto diffusa in altre civiltà del Mediterraneo) che l&#8217;attività vitale del defunto, la sua &#8221;individualità&#8221; continuasse anche dopo la morte e che questa sopravvivenza avesse luogo nella tomba.<br />
Spettava però ai vivi, ai familiari e dei parenti, garantire la sopravvivenza dell&#8217;entità vitale del defunto al quale doveva essere data una tomba, cioè una nuova casa, e un corredo di abiti, oggetti d&#8217;uso personali, cibi, di cui si serviva simbolicamente o magicamente. Per la stessa ragione vitalità e forza venivano trasmesse al defunto con giochi e gare atletiche che si svolgevano in occasione dei funerali o delle ricorrenze anniversarie della morte.<br />
Quanto alle pratiche proprie dei funerali, la prassi non era dissimile da quella che avveniva altrove: esposizione del cadavere al compianto pubblico e alle lamentazioni di donne appositamente pagate (prefiche), corteo funebre e banchetto presso la tomba. Il culto della &#8221;sopravvivenza&#8221; nel sepolcro era ulteriormente sviluppato nel culto degli antenati e in particolar modo del capostipite, specie delle famiglie gentilizie.<br />
Tra il V e il IV secolo a.C., però, la fede della sopravvivenza del morto nella tomba cambiò sotto l&#8217;effetto delle suggestioni provenienti dalla civiltà greca. Ad essa si sostituì la concezione di un &#8221;mondo dei morti&#8221; (simile all&#8217;Averno o all&#8217;Ade) dove le &#8221;ombre&#8221; soggiornavano. Ai defunti vennero allora dedicati particolari riti di suffragio, stabiliti dai Libri Acherontici, e offerte alle divinità infere (in particolare il sangue di alcuni animali) che potevano consentire alle anime il conseguimento di uno speciale stato di beatitudine.</p>
<p><strong>La &#8220;disciplina etrusca&#8221;</strong><br />
Secondo gli etruschi gli dèi condizionavano il mondo e ogni azione umana: occorreva quindi &#8220;tradurre&#8221; la loro volontà andando in cerca dei segni attraverso i quali essa si manifestava. Perciò era necessario avere a disposizione un codice che interpretasse quei segni e un prontuario di norme precise e costanti che per ogni segno indicasse il conseguente comportamento atto a soddisfare (e quindi a seguire) la volontà degli dèi. Questo complesso di conoscenze fu chiamato dai romani &#8221;disciplina etrusca&#8221; i cui principi ispiratori erano fatti risalire dagli etruschi all&#8217;intervento rivelatore della stessa divinità.<br />
Essa si sarebbe servita di esseri mitici o semidei (come il fanciullo Tagete o la ninfa Vegoe) i quali avrebbero &#8221;dettato&#8221; le verità soprannaturali e insegnato agli uomini l&#8217;arte di avvicinarsi ad esse: in pratica la divinazione.<br />
Appositi collegi sacerdotali, che si tramandavano la professione di padre in figlio, erano preposti all&#8217;interpretazione dei segni della volontà divine: i fulguratores osservavano le traiettorie dei fulmini, gli àuguri interpretavano i voli degli uccelli, gli arùspici leggevano il fegato delle pecore e di altri animali sacrificati. Le dottrine divinatorie, e tutte le altre che formavano il corpus minuzioso e vastissimo dei riti etruschi, erano tramandati nei testi della cosiddetta &#8221;disciplina etrusca&#8221;: i Libri Haruspicini, svelati dal fanciullo Tagete, trattavano la consultazione delle viscere degli animali; i Libri Fulguratores, il cui contenuto era stato manifestato dalla ninfa Vegoe, riguardavano la scienza dei fulmini; i Libri Rituales, svelati anch&#8217;essi dalla ninfa Vegoe, trattavano della suddivisione della volta celeste, della gromatica (ripartizione dei campi), dei riti e delle modalità per la fondazione delle città e per la consacrazione dei santuari, e infine degli ordinamenti civili e militari.<br />
Esistevano poi i Libri Acherontici, svelati da Tagete, che esponevano le credenze nell&#8217;oltretomba e dettavano le norme per i riti di salvazione. Infine v&#8217;erano i Libri Fatales, nei quali si trattava dei dieci secoli di vita assegnati dal Fato alla nazione etrusca, e i Libri Ostentaria che trattavano dell&#8217;interpretazione dei prodigi e dei fenomeni naturali.</p>
<p><strong>L&#8217;interpretazione dei fulmini</strong><br />
L&#8217;osservazione e l&#8217;interpretazione dei fulmini era regolata da una casistica alquanto complessa. Grande importanza avevano il luogo e il giorno in cui essi apparivano, ma anche la forma, il colore e gli effetti provocati. Le varie divinità che avevano la facoltà di lanciarli disponevano, ciascuna, di un solo fulmine alla volta, mentre Tinia ne aveva a disposizione tre. Il primo era il fulmine &#8220;ammonitore&#8221; che il dio lanciava di sua spontanea volontà e veniva interpretato come avvertimento; il secondo era il fulmine che &#8220;atterrisce&#8221; ed era considerato manifestazione d&#8217;ira; il terzo era il fulmine &#8220;devastatore&#8221;, motivo di annientamento e di trasformazione: Seneca scrive che esso &#8220;devasta tutto ciò su cui cade e trasforma ogni stato di cose che trova, sia pubbliche che private&#8221;.<br />
I fulmini erano variamente classificati a seconda che il loro avviso valesse per tutta la vita o solamente per un periodo determinato oppure per un tempo diverso da quello della caduta. C&#8217;era poi il fulmine che scoppiava a ciel sereno, senza che alcuno pensasse o facesse nulla, e questo, sempre stando a quel che dice Seneca, &#8220;o minaccia o promette o avverte&#8221;; quindi quello che &#8220;fora&#8221;, sottile e senza danni; quello che &#8220;schianta&#8221;; quello che &#8220;brucia&#8221;, ecc.<br />
Ma Seneca parla anche di fulmini che andavano in aiuto di chi li osservava, che recavano invece danno, che esortavano a compiere un sacrificio, ecc. Con un tale groviglio di possibilità, solo i sacerdoti esperti potevano sbrogliarsi. Plinio il Vecchio arriva ad affermare che un sacerdote esperto poteva anche riuscire a scongiurare la caduta di un fulmine o, al contrario, riuscire con speciali preghiere, ad ottenerla.<br />
Resta da dire che dopo la caduta di un fulmine c&#8217;era l&#8217;obbligo di costruire per esso una tomba: un piccolo pozzo, ricoperto da un tumuletto di terra, in cui dovevano essere accuratamente sepolti tutti i resti delle cose che il fulmine stesso aveva colpito, compresi gli eventuali cadaveri di persone uccise dalla scarica. Naturalmente, il luogo e la tomba erano considerati sacri e inviolabili ed essendo ritenuto di cattivo auspicio calpestarli, erano recintati e accuratamente evitati dalla gente, quali &#8220;nefasti da sfuggire&#8221;, come scriveva nel I secolo d.C. il poeta romano Persio originario dell&#8217;etrusca Volterra.</p>
<p><strong>L&#8217;interpretazione delle viscere</strong><br />
Le viscere degli animali di cui si servivano gli Aruspici (dette in latino exta) erano di diverso tipo: polmoni, milza, cuore, ma specialmente fegato (in latino hepas). Esse venivano strappate ancora palpitanti dal corpo degli animali appena uccisi ed espressamente riservati alla consultazione divinatoria e quindi distinti da quelli immolati per il sacrificio. Esse venivano strappate ancora palpitanti dal corpo degli animali appena uccisi ed espressamente riservati alla consultazione divinatoria e quindi distinti da quelli immolati per i sacrifici. Si trattava in genere di buoi e talvolta anche di cavalli ma soprattutto di pecore.<br />
Delle viscere dovevano essere prese in considerazione la forma, le dimensioni, il colore ed ogni minimo particolare, specialmente gli eventuali difetti. Quando non rivelavano nulla di apprezzabile per la divinazione, erano ritenute &#8220;mute&#8221; e inutilizzabili; erano invece &#8220;adiutorie&#8221; quando indicavano qualche rimedio per scampare ad un pericolo; &#8220;regali&#8221; se promettevano onori ai potenti, eredità ai privati, ecc.; &#8220;pestifere&#8221; quando minacciavano lutti e disgrazie.<br />
L&#8217;osservazione era più minuziosa nel caso del fegato, dato che in esso, per l&#8217;aspetto generale e per la particolare conformazione, veniva riconosciuto il &#8220;tempio terrestre&#8221; corrispondente al &#8220;tempio celeste&#8221;. La sua importanza era del resto connessa alla credenza diffusa presso gli antichi che esso fosse la sede degli affetti, del coraggio, dell&#8217;ira e dell&#8217;intelligenza. Ritenuto che nel fegato fosse esattamente proiettata la divisione della volta celeste, si trattava di riconoscere a quale delle caselle di quella corrispondessero, nel fegato, le irregolarità.<br />
Le imperfezioni, i segni particolari o anche le regolarità, e quindi prendere in considerazione i messaggi della divinità che occupava la casella interessata. Per meglio riuscire nell&#8217;intento, per l&#8217;istruzione dei giovani aruspici, venivano utilizzati degli appositi modelli di fegato, in bronzo o in terracotta, sui quali erano riprodotte le varie ripartizioni e scritti i nomi delle diverse divinità.</p>
<p><strong>L&#8217;osservazione dei prodigi</strong><br />
La fama di insuperabili interpreti di viscere e fulmini, della quale godevano gli Etruschi, era completata da quella che li riteneva anche esperti conoscitori del significato di ogni genere di prodigi. Il romano Varrone, che desumeva evidentemente da fonti etrusche, riferisce che tra i prodigi si distinguevano l&#8217;ostentum, che prediceva il futuro; il &#8220;prodigio&#8221;, che indicava il da farsi; il &#8220;miracolo&#8221;, che manifestava qualcosa di straordinario; il &#8220;mostro&#8221;, che dava un avvertimento.<br />
Tra i prodigi più frequenti erano annoverati la pioggia di sangue, la pioggia di pietre e quella di latte, gli animali che parlavano, la grandine, le comete, le statue che sudavano, ecc. In aggiunta alle manifestazioni di carattere straordinario, nelle categorie dei prodigi rientravano anche fatti del tutto naturali: c&#8217;erano perciò alberi e animali &#8220;felici&#8221; o &#8220;infelici&#8221;, cioè portatori di cattivo o di buon auspicio, piante commestibili che portavano bene e piante selvatiche che portavano male.<br />
La casistica era infinita: ad essa tutti prestavano in genere molta attenzione, magari per tradizione o per rispetto della comune opinione.</p>
<p><strong>Libri Fulgurales</strong><br />
Seneca (II 32 ss.) e Plinio (II,135 ss:) hanno conservato una larga parte di excepta dai libri fulgorales etruschi e della loro minuziosa casistica (soprattutto delle opere del volterrano Cecina). Il principio basilare e&#8217; quello secondo il quale: alcuni Dei posseggono le Manubiae, ovvero le potesta&#8217; di scagliare i fulmini.(Serv. Aen. I,42.) In particolare 9 dei (Plin. n. h.,II,138), forse da identificare con i misteriosi dii novensiles o novensides della lista di Marziano Capella, ma noti anche in dediche romane. I tipi di Fulmine sono 11 per 9 Dei, perche&#8217; Tinia (Tin = Giove) possiede 3 manubiae. (Plin. n.h., II, 138; Sen. n.q. II,41) Le 3 manubie possono distinguersi per il loro significato e per il fatto di essere scagliati da Giove da solo o con il &#8220;consiglio&#8221; degli altri Dei.<br />
Prima manubia: del Solo Tinia<br />
Seconda manubia: di Tinia + i 12 Dei Consentes<br />
Terza Manubia: di Tinai + Dei Involuti<br />
I 3 tipi di fulmini possono essere di natura fisica (Fest. p. 114 L; Sen. n.q. II, 40) oppure per alcuni (Serv. auct. Aen. VIII, 429)<br />
ostentatorium = dimostrativo<br />
(dopo consultazione con i 12 Dei Consentes. Segno di Ira degli Dei.Utile e dannoso serve per impaurire). peremptorium = perentorio<br />
(Dopo consultazione con i Dei superiores et involuti. Devasta. Indica che tutto verra&#8217; radicalmente trasforamato nella vita pubblica o privata.)<br />
presagum = presago<br />
(Di avvertimento per suadere (convincere) o dissuadere (far cambiare idea)).<br />
Da Seneca ..manubia placata est et ipsius concilio iovis mittitur.<br />
oppure per altri (Serv. Aen. I, 230)<br />
quod terreat = che atterisce<br />
quod adflet = che soffia<br />
quod puniat = che punisce<br />
Degli altri 9 Dei abbiamo solo degli indizi,dalle fonti letterari, per 5 di essi:<br />
Uni = Giunone<br />
Menerva = (Mnrva,Menrua,Meneruva,Merva,Merua,Mera)= Minerva<br />
Sethlans = Vulcano<br />
Mari = (Mars,Maris) Marte<br />
Satres = (Satrs) Saturno<br />
La dottrina romana del fulmine attribuiva i fulmini notturni a Summanus e tenendo conto del fegato di Piacenza e cio&#8217; che dice Capella probabilmente il corrispondente etrusco potrebbe essere Cilen &#8211; Nocturnus. Mentre l&#8217;identita&#8217; tra Vetisl etrusco e Vediovis o Veiovis romano farebbe attribuire a questo una manubia infera, anche in considerazione di uno Zeus sbarbato munito di fulmine frequente nella iconografia etrusca. Anche per i fulmini vale la dottrina delle 16 regioni che vale per l&#8217;epatoscopia.(Plin. n.h. II, 143)<br />
L&#8217;esame del fulmine (e del tuono) da parte dell&#8217;aruspice prevedeva una casitica precisa, enunciataci da Seneca (n.q. II ,48 ,2 ):<br />
Da parte di quale Dio proviene<br />
quale = di che tipo e&#8217;<br />
quantum = la durata<br />
ubi factum sit, cui = l&#8217;oggetto colpito<br />
quando, in qua re = in che circostanza</p>
<p>Per quel che riguarda il tipo:<br />
1) di che colore era il fulmine<br />
manubiae albae = bianche = forse di Tinia<br />
manubiae nigrae = nere = di Sethlans<br />
manubiae rubrae = rosse = forse di Mari<br />
Provenienti dai Pianeti associati al nome divino e non dal Dio.<br />
I fulmini provenienti da Satres provenivano anche dalla Terra in inverno ed erano detti Infernali.</p>
<p>2) genus:<br />
l&#8217;acre del fulmine, il grave del tuono, intensita&#8217; e capacita&#8217; erano di 3 tipi:<br />
quod terebrat = che perfora,sottile e fiammeggiante.<br />
quod dissipat = che si disperde,passante,capace di rompere senza perforare.<br />
quod urit = che brucia in 3 modi<br />
come un soffio (afflat) e senza grave danno bruciando dando fuoco</p>
<p>3) C&#8217; erano fulmini Secchi &#8211; Umidi e Clarum (Plinio)<br />
Per quel che riguarda l&#8217;oggetto colpito i fulmini possono essere<br />
fatidica = cioe&#8217; portatori espressi di segni eventualmente comprensibili (fata)<br />
bruta = privi di significato<br />
vana = il cui significato si perde<br />
l&#8217;oggetto puo&#8217; essere<br />
schiantato = discutere<br />
non rompersi = terebrare<br />
essere + o &#8211; affumicato = urere<br />
restare affumicato = fuscare</p>
<p>Per quel che riguarda l&#8217;auruspice Seneca dice che il sacerdote procedeva<br />
con l&#8217;analisi sistematica = quomodo exploremus<br />
con l&#8217;interpetazione dei segni = quomodo interpretemus<br />
con l&#8217;espiazione, propiziazione e purificazione = quomodo exoremus<br />
Ma soprattuto il sacerdote non era solo in grado di leggere i segni<br />
ma anche di evocarli con l&#8217;attirare (exorare) il fulmine.</p>
<p><strong>L&#8217;arte della divinazione</strong><br />
Il segno più importante, la &#8220;voce&#8221; più potente della divinità era il fulmine, che proveniva direttamente dal dio supremo Tinia; l&#8217;ars fulguratoria, cioè quella di trarre dalla sua osservazione tutte le informazioni possibili, era quindi al primo posto nella divinazione etrusca.<br />
Era regolata da una casistica alquanto complessa che teneva conto della parte del cielo in cui il fulmine appariva (la volta celeste era divisa in sedici parti, abitata ognuna da una divinità), della forma, del colore, degli effetti provocati e del giorno della caduta. Oltre all&#8217;osservazione dei fulmini (cheraunoscopia) c&#8217;era un&#8217;altra forma di divinazione molto generalizzata alla quale era possibile ricorrere ogni volta che fosse ritenuto utile o necessario senza dover attendere altre forme di prodigi dipendenti invece dal caso, come appunto il fulmine.<br />
Era l&#8217;epatoscopia, o lettura del fegato degli animali sacrificati, che i romani chiamavano haruspicina. Il fegato, la cui immagine si riteneva fosse proiettata la divisione della volta celeste, veniva strappato ancora palpitante dal corpo dell&#8217;animale (pecora, bue, cavallo) e se ne osservavano le regolarità e irregolarità a ognuna delle quali era attribuito un messaggio.<br />
Per questo venivano usati degli appositi modelli in bronzo o in terracotta sui quali erano riprodotte le varie ripartizioni e scritti i nomi delle divinità. Fra i modelli giunti sino a noi il più celebre è il &#8220;Fegato di Piacenza&#8221;. Oltre al fegato gli arùspici leggevano anche altre viscere come il cuore, i polmoni, la milza.</p>
<p><strong>Il rito di fondazione</strong><br />
Fra i dettami della disciplina etrusca famoso in tutta l&#8217;antichità era quello della fondazione di città per il quale erano previste meticolosissime disposizioni. Gli aùguri cominciavano col delimitare una porzione di cielo consacrata proprio in funzione del rito (e definita con il termine significativo di templum) all&#8217;interno della quale trarre gli auspici dedotti dal volo degli uccelli che la attraversavano, dai fenomeni meteorologici che in quel perimetro potevano verificarsi, o da altre manifestazione considerate provenienti dalle divinità.<br />
Erano poi individuati il centro della città stessa e delle principali direttrici viarie scavando fosse in cui venivano deposte offerte e sovrapposti cippi che fungevano sia da punti di riferimento sia da luoghi sacrali. Veniva poi tracciato con un aratro dal vomere di bronzo un solco continuo che disegnava il perimetro delle mura, interrotto solo là dove si sarebbero aperte le porte delle città; il solco diventava subito linea inviolabile per tutti gli uomini e attraversarlo equivaleva ad attaccare la città.<br />
Lungo tutto il perimetro delle mura correva inoltre, tanto all&#8217;esterno quanto all&#8217;interno, un&#8217;ampia fascia di terreno (il pomerium) che non doveva essere né coltivata né edificata e che era dedicata alla divinità. Una solenne cerimonia di sacrificio inaugurava la città così prefigurata. La fondazione di Roma a opera di Romolo e Remo così come ce l&#8217;hanno tramandata le leggende è un&#8217;applicazione puntuale del rito etrusco: i gemelli che osservano il volo degli uccelli per decidere chi dei due dovesse dare il nome alla città, il solco tracciato da Romolo, l&#8217;uccisione di Remo che, saltando all&#8217;interno del perimetro, profana i sacri confini e &#8220;invade&#8221; la nuova fondazione.</p>
<p><strong>Le pratiche rituali</strong><br />
Dal momento che con le arti divinatorie veniva raggiunta la conoscenza del volere divino, si trattava di dare attuazione a tutto ciò che ne derivava dal punto di vista del comportamento. Occorreva cioè agire sulla base delle norme prescritte dalla &#8220;disciplina&#8221; e oggetto della trattazione specifica dei &#8220;libri rituali&#8221;. Tali norme si traducevano in una serie interminabile di pratiche, di cerimonie, di riti.<br />
Si dovevano perciò determinare i luoghi, i tempi e i modi nei quali e con i quali doveva essere eseguito quello che veniva chiamato il &#8220;servizio divino&#8221; (aisuna o aisna, da ais che significa dio), nell&#8217;indicazione delle persone alle quali l&#8217;azione competeva e, naturalmente, prima di tutto, della divinità alla quale essa era dedicata. I luoghi dovevano essere circoscritti, delimitati e consacrati; i tempi regolati dalla successione cronologica delle feste e delle cerimonie previste ed elencate nei calendari sacri; i modi rispettati fin nei minimi particolari, tanto che, qualora fosse stato sbagliato oppure omesso un solo gesto, tutta l&#8217;azione avrebbe dovuto essere ripresa da capo. Nelle funzioni trovavano ampio spazio la musica e la danza; le preghiere potevano essere d&#8217;espiazione, di ringraziamento o di invocazione; i sacrifici cruenti riguardavano particolari categorie di animali; le offerte comprendevano prodotti della terra, vino, focacce e altri cibi preparati.<br />
Particolarmente diffusa, tanto a livello di religiosità &#8220;ufficiale&#8221; quanto a livello di religiosità popolare, era l&#8217;usanza dei doni votivi. Nel primo caso poteva trattarsi di statue o altre opere d&#8217;arte, di oggetti particolarmente preziosi, di prede di guerra e di edifici sacri; nel secondo caso i doni erano solitamente piccoli oggetti, per lo più di terracotta (ma anche di bronzo, di cera e mollica di pane) che i fedeli compravano nelle apposite rivendite presso i santuari.</p>
<p><strong>Il rituale funerario</strong><br />
Durante il periodo villanoviano, il corpo del defunto era spesso cremato; le sue ossa combuste venivano raccolte in un apposito vaso che per la sua forma gli archeologi hanno chiamato &#8220;biconico&#8221;, poichè costituito da due coni contrapposti, collegati per le basi (museo archeologico-topografico, sala di Roselle ecc.). In genere, questo contenitore ha soltanto un&#8217; ansa (quando ve n&#8217;erano due, una veniva ritualmente spezzata). Inoltre, la sua bocca è coperta da una ciotola, anch&#8217;essa munita di una sola ansa; oppure, nel caso che il defunto fosse appartenuto alla classe dei guerrieri, è talvolta coperta da un elmo.<br />
Il vaso e il corredo funebre, composto dagli oggetti più cari al defunto, vengono deposti in un &#8220;pozzetto&#8221;, scavato appositamente nel terreno; talvolta, le sue pareti vengono foderate con lastre di pietra e l&#8217;apertura ne è chiusa con un lastrone. In alcune zone dell&#8217;Etruria d&#8217;epoca villanoviana i cinerari hanno la forma di capanna, le cosiddette &#8220;urne a capanna&#8221; appunto (museo archeologico-topografico, sala di Vetulonia), quasi a voler ricostruire per il defunto la sua casa terrena. Il corredo mostra alcune differenze, soprattutto a livello di sesso: spesso la presenza di un rasoio distingue la deposizione dell&#8217;uomo, mentre quella della donna è evidenziata da oggetti usati per la filatura, come un fuso o una fuseruola.<br />
Successivamente, nell&#8217;VIlI secolo a.C. il corredo che accompagna il defunto diventa più prezioso, aumentano gli oggetti di metallo, soprattutto in bronzo, e compa- provenienti dalla Grecia; cominciano inoltre altri tipi di sepolture, contraddistinte da dimensioni maggiori, come le tombe a fossa, nelle quali viene deposto il defunto inumato. Con l&#8217;inizio di questo tipo di sepoltura, il rito cambia; in- fatti, il corpo del defunto non è cremato, ma è deposto in una fossa scavata nel terreno, munita talvolta di pareti foderate con lastre di pietra -Sovana-, come i &#8220;pozzetti&#8221;. In alcune aree dell&#8217;Etruria, per esempio a Vetulonia, più tombe di questo tipo vengono riunite entro circoli di pietre, quasi a voler tener uniti i membri di una medesima famiglia.<br />
La differente ricchezza presente nei contesti funebri è un dato molto importante perche segnala, all&#8217;interno della società etrusca, il formarsi di una diversa stratificazione sociale rispetto alla più omogenea situazione del periodo villanoviano. Nel periodo orientalizzante, nel VII secolo a.C., troviamo tombe costruite o scavate nella roccia; la scelta fra le due possibilità è dovuta ai diversi tipi di formazione geologica presenti nelle differenti aree e, per molti decenni, i membri di una stessa famiglia (gens) vengono sepolti all&#8217;interno di una medesima tomba.<br />
I corredi raggiungono talora livelli di ricchezza eccezionali; la tomba assume carattere monumentale, manifestando così la potenza della famiglia a cui appartiene. Un lungo dròmos (corridoio) porta all&#8217;interno della tomba, in cui è scavata o costruita la camera funeraria sotterranea; all&#8217;esterno la protegge un tumulo artificiale di terra, contenuto da un &#8220;tamburo&#8221; (un muro circolare) di pietra. Dal VI secolo a.C. diminuiscono le dimensioni delle tombe, scompare il loro aspetto monumentale e si assiste talvolta a una specie di &#8220;pianificazione edilizia&#8221; all&#8217;interno della necropoli, come quella della Necropoli del Crocifisso del Tufo a Orvieto.<br />
Il dato archeologico ci fa comprendere, in tale caso, che la grande aristocrazia, quella proprietaria dei monumentali tumuli, ha perso potere in quest&#8217;area, lasciando spazio a un ceto medio. Le costruzioni monumentali permangono in uso solo in alcune zone dell&#8217;Etruria. A Populonia troviamo nella seconda metà del VI secolo un tipo di costruzione piuttosto origi nale, la cosiddetta &#8220;tomba a edicola&#8221;, il cui esterno è simile a una piccola casa munita di un tetto a doppio spiovente.<br />
Nel periodo ellenistico ci sono ancora tombe di proporzioni monumentali, come quelle di Sovana o di Norchia, le note e affascinanti tombe rupestri scavate nella roccia tufacea. Le loro facciate imitano quelle dei templi o dei palazzi, come si rileva per la tomba Ildebranda a Sovana. S&#8217;intendeva evidentemente eroizzare il defunto, deponendo il suo corpo all&#8217;interno di un vero e proprio &#8220;tempio&#8221;; vicino alla tomba vi possono essere altari per le celebrazioni cultuali dei defunti.<br />
Nello stesso periodo, a Volterra le tombe vengono scavate nella roccia tufacea; sulle loro banchine, ricavate nella pietra, troviamo urne contenenti le &#8220;ceneri&#8221; dei defunti di una medesima gens . Tali &#8220;urnette&#8221;, prodotte dalle botteghe locali in alabastro o tufo, sono decorate sulla cassa con rilievi più o meno alti, raffiguranti scene mitologiche tratte dal repertorio greco (Iliade, Odissea, ecc. ) oppure legati al mondo etrusco (il congedo del defunto dai propri cari, mostri dell&#8217;aldilà ecc.). Il coperchio &#8220;rappresenta&#8221; in genere il defunto/a disteso sul letto da banchetto. Il viso della persona effigiata non è inteso quale ritratto nel senso proprio del termine, ma piuttosto una &#8220;tipologia&#8221; di volto, che raffigura per esempio una &#8220;giovane donna&#8221; oppure un &#8220;uomo anziano&#8221;.<br />
Nel II secolo a.C., accanto a questo tipo di urna cineraria, rivolta a una committenza appartenente a un ceto &#8220;medio&#8221;, compaiono urnette in terracotta, provenienti dal territorio di Chiusi, realizzate a matrice e deposte in tombe a &#8220;nicchiotto&#8221; semplicemente scavate. Furono fatte per una classe sociale economicamente meno rilevante, che tuttavia ebbe notevole fortuna politica nell&#8217;Etruria Settentrionale del tempo. In alto, sulla cassa, è scritto il nome del defunto, a testimoniare la diffusione dell&#8217;alfabetizzazione, ormai raggiunta anche da ceti sociali &#8220;subalterni&#8221;.</p>
<p><strong>L&#8217;antropomorfizzazione e le statue cinerario</strong><br />
Il Museo Archeologico di Firenze rivela al visitatore un aspetto interessante della civiltà etrusca, talvolta non del tutto conosciuto. Il fenomeno riguarda in particolare la città di Chiusi, le cui manifestazioni connesse all&#8217;arte e all&#8217;artigianato rivelano, già nel VII secolo a.C., una tendenza all&#8217;antropomorfizzazione: i vasi canopi. Sono ossuari realizzati in genere con ceramica di impasto, ma talvolta anche in metallo (bronzo), cinerari che presentano per coperchio una raffigura zione stilizzata della testa del defunto; qualche volta, il &#8220;vaso&#8221; ha due piccole braccia disegnate a rilievo e può essere collocato sulla rappresentazione miniaturizzata di un sedile (Museo archeologico-topografico, sala di Chiusi). Qualcosa di simile troviamo anche nel periodo Villanoviano, quando per coperchio del vaso biconico è posto un elmo, quasi a voler restituire un &#8216;integrità fisica al defunto.<br />
Successivamente, nel V secolo a.C., questa tendenza diventa ancora più evidente con la presenza, sempre nella città di Chiusi, di statue cinerario: grandi sculture, come quella della Mater Matuta, scolpite in pietra, che ospitano in una cavità interna le &#8220;cene ri&#8221; del defunto, mentre la testa amovibile della statua funge da &#8220;chiusura&#8221;.</p>
<p><strong>La tomba come casa del defunto</strong><br />
Gli scavi archeologici delle necropoli ci hanno fornito molti dati sulla civiltà etrusca. Un fattore costante nell&#8217;ideologia funeraria etru- sca risulta la tomba, sentita come dimora del defunto. Abbiamo già riferito di alcune urne cinerarie conformate &#8220;a capanna&#8221;, ma anche taluni monumenti funerari possono denotare questo aspetto.<br />
L&#8217;ingresso della tomba può essere costituito da una porta in pietra con tanto di battenti e, a guardia di essa come a custodia di un&#8217;abitazione terrena, sono poste statue di animali fantastici, quali sfingi leonine, o più vicini alla realtà, come i leoni; oppure, a testimonianza dell&#8217; importanza del defunto, troviamo statue rigididamente composte di prefiche.<br />
Talvolta le camere sotterranee delle tombe gentilizie riproducono fedelmente la pianta e l&#8217;interno di un&#8217;abitazione, il cui &#8220;arredo&#8221; viene allora &#8220;scolpito&#8221; nell&#8217;interno: sedie, letti, porte modanate, le stesse suppellettili, nonche i tetti a doppio spiovente con l&#8217;orditura delle travi del soffitto. Medesima decorazione si riscontra nella forma e nel coperchio di alcune urne cinerarie, che hanno l&#8217; aspetto esteriore identico a quello di una casa.<br />
Da tutto ciò emerge chiaramente l&#8217;immagine di un mondo dell&#8217;aldilà molto prossimo a quello terreno. Gli oggetti che facevano parte del corredo funebre testimoniano la volontà degli Etruschi di ricreare nell&#8217;oltretomba la realtà di ogni giorno. Un&#8217;ulteriore testimonianza di ciò è notoriamente rappresentata dalle pitture delle tombe, che spesso riproducono scene di vita quotidiana e in particolare di banchetto.</p>
<p><strong>Il culto dei morti</strong><br />
Tra le pratiche di carattere religioso, un posto del tutto particolare occupavano quelle che avevano come destinatari i defunti. Nei primi tempi, esse erano legate alla concezione della continuazione dopo la morte di una speciale attività vitale del defunto. A tale concezione si accompagnava l&#8217;idea che quell&#8217;attività avesse luogo nella tomba e fosse in qualche modo congiunta alle spoglie mortali. Dato però che tutto dipendeva dalla collaborazione dei vivi, i familiari del defunto erano tenuti a garantire, agevolare e prolungare per quanto possibile la &#8220;sopravvivenza&#8221; con adeguati provvedimenti.<br />
La prima esigenza da soddisfare era quella di dare al morto una tomba, che sarebbe diventata la sua nuova casa; subito dopo veniva quella di fornirgli un corredo di abiti, ornamenti, oggetti d&#8217;uso e, insieme, una scorta di cibi e bevande. Il resto era un arricchimento e poteva variare a seconda del rango sociale del defunto e delle possibilità economiche degli eredi. Si poteva così foggiare la tomba nell&#8217;aspetto sia pure parziale o soltanto allusivo della casa, e dotarla di suppellettili e arredi, e magari affrescarla sulle pareti con scene della vita quotidiana o dei momenti più significativi della vita del defunto.<br />
Quanto alle pratiche proprie dei funerali, esse andavano dall&#8217;esposizione al compianto pubblico al corteo funebre al banchetto davanti alla tomba. Tutte queste pratiche, insieme alle cerimonie e ai riti che dovevano essere compiuti in onore di divinità connesse con la sfera funeraria, facevano parte di un autentico culto dei morti, sacro da rispettare e da venerare.<br />
La situazione tuttavia cambiò con il tempo: infatti, per effetto delle suggestioni provenienti dal mondo greco, nel corso del V secolo a .C., alla primitiva fede di sopravvivenza del morto nella tomba, si sostituì l&#8217;idea di uno speciale regno dei morti. Questo fu immaginato sul modello dell&#8217;Averno (o Acheronte) greco, il regno dei morti, governato dalla coppia divina di Aita e Phersipnai (Ade e Persefone greci).</p>
<p><strong><em>Bibliografia</em></strong><br />
&#8220;La civiltà etrusca&#8221; Keller 1981, Garzanti<br />
&#8220;Etruscologia&#8221; M. Pallottino, Hoepli Milano 1968<br />
&#8220;Tarquinia&#8221; Maria Castaldi, Regione Lazio Ass. Cultura , Quasar 1993<br />
&#8220;Origini e Storia Primitiva di Roma&#8221; M. Pallottino, Ed. Bompiani 2000<br />
&#8220;Guida insolita ai luoghi, ai monumenti e alle curiosità degli Etruschi&#8221; Chiesa, Facchetti, Newton &#038; Compton Ed. 2002<br />
Schede didattiche &#8211; Museo Archeologico Firenze. </p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.storiafilosofia.it/etruschi-la-religione/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Etruschi: società e politica</title>
		<link>http://www.storiafilosofia.it/societa-politic/</link>
		<comments>http://www.storiafilosofia.it/societa-politic/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 28 Nov 2008 13:31:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[etruschi]]></category>
		<category><![CDATA[crociate]]></category>
		<category><![CDATA[fenici]]></category>
		<category><![CDATA[romani]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.storiafilosofia.it/aa_wp/?p=104</guid>
		<description><![CDATA[Caratteristiche e sviluppo della società etrusca Nell&#8217;affrontare i problemi dell&#8217;organizzazione sociale e politica degli Etruschi la nostra prima e fondamentale notazione è che non si può procedere ad una pura e semplice rassegna descrittiva dei fenomeni senza considerarne l&#8217;evoluzione nel tempo che è essenziale per la loro comprensione. Le notizie che derivano da accenni occasionali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Caratteristiche e sviluppo della società etrusca</strong><br />
Nell&#8217;affrontare i problemi dell&#8217;organizzazione sociale e politica degli Etruschi la nostra prima e fondamentale notazione è che non si può procedere ad una pura e semplice rassegna descrittiva dei fenomeni senza considerarne l&#8217;evoluzione nel tempo che è essenziale per la loro comprensione. Le notizie che derivano da accenni occasionali e sommari degli scrittori greci e latini si riferiscono pressochè esclusivamente al quadro delle istituzioni in alcuni dei loro aspetti esteriori, ed in ogni caso per lo più ai tempi e alle circostanze dei rapporti con Roma. Assai più vasta è la piattaforma delle testimonianze epigrafiche che a partire dal VII secolo a.C. e per tutta la durata della civiltà etrusca ci documentano nomi e formule onomastiche: ci danno cioè, per quanto è stato finora scoperto (e continua ogni giorno a scoprirsi), una sorta di radiografia della società etrusca; mentre le indicazioni biografiche delle iscrizioni funerarie presentano titoli di cariche. C&#8217;è poi tutto l&#8217;insieme dei resti archeologici che, per epoche anche più antiche, nella forma e nella distribuzione delle tombe e nelle caratteristiche della produzione rivelano consistenza, rapporti, sviluppi dei diversi nuclei e strati sociali.<br />
Difficilmente potremmo sfuggire all&#8217;importanza di due opinioni correnti sulla società etrusca: cioè in primo luogo che essa si sia costituita attraverso una progressione da piccole comunità semplici e indifferenziate a raggruppamenti complessi con articolazioni dinamiche e forti emergenze di poteri e di ricchezze; in secondo luogo che le oligarchie abbiano esercitato una funzione dominante e durevole. Ma occorre intendersi sull&#8217;una e sull&#8217;altra asserzione. È indubbio che nel periodo villanoviano, vale a dire come sappiamo nella prima fase della civiltà etrusca, si manifestano ancora forme di vita proprie delle culture di villaggio preistoriche (quali si riflettono con evidenza nelle figurine e nelle scene dei bronzi di Vulci, di Bisenzio, di Vetulonia) e apparenti rapporti egualitari denunciati dalla relativa uniformità delle tombe: naturalmente in contrasto con quelli che saranno i costumi e gli sfarzi della successiva fase orientalizzante. È però anche vero che sarebbe un errore considerare la società villanoviana come una società primitiva.<br />
La moltitudine e profondità di esperienze culturali che si sono succedute nel corso dei tempi che precedono sul suolo d&#8217;Italia e nella stessa terra d&#8217;Etruria, l&#8217;inevitabile osmosi con gl&#8217;influssi provenienti dall&#8217;evoluto Mediterraneo orientale, la presenza già sottolineata di aggregazioni e di costruzioni evolute nell&#8217;età del bronzo con particolare riguardo al bronzo finale (Luni sul Mignone, Crostoletto di Lamone, Frattesina) rivelanti tra l&#8217;altro segni di spicco politico-sociale: tutti questi elementi ci convincono che il fenomeno villanoviano deve esser maturato in un ambito di strutture già evolute e dinamiche; ne si può escludere che gli addensamenti e la somiglianza reciproca delle deposizioni funerarie, con particolare riguardo ai pozzetti dei cremati, ubbidiscano ad esigenze rituali comuni (ma non mancano segni anche piuttosto evidenti di distinzioni, per esempio nell&#8217;uso delle urne a capanna rispetto ai cinerari biconici, nella presenza degli elmi in funzione di coperchi, delle armi, di corredi di oggetti di accompagno piuttosto abbondanti).<br />
Le attività metallurgiche, artigianali, cantieristiche riflettono necessariamente una specializzazione del lavoro. Le imprese navali a largo raggio già iniziate in questa età presuppongono e comportano accentramenti di capacità finanziarie e quindi formazioni di gruppi di potere. Che poi tali gruppi, anche appoggiandosi ai possessi terrieri e alla loro trasmissione ereditaria, tendano a chiudersi in una cosciente autorità egemonica di alcune famiglie privilegiate, cioè in un sistema oligarchico gentilizio analogo a quello della Grecia contemporanea, con ogni possibile apparato di prestigio e di lusso, questo può considerarsi veramente il processo che, determinandosi nel corso dell&#8217;VIII secolo, differenzierà dalla società villanoviana la società orientalizzante.<br />
È probabile, anche se non certo, che su questo processo s&#8217;innesti la formazione del sistema onomastico bimembre, che crediamo di origine etrusca, e si ritrova anche nel mondo latino e italico, differenziandosi dalle formule in uso presso altri popoli del mondo antico come i Greci, che indicavano le persone con il semplice nome e patronimico (Apollonio di Nestore), o anche con un epiteto di discendenza (Aiace Telamonio), senza tuttavia esprimere con evidenza il concetto di una continuità familiare. La formula vigente nell&#8217;Italia antica è sistematicamente rappresentata da un doppio elemento, e cioè dal prenome personale e dal nome di famiglia o gentilizio: in questo senso esso è l&#8217;unico sistema onomastico del mondo antico che anticipi una costumanza affermatasi, per necessità sociali, culturali e politiche, nell&#8217;ambito della civiltà moderna. Accanto ai due elementi principali appaiono spesso il patronimico e il metronimico (nomi paterno e materno), talvolta anche i nomi degli avi; al gentilizio può aggiungersi, raramente e per lo più tardivamente, un terzo elemento onomastico che i Romani dissero cognomen, forse di origine individuale ma generalmente adoperato a designare un particolare ramo della gens. È indubitato che l&#8217;elemento più antico è il prenome o nome individuale, che fu in origine un nome singolo. Si ritiene che i gentilizi siano derivati dal nome singolo paterno (per intenderci, come il greco Telamonio), mediante l&#8217;aggiunta di un suffisso aggettivale che spesso è -no: così ad esempio Velno da Vel.<br />
Ma poi i gentilizi si formarono anche da nomi di divinità (Velfino), di luoghi (Sufrina) o in altro modo talvolta non definibile. L&#8217;originalità del sistema sta comunque nel fatto che la nuova formazione resta definitivamente fissata per tutti i membri della famiglia e loro discendenti. Si discute se l&#8217;apparizione e la diffusione dei gentilizi siano avvenute nel corso del VII secolo, o già prima, come è possibile. Il numero delle gentes conosciute è grandissimo, possiamo dire illimitato; constatazione interessante che esclude l&#8217;ipotesi di una contrapposizione tra un ristretta oligarchia dei membri delle gentes ed una massa di popolazione estranea al sistema gentilizio.<br />
A dire il vero si ha l&#8217;impressione che in origine tutti i membri delle nascenti comunità urbane etrusche, in quanto cittadini liberi, fossero inquadrati nell&#8217;ambito del sistema &#8220;gentilizio&#8221;; ma non nel senso di una loro aggregazione entro i limiti di pochi e vasti organismi familiari, bensì nel senso dell&#8217;appartenenza a singoli e numerosi ceppi familiari ciascuno dei quali era contraddistinto da un particolare nome gentilizio. Si può pensare a qualche cosa di simile a quello che accade nel mondo moderno verso la fine del medioevo, quando nascono i nomi di famiglia, e tutta la popolazione, dalle classi elevate alle più umili, finirà con l&#8217;adottare un unico sistema onomastico.<br />
È naturalmente possibile &#8211; quantunque non provato &#8211; che nell&#8217;Etruria arcaica esistessero gentes patrizie e plebee, come a Roma durante la repubblica. La vera e propria classe inferiore è rappresentata dai servi, dagli attori e dai giocolieri, dagli stranieri, ecc., che nei monumenti appaiono contraddistinti soltanto da un nome personale e sono quindi estranei all&#8217;organizzazione gentilizia. Se una società di liberi, suddivisa in piccoli e numerosi aggregati familiari, poteva conciliarsi con una costituzione monarchica di tipo arcaica, ciò parrebbe più difficile per lo stato oligarchico attestato dagli accenni degli scrittori antichi per una fase posteriore della civiltà etrusca.<br />
Tuttavia i monumenti epigrafici continuano a presentarci famiglie &#8211; di cui per questo periodo più tardo si conoscono ormai complesse genealogie &#8211; assai numerose in ciascuna delle città etrusche, e sulla base di un&#8217;apparente parità sociale. Ma è possibile anche intravvedere la formazione di aggregati familiari più vasti, contraddistinti da un sologentilizio, ma con numerose ramificazioni anche fuori dell&#8217;ambito della città originaria. E&#8217; il manifestarsi della gens nel senso più propriamente noto nel mondo romano; e non di rado ai gentilizi si aggiungono cognomi adottati per distinguere i diversi rami della famiglia.<br />
Alle piccole tombe strettamente familiari del periodo arcaico si sostituiscono i grandiosi ipogei gentilizi con numerose deposizioni. Si può osservare un più frequente ricorrere di matrimoni tra membri di alcune gentes, che sono poi quegli stessi che più di frequente rivestono cariche politiche e sacerdotali. Ciò si spiega abbastanza logicamente supponendo che nell&#8217;ambito dell&#8217;originario sistema sociale gentilizio si sia venuta ulteriormente determinando una netta prevalenza di alcune gentes maggiori che avrebbero costituito la oligarchia dominante.<br />
Di ciò si è già fatto cenno nella trattazione storica. È evidente che di quelle oligarchie sono esponenti, ad esempio, a Tarquinia gli Spurina o i Velcha, come ad Arezzo i Cilnii, o a Volterra i Ceicna (Cecina) dai numerosi rami. Più difficile è stabilire la posizione delle gentes minori o plebee nell&#8217;ambito dello stato oligarchico; come anche determinare le caratteristiche delle classi proletarie e servili. Sono abbastanza frequenti, specialmente nell&#8217;Etruria settentrionale, iscrizioni funerarie appartenenti a personaggi designati con i termini lautni, etera, lautneteri; in alcuni casi essi recano il solo prenome, segno di condizione servile, o conservano un nome di origine straniera. La parola lautni deriva da lautn &#8220;famiglia&#8221; e significa letteralmente &#8220;familiare&#8221;; ma è adoperata come corrispondente del latino libertus. Quanto ad etera non si sa precisamente il valore del termine, che qualcuno traduce come «servo».<br />
Un&#8217;affermazione politico-sociale delle classi inferiori è ricordata dalla tradizione storica per Arezzo e per Volsinii dove avvenne nella prima metà del III secolo a.C. una vera e propria rivoluzione proletaria con la conquista del potere e la momentanea abolizione delle differenze di casta (per esempio il divieto di connubio) con l&#8217;aristocrazia dominante.<br />
Resta tuttavia dubbio se e fino a qual punto tali lotte sociali possano interpretarsi anche come un urto tra genti maggiori e minori nell&#8217; ambito del sistema gentilizio, analogo alla lotta tra patrizi e plebei nella Roma repubblicana, ovvero debbano intendersi esclusivamente come una affermazione rivoluzionaria di elementi servili estranei alle gentes. D&#8217;altra parte, come è stato recentemente dimostrato da H. Rix, nelle città dell&#8217;Etruria settentrionale ebbe luogo, al più tardi nel II secolo a.C., una generale ascesa pacifica di elementi servili, i cui nomi individuali (come Cae, Tite, Vipi) divennero nomi gentilizi.<br />
Trattando della famiglia e del sistema onomastico degli Etruschi, si può fare un riferimento al cosiddetto &#8220;matriarcato&#8221; degli Etruschi. È questa soltanto una leggenda erudita, nata dal confronto fra usanze dell&#8217;Etruria e dell&#8217; Asia Minore, quali vengono riportate da Erodoto (I, 73), e alimentata dalle notizie degli scrittori antichi sulla libertà della donna etrusca.<br />
Il fatto che i fanciulli lidii fossero chiamati con il nome della madre e non con quello del padre è stato posto a confronto con l&#8217;uso etrusco &#8211; attestato nelle iscrizioni &#8211; del metronimico. Ma in realtà nelle iscrizioni etrusche l&#8217;elemento prevalente è il patronimico, anche se in molti epitafi sono riportati il gentilizio e talvolta il prenome della madre.<br />
Non vi è dubbio che la donna abbia nella società etrusca un posto particolarmente elevato e certamente diverso da quello della donna greca di età classica. La partecipazione ai banchetti con gli uomini è indizio esterno di una parità sociale, che ricollega anche per questo aspetto la società degli antichi Etruschi a costumi propri del mondo occidentale e moderno.<br />
Un ultimissimo cenno a quel tipo di istituzione sociale che, parzialmente su modelli ellenici, ebbe particolare importanza nel mondo italico e specialmente romano: ci riferiamo alle associazioni di giovani, alla iuventus.<br />
È possibile e probabile che ciò esistesse anche nel mondo etrusco. Già in età arcaica appare raffigurato il giuoco della Troia (Truia), consistente in abili evoluzioni di cavalieri connesse con la iuventus; e a questa si allude forse con la parola huzrnatre derivata dalla radice hus, huz- che esprime il concetto di &#8220;giovane, gioventù&#8221;.</p>
<p><strong>L&#8217;organizzazione politica: città-stato e loro associazioni</strong><br />
All&#8217;epoca dei contatti dell&#8217;Etruria con Roma la vita politica della nazione etrusca poggia essenzialmente sopra un sistema di piccoli stati indipendenti facenti capo a città preminenti per grandezza e per ricchezza. Non sappiamo quali fossero le effettive condizioni del periodo arcaico; ma la coesistenza di diversi centri di grande importanza a poca distanza l&#8217;uno dall&#8217;altro, come Veio, Caere, Tarquinia, Vulci, con propri poteri, caratteristiche e costumanze, sembra effettivamente ispirarsi al sistema della città-stato proprio delle contemporanee colonie greche e fenicie d&#8217;occidente.<br />
Questa struttura politica &#8211; estesa anche nel Lazio etruschizzato &#8211; è designata tecnicamente in latino con il termine populus, di probabile origine etrusca, che appare, in un certo senso, sinonimo di civitas, dell&#8217;osco-umbro touto, toto. In etrusco il concetto è reso, probabilmente con diverse sfumature, dai termini spur-, mex e forse anche tufi (dall&#8217;italico). Il nome ufficiale dei populi è quello degli abitatori stessi delle città: Veienti, Tarquiniesi, Ceretani, Chiusini, ecc.<br />
È probabile che con il procedere del tempo le singole città sovrane si siano aggregate un territorio più o meno vasto, sottomet- tendo altre città rivali, come vediamo in atto nella più antica storia di Roma; ma non è escluso che alcune delle città conquistate possano aver conservato una parziale autonomia o siano state legate da rapporti di alleanza con i dominatori (ciò che potrebbe spiegare l&#8217;esistenza di centri di media importanza specialmente nell&#8217;Etruria interna, come Nepi, Sutri, Blera, Tuscania, Statonia, Sovana, ecc., nel territorio delle maggiori città, cioè di Veio, Tarquinia, Vulci).<br />
Si consideri inoltre la possibilità di vincoli di dipendenza delle colonie dalle città di origine: per esempio nella espansione etrusca in Campania e verso settentrione. Ma in realtà, per quanto ci consta, il principio dell&#8217;autonomia e del frammentismo politico deve aver prevalso anche nella costituzione dei domini etruschi dell&#8217;Italia meridionale e settentrionale.<br />
Il centro della vita politica e culturale dell&#8217;Etruria è dunque da ricercare nelle grandi città dominanti, di cui possediamo gli splendidi resti, e che il computo tradizionale calcola in numero di dodici (solo in età romana si parla di quindici popoli). Quali sono queste città? Certamente all&#8217;epoca della conquista romana si contano tra di esse Caere, Tarquinia, Vulci, Roselle, Vetulonia, Populonia, Volsinii, Chiusi, Perugia, Cortona, Arezzo, Fiesole, Volterra; Veio era stata annessa al territorio romano già dall&#8217;inizio del IV secolo, Alcuni centri minori dovevano essere ancora autonomi nel IV e III secolo a.C., come parrebbe risultare da monete con i nomi di Peithesa, Echetia e di altre città non meglio identificate.<br />
Nuclei abitati fiorenti in età arcaica, quali Acquarossa, Bisenzio, Marsiliana d&#8217; Albegna (Caletra?) e la stessa Vetulonia, decadono più tardi: altre città si svilupperanno soltanto alla fine della civiltà etrusca, sotto il dominio di Roma, quali Siena, Firenze, Pisa, Luni.<br />
Una fase anteriore a quella dell&#8217;organizzazione urbana non è documentabile storicamente: ne possiamo quindi conoscere il sistema politico e i reciproci rapporti dei villaggi protostorici dei quali restano tracce nel territorio etrusco. Accenni indiretti di scrittori e l&#8217;analogia con la costituzione primitiva di Roma potrebbero far supporre che la popolazione delle città fosse ripartita in tribù e in curie. Per il resto, cioè per il rapporto fra queste ripartizioni interne e i nuclei territoriali di aggregazione dai quali sarebbero sorte le città stesse, nonche i centri minori dipendenti, regna almeno per ora l&#8217;oscurità più completa.<br />
Ogni città-stato o città capitale (caput) di uno stato costituisce un mondo politicamente ed entro certi limiti culturalmente a se stante (si pensi ad esempio alla specializzazione dei prodotti artistici, per cui tra le altre Tarquinia eccelse soprattutto per la pittura funeraria, Caere per l&#8217;imitazione dell&#8217;architettura interna delle tombe, Vulci per i bronzi e per la scultura, e così di seguito).<br />
Gestione interna, commerci, eventuali imprese navali dovettero essere autonome come nelle poleis della Grecia arcaica e classica. Le notizie delle fonti storiche ci persuadono a ritenere che anche la politica estera fosse decisa con sostanziale autonomia da ciascuna città secondo i propri interessi.<br />
Tuttavia esistono altri indizi, sempre delle fonti, che ci indirizzano verso il ricordo di un tipo di associazione delle città etrusche per la quale si è usato modernamente il termine di lega o di federazione. Dobbiamo chiederci quale sia l&#8217;effettiva natura di quest&#8217;ultima istituzione, che ha dato luogo a discussioni tra gli studiosi. L &#8216;esistenza di forme associative tra diverse comunità autonome è un fatto ben noto nel mondo antico, in Grecia come in Italia, sia pure con diverse caratteristiche a seconda dei tempi e dei luoghi; ne può quindi destare meraviglia.<br />
Per l&#8217;Etruria gli scrittori antichi non usano, a quanto ci consta, un termine specifico per indicare l&#8217;associazione stessa; ma parlano dei duodecim populi, dei duodecim (o quindecim) populi Etruriae o semplicemente di Etruria, di omnis Etruria.<br />
Il numero dodici delle grandi città dell&#8217;Etruria propria &#8211; alle quali facevano riscontro altrettante della Etruria padana e della Campania &#8211; ha probabilmente un carattere rituale: come in altri casi analoghi del mondo antico, e forse, ma non necessariamente, per analogia con le dodici città della lega ionica (considerati gli antichi legami culturali fra Etruria e lonia asiatica).<br />
Che si tratti per altro non soltanto di uno schema ideale, ma di una reale istituzione politica, può dedursi da quei riferimenti, principalmente di Livio (IV, 23; V, 1; X, 16, ecc.), nei quali si accenna ad una adunanza di consultazione annuale o comunque periodica (concilium) tenuta dagli stati etruschi e dai loro capi (principes) al Fanum Voltumnae. Ha giustamente posto in rilievo L. Pareti che simili testimonianze non sono sufficienti a provare il carattere continuativo ed un forte potere soprastatale del supposto istituto federale etrusco.<br />
Accertata l&#8217;esistenza di feste e di giochi annuali panetruschi nel santuario di Voltumna &#8211; non altrimenti da ciò che sappiamo relativamente al mondo greco per Efeso, Olimpia, Delfi, Corinto -, si potrebbe infatti supporre che soltanto circostanze politiche di carattere eccezionale, come la minaccia di Roma, possano avere indotto i rappresentanti dei diversi stati etruschi a concertarsi nel santuario nazionale e financo a coalizzarsi in una lega politica e militare. Ma esistono d&#8217;altra parte riferimenti che paiono indicare una certa continuità dell&#8217;istituto ed una relativa subordinazione ad esso dei singoli stati: ad esempio il passo di Servio (ad Aen., VIII, 475), nel quale è detto che l&#8217;Etruria aveva dodici lucumoni, o re, dei quali uno era a capo degli altri, o gli accenni di Livio (l, 8, 2; V, 1) alla elezione di un re da parte dei dodici popoli, ciascuno dei quali forniva un littore per i fasci, e più tardi alla elezione di un sacerdote al Fanum Voltumnae in occasione delle adunanze degli stati etruschi. In sostanza dall&#8217;attendibilità delle notizie contenute in questi riferimenti dipende il nostro giudizio sulla lega etrusca.<br />
È interessante notare che in due delle testimonianze si parla di re: ci si riferisce cioè preferibilmente ad epoca arcaica. Ma in altro passo di Livio si parla di un capoelettivo della comunità degli Etruschi, il quale alla fine del V secolo (cioè all&#8217;epoca del conflitto tra Veio e Roma) era un personaggio designato con il titolo di sacerdos, e perciò dotato di poteri eminentemente religiosi (o ridotti alla sola sfera religiosa).<br />
In alcune iscrizioni latine di età imperiale ricorre il titolo praetor Etruriae che appare anche nella forma praetor Etruriae XV populorum, cioè della comunità nazionale etrusca che in età romana pare accresciuta di tre città.<br />
Ora fra le cariche esercitate da personaggi etruschi e ricordate da iscrizioni in etrusco conosciamo il titolo zilat? mexl rasnal. Dal celebre passo di Dionisio (I, 30, 3) in cui gli Etruschi sono designati con il nome nazionale di Rasenna sappiamo che la parola rasna dovrebbe significare «etrusco, Etruria».<br />
D&#8217;altra parte la magistratura indicata con la parola zilat?, che pare sia la più elevata fra le cariche delle repubbliche etrusche, equivale assai probabilmente al praetor dei Romani. Per mexl si può pensare ad un genitivo della parola mex che ricorre nella iscrizione della lamina d&#8217;oro lunga di Pyrgi, e forse tradurre &#8220;dei populi&#8221;. Risulterebbe così una corrispondenza del titolo zilat? mexl rasnal con praetor Etruriae (populorum).<br />
Si può discutere se questa carica si identifichi con la suprema presidenza elettiva dei populi etruschi, o con una magistratura di rappresentanza dei singoli populi nel concilio federale, come quella dei principes ricordati da Livio. La prima ipotesi sembra oggi la più probabile.<br />
Se le notizie relative alla supremazia di uno degli antichi sovrani delle città etrusche non sono del tutto prive di fondamento, si potrebbe arrischiare l&#8217;ipotesi che una forma originaria di legame unitario esistesse fra gli Etruschi del sud all&#8217;inizio dei tempi storici, sotto la egemonia di una o dell&#8217;altra città. Più tardi questa antica unità avrebbe assunto il carattere di associazione religiosa, commerciale e politica, con feste e adunanze nazionali nel santuario di Voltumna presso Volsinii.<br />
La elezione di un supremo magistrato annuale è forse il ricordo dell&#8217;alta sovranità di un capo sugli altri. Sappiamo da Livio che verso la fine del V secolo il re di Veio poneva la sua candidatura alla elezione &#8211; il che conferma implicitamente l&#8217;importanza della magistratura nazionale -, ma ne usciva battuto.</p>
<p><strong>Il potere e le forme istituzionali nei singoli stati</strong><br />
Le condizioni di fatto esistenti nelle città etrusche tra il IV e il II secolo a.C., hanno influito sulla generale interpretazione delle istituzioni politiche e sociali etrusche quale risulta dai riferimenti degli scrittori antichi. Le città appaiono dominate da un&#8217; oligarchia gentilizia (solo sporadicamente e per breve tempo soppiantata da altre classi sociali), con magistrati genericamente designati dalle fonti romane come principes.<br />
I monumenti confermano in parte la tradizione pre- sentandoci grandiose e ricche tombe gentilizie con numerose deposizioni, iscrizioni riferibili a membri di alcune famiglie strettamente imparentate e soprattutto epigrafi di personaggi che portano titoli di cariche temporanee e probabilmente collegiali, secondo un sistema altrimenti noto nelle costituzioni delle città-stati del mondo antico. Ma tali condizioni non rispecchiano evidentemente il quadro della vita politica etrusca nei secoli più antichi della storia nazionale.<br />
Molte fonti ci parlano dell&#8217;esistenza di re nelle città etrusche. Il termine lucumone (lat. lucumo, lucmo, in etrusco probabilmente lauxume, lauxme, luxume) ricorre talvolta quale prenome personale di personaggi etruschi, come nel caso del re di Roma Tarquinio Prisco; ma è generalmente usato come nome comune per designare i capi etruschi.<br />
Il commentatore di Virgilio, Servio, in un caso chiama lucumoni i magistrati preposti alle curie della città di Mantova (ad Aen, X, 202), altrove identifica esplicitamente i lucumoni con i sovrani della città (ad Aen, II, 278; VIII, 65, 465). E&#8217; accertato che i lucumoni equivalessero ai principes, designando ambedue i termini null&#8217;altro che i capi delle famiglie patrizie.<br />
È però probabile che il termine principes indichi, più che una condizione sociale, le magistrature dello stato repubblicano, e forse anche magistrature supreme; tutto porta a credere che il titolo lucumone designi i re etruschi di età arcaica, secondo l&#8217;esplicita e ripetuta affermazione di Servio.<br />
Non sembra quindi necessario ricercare, con S.P. Cortsen, la parola etrusca per re nel titolo * pursna, * purtsna, purfne, che sarebbe stato considerato come un nome proprio nel caso del re di Chiusi Porsenna. È d&#8217;altro canto probabile che, analogamente a quanto accadde a Roma per il termine rex (sacrificulus), il titolo degli antichi monarchi non sia stato abolito con la trasformazione dello stato in una repubblica aristocratica e si sia conservato accanto alle nuove magistrature, sostanzialmente svuotato del suo contenuto politico e volto a funzioni religiose.<br />
Nel testo sacro della Mummia di Zagabria si parla di cerimonie compiute lauxumneti, «nel lauxumna», cioè probabilmente la residenza del lauxume, il lucumone: qualche cosa di analogo alla Regia, residenza dei Pontefici, in Roma. Infine il capo elettivo del Fanum Voltumnae, designato da Livio come sacerdote, non sarà forse stato in origine altro che il re eletto dai dodici popoli e il lucumone più potente ricordato da Servio: sia pure con funzioni sminuite e trasformate dal mutare dei tempi e delle concezioni politiche.<br />
determinarlo e soltanto l&#8217;analogia con quel poco di storicamente certo che ci è noto sulla monarchia romana consente qualche supposizione. Il re doveva avere il potere giudiziario supremo che esercitava, a detta di Macrobio (Saturn., l, 15, 13), ogni otto giorni in udienze pubbliche.<br />
Doveva essere il capo dell&#8217;esercito ed anche della religione dello stato. Meglio informati siamo sopra alcuni costumi cerimoniali e attributi esteriori della monarchia, che furono ereditati da Roma e considerati dagli scrittori antichi come di origine specificamente etrusca: così la corona d&#8217;oro, lo scettro, la toga palmata, il trono (sella curulis), l&#8217;accompagno dei fasci e altre insegne del potere, la presenza di uno scriba che registra gli atti sovrani; così forse anche la cerimonia del trionfo.<br />
Particolarmente interessante è il problema delle origini del fascio littorio. La sua origine etrusca è sostenuta esplicitamente dagli scrittori di età imperiale, come Silio Italico (Puniche, VIII, 483 sgg.) e Floro (l, 1, 5). La più antica rappresentazione di fasci senza scure s&#8217;incontra in un rilievo chiusino del Museo di Palermo che si data nella prima metà del V secolo a.C.: cade quindi l&#8217;ipotesi che i littori e i fasci al seguito dei magistrati etruschi nelle città federate siano una imitazione delle costumanze di Roma.<br />
È probabile che in origine il fascio fosse soltanto uno e che il moltiplicarsi del numero dei littori sia dovuto all&#8217;estendersi della sovranità su più territori o al moltiplicarsi dei per- sonaggi detentori del potere supremo. Al simbolo materiale dei fasci corrisponde una capacità politica e religiosa, che i Romani designarono con il nome di imperium.<br />
sovrano sta il fatto che soltanto l&#8217; imperium maius ed alcune particolari circostanze davano diritto al magistrato romano dì inalberare i fasci con la scure. L&#8217; imperium, distinguendosi da una generica potestas, è la pienezza dei poteri giudiziari e militari: esso è in sostanza la sovranità degli antichi re di Roma trasmessasi ai magistrati repubblicani. Il concetto di imperium, con le sue sfumature religiose, deriva probabilmente dalla monarchia etrusca.<br />
Nello studio del passaggio dallo stato monarchico allo stato repubblicano in Etruria &#8211; passaggio avvenuto tra il VI e il IV secolo a.C. &#8211; va tenuta presente la portata internazionale del fenomeno che investe, con linee sostanzialmente analoghe, la storia istituzionale dei Greci, dei Fenici, dei Latini, degli Etruschi, e che dimostra, per certi aspetti sostanziali della vita pubblica, la profonda unità della civiltà mediterranea anche in epoca anteriore all&#8217;ellenismo e alla romanità.<br />
Dalla monarchia primitiva a carattere religioso si passa allo stato oligarchico con magistrature elettive, collegiali e temporanee: talvolta il processo si affianca o si sviluppa con affermazioni di potere personale (tirannie) e con soluzioni democratiche. In molte città greche la trasformazione è già in atto in epoca protostorica, durante e dopo l&#8217;età micenea; mentre altre città come Sparta conservano, almeno formalmente, l&#8217;istituto monarchico fino alla fine della loro storia.<br />
Nel mondo greco d&#8217;occidente le nuove soluzioni sembrano già in gran parte affermate sin dagli inizi della colonizzazione; mentre a Roma il mutamento ha luogo nel VI secolo. Le molte teorie proposte per spiegare il passaggio dalla monarchia romana alle magistrature repubblicane si orientano da un lato verso il concetto dell&#8217;evoluzione continua e necessaria, da un altro lato verso l&#8217;idea di una innovazione improvvisa.<br />
Quest&#8217;ultima potrebbe effettivamente ricollegarsi all&#8217;imitazione di istituti stranieri (greci, latini o anche etruschi?). È stata inoltre affacciata, essenzialmente da S. Mazzarino, la proposta che agli inizi dello stato repubblicano, prima dell&#8217;affermarsi delle magistrature collegiali sia da ricostruire una fase di magistrature singole o preminenti, a carattere prevalentemente militare, quasi dittature stabili, sostituitesi alla regalità arcaica.<br />
In tal senso sono state interpretate tradizioni relative a titoli come, in Roma, quelli del magister populi o del praetor maximus; e si è anche creduto di poter riconoscere un simile tipo di potere nel personaggio etrusco Mastarna, il cui nome Macstrna (senza prenome nella tomba Franr;ois di Vulci) sarebbe null&#8217;altro che un titolo derivato dal latino magister: tanto più che Mastarna era stato da alcune fonti identificato con il re di Roma Servio Tullio, alle cui riforme costituzionali si faceva risalire l&#8217;origine stessa della repubblica (Livio, I, 60).<br />
L&#8217;esistenza di forti poteri personali nelle città etrusche e latine tra la fine del VI e il principio del V secolo s&#8217;inquadrerebbe nel diffuso costume delle tirannie che caratterizza le città greche d&#8217;occidente in quel medesimo periodo (si pensi ad esempio ad Aristodemo di Cuma), per una sorta di mimetismo politico.<br />
Le laminette d&#8217;oro in scritte in etrusco e in punico trovate a Pyrgi recano un nuovo prezioso contributo alla discussione di questo problema, dato che esse ci presentano la figura del dedicante Thefarie Velianas, designato in punico come &#8220;re di Caere&#8221; o &#8220;regnante su Caere&#8221; (ma in etrusco probabilmente già come zilac, cioè praetor), con tutte le caratteristiche di un capo di stato investito di potere unico e personale.<br />
Oltre a ciò va detto che probabilmente non esiste in Etruria una netta contrapposizione cronologica tra fase monarchica e fase repubblicana anche per un&#8217;altra ragione, e cioè perche la monarchia, di nome oltre che di fatto (se le fonti non mentono), sopravvive o riaffiora almeno in due casi posteriori a quella fase tardo-arcaica nella quale dovrebbero collocarsi i mutamenti istituzionali più o meno nello stesso periodo delle origini della repubblica romana.<br />
Ci riferiamo alla creazione di un re a Veio sul finire del V secolo e alla menzione di un &#8220;redei Ceriti&#8221; nell&#8217;elogium di Aulo Spurinna in un contesto cronologico che si riporta verso la metà del IV secolo. Nell&#8217;uno come nell&#8217;altro caso c&#8217;è una palese ostilità di altri stati etruschi, che farebbe pensare a fatti eccezionali in un mondo di ormai prevalenti assuefazioni istituzionali repubblicane.<br />
Il sistema che doveva essersi generalizzato negli ultimi secoli di vita autonoma delle città etrusche è, come si è detto, quello delle repubbliche oligarchiche, per la cui conoscenza abbiamo purtroppo soltanto pochi indizi diretti offerti dalle iscrizioni e qualche cenno delle fonti storiche, oltreche l&#8217;analogia con Roma. Possiamo dedurne l&#8217;esistenza di un senato formato dai capi delle gentes; probabilmente di assemblee popolari; di una magistratura suprema temporanea, unica o collegiale; di altre magistrature collegiali a carattere politico e religioso.<br />
In ogni caso si avverte la tendenza a spezzettare il potere, a sminuirlo e a porlo sotto un costante reciproco controllo, allo scopo di evitare l&#8217;affermarsi del potere personale. Questo irrigidimento delle istituzioni oligarchiche sembra più accentuato in Etruria che a Roma. Una differenza traspare anche nei riguardi dei movimenti di rivendicazione pubblica delle classi inferiori, che in Etruria non hanno generalmente la possibilità di inquadrarsi, come a Roma, in uno sviluppo progressivo delle istituzioni verso l&#8217;avvento al potere della classe plebea; ma si risolvono, a Volsinii, ad Arezzo e forse altrove, in parentesi di anarchia popolare.<br />
Ciò non esclude tuttavia un progressivo assorbimento di elementi extragentilizi nel sistema gentilizio specialmente nell&#8217;Etruria settentrionale intorno al II secolo a.C., come si è già accennato: con loro probabile conseguente accesso almeno ad alcune delle cariche pubbliche.<br />
I titoli delle magistrature etrusche, nelle loro forme originarie, ci sono noti dai cursus honorum (cioè dalle elencazioni delle carriere) delle iscrizioni funerarie, alcune delle quali dovevano esser redatte nella forma di veri e propri elogio poetici del defunto, come ad esempio le iscrizioni romane degli Scipioni.<br />
Non è facile tuttavia interpretare la natura delle cariche, i loro reciproci rapporti, la differenza di dignità e la corrispondenza con le magistrature del mondo latino ed italico. Il titolo più frequente è quello tratto dalla radice zii-, di origine ancora oscura ed imprecisata (ma già presente a Caere almeno all&#8217;inizio del V secolo), nelle forme zii, zil(a)c o zilx, zilat.<br />
Alle forme nominali corrisponde un verbo zilx- o zilax- che significa «essere zilc o zilat». Già sappiamo che zilat corrisponde in qualche caso al titolo romano praetor. È indubbio che si tratta di un&#8217;alta carica, forse la più alta dello stato; ma spesso il titolo appare accompagnato da specificazioni (zilat o zilx parxis; zilc marunuxva; zilx cexanen) che possono indicare una specializzazione di funzioni (cfr. il latino praetor peregrinus).<br />
Un&#8217;altra carica importante, che taluno considera il più alto grado di un supposto collegio di zilat, è indicata dalla radice purt-, che non si è mancato di ricollegare con il titolo di probabile origine preellenica noto anche nelle città greche dell&#8217;occidente e forse da queste trasmesso alle città etrusche.<br />
Frequente è inoltre il titolo maru, marniu, marunux, i cui richiami sacrali sono resi evidenti dalla sua connessione cori il titolo sacerdotale cepen e da specificazioni, che contengono i nomi degli dèi Paxa (Bacco) e Cafa. Appare anche in Umbria con il collegio dei marones (e fu cognomen del mantovano Virgilio!). Si è supposto che corrisponda al latino aedilis. Altre cariche amministrative o militari sono espresse dai termini camfi, macstrev(c) (dal latino magister), ecc.<br />
Trattando degli ordinamenti dello stato etrusco un ultimo cenno dovrebbe esser fatto alle leggi e al diritto. Ma purtroppo di questa materia noi possediamo nozioni limitatissime ed incerte delle fonti letterarie antiche, essenzialmente collegate con la disciplina etrusca e in particolare con i libri rituali.<br />
L&#8217;ipotesi dell&#8217;esistenza di un ius terrae Etruriae, cioè di una legislazione della proprietà terriera, sostenuta da S. Mazzarino, dove comunque sarebbe nominato un ius Etruriae. L&#8217;estrema importanza della normativa riguardante i confini (molti dei quali contrassegnati da cippi con la parola tular) sembra del resto confermata anche da altri documenti. Ma siamo in ogni caso, sia per questa materia civile come per il diritto penale, prevalentemente nella sfera del sacro.</p>
<p><strong>Il popolo</strong><br />
Sotto la classe padronale o gentilizia &#8211; la cui ricchezza si era creata con l&#8217;agricoltura, il commercio, la pirateria &#8211; si formò col tempo, a partire dal VII secolo, una sorta di ceto medio anch&#8217;esso composto da agricoltori, artigiani mercanti (non pochi di costoro erano stranieri, che prendevano fissa dimora nei centri dove li portavano i loro traffici e magari sposavano donne del posto).<br />
Non è pur troppo facile ricostruire l&#8217;esistenza di questa gente e di quella che stava al livello più basso della scala sociale, i servi. È evidente che questi servi non costituivano un blocco omogeneo, e che (erano fra loro differenze anche notevoli in relazione alle funzioni che svolgevano. Certo erano molto numerosi. Le fonti di approvvigionamento del personale servile furono dapprima le scorrerie piratesche, poi le guerre (i prigionieri di guerra finivano, come è noto, in schiavitù): e va da sé che schiavi erano i nati da genitori di condizione servile. Mercati di schiavi c&#8217;erano poi dappertutto (alcuni internazionalmente noti), e c&#8217;erano trafficanti specializzati che facevano soldi a palate trattando questa merce. I prezzi variavano naturalmente secondo la qualità (caratteristiche etniche, nazionalità, età, sesso, forza, bellezza, salute, conoscenza di arti e mestieri, cultura, ecc.).<br />
Pare che le case dei ricchi Etruschi pullulassero di schiavi, adibiti alle più svariate funzioni, non di rado pretestuose. Fra gli schiavi che servivano durante i banchetti, c&#8217;erano quelli che mischiavano nelle anfore il vino e l&#8217;acqua, quelli che versavano le bevande nelle coppe, quelli che tagliavano le carni, quelli che distribuivano i cibi, e così via. I servi erano, come in tutte le società antiche, alla mercé dei padroni.<br />
In Etruria erano, sembra, trattati un po&#8217; più familiarmente e mitemente che a Roma, ma non mancavano certo i padroni capricciosi e crudeli. Le punizioni &#8211; frustate per lo più, ma si arrivava alla tortura e alla morte &#8211; erano all&#8217;ordine del giorno. Non c&#8217;erano deterrenti legali contro padroni cattivi o addirittura sadici: si può supporre tuttavia che valesse come freno la disapprovazione sociale.<br />
E poi gli schiavi rappresentavano un patrimonio e strumenti di lavoro che si aveva interesse a proteggere e a sfruttare. Lo spettro dei servi era l&#8217;ergastolo (il lavoro cioè nelle miniere, nelle cave di marmo quando si cominciò a sfruttarle sistematicamente, nelle paludi per opere di prosciugamento), che si svolgeva in condizioni disumane. Con il costituirsi di grosse ricchezze terriere e l&#8217;estendersi del latifondo si andarono spopolando le campagne. I contadini, che già prima stentavano la vita, sfruttati e vessati dai proprietari, cercavano scampo nei centri urbani. A sostituirli erano gli schiavi, che costavano meno anche se il loro rendimento non era esaltante.<br />
Come dappertutto, gli schiavi in Etruria potevano emanciparsi, grazie al peculio che riuscivano ad accumulare o semplicemente grazie ai meriti che acquisivano. L&#8217;affrancamento dipendeva comunque dalla volontà del padrone, nei confronti del quale il liberto (lautni com&#8217;era chiamato in lingua etrusca) conservava obblighi importanti. Il liberto aggiungeva al suo nome il gentilizio del padrone, faceva pur sempre parte della famiglia, ma aveva una vita propria, lavorava per sé, poteva sposare una libera o un libero, arricchire, fare carriera.<br />
Basandoci sulle testimonianze figurative e letterarie possiamo farci un&#8217;idea di com&#8217;erano fisicamente gli Etruschi. Con molta cautela, senza dimenticare il lavoro di idealizzazione degli artisti e i loro modelli culturali: è dall&#8217;Asia Minore e dalla Grecia, per esempio, che gli scultori avevano preso la fronte sfuggente, il naso dritto, l&#8217;occhio a mandorla e quel sorriso particolarissimo che poi venne assunto a simbolo dell&#8217;arte etrusca.<br />
Non parleremo quindi semplicisticamente di un &#8220;tipo etrusco&#8221; sulla scorta di un famosissimo sarcofago di terracotta (metà del VI secolo) proveniente da Cere (Cerveteri), su cui è rappresentata una coppia di coniugi adagiati fianco a fianco sul letto del banchetto funebre, con un viso lei da kore attica, lui tendente al triangolare, con occhi obliqui resici familiari dall&#8217;arte egeica.<br />
Catullo e Virgilio hanno parlato rispettivamente di obesus etruscus e di pinguis tirrhenus, varando un&#8217;immagine degli Etruschi goderecci e mangioni. che trova del resto qualche riscontro nella scultura, soprattutto in tre sarcofaghi. Uno, proveniente da San Giuliano nei pressi di Viterbo ci presenta sul coperchio una figura coricata sul dorso con un ventre spropositato; un altro, di Tarquinia, mostra un vecchio dalle carni piene che contrastano con guance e collo flaccidi e rugosi; il terzo, conservato nel Museo di Firenze, ci presenta un panciutissimo individuo coronato di fiori (un cavaliere, si direbbe dall&#8217;anello all&#8217;anulare della mano sinistra), dalla testa semicalva e dagli occhi spalancati, che regge nella mano destra una coppa.<br />
Ma possiamo considerare questi personaggi rappresentativi della media degli Etruschi o piuttosto del ceto ricco, godereccio, infiacchito dal benessere e dall&#8217;ozio? Prendendo in considerazione un centinaio di iscrizioni comprese fra il 200 e il 50 a.C. sulle quali figurano le età dei defunti, gli studiosi hanno ipotizzato (con qualche incertezza per la perdurante difficoltà a interpretare alcuni numerali che vi compaiono) una durata media della vita degli Etruschi di 40,88 anni, non disprezzabile per i tempi, ma che non tiene conto della mortalità infantile, allora elevatissima.<br />
Gli Etruschi dovevano essere piccoletti, se vogliamo credere agli scheletri (circa un metro e mezzo per le donne, una decina di centimetri in più per gli uomini). Ma lo erano anche i Romani e molti popoli dell&#8217;epoca. Basta guardare nei musei armature ed elmi per rendersene conto. Da quando si intensificarono i contatti con i Greci, gli Etruschi si ispirarono alla loro moda per l&#8217;abbigliamento, che ci appare nei documenti figurativi nel complesso piuttosto vivace ed elegante (poche informazioni ricaviamo dagli autori romani, e solo per gli aspetti dell&#8217;abbigliamento che Roma importò dall&#8217;Etruria).<br />
È ovviamente difficile distinguere l&#8217;abbigliamento di tutti i giorni da quello festivo e cerimoniale. Gli uomini, specie i giovani, stavano spesso seminudi, in casa soprattutto ma anche fuori, accontentandosi del perizoma, un panno annodato intorno ai fianchi a formare come delle braghette. Oppure mettevano un giubbetto. Le persone mature indossavano più spesso la tunica leggera lunga fino ai piedi, pieghettata e ricamata, e quando faceva freddo il mantello di stoffa pesante e colorata. Le donne si sbizzarrivano di più: tuniche, gonne, corpini, giubbetti, casacche, mantelli colorati ricamati.<br />
Soprattutto le gonne colpiscono per loro grazia, con le loro pieghettature, increspature, inamidature, e con le forme svasate che lasciano sospettare cerchi di sostegno. Tutti questi capi di vestiario subirono una evoluzione le cui tappe non è sempre possibile precisare.<br />
Alla metà circa del VI secolo risale, per esempio, l&#8217;introduzione del chitone di lino, indumento decisamente unisex, anche in una versione corta al ginocchio (più tardi, in epoca ellenistica, si impose fra gli eleganti il chitone attillato con cintura). Vivace fu anche l&#8217;evoluzione del mantello: quello classico, di derivazione greca, era rettangolare, ma andò molto di moda anche uno semicircolare che si portava di traverso lasciando una spalla scoperta. Uno dei capi di vestiario più famosi e di più lunga vita è il tebennos. che possiamo ammirare su delle piastre di terracotta provenienti da Cere e conservate nel Louvre (VI secolo): vi è raffigurato un re seduto su una sedia curule che indossa sopra una corta tunica bianca orlata di rosso un mantello purpureo che gli lascia scoperta la spalla destra. Adottato a Roma dai sacerdoti e dai militari, il tebennos evolvette nella toga.<br />
Nella tomba bolognese degli Ori si è trovato un tintinnabulum di bronzo su cui sono raffigurate fasi della lavorazione dei tessuti (cardatura filatura tessitura). Le fibre più usate erano la lana e il lino. Gli Etruschi amavano i colori intensi e le decorazioni, incorporate o applicate. Ai piedi sandali con suole leggere e cinghie incrociate (ce n&#8217;erano con suole di legno anche molto alte, montature metalliche e lacci dorati; altri, semplicissimi, avevano suole di legno basse, fasce a semicerchio e un cordone fra l&#8217;alluce e le altre dita). C&#8217;erano zoccoli, c&#8217;erano stivaletti del tipo che oggi diremmo alla polacca.<br />
Derivarono da calzature etrusche gli stivali indossati dai senatori romani (calcei senatorii), con linguette e corregge, che vedono in molte statue romane ma già nella statua dell&#8217;Arringatore. Le più tipiche calzature etrusche erano però quelle che i Romani chiamarono calcei repandi, babbucce curve e colorate, forse di panno, con le punte volte in su e la parte posteriore anche molto rialzata. Sta di fatto che i calzolai etruschi godevano di gran fama anche fuori del paese.<br />
I copricapi erano molto in uso in Etruria, più che in Grecia dove si andava prevalentemente a testa scoperta. Ne conosciamo alcuni: a larghe falde adatti a proteggere dalle intemperie, ad ampia tesa con la parte superiore conica (qualcosa di simile al sombrero). E poi berretti, di lana e pelle. Risale all&#8217;età arcaica il cappello conico femminile chiamato tutulus, nome un po&#8217; impreciso, applicato anche a un berretto di lana degli auguri e a una pettinatura femminile (capelli avvolti intorno a un nastro). Per le donne tutta la gamma, in pratica, delle pettinature odierne &#8211; nodi, trecce, chignons, riccioli &#8211; e dei marchingegni per tenerle insieme (reti, spilloni e così via). Farsi i capelli biondi faceva fino.<br />
Sempre dai Greci gli uomini presero l&#8217;abitudine della barba rasa e dei capelli corti. Chi poteva permetterselo si adornava con ogni sorta di gioielli e monili (spille, diademi, collane, pettorali, bracciali, braccialetti, anelli ciondoli). In guerra gli uomini si vestivano e armavano come quelli degli altri paesi. Le armi erano lance, giavellotti, spade lunghe e corte, sciabole ricurve, pugnali, asce (magari a doppio taglio), mazze, archi, fionde. Per proteggersi elmi e scudi di varia forma, corazze (dapprima in tela con borchie bronzee tonde o quadrate, poi interamente in bronzo), schinieri. Un periodo cruciale dell&#8217;evoluzione dell&#8217;armamento fu il VI secolo, con il passaggio dalla tecnica di combattimento di tipo eroico (corpo a corpo) a quella che implicava l&#8217;uso di masse (fanteria oplitica e cavalleria). I modelli greci allora prevalsero nettamente su quelli centroeuropei: elmo conico di tipo ionico o calcidese: scudo rotondo in lamina bronzea; schinieri di bronzo a proteggere le gambe spadoni di ferro a scimitarra.<br />
Nei secoli successivi la tecnica di combattimento della falange e della cavalleria si consolidò, e le armi si perfezionarono: si diffuse l&#8217;elmo a calotta con paranuca e paraguance, le corazze adottarono la forma anatomica e gli spallacci (bretelle), lo scudo mantenne la forma rotonda ma aumentò di dimensioni.<br />
Quanto al carattere degli Etruschi, non possiamo non registrare le testimonianze degli antichi scrittori, tenendo però presente l&#8217;invidia che la potenza e il benessere degli Etruschi potevano suscitare e lo sconcerto suscitato da alcuni aspetti singolarmente liberi e spregiudicati del loro costume. Li si considerava, e probabilmente erano, crudeli: ma la crudeltà era di casa nel mondo antico.<br />
Certo non contribuivano a migliorare la fama degli Etruschi, sotto questo profilo, l&#8217;avere essi esercitato su larga scala e molto fruttuosamente la pirateria e fatti come quello che abbiamo riferito, la lapidazione in massa dei Focesi catturati nella battaglia di Alalia. Virgilio dice peste del re di Cere, Mesenzio, che si divertiva a legare faccia contro faccia uomini vivi a cadaveri lasciandoli morire nel fetore e nella putredine.<br />
Crudeltà insomma spinta al sadismo. Oltre che crudeli, gli Etruschi erano accusati in antico d&#8217;essere goderecci, lussuriosi, ghiottoni. Una delle fonti più citate in questo senso è Teopompo (IV secolo a.C.) &#8211; riportato da Ateneo (II-III secolo d.C.) nel suo Dipnosofisti &#8211; considerato peraltro anche anticamente una solenne malalingua. Ciò che sembra particolarmente colpirlo è la condotta delle donne, liberissima.<br />
Avevano grande cura del corpo, sfoggiavano seminudità o nudità, bevevano a più non posso. Quanto agli uomini, erano donnaioli sfrenati e accettavano la promiscuità sessuale, non disdegnavano i ragazzetti, facevano l&#8217;amore in pubblico senza pensarci due volte, si depilavano. Il filosofo Posidonio di Apamea (II secolo a.C.) &#8211; riportato da Diodoro Siculo (I secolo d.c.) nella sua Biblioteca storica &#8211; dà un giudizio degli Etruschi un po&#8217; più equilibrato. Anch&#8217;egli tuttavia parla di lusso eccessivo e di mollezza di costumi: si fanno imbandire due volte al giorno tavole sontuose, si fanno servire da nugoli di schiavi, alcuni bellissimi e vestiti con sconveniente eleganza.<br />
Questo infiacchimento dei costumi è secondo Teopompo imputabile alla illimitata feracità del territorio etrusco. È da Posidonio che apprendiamo l&#8217;origine etrusca della tromba (detta &#8220;tirrenica&#8221;), del fascio littorio, della sedia d&#8217;avorio, della toga con orlo purpureo, e la perizia degli Etruschi nelle scienze naturali e nella teologia. La famiglia etrusca non differiva sostanzialmente dalla romana e dalla greca (più simile semmai alla romana per l&#8217;indiscussa autorità del pater familias), tranne per la posizione delle donne.<br />
Era questo che stupiva e scandalizzava (abbiamo citato in proposito Teopompo) le altre nazioni. Si desume, l&#8217;importanza maggiore delle donne dal fatto che sempre nelle iscrizioni il loro nome è preceduto dal prenome e per tutti, maschi e femmine, si dà non solo la paternità, ma la maternità. Certo è che le donne etrusche non stavano chiuse nel gineceo, la loro virtù non era misurata solo sulla pudicizia, sulla bravura nell&#8217;accudire alla casa e nel filare. Partecipavano a tutti gli aspetti della vita privata e pubblica (ai banchetti, ai giochi, alle cerimonie), e attivamente alle carriere dei mariti. Tito Livio racconta per esempio il ruolo che ebbe Tanaquilla, donna di nobile famiglia, nella fortuna del marito Lucumone (figlio di un greco immigrato).<br />
Lucumone divenne, niente meno, re di Roma, con il nome di Lucio Tarquinio Prisco. Ma ancora dopo la morte di Tarquinio, Tanaquilla ebbe parte determinante nell&#8217;elezione a re del proprio genero, Servio Tullio. Un&#8217;altra di queste donne energiche e influenti, Urgulanilla, moglie di un certo Plauzio di cui non sappiamo nulla, frequentò la corte di Augusto sfruttando la grande amicizia con l&#8217;imperatrice Livia. Una sua nipote sposò un nipote di Livia, Claudio, un giovane infelice (miisellus lo definiva preoccupato l&#8217;imperatore), considerato più o meno l&#8217;idiota della famiglia. Questo misellus però mise a frutto i rapporti che grazie al matrimonio stabilì con l&#8217;ambiente dell&#8217;aristocrazia etrusca, ebbe accesso agli archivi di molte famiglie importanti, e divenne, oltre che imperatore, un valente etruscologo.<br />
Se ci fosse rimasta la sua storia degli Etruschi in venti libri &#8211; purtroppo andata perduta &#8211; il mondo etrusco presenterebbe per noi molti meno misteri.</p>
<p><strong>Le classi sociali</strong><br />
Agli albori della storia di questo popolo, nel periodo Protovillanoviano (età del Bronzo) e nel successivo Villanoviano iniziale (età del Ferro), non si notano segni di una distinzione in classi all&#8217;interno della società; essa invece appare evidente nel Villanoviano evoluto, nella seconda metà dell&#8217;VIII secolo a.C., quando i corredi funerari cominciano a mostrare netti segni di differenziazione: aumentano gli oggetti di corredo in quantità e qualità, appaiono vasi ed ornamenti d&#8217;importazione. Qualcosa è cambiato nella società etrusca e lo si vedrà amplificato alla fine dell&#8217;VIII secolo a.C. e nel successivo, quando appare lo splendore della società Orientalizzante, con all&#8217;apice le ricche aristocrazie dalle grandi tombe a tumulo e dai sontuosi corredi, che basavano il proprio potere e prestigio sul controllo dei commerci con l&#8217;Oriente e delle attività agricole e pastorali.<br />
La nascita di un ceto &#8220;medio&#8221; avviene nell&#8217;età Arcaica, nel VI secolo a.C., quando artigiani e mercanti iniziano a prendere coscienza delle proprie capacità, operando per proprio conto e non più per i ricchi principi. Fanno parte della stratificazione sociale anche i lautni, gli schiavi, importati come merce da paesi lontani o catturati durante le numerose battaglie per il predominio sul commercio tirrenico: a volte si rinvengono i luoghi di sepoltura di questi esponenti della classe servile, cremati e posti in recipienti di terracotta, tumulati in piccole nicchie scavate nelle strutture sepolcrali dei padroni.</p>
<p><strong>La classe sacerdotale</strong><br />
Il ruolo della classe sacerdotale comincia a definirsi più chiaramente nella città-stato etrusca a partire dal VI sec. a.C. Attributo distintivo del sacerdote era il lituo, un bastone di piccole dimensioni e ricurvo a un&#8217; estremità, del quale si ha testimonianza fin dalla prima metà del VI sec. a.C. Si tratta di un&#8217;insegna già conosciuta dagli storici degli Annales: l&#8217;augure che accompagnò a Roma il re Numa Pompilio stringeva nella mano destra, secondo la descrizione che ne viene fatta, proprio questo &#8220;bastone&#8221;. Personaggi così raffigurati si trovano di frequente in Etruria a cominciare dalla fine del VI sec. a.C., riprodotti sia in bronzetti votivi che sulle stele funerarie. Nelle lastre architettoniche della &#8220;dimora&#8221; di Murlo (SI) il lituo è un attributo distintivo del capo-signore, che evidentemente era investito &#8211; oltre che del potere politico- anche di quello religioso.<br />
Possiamo formulare l&#8217;ipotesi che questo nuovo &#8220;ceto sociale&#8221; (sacerdotale) sia venuto formandosi nelle città quando il potere del &#8220;re&#8221; cominciava a sgretolarsi, come diretta emanazione quindi della classe aristocratica. Possiamo inoltre supporre che, col tempo, si sia costituita anche una gerarchia all&#8217;interno del sacerdozio. Nel III sec. a.C. compare una serie di monete che recano, sul diritto, l&#8217;immagine di una testa di aruspice (netsvis) con berretto conico (tùtulus) e, sul rovescio, la scure e il coltello, ossia gli strumenti sacrificali.<br />
I sacerdoti addetti al culto erano chiamati cepen: è probabile che fra di loro vi fosse una gerarchia dotata di cariche specifiche (spurana cepen: sacerdote pubblico). Come a Roma i sacerdoti erano depositari di varie forne di scienza, così presumibilmente accadeva anche per quelli etruschi. Sappiamo infatti da Censorino, erudito latino del III sec. d.C., che nei Libri rituali era contenuta anche una dottrina specifica per il computo del tempo (saecula) non solo degli esseri viventi, ma anche degli stati: il massimo tempo concesso all&#8217;Etruria sarebbe stato di dieci saecula.<br />
Il numero di anni compreso in un saeculum non era fisso, ma stabilito da prodigi spesso astronomici. La ninfa Vegoia aveva profetizzato che nell&#8217;VIII secolo qualcuno, per avidità, avrebbe cercato di aumentare i propri possedimenti; tale &#8220;secolo&#8221; sembrerebbe corrispondere agli inizi del I sec. a.C.: i sacerdoti etruschi avrebbero dunque previsto la fine dell&#8217;Etruria con poco margine di errore.</p>
<p><strong>La famiglia</strong><br />
La struttura della famiglia etrusca non è dissimile da quella delle società greca e romana. Era cioè composta dalla coppia maritale, padre e madre, spesso conviventi con i figli ed i nipoti e, tale struttura è riflessa dalla dislocazione dei letti e delle eventuali camere della maggior parte delle tombe.<br />
Conosciamo alcuni gradi di parentela in lingua etrusca grazie alle iscrizioni, come papa (nonno), ati nacna (nonna), clan (figlio), sec (figlia), tusurhtir (sposi), puia (sposa), thuva (fratello) e papacs (nipote).</p>
<p><strong>La donna</strong><br />
Merita un cenno la condizione sociale della donna che, a differenza del mondo latino e greco, godeva di una maggiore considerazione e libertà: se per i latini la donna doveva essere lanifica et domiseda, cioè seduta in casa a filare la lana, e su cui, nelle età più antiche, il pater familias (il capofamiglia) aveva il diritto di morte qualora fosse stata sorpresa a bere del vino, per gli Etruschi ella poteva partecipare persino ai banchetti conviviali, sdraiata sulla stessa kline (letto) del suo uomo, o assistere ai giochi sportivi ed agli spettacoli.<br />
Questo era scandaloso per i Romani che non esitarono a bollare questa eguaglianza come indice di licenziosità e scarsa moralità da parte delle donne etrusche: addirittura dire &#8220;etrusca&#8221; era sinonimo di &#8220;prostituta&#8221;. Ma la condizione sociale della donna nella civiltà etrusca era veramente unica nel panorama del mondo mediterraneo, e forse ciò derivava dalla diversa stirpe dei popoli, pre indoeuropei gli etruschi, indoeuropei latini e greci.<br />
La donna poteva trasmettere il proprio cognome ai figli, soprattutto nelle classi più elevate della società. Nelle epigrafi talvolta il nome (oggi diremmo il cognome) della donna appare preceduto da un prenome (il nome personale), segno del desiderio di mostrarne l&#8217;individualità all&#8217;interno del gruppo familiare a differenza dei Romani che ne ricordavano solo il nome della gens, della stirpe. Tra i nomi propri di donna più frequenti troviamo Ati, Culni, Fasti, Larthia, Ramtha, Tanaquilla, Veilia, Velia, Velka, i cui nomi appaiono incisi sul vasellame migliore di casa od accanto alle pitture funerarie.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.storiafilosofia.it/societa-politic/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Etruschi: la storia</title>
		<link>http://www.storiafilosofia.it/etruschi-la-storia/</link>
		<comments>http://www.storiafilosofia.it/etruschi-la-storia/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 28 Nov 2008 13:10:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[etruschi]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro magno]]></category>
		<category><![CDATA[cartaginesi]]></category>
		<category><![CDATA[celti]]></category>
		<category><![CDATA[crociate]]></category>
		<category><![CDATA[mesopotamia]]></category>
		<category><![CDATA[persiani]]></category>
		<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[romani]]></category>
		<category><![CDATA[sanniti]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.storiafilosofia.it/aa_wp/?p=100</guid>
		<description><![CDATA[Estensione territoriale e sviluppo dell&#8217;Etruria interna In Tuscorum iure paene omnis Italia fuerat: quasi tutta l&#8217;Italia era stata sotto il dominio degli Etruschi, dice Catone (Servio, ad Aen., XI, 567); e Livio (I, 2; V, 33) insiste sulla potenza, sulla ricchezza, sulla fama degli Etruschi in terra e in mare dalle Alpi allo stretto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Estensione territoriale e sviluppo dell&#8217;Etruria interna</strong><br />
In Tuscorum iure paene omnis Italia fuerat: quasi tutta l&#8217;Italia era stata sotto il dominio degli Etruschi, dice Catone (Servio, ad Aen., XI, 567); e Livio (I, 2; V, 33) insiste sulla potenza, sulla ricchezza, sulla fama degli Etruschi in terra e in mare dalle Alpi allo stretto di Messina. I dati archeologi ci ed epigrafici e le notizie di altre fonti storiche confermano il valore di queste tradizioni, pur limitandone la genericità e consentendo di chiarire con sufficiente approssimazione quali territori italiani furono propriamente abitati e quali sottomessi dagli Etruschi o in qualche modo da loro influenzati politicamente, economicamente o culturalmente.<br />
Consideriamo anzitutto quella che siamo soliti denominare Etruria propria, compresa tra il Mare Tirreno, il corso del Tevere e il bacino dell&#8217; Amo, cioè l&#8217;Etruria storica costituente la Regione VII dell&#8217;Italia augustea. Ad essa appartengono le dodici città (dodecapolis) che secondo il canone tradizionale formavano la nazione etrusca. La tradizione antica ha accreditato presso gli storici moderni l&#8217;idea che questo territorio fosse la sede originaria della stirpe, dalla quale sarebbero partite le imprese marittime e le conquiste terrestri (verso il Lazio e la Campania e verso le zone transappenniniche). Ma su questa semplice affermazione occorrerà comunque un più approfondito giudizio critico.<br />
Già trattando delle origini etrusche si è fatto cenno alle ipotesi di una progressiva «etruschizzazione» dell&#8217;Etruria storica che, secondo i sostenitori della provenienza trasmarina dei Tirreni, sarebbe logicamente avvenuta partendo dalle coste verso l&#8217;interno, con la sottomissione o l&#8217;incorporazione di elementi indigeni italici (gli Umbri di Erodoto). A riprova della esistenza di questo originario fondo italico e della persistente eterogeneità etnica di aree comprese entro i confini geografici dell&#8217;Etruria si addusse tra l&#8217;altro l&#8217;abbondante presenza di nomi personali di origine italica nelle città etrusche, per esempio a Caere, ma non soltanto a Caere (l&#8217;Etruria settentrionale è particolarmente ricca di tali elementi soprattutto in tempi recenti); si è dato inoltre particolare valore al fenomeno dei Falisci, di lingua originariamente latina, abitanti nell&#8217;ansa orientale del Tevere, oltreche al ricordo dei Camertes Umbri dell&#8217;Etruria interna e di Umbri Sarsinates per la zona di Perugia.<br />
Ma il significato di queste constatazioni può rovesciarsi, considerando l&#8217;eventualità (che è del resto controllabile in molti casi) di penetrazioni storiche sabine e umbre in Etruria specialmente nelle zone di confine e di processi di latinizzazione come a Caere dopo l&#8217;imporsi dell&#8217;egemonia romana nel IV secolo a.C. Soltanto nel caso del territorio falisco riconosciamo effettivamente la presenza originaria di una popolazione di lingua non etrusca stabilita sulla riva destra del Tevere, in presumibile continuità con l&#8217;area latina estesa a sud oltre il fiume; ed è significativo che in questa zona, come nel Lazio, manca la tipica cultura del ferro villanoviana, che invece è presente, vistosissima, nel non lontano centro di Veio. Il territorio falisco subì certamente un&#8217;influenza politica e culturale etrusca determinante, soprattutto in età arcaica, non diversamente da alcune parti del Lazio inclusa la stessa Roma (la ricorrenza di iscrizioni etrusche accanto a quelle falische è prova del bilinguismo delle classi dominanti); ma poi prevalsero pressioni ed infiltrazioni di elementi italici sabini che caratterizzarono fortemente il dialetto locale.<br />
In ogni caso possiamo considerare assolutamente certo che fin dall&#8217;inizio dei tempi storici esiste un mondo etrusco ben definito e riconoscibile la cui estensione coincide sostanzialmente con quella della regione che fu chiamata dagli antichi Etruria, cioè non solo la fascia costiera tirrenica ma anche tutto il retroterra fino alla valle del Tevere e alle pendici dell&#8217; Appennino Tosco-Emiliano. Lo dimostrano da un lato l&#8217;impronta unitaria della lingua documentata dalla diffusione delle iscrizioni etrusche fin dal loro primo apparire nel VII secolo; da un altro lato il carattere inconfondibile degli aspetti culturali a partire dal villanoviano e per tutti i loro successivi sviluppi, in piena coincidenza con l&#8217;univoca tradizione antica sulla etruscità di questi territori e dei relativi centri. Ogni ipotesi circa l&#8217;eventualità di preesistenti differenze e sovrapposizioni o commistioni etniche andrà semmai respinta più lontano nella preistoria.<br />
Ogni progresso dalle coste verso l&#8217;interno si spiega logicamente, non già con l&#8217;idea di una penetrazione etnica, ma con le concrete ragioni storiche di una penetrazione d&#8217;impulsi economici e culturali provenienti dai centri marittimi più direttamente esposti a sollecitazioni esterne. Seppure con minore concentrazione ed intensità gl&#8217;insediamenti interni partecipano in pieno e vigorosamente allo sviluppo dell&#8217;Etruria arcaica.<br />
Esistono, ben s&#8217;intende, condizioni ambientali diverse da quelle delle zone litoranee. Mancano i fondamentali e primordiali presupposti di un accelerato incremento basato sui contatti e sui commerci marittimi, oltrechè sullo sfruttamento delle miniere prevalentemente concentrate lungo la linea costiera, e sulla potenzialità, di ambedue questi fattori combinati.<br />
Si offrono in compenso estese, profonde e variate terre vallive e collinari ricche (allora) di boschi o idonee al pascolo e specialmente all&#8217;agricoltura, costituente la base principale dell&#8217;economia; mentre le comunicazioni interne dovevano essere favorite dalla navigazione fluviale e lacustre e si aprivano vie di contatti e di scambi, lungo ed oltre il corso del Tevere e dell&#8217;Amo ed attraverso la dorsale appenninica, con le regioni centrali della penisola e con il settentrione fino al versante adriatico. A questa configurazione del paese con le sue risorse sembrano potersi in qualche modo ricollegare i caratteri delle forme associative e delle strutture socio-economiche e in ultima analisi i lineamenti della storia più antica dell&#8217;Etruria interna.<br />
Di fatto noi vediamo apparire molto diffuso un sistema di piccole aggregazioni sparse nel territorio o più intensamente addensate in zone presumibilmente favorevoli a coltivazioni granarie od ortofrutticole o a vigneti (quando fu introdotta e si diffuse la vite) o al piccolo allevamento: tipici gli esempi attorno al lago di Bolsena, lungo la valle tiberina, nei territori di Chiusi, di Volterra, ecc.; si può parlare di persistenze della tradizione dei villaggi preistorici, ma anche di fattori economici e sociali che possono aver determinato lo sviluppo di insediamenti rurali ed un incremento demografico decentrato.<br />
L &#8216;emergere di ceti dominanti, cui si deve ovviamente ogni impulso innovatore, poggia soprattutto sul possesso terriero: ne cogliamo un riflesso nei grandi sepolcri a tumulo con ricchi corredi funebri più o meno isolati nelle campagne (presso Cortona, nel Chianti, nella valle dell&#8217; Amo), contemporanei e simili a quelli che appaiono invece accorpati nelle grandi necropoli urbane di Caere, di Tarquinia, di Vetulonia, di Populonia.<br />
C&#8217;è poi da considerare la frequenza di centri di maggiore consistenza aventi carattere di «borghi» generalmente in altura e muniti (in latino si sarebbero detti oppida), per i quali si può pensare a comunità autonome in qualche modo affini ai piccoli popu/i ricordati dalla tradizione per il Lazio protostorico: ne conosciamo esempi rilevanti, anche per le loro testimonianze archeologiche, soprattutto nell&#8217;Etruria meridionale e centrale, come San Giovenale, San Giuliano, Blera, Norchia, Tuscania, Acquarossa, Bisenzio, Castro, Poggiobuco, Pitigliano, Satumia, ecc. Alcuni di questi abitati, come quelli molto simili del vicino territorio falisco, ad esempio Narce, risalgono a nuclei dell&#8217;età del bronzo.<br />
Alla loro vitalità arcaica sembra aver fatto seguito dopo il VI secolo una decadenza talvolta fino alla sparizione (è il caso di Acquarossa presso Ferento) per il mutare delle condizioni economiche e politiche determinato dalla crescita delle grandi città, sia litoranee sia interne, da un più marcato imporsi del loro dominio territoriale, da presumibili fenomeni di inurbamento, di accentrazione fondiaria, di insicurezza delle campagne a seguito di eventi bellici, minacce esterne, ecc.; ma alcuni dei vecchi centri di media grandezza avranno all&#8217;opposto rilevanti sviluppi in età avanzata (Sutri, Tuscania, Sovana).<br />
Un caso particolare rivelato dagli scavi recenti è quello dello splendido complesso architettonico-urbanistico di Poggio Civitate presso Murlo nel territorio di Siena che dà l&#8217;impressione di una fondazione principesca, santuario e forse anche residenza, fiorita fra il VII e VI secolo e poi praticamente abbandonata, richiamando in certo senso a quel sistema di dominii gentilizi che parrebbe altrimenti intravvedersi, soprattutto nel nord, dai grandi sepolcri monumentali extraurbani.<br />
Ma l&#8217;Etruria interna ha anch&#8217;essa le sue città, seppure meno numerose e addensate di quelle della fascia litoranea. La nascita e lo sviluppo di alcune di esse, meno distanti dal mare come Veio e a nord Volterra, o più arretrate come Volsinii (Orvieto) e Chiusi, avvengono contemporaneamente ai processi formatori delle città costiere e sostanzialmente con le stesse caratteristiche. Per altri centri che avranno pari dignità in avanzata età storica come Perugia, Cortona, Arezzo si può discutere, alla luce dei dati archeologici finora conosciuti, se il vero e proprio accentramento urbano si sia attuato più lentamente, per il perdurare di forti nuclei abitativi nei possedimenti aristocratici delle campagne; ma anche se l&#8217;origine può essere stata diversa queste città esistevano già certamente in età arcaica.<br />
Ciò che appare soprattutto interessante è il fatto che le città dell&#8217;Etruria interna si trovano disposte in qualche modo ad arco o a corona lungo una fascia approssimativamente corrispondente ai confini geografici dell&#8217;Etruria: da sud a nord, a breve distanza dalla riva destra del Tevere, Veio, Falerii (seppure di origini falisce), Volsinii (nella zona di confluenza del Paglia con il Tevere), Perugia; al margine dei monti confinanti con l&#8217;Umbria Cortona; lungo l&#8217;Arno Arezzo e Fiesole; ne si escludono del tutto da questo sistema, benchè meno periferiche, Chiusi e Volterra. Senza dubbio esiste un generale rapporto con le grandi vie fluviali.<br />
Ma non si può sfuggire all&#8217;impressione che nell&#8217;ubicazione delle città si configuri anche una sorta di delimitazione protettiva che in certo senso conferma l&#8217;idea di un&#8217;antica concezione unitaria del territorio etrusco.<br />
Per altro verso proprio la marginalità di questi centri deve aver offerto possibilità di contatti e di scambi con le confinanti regioni esterne, oltreche di aperture a fenomeni espansivi: quali s&#8217;intravvedono per Veio (e per il territorio falisco) con il Lazio e la Sabina; per Volsinii e Perugia con l&#8217;Umbria; per le città più settentrionali in genere con i paesi d&#8217;oltre Appennino.</p>
<p>Una vera e propria ricostruzione di eventi storici, di politica interna ed esterna, nell&#8217;età più antica è impossibile come per l&#8217;Etruria costiera. È immaginabile uno sviluppo parallelo e notevolmente differenziato dalle singole zone per l&#8217;ampiezza del territorio e per la diversità delle situazioni e delle gravitazioni come si è già accennato.<br />
Di primitive monarchie, sorte dai ceti egemonici o come prevalente affermazione di piccoli potentati locali, possediamo soltanto echi leggendari (e naturalmente d&#8217;incerta autenticità e cronologia): così per Veio si ricordavano un re Morrius o Mamorrius discendente di Halesus fondatore di Palerii (Servio, ad Aen. VIII, 285) ed un re Propertius connesso con le origini della città di Capena (Catone in Servio, ad Aen. VII, 697), ed inoltre un re Velo Vel Vibe vissuto ai tempi di Amulio di Albalonga, cioè riferibile all&#8217;VIII secolo a.C. secondo la cronologia tradizionale; più concretamente le iscrizioni arcaiche ci danno nomi di stirpi gentilizie di alto rango di cui una, i Tulumne, assurgerà al potere regio, se non prima, nel V secolo.<br />
È difficile dire quali rapporti, di rivalità, di alleanza, ecc., vi siano stati fra i centri dell&#8217;Etruria interna e tra questi e i centri costieri: una immagine piuttosto attendibile di queste situazioni nella prima metà del VI secolo potrebbe riflettersi nel fregio «storico» dipinto della Tomba Francois di Vulci (posteriore di oltre due secoli agli avvenimenti, ma fondato, come crediamo, su buone tradizioni), che mostra figure e nomi di principi o capi di alcune città, come Laris Papathna di Volsinii (Velznax) e Pesna Arcmsna forse di Sovana (Sveamax), collegati a quanto sembra con Cneve Tarchunie, cioè un Tarquinio di Roma (Rumax), contro condottieri e avventurieri provenienti da Vulci.<br />
Ancora più difficile è ipotizzare se, o fino a che punto, già in età arcaica si siano venute determinando quelle tradizioni o istituzioni di colleganza stabile, religiosa e in parte politica, tra le «dodici città» dell&#8217;Etruria, che in età più recente vedremo incentrata intorno al santuario del dio Voltumna, il Fanum Voltumnae, a Volsinii o presso Volsinii, e che porterà al prestigio e alla fama di questa città come «capitale dell&#8217;Etruria» Etruriae caput (Valerio Massimo, IX, 1).<br />
Ma il momento del grande sviluppo, socialmente rivoluzionario, di Volsinii, sembra doversi collocare &#8211; alla luce delle testimonianze archeologiche ed epigrafiche delle necropoli di Orvieto &#8211; piuttosto negli ultimi decenni del Vl secolo come si avrà occasione di sottolineare più avanti, Certamente invece molto antica, e straordinaria, è la fioritura economico-culturale, e di conseguenza presumibilmente la potenza, di Chiusi, situata nel cuore dell&#8217;Etruria centro-settentrionale, in una posizione eccezionalmente favorevole di accessi e di transiti al centro di densissimi abitati, con irradiazioni verso l&#8217;alta valle del Tevere e Perugia attraverso il Lago Trasimeno e le vie terrestri, e da un altro lato verso il Senese (si pensi al già ricordato «santuario-palazzo» di Murlo, dove si manifestano influenze artistiche chiusine); cosicchè non deve far meraviglia che la tradizione storica registri sul finire del VI secolo una espansione politico-militare di Chiusi in piena area costiera tirrenica, con la spedizione del re Porsenna contro Roma, spiegabile soltanto immaginando un&#8217;egemonia della monarchia chiusina progressivamente acquisita già nei decenni precedenti su gran parte dell&#8217;Etruria interna.</p>
<p><strong>L&#8217;espansione e l&#8217;apogeo degli Etruschi in Italia</strong><br />
A questo punto, considerata l&#8217;Etruria propria, converrà affrontare il quadro di quella più vasta «Etruria» che oltre i confini geografici del Tevere e dell&#8217; Appennino fu creata dall&#8217;espansione non soltanto economica e politica, ma anche in parte notevole stanziale e demografica degli Etruschi in altri territori dell&#8217;ltalia antica.<br />
Espansione, va detto subito, che anche e soprattutto alla luce delle scoperte e delle valutazioni critiche più recenti deve ritenersi assai più precoce di quanto si credesse in passato, diremmo addirittura contestuale al primo manifestarsi della civiltà etrusca, comunque in atto già per diversi aspetti avvenuta all&#8217;inizio dei tempi storici: se, come dobbiamo presumere ed abbiamo già fondatamente supposto, la presenza del villanoviano a sud nel Salernitano e a nord in alcune zone dell&#8217;Emilia e della Romagna significa presenza etrusca (o, se si preferisce volendo giocare sui termini, protoetrusca).<br />
Ma va anche detto subito e fermamente che non sembra lecito rinunciare al concetto di espansione, cioè di stanziamenti secondari o conquiste, per ipotizzare vaghe e confuse insorgenze etniche in luoghi lontani; e ciò per due ragioni: 1) in primo luogo per il rispetto dovuto alla tradizione storica antica che esplicitamente e concordemente parla di fondazioni o colonizzazioni etrusche in Campania e nell&#8217;ltalia settentrionale; 2) inoltre per la reale differenza che si percepisce, sulla base dei dati linguistici, archeologici e storiografici, fra il territorio compattamente etrusco dell&#8217;Etruria propria e le regioni esterne nelle quali convivono altre stirpi, lingue e tradizioni e nelle quali l&#8217;etruschizzazione, anche se intensa, appare comunque limitata nello spazio oltre che nel tempo.<br />
Ciò premesso, sempre sul piano generale non può sfuggire alla nostra attenzione il fatto che la espansione etrusca, lungi dal manifestarsi concentricamente attorno all&#8217;area originaria, appare orientata secondo un lungo asse longitudinale che scende a sud seguendo il versante tirrenico in direzione della Campania e sale a nord attraverso l&#8217;Appennino Tosco-Emiliano verso la pianura padana, lasciando praticamente intatto e non superato il confine orientale del Tevere che separa l&#8217;Etruria dall&#8217;Umbria.<br />
La spiegazione dell&#8217;appariscente fenomeno potrà ricercarsi, se non andiamo errati, proprio nelle condizioni dei tempi remoti ai quali risalgono le prime spinte espansive, in parte collegabili con le attività marittime, lungo il Tirreno, in parte identificabili con fattori d&#8217;attrazione delle piaghe transappenniniche, mentre meno favorevole doveva apparire una penetrazione verso l&#8217;interno della penisola anche per la forte presenza e pressione di quelle genti italiche che sono storicamente conosciute come Sabini e Umbri.</p>
<p><strong>Verso il Sud</strong><br />
Il dominio etrusco in Campania, la cui storicità fu rivendicata da una classica opera di J. Beloch contro precedenti scetticismi, è largamente comprovato dalle fonti letterarie antiche, dai documenti epigrafici e dalle testimonianze archeologiche. Gli scrittori greci e romani parlano della fondazione di una dodecapoli (Strabone, V, 4,3) evidentemente sul modello di quella dell&#8217;Etruria propria, e più specificamente dell&#8217;origine o dell&#8217;occupazione etrusca di Capua, considerata la capitale, NoIa, Nocera, Pompei e altri centri campanr.<br />
Le iscrizioni etrusche sono piuttosto abbondanti, e tra queste primeggia la tegola di Capua, che è il più lungo testo in lingua etrusca che possediamo dopo il manoscritto su tela della Mummia di Zagabria. Il materiale archeologico e le opere figurate presentano più o meno spiccate, a volte strettissime, analogie con gli aspetti e le sequenze culturali dell&#8217;Etruria fino al V secolo. Occorrerà tuttavia, per dare una più sicura e precisa dimensione storica a questo quadro generale, cercare di definirne per quanto possibile i termini geografici e cronologici.<br />
Va comunque ricordato che la presenza degli Etruschi in Campania costituisce soltanto uno dei fattori che concorrono a definire la fisionomia etnica, politica e culturale, estremamente complessa, di questa regione la cui funzione fu d&#8217;importanza primaria &#8211; e per certi aspetti ed in alcuni momenti determinante &#8211; nella storia dell&#8217;ltalia antica.<br />
Gli altri fattori sono le popolazioni indigene, variamente denominate Ausoni, Opici, Osci, Sanniti, Campani; e la colonizzazione greca. La tradizione antica fu propensa a schematizzare questa pluralità etnica nel senso di una successione di invasioni ed occupazioni: ciò che in parte, ma solo in parte, corrisponde a reali avvicendamenti storici.<br />
Più concreta appare invece la prospettiva geografica, che delimita la presenza greca alla fascia costiera del golfo di Napoli (fondazioni degli Eubei a Pithecusa, cioè lschia, e a Cuma, con estensione a Partenope o Paleopoli, donde poi Napoli; forse Rodii; più tardi Samii a Dicearchia cioè Pozzuoli; mentre altri attacchi coloniali greci s&#8217;incontrano soltanto a sud del fiume Sele); colloca l&#8217;espansione etrusca fra il golfo di Salerno e il retroterra campano, la «mesògaia», fino al fiume Volturno; riconosce alle genti indigene il carattere di generale sottofondo etnico e perduranti stanziamenti marginali specialmente a nord del Volturno; ambienta i Sanniti sull&#8217;arco montano con processo verso la pianura. È molto probabile che le origini dell&#8217;etruschizzazione della Campania siano da collocare nel quadro delle più antiche attività marittime degli Etruschi nel Tirreno, di cui si è già discorso.<br />
L&#8217;apparizione di un tipo di cultura villanoviana a Pontecagnano presso Salerno nel IX secolo con qualche riflesso verso l&#8217;interno (Valle del Tanagro), come elemento che ha tutto l&#8217;aspetto di essere intrusivo rispetto alle dominanti manifestazioni culturali locali di inumatori, e le successive sequenze in parte analoghe e parallele a quelle dell&#8217;Etruria propria, includenti, ciò che è più importante, la presenza di iscrizioni etrusche arcaiche nella stessa Pontecagnano e nell&#8217;area della penisola sorrentina fino a Castellammaredi Stabia e a Pompei, coincide piuttosto significativamente con le notizie delle fonti antiche circa il possesso etrusco del litorale salernitano, cioè del cosiddetto «agro picentino», fino alla foce del Sele e alla esistenza della colonia etrusca di Marcina.<br />
Il problema che si pone è quello del rapporto, cronologico e storico, tra questi remoti insediamenti costieri e la più vasta area del dominio territoriale etrusco interno tra il Volturno e la valle del Sarno, cioè la vera e propria Campania etrusca avente come centro principale Capua e tutta una serie di città caratterizzate dalla presenza di iscrizioni etrusche e di materiali propri di una cultura materiale di tipo etrusco (benchè di regola pertinenti ad una fase cronologica piuttosto avanzata, tra la fine del VI e la prima metà del V secolo), come Suessula, Acerra, Nola, Pompei, Nocera: queste due ultime costituenti in certo modo una cerniera con l&#8217; area sorrentino-salernitana.<br />
L&#8217;ipotesi di una netta priorità della colonizzazione costiera pel golfo di Salerno sul dominio etrusco della mesògaia campana che ne sarebbe stata quasi una tardiva conseguenza va attenuata o corretta nel senso di una possibile e probabile pluralità di antiche vie di approccio dall&#8217;Etruria propria alla Campania, e soprattutto del maturare di condizioni storiche diverse attraverso l&#8217;età arcaica.<br />
La stessa discussione sul problema dell&#8217;interpretazione dei dati tradizionali circa la cronologia della fondazione etrusca di Capua appare di secondaria importanza: i recenti scavi hanno confermato la progressiva formazione di un grosso centro fra il IX e I&#8217;VIII secolo, con caratteri indigeni ma con sensibili richiami alI&#8217; area culturale etrusca, falisca e laziale, e con una progressiva affermazione di influenze etrusche soprattutto nel VI secolo; prove sicure del carattere fondamentale etrusco della città si avranno tuttavia soltanto per gli inizi del V secolo.<br />
Si può presumere che alla primordiale colonizzazione, o protocolonizzazione, del litorale salernitano abbiano fatto riscontro penetrazioni per via terrestre (valle del Sacco e del Liri?) e per via di mare (foci del Liri e del Volturno?) verso l&#8217;ubertosa e appetibile pianura della Terra di Lavoro; e che la precoce e salda installazione coloniale greca nel golfo di Napoli (già almeno dalla metà dell&#8217;VIII secolo), chiudendo questa privilegiata via d&#8217;accesso portuosa, abbia favorito il consolidarsi di un dominio etrusco interno, a sua volta serrato ad arco attorno alla fascia d&#8217;influenza di Cuma e tendente a sfociare al mare più a sud alla foce del Sarno (Pompei) e nel golfo di Salerno in congiunzione con i vecchi scali del territorio picentino.<br />
Si disegnerebbero così, con una certa verosimiglianza, le grandi linee interpretative della storia della etruschizzazione della Campania e della sua dialettica di contrasto con la colonizzazione greca, ferma restando anche l&#8217;esistenza del problema dei rapporti con le popolazioni locali, che possiamo immaginare di coesistenza e di sovrapposizione nelle zone di più intensa occupazione etrusca, e di vicinato, scambi e influenze nelle zone marginali specialmente a nord del Volturno, come nel retroterra picentino, ma anche già forse di minacciosa irrequietezza lungo l&#8217;arco montano abitato dai Sanniti dal quale proverranno gl&#8217;impulsi e i movimenti destinati a segnare nel futuro la sorte dell&#8217;Etruria campana e dell&#8217;intera Campania.<br />
Gli sviluppi di questa storia nel V secolo appartengono tuttavia ad una fase cronologica più avanzata che sarà oggetto di trattazione successiva. La presenza e la dominazione degli Etruschi in Campania coinvolgono naturalmente il problema dell&#8217;espansione etrusca nell&#8217;area intermedia fra l&#8217;Etruria e la Campania, cioè nel Lazio.<br />
Una fase di prevalenza etrusca nella storia del Lazio è esplicitamente affermata dalla tradizione antica, con particolare riguardo ai racconti relativi alla dinastia etrusca dei Tarquini regnante in Roma tra la fine del VII e gli ultimi decenni del VI secolo; confermata largamente dalle scoperte epigrafiche e in generale dalle testimonianze archeologiche e artistiche; universalmente riconosciuta dagli studiosi moderni.<br />
Ma va subito aggiunto che, rispetto alla Campania, esiste una differenza sostanziale. Nonostante la maggiore vicinanza geografica, anzi la contiguità territoriale con l&#8217;Etruria, che manca alla Campania, non si può parlare per il Lazio di un dominio etrusco definito, unitario e stabile, tanto meno di una colonizzazione demografica, quali sono accertabili per la Campania come si è visto; si riconosceranno semmai sovranità parziali, immigrazioni di capi, influenze istituzionali e culturali, tali da giustificare l&#8217;impressione di una sorta di «protettorato» che ha la sua ragione storica, evidentissima, nell&#8217;esigenza di assicurare alle città etrusche, considerate singolarmente e nel loro insieme, il controllo delle vie di transito terrestri e marittime (cioè di appoggio al cabotaggio) verso la Campania.<br />
Ma il fondo della popolazione con la sua lingua, le sue tradizioni e le sue strutture resta non etrusco, cioè latino: ciò che senza dubbio dipende dal fatto che l&#8217;espansione etrusca a sud del Tevere, quando avviene, trova un mondo di società protostoriche già da tempo evolute, organizzate, sulla via dell&#8217;urbanizzazione e presumibilmente coscienti di una loro identità «nazionale», quale è quello che ci si rivela attraverso le scoperte archeologiche soprattutto recenti e recentissime, con le sue fasi di cultura «protolaziale» o «albana» dei crematori della fine dell&#8217;età del bronzo e del principio dell&#8217;età del ferro (X-IX secolo) e di cultura dei fiorenti centri di inumatori dell&#8217;VIII-VII secolo tipicamente esemplificata dalla grande necropoli di Decima.<br />
La penetrazione degli Etruschi non sembra anteriore al VII secolo. Essa appare preceduta da una serie di scambi tra i territori dell&#8217;una e dell&#8217;altra sponda del Tevere, che tuttavia non alterano la sostanziale diversità della loro fisionomia culturale: basti pensare che gli aspetti caratteristici della civiltà villanoviana, che pure raggiungono le lontane coste del Salernitano, sono ignoti al Lazio (come del resto al territorio falisco pur situato sulla sponda etrusca). Viceversa è notevole la diffusione nel villanoviano dell&#8217;urna cineraria in forma di capanna che ha la sua origine e il suo epicentro nell&#8217;area laziale. I rapporti culturali piuttosto stretti esistenti tra il Lazio e i territori di Capena e di Falerii fra il IX e il VII secolo si giustificano con l&#8217;identità del fondo etnico-linguistico.<br />
Ma si può parlare anche di una più vasta rete di connessioni che include Veio, il territorio capenate e falisco e Roma. D&#8217; altra parte su questa zona medio-tiberina deve aver pesato, in questo stesso periodo, anche un altro elemento di indubbia rilevanza storica, e cioè la pressione degl&#8217;italici Sabini discesi dall&#8217;interno della penisola lungo la valle del Tevere fino a raggiungere Roma e ad essere implicati nelle sue stesse origini.<br />
Una concreta presenza etrusca nel Lazio è attestata dalle tombe principesche di Palestrina, l&#8217;antica Praeneste (tombe Castellani, Bernardini, Barberini) databili intorno al secondo quarto del VII secolo, caratterizzate da fasto si corredi orientalizzanti per molti aspetti analoghi a quelli di Caere e dalla presenza di un&#8217;iscrizione etrusca; inoltre dalla tomba a tumulo pure orientalizzante scoperta a Lavinio, la città sacra costiera a sud di Roma, sotto un più tardo sacrario ricordato dagli antichi come «tomba di Enea»; nonche dai sepolcri e dai depositi votivi di Satricum includenti una iscrizione etrusca della fine del VII secolo.<br />
etrusca dei Tarquini negli ultimi decenni del VII secolo, con la «chiamata al potere» di Tarquinio Prisco in sostituzione del re sabino Anco Marcio; ne per quanto sappiamo esistono indizi archeologici a favore di una presenza etrusca in Roma prima di quel momento. Tutti questi dati esigono un tentativo d&#8217;interpretazione storica. È possibile che la richiesta di sicurezza dei confini delle città etrusche meridionali, Caere e Veio, e di aperture commerciali e politiche verso il sud abbiano imposto, nel momento di massima fioritura della potenza tirrenica, la creazione di punti di controllo e l&#8217;imposizione di signorie etrusche nei centri locali, sia all&#8217;interno in direzione della cruciale via della valle del Sacco (come è presumibile per Palestrina), sia lungo la costa fino a quel territorio dei Rutuli (e poi dei Volsci) che Catone ricordava sotto il dominio etrusco.<br />
Il «ritardo» di Roma &#8211; pur divisa dall&#8217;Etruria solo da un guado, e dunque naturalmente esposta per prima ad un ingresso degli Etruschi nel Lazio &#8211; costituisce un problema la cui spiegazione potrà ricercarsi, oltre che nella stessa grandezza e potenza autonoma di un centro in rapido sviluppo (tanto che già nel VII secolo, stando alla tradizione, era stato in grado di distruggere Albalonga, cioè di imporre il suo predominio sulle antichissime comunità albane nel cuore del Lazio), anche e soprattutto nell&#8217;ostacolo rappresentato dai Sabini allora presenti e presumibilmente predominanti a livello di direzione politica in Roma stessa (contro i Sabini appunto si manifesterà poi, sempre secondo la tradizione, la principale attività militare di Tarquinio Prisco assurto al potere regio).<br />
Alla tradizione annalistica raccolta dalla grande storiografia romana (specialmente Livio e Dionisio D&#8217;Alicarnasso) circa gli eventi dinastici e socio-politici di Roma dalla fine del VII e per tutto il VI secolo non possiamo più negare oggi, sia pure con ogni riserva e prudenza critica, una sostanziale veridicità storica. Combinata con altre versioni collaterali delle fonti antiche e parzialmente confermata dai dati epigrafici e archeologi ci (cioè topografico-monumentali e artistici), essa ci offre un quadro sufficientemente perspicuo della presenza etrusca a Roma e nel Lazio.<br />
Prescindendo dai particolari aneddotici e dall&#8217;autenticità individuale dei personaggi &#8211; di cui tuttavia non è da diffidare a priori (si pensi ad esempio alla spiccata verosimiglianza di una figura come quella della regina Tanaquil, con il suo prenome femminile etrusco Thanachvil di larga diffusione nella epigrafia arcaica, nata da nobile famiglia tarquiniese ed esperta nell&#8217;interpretazione dei prodigi celesti secondo la scienza degli Etruschi: Livio, I, 34) -, noi possiamo riconoscere l&#8217;esistenza di una fase iniziale di affermazione e di consolidamento della sovranità etrusca in Roma, e di etruschizzazione di Roma, collocabile tra gli ultimi decenni del VII e i primi decenni del VI secolo e sia pure convenzionalmente definibile come «età di Tarquinio Prisco».<br />
Dobbiamo ritenere che allora l&#8217;aggregato romano abbia assunto il suo volto definitivo di città unitaria ed organizzata, con una cinta difensiva, la creazione di uno spazio pubblico (il foro) distinto dalle abitazioni private, l&#8217;attrezzatura dell&#8217;arce del Campidoglio con l&#8217;inizio della costruzione del tempio di Giove Capitolino, secondo esplicite notizie delle fonti letterarie; ed effettivamente le scoperte archeologiche sembrano far risalire a questo periodo le prime stabili costruzioni architettoniche civili e religiose con le loro decorazioni di terracotta, soprattutto alla Regia (presumibile santuario-dimora ufficiale dei re) e al Comizio, sopra tracce di tombe e capanne più antiche.<br />
Sul piano politico e sociale si presumeranno l&#8217;avvento e la supremazia di una classe dirigente etrusca, che possiamo pensare installata di preferenza con le proprie dimore ai piedi del Campidoglio tra la valle del Foro e il guado tiberino, in quello che sarà il futuro Vicus Tuscus: ne abbiamo testimonianze dalle iscrizioni etrusche, di cui due provenienti dall&#8217;adiacente area sacra di S. Omobono (una specialmente, incisa su una placchetta d&#8217;avorio in figura di leoncino, menziona un Araz Silqetenas Spurianas di possibile origine tarquiniese come lo stesso re Tarquinio secondo la tradizione); il carattere prevalentemente aristocratico della struttura dei poteri della città al principio del VI secolo potrebbe trovare una conferma indiretta anche nell&#8217;iscrizione dedicatoria latina del cosiddetto vaso di Duenos, se duenos è termine generico indicante una qualità sociale del donante (= bonus, cioè «nobile»).<br />
È importante notare che le iscrizioni in lingua etrusca sembrano essere tutte di carattere privato, mentre il testo del famoso cippo del Lapis Niger nel Foro Romano, ormai con sicurezza databile in questo periodo e riferibile a prescrizioni di cerimonie sacre del re nel Comizio, è scritto in latino e pertanto documenta, nonostante la sovranità etrusca, l&#8217;uso del latino come lingua ufficiale dello stato.<br />
Gli eventi e i personaggi del regno di Servio Tullio succeduto a Tarquinio Prisco, nei decenni centrali del VI secolo, ci appaiono in verità ricordati dalla storiografia romana con particolari drammatici, in parte fiabeschi e talvolta persino contraddittori (origini oscure, comunque non etrusche, del protagonista; irregolarità formali della sua assunzione al potere; riforme e popolarità, per cui pote essere più tardi esaltato come fondatore delle libertà repubblicane e persino ispiratore della costituzione della repubblica: esplicitamente Livio, I, 60; imparentamento e rivalità con la famiglia dei Tarquini, di perdurante potenza, culminanti nella sanguinosa «presa di potere» di Tarquinio il Superbo), tali da far pensare ad un racconto in qualche modo sistematizzato che nasconda situazioni, avvenimenti e processi istituzionali assai più complessi.<br />
Il riferimento dell&#8217;imperatore Claudio, nel suo discorso al Senato registrato dalle Tavole di Lione (C.I.L. XIII, 1668), a una tradizione etrusca che identificava Servio Tullio con Mastarna compagno di gesta di Caelius Vibenna eponimo del Monte Celio apre il discorso sulla fondata possibilità di inserire in questo periodo &#8211; che potremmo anche qui definire convenzional-mente come «età serviana» &#8211; tutti gli avvenimenti e personaggi connessi con il «ciclo» semileggendario delle avventure dei fratelli Celio (o Cele) e Aulo Vibenna (nella forma etrusca Caile e Avle Vipina) e di Mastarna o Maxtarna (etrusco Macstrna), citate in numerosi e vari accenni delle fonti letterarie e raffigurate nelle pitture della Tomba Francois di Vulci oltre che in qualche altrò monumento minore. Si tratta di un&#8217; azione militare o di un complesso di azioni militari, presumibilmente tendenti al formarsi di una grossa «signoria» nel cuore dell&#8217;Etruria meridionale e su Roma stessa, condotta dal «nobile duce» Celio Vibenna con il fratello Aulo, ambedue originari di Vulci (Festo, Arnobio), e con il «fedelissimo compagno» (Claudio) Mastarna, oltre che con altri camerati di varia estrazione, un Larth Ulthe, un Marce Camitlna e un Rasce (l&#8217;«etrusco»?) forse di condizione servile (Tomba Francois).<br />
È dubbio se questa sconvolgente iniziativa sia partita da un tentativo ufficiale di affermazione egemonica della città di Vulci, che comunque più tardi sembra essersene appropriata la gloria come provano le pitture della Tomba Francois; in ogni caso s&#8217;incontrò l&#8217;opposizione di altre città tra cui Volsinii e Roma, i cui capi coalizzati (Larth Papathna di Volsinii, Pesna Arcmsna di Sovana? , Cneve Tarchunie di Roma), dopo aver catturato lo stesso duce nemico Celio Vibenna &#8211; liberato dall&#8217;amico Mastarna -, furono a loro volta sconfitti e a quanto sembra massacrati (Tomba Francois).<br />
Ne conseguì la mano libera su Roma, con il presumibile abbattimento del potere dei Tarquini che forse in origine avevano favorito l&#8217;azione dei Vibenna (Tacito, Festo), l&#8217;installazione di questi ultimi al margine della città (sul Celio?), infine con la morte di Celio il probabile passaggio del dominio di Roma ad Aulo &#8211; il cui cranio trovato sul Campidoglio farebbe parte di una storiella pseudoetimologica tendente a spiegare il nome Capitolium come «caput Oli regis» &#8211; e quindi a Mastarna, cioè, secondo le fonti di Claudio, a Servio Tullio.<br />
L &#8216;insieme di questi fatti potrebbe collocarsi tra la fine del regno di Tarquinio Prisco e l&#8217;inizio del «regno» di Servio Tullio, diremmo attorno ai tempi di passaggio dal primo al secondo venticinquennio del VI secolo (Tacito, Ann.. IV, 65 accenna a Tarquinio Prisco, ma da storico prudente avverte che per i rapporti con i Vibenna potrebbe essersi trattato anche di «un qualsiasi altro re»: ed effettivamente nella Tomba Francois appare un Cneve Tarchunie, un Gneo Tarquinio, del tutto ignoto alla tradizione storiografica canonica).<br />
La cronologia proposta, e diciamo pure la storicità dell&#8217;intera saga dei Vibenna e di Mastarna, trova una luminosa concreta conferma archeologica nella scoperta a Veio dell&#8217;iscrizione dedicatoria di un Avile Vipiiennas, recante in forma arcaica l&#8217;identica formula onomastica di Aulo Vibenna e databile nella prima metà del VI secolo.<br />
Abbiamo dunque ragioni per credere che in questo periodo i legami fra Roma e l&#8217;Etruriasiano stati rafforzati dalla presenza di elementi e di poteri diversi dalla dinastia dei Tarquini. La questione diventa più complessa per quanto riguarda l&#8217;interpretazione storica del personaggio Mastarna che, pur nel suo stretto vincolo con i Vibenna, non ci appare necessariamente di origine etrusca: il suo nome singolo ha tutta l&#8217;apparenza di un appellativo qualificante o di un titolo, per di più chiaramente riferibile alla parola latina mogister con l&#8217;aggiunta del suffisso aggettivale etrusco -no.<br />
Ciò ha indotto alcuni studiosi moderni a supporre l&#8217;esistenza a Roma già in età regia della funzione del mogister populi che all&#8217;inizio della repubblica avrebbe sostituito il potere del re come magistratura suprema unica di dittatura ordinaria, collegata al concetto di populus quale totalità dei cit- tadini, in un quadro tendente a trasformare lo stato in una comunità egualitaria contro la supremazia delle vecchie oligarchie gentilizie.<br />
Il «re» Servio Tullio, al quale la tradizione attribuiva la riforma centuriata, potrebbe essere stato il promotore di questo rinnovamento ed egli stesso esponente dell&#8217;affermazione delle nuove classi sociali in qualità di mogister populi (donde l&#8217;identificazione con Mastarna) in contrasto con l&#8217;ordine preesistente rappresentato dalla dinastia dei Tarquini; la sua azione politica, dopo la parentesi della reazione tirannica di Tarquinio il Superbo negli ultimi decenni del VI secolo, sarebbe stata destinata a trionfare con l&#8217;inizio della repubblica.</p>
<p><strong>Verso il Nord</strong><br />
Passando a considerare l&#8217; opposta direttiva dell&#8217; espansione terrestre degli Etruschi, cioè l&#8217; Italia settentrionale, dobbiamo dire che anche qui esistono zone per le quali si può parlare, come per la Campania, di una occupazione stanziale, cioè di un dominio di popolamento, che s&#8217;incentra essenzialmente nell&#8217;attuale Emilia- Romagna a contatto con l&#8217;Etruria propria attraverso i passi del crinale appenninico. Le fonti antiche alludono insistentemente ad una colonizzazione e del pari alla fondazione di dodici città, di riflesso delle dodici città dell&#8217;Etruria propria.<br />
Si aggiunga il ricordo di un&#8217;azione colonizzatrice particolarmente antica, adombrata nella leggenda che l&#8217;attribuiva principalmente a Tarconte, l&#8217;eroe delle origini eponimo e fondatore di Tarquinia (versioni citate negli Scholia Vernonesia e in Servio, ad Aen., X, 200, specialmente a proposito delle origini di Mantova). Una derivazione ravvicinata dalle zone dell&#8217;Etruria settentrionale interna si percepisce d&#8217;altra parte nelle tradizioni relative alla fondazione di Felsina (Bologna) e di Mantova da parte di Ocnus (altrimenti Aunus, forse da Aucnus) figlio o fratello di Aulestes, a sua volta fondatore di Perugia.<br />
Emiliano è larghissimamente testimoniata dagli scrittori classici, storici e geografici, e confermata dall&#8217;archeologia con estrema dovizia di dati incontestabili, inclusi i documenti epigrafici.<br />
Si tratta ora di precisare, nei limiti del possibile, i tempi, i luoghi, i caratteri e gli sviluppi di questa occupazione.<br />
Nella più diffusa tradizione degli studi moderni la conquista etrusca dei territori della pianura padana, cioè di quella che suol definirsi appunto «Etruria padana», avrebbe avuto luogo con notevole ritardo rispetto alla nascita dell&#8217;Etruria propria, e cioè non prima della fine del VI secolo, quando a Bologna, a Marzabotto e a Spina &#8211; i centri archeologicamente più significativi dell&#8217;etruschismo nordico &#8211; appaiono i primi segni di una civiltà d&#8217;inconfondibile impronta etrusca e con iscrizioni etrusche.<br />
Questa tesi fu proposta dai primi scavatori delle necropoli bolognesi e in particolare sostenuta da E. Brizio in rapporto alla generale teoria della provenienza degli Etruschi dall&#8217;oriente e della loro sovrapposizione agli Umbri identificati con i «Villanoviani», tenuto conto del perdurare della cultura villanoviana a Bologna fino all&#8217;inoltrato VI secolo e dell&#8217;apparente distacco topografico fra i sepolcreti appartenenti a questa cultura e le tombe di tipo «etrusco».<br />
Ma questa interpretazione è già stata oggetto in passato di più o meno cauti dubbi, ed ora crediamo di poter affermare con sufficiente fondatezza che l&#8217;apparizione, tutto sommato localmente improvvisa, del villanoviano nel IX secolo debba considerarsi la manifestazione esteriore di un iniziale passaggio di elementi etruschi dalla Toscana oltre l&#8217;Appennino, e ciò non soltanto per le valutazioni precedentemente espresse sul significato etnico della diffusione villanoviana in generale, ma anche proprio per l&#8217;indizio, non da sottovalutare, di quelle tradizioni che associavano in qualche modo la colonizzazione padana con i tempi delle origini della nazione etrusca.<br />
Che a Bologna in età villanoviana già si parlasse etrusco sembrerebbe del resto dimostrato dalla recente individuazione di una iscrizione etrusca incisa sopra un vaso della fase tardo-villanoviano di Arnoaldi, databile intorno al 600 a.C., cioè assai prima della supposto «conquista etrusca» della fine del VI secolo. Un altro motivo che collega ab antiquo il villanoviano transappenninico alla grande matrice dell&#8217;Etruria tirrenica si coglie nella sua stessa localizzazione geografica, che è rappresentata da due zone limitate immediatamente aderenti all&#8217;Appennino: la prima in Emilia, a Bologna e nei suoi immediati dintorni, in corrispondenza dello sbocco delle valli dei fiumi Reno e Savena, cioè dei passi Piastre-Collina e Futa; la seconda in Romagna, a Verucchio, San Marino ed altre località minori, in corrispondenza e a guardia della valle del Marecchia con i suoi raccordi montani all&#8217;alto bacino del Tevere e al Casentino.<br />
Esse hanno veramente tutta l&#8217;apparenza di due &#8220;teste di ponte&#8221; dall&#8217;Etruria verso la pianura padana e la costa adriatica. La cultura villanoviana di Verucchio si evolve dal IX fino al VI secolo attraverso almeno tre fasi, di cui soprattutto la seconda presenta singolari affinità con il villanoviano evoluto dell&#8217;Etruria meridionale, mentre la terza fase, in cui pur resta dominante la cremazione, appare già largamente imbevuta di elementi orientalizzanti; assai notevoli e comprensibili in ogni caso sono i rapporti con le vicine culture medio-adriatiche di Novilara e del Piceno.<br />
Alla possibilità di una remota penetrazione etrusca lungo le coste del Mare Adriatico si ricollega l&#8217;esistenza dell&#8221;&#8216;isola&#8221; villanoviana di Fermo nelle Marche, in piena zona di cultura picena, con caratteristiche anche qui di forti somiglianze con il villanoviano dell&#8217;Etruria meridionale; non sembra incongruo citare in proposito il ricordo di una fondazione tirrenica, cioè etrusca, del santuario di Hera a Cupra a non grande distanza da Fermo (Strabone, V, 4, 2): è immaginabile una sia pur modesta attività marittima sull&#8217; Adriatico analoga a quella coeva sul Tirreno?<br />
Per quel che riguarda il villanoviano dell&#8217;Emilia è eviqente che esso ha attirato e attira in modo preminente l&#8217;attenzione degli studiosi non soltanto per la priorità delle scoperte risalenti a circa la metà del secolo scorso e per la ricchezza dei materiali, ma anche e soprattutto per la possibilità di sistematiche classificazioni topografi-che e cronologiche e per la continuità di vita storica del suo maggiore centro, Bologna.<br />
L&#8217;area circostante in pianura, entro limiti piuttosto ristretti segnati dai corsi del Panaro e del Santerno e, a nord, del Reno presenta insediamenti di villaggi con tutto l&#8217;aspetto di una specifica occupazione agricola (ne si può escludere che proprio la disponibilità di queste estese terre coltivabili abbia primamente attratto gli abitatori delle zone a sud dell&#8217;Appennino); ma l&#8217;occupazione si addensa essenzialmente a Bologna che via via assumerà il carattere di un aggregato protourbano.<br />
Ed è a Bologna che noi cogliamo le linee di uno sviluppo che va dal IX al VI secolo, distinto in quattro fasi successive (più o meno corrispondenti ai periodi già designati con i nomi delle località dei sepolcreti: Savena-San Vitale, Benacci I, Benacci II, Arnoaldi), delle quali le ultime appaiono progressivamente imbevute di elementi orientalizzanti, pur nella tradizionale fedeltà al rito della cremazione, con l&#8217;apparizione di stele funerarie scolpite e il sostituirsi ai vecchi cinerari biconici di cinerari in forma di situle (secchie) con decorazione stampigliata.<br />
È difficile dire quale impatto possano aver avuto le prime penetrazioni etrusche a nord della catena appenninica con le popolazioni locali di là dalle sfere, ripetiamo limitate, della presenza villanoviana. Di queste altre popolazioni sappiamo del resto poco o nulla, anche dal punto di vista della documentazione archeologica che per il resto dell&#8217;area emiliano-romagnola e in generale per la Padania orientale risulta ancora scarsamente conosciuta durante l&#8217;età del ferro, mal distinguibile dalle sopravvivenze della tarda età del bronzo che fu comunque fiorente in queste zone (notevole, anche se priva di significato storico dato il dislivello cronologico, è la netta contrapposizione tra l&#8217;area delle terremare del bronzo nell&#8217;Emilia occidentale e l&#8217;area di occupazione villanoviana dell&#8217;età del ferro).<br />
Fa, bene inteso, eccezione il grosso e netto complesso di manifestazioni della civiltà Paleoveneta a nord del Pò e dell&#8217;Adige, con il suo svolgimento parallelo a quello del villanoviano emiliano e la sua certa connotazione etnica.<br />
Un fenomeno protostorico ben definito che sembra fronteggiare a nord della grande piana fluviale il fenomeno villanoviano esteso ai piedi dell&#8217;Appennino, cioè già i Veneti di fronte agli Etruschi, e con influenze culturali via via crescenti sull&#8217;area emiliana, sensibili soprattutto nell&#8217;ultima fase bolognese di Arnoaldi.<br />
Sui fatti della Romagna, non rileno incerti di quelli emiliani per i tempi più antichi, si potrà accennare soltanto ad osservazioni sporadiche specialmente in zone montane, con particolare riguardo alle tombe di guerrieri in circoli di pietra di San Martino in Gattara nell&#8217;alta valle del Lamone, che per altro non sono anteriori alla fine del VI secolo e che possono oggi attribuirsi con certezza, più che a genti indigene (o peggio a supposti invasori gallici), all&#8217;avanzata verso il nord di Italici umbri, dei quali si avrà occasione di riparlare.<br />
In sostanza la espansione protostorica degli Etruschi verso la pianura padana e la costa adriatica non deve aver trovato rilevanti ostacoli in preesistenze probabilmente non dense e forse attardate; in ogni caso essa deve esser rimasta contenuta ai margini dello spartiacque appenninico con aspetti economici, sociali e culturali di sostanziale conservatorismo rispetto all&#8217;Etruria propria (ciò che tuttavia non esclude un pro gresso, accelerato tra il VII e il VI secolo, sia negli scambi con le aree esterne tirrenica, veneta e medio-adriatica, sia negli aspetti interni delle forme di vita e del lusso: specialmente a Verucchio, dove più che a Bologna s&#8217;intravvede il formarsi di gerarchie economico-politiche e conseguenti emergenze culturali).<br />
Il solo indizio, sia pure discutibile e discusso, di una politica attiva oltre i limiti dell&#8217;Emilia centrale e interessata alla difesa degli equilibri dell&#8217;intera pianura padana parrebbe riconoscersi nella notizia di Livio (V, 34) sulla battaglia combattuta, e perduta, dagli Etruschi nelle vicinanze del Ticino contro i Galli discesi in Italia con Belloveso e Segoveso ai tempi del re Tarquinio Prisco e della fondazione focea di Marsiglia, cioè intorno al 600 a.C., se questa cronologia alta dell&#8217;invasione celtica è accettabile come crediamo: saremmo comunque in un periodo avanzato di Bologna villanoviana, corrispondente alla fase Arnoaldi, e curiosamente proprio ai tempi nei quali si data la prima iscrizione etrusca sopra ricordata.<br />
Ma la grande espansione etrusca nel nord, con la sua massima estensione e con la pienezza e ricchezza delle sue più caratteristiche espressioni, deve collocarsi effettivamente non prima degli ultimi decenni del VI secolo, quale probabile conseguenza di avvenimenti economici e politici di portata assai più vasta riguardanti non soltanto l&#8217;Etruria, ma l&#8217;intera area italiana e i mari circostanti.<br />
È in questo momento, e soprattutto a partire dagli inizi del V secolo, che l&#8217;incipiente crisi della potenza marittima etrusca nel Tirreno può aver richiamato allo sbocco adriatico; che lo sviluppo dei centri dell&#8217;Etruria interna (Volsinii, Perugia, Chiusi, Volterra, Fiesole) può aver favorito un più pressante interesse per gli aperti territori d&#8217;oltre Appennino e determinato nuove ondate di migrazione verso il nord; che l&#8217;incremento dei traffici con l&#8217;Europa centrale attraverso le Alpi ed in pari tempo la minacciosa pressione dei Celti già dilaganti nella pianura padana possono aver reso necessario un consolidamento ed un ampliamento della presenza etrusca nell&#8217;ltalia settentrionale trasformandola in vero e proprio dominio.<br />
Di fatto vediamo ora trasformarsi l&#8217;antico centro bolognese in città, l&#8217;etrusca Felsina; nascere subitaneamente nella media valle del Reno, quale stazione viaria, ma probabilmente anche come centro d&#8217;interesse minerario, Marzabotto (cui si ritiene di attribuire il nome antico di Misa), con la sua esemplare pianta regolare a strade incrociate di tipo ortogonale che gli dà una così evidente impronta di &#8220;colonia&#8221;; fiorire sul mare alla foce di un antico ramo del Po la grande città di Spina aperta ad ogni traffico e ad ogni presenza e influenza dei Greci, e più a nord Adria condominio degli Etruschi e dei Veneti (sui quali ormai si riversa il prestigio culturale etrusco).<br />
Nell&#8217;antica area marittima romagnola è ricordato e in parte attestato il possesso etrusco di Ravenna; il controllo degli Etruschi si estende anche all&#8217;Emilia occidentale almeno fino all&#8217;Enza e forse oltre (certamente contenuto dall&#8217;opposta avanzata celtica: priva di fondamento è l&#8217;etruscità e comunque incerta l&#8217;ubicazione di Melpum già da molti ritenuto un avamposto etrusco in Lombardia); sicuramente fu passato il Po verso le Alpi come provano le tradizioni dell&#8217;origine etrusca di Mantova e taluni indizi culturali ed epigrafici, con preminente attrazione verso la valle dell&#8217;Adige quale canale di comunicazioni transalpine fra il territorio dei Veneti e l&#8217;espansione dei Celti, donde la tradizione liviana dell&#8217;origine etrusca dei Reti.<br />
La civiltà etrusca nell&#8217;Italia settentrionale tra la fine del VI e l&#8217;inoltrato IV secolo è rappresentata tipicamente a Bologna, come nei centri coevi e archeologicamente emergenti di Marzabotto e di Spina, dalla fase culturale tradizionale detta della Certosa (da uno dei più rappresentativi sepolcreti bolognesi): la caratterizzano abbondanti arredi di tipo etrusco, larghissime importazioni di ceramica greca attica, il diffondersi del rito funebre dell&#8217;inumazione, le stele sepolcrali figurate (essenzialmente a Bologna), le iscrizioni etrusche.<br />
Alcuni di questi elementi possono suggerire qualche fondata ipotesi sulle correnti d&#8217;origine, dall&#8217;Etruria propria, del popolamento e delle influenze culturali di questa grandiosa &#8220;colonizzazione&#8221;. Molti indizi archeologici, epigrafici e onomastici ci riportano, con indubbia verosimiglianza storico-geografica, alle città dell&#8217;Etruria settentrionale interna quali Chiusi, Volterra e Fiesole (si pensi tra l&#8217;altro alla comune seppur differenziata produzione delle stele nel volterrano, attorno a Fiesole e a Bologna); transiti diretti ed antichi furono senza dubbio le medie valli appenniniche. Ma esistono anche tracce di influenze provenienti dall&#8217;Etruria meridionale che potrebbero far sospettare una direttiva risalente lungo la valle del Tevere, tramite Volsinii e Perugia, fino a raggiungere la costa adriatica: ciò che da un lato ci consente di richiamare la saga &#8220;perugina&#8221; di Aulestes e di Ocnus, da un altro lato ci fa pensare alle remote affinità del villanoviano romagnolo e di Fermo con il villanoviano sud-etrusco.<br />
Quali che siano le provenienze e i fattori di alimentazione dell&#8217;etruscità padano-adriatica, certo essa acquistò nel V secolo una sua individualità e compattezza, attorno ai centri maggiori (dalla polarità interna di Felsina a quella marittima di Spina), oltreche una sua straordinaria rilevanza storica-economica, politica, culturale, tale da giustificare la tradizione della dodecapoli nordica contrapposta alla dodecapoli tirrena.<br />
Ma dello sviluppo e della sorte finale di queste città e di questo dominio si tratterà in modo più specifico nel quadro della successive vicende del mondo etrusco.<br />
Non può tralasciarsi infine un cenno a quell&#8217;altra direttiva di espansione etrusca verso il nord che è rappresentata dalla Liguria. Ci troviamo di fronte a premesse e a situazioni storiche del tutto diverse, in cui l&#8217;attività marittima deve aver avuto la sua parte di naturale rilevanza rispetto a possibili conquiste o installazioni terrestri, con qualche analogia (per altro vaga e diremmo embrionale) con i fenomeni dell&#8217;avanzata e della presenza etrusca nel mezzogiorno. Il territorio compreso tra le foci dell&#8217; Amo e la valle del Magra, cioè la Versilia e la Lunigiana, fu certamente investito da una penetrazione etrusca già in età arcaica, anche se prevalentemente abitato da popolazioni liguri e con una certa fluttuazione nel tempo tra Etruschi e Liguri: lo attestano le fonti antiche (seppure con ambiguità nella sua attribuzione alle due stirpi), alcune testimonianze archeologiche ed epigrafiche, oltre che la finale attribuzione di queste zone all&#8217;Etruria augustea; ma la stessa Pisa, pur nella importanza della sua posizione geografica alla foce dell&#8217;Arno, non sembra essere mai stata tra le maggiori città etrusche, collocandosi in una zona marginale del territorio di Volterra e quasi di confine rispetto al resto dell&#8217;Etruria; mentre Luni avrà anch&#8217;essa un suo autentico e grosso sviluppo urbano soltanto alla fine della civiltà etrusca.<br />
Fra l&#8217;Etruria padana e le penetrazioni etrusche in territorio ligure non sono pensabili coerenti rapporti sia per l&#8217;interposta area montuosa tenuta da primitive e notoriamente bellicose tribù locali, sia anche e soprattutto per l&#8217;avanzata dei Celti.<br />
Una progressione terrestre verso occidente non sembra del resto aver superato la Magra; mentre è probabile, e comprovata da iscrizioni etrusche, una presenza commerciale etrusca, forse anche al limite di un controllo &#8220;coloniale&#8221; ; nel centro portuale di Genova; più oltre le attività marittime verso le coste provenzali debbono aver trovato un fermo nelle istallazioni greche, effettivamente coloniali, di Monaco e di Nizza.</p>
<p><strong>L&#8217;alleanza cartaginese e gli scontri con i Greci e con Roma</strong><br />
Le fonti storiche greche ci parlano per il VI secolo a.C. di accese rivalità &#8220;internazionali&#8221; per il controllo delle rotte marittime, dandoci notizia di vere e proprie battaglie navali tra Greci ed Etruschi. Così, ad esempio, nel caso della battaglia combattuta l&#8217;anno 535 a.C. circa, nelle acque del Mare Sardo, della quale ci informa Erodoto.<br />
Si tratta di uno degli episodi più salienti di tutta la storia etrusca, provocato dall&#8217;intrusione greca nel &#8220;mare di casa&#8221; degli Etruschi e, in particolare, dalla fondazione, intorno al 565 a.C., della colonia di Alalie (Aleria) sulla costa orientale della Corsica. Protagonisti di questa impresa erano stati i profughi della città di Focea, nella Ionia asiatica, che per sfuggire alla minaccia persiana si erano trasferiti a più riprese in Occidente e, attorno al 600 a.C., si erano stabiliti alle foci del Rodano fondandovi Massalie (Marsiglia).<br />
Gli scali marittimi e le stazioni commerciali che i Massalioti avevano installato nel Golfo del Leone e sulle coste del Mar Ligure misero così in crisi il commercio etrusco. Quando l&#8217;ultima ondata di Focei provenienti dalla madre patria occupati dai Persiani si stabilì in Corsica, gli etruschi furono costretti a reagire. A muoversi fu Cere, la quale si alleò con Cartagine, anch&#8217;essa seriamente danneggiata nei suoi interessi commerciali dall&#8217;intrusione focea. L&#8217;alleanza condusse allo scontro armato al quale presero parte sessanta navi dei Focei e altrettante di Etruschi e Cartaginesi.<br />
Stando sempre a Erodoto, a vincere furono i Greci, ma la vittoria rimase senza frutto &#8220;poiché &#8211; scrive lo storico &#8211; quaranta delle loro navi furono distrutte e le restanti rese inservibili&#8221;, sicché &#8220;essi tornarono ad Alalie, presero a bordo i figli, le donne e quanto dei loro beni potevano trasportare e, lasciata la Corsica, partirono verso Reggio&#8221;.</p>
<p>Alcuni dei prigionieri focesi furono portati a Cere e lapidati. Coloro che passavano sul luogo dell&#8217;eccidio, racconta ancora Erodoto, animali o uomini, &#8220;diventavano rattrappiti, storpi o paralitici&#8221;. Gli Etruschi mandarono allora a interrogare l&#8217;oracolo di Delfi, il quale ordinò loro di celebrare sacrifici e di tenere ogni anno giochi per placare le anime dei Focesi massacrati.<br />
Il successivo clamoroso episodio della lotta per il predominio del Mediterraneo di verificò agli inizi del V secolo a.C. nel 480 a.C. quando i Greci di Sicilia, accettando la supremazia dei Siracusani, affrontarono a Imera i Cartaginesi sbarcati in forze nell&#8217;isola sotto la guida di Amilcare. La sconfitta dei Cartaginesi fu un colpo anche per gli etruschi, benché non avessero partecipato direttamente al conflitto. Qualche anno dopo, nel 474 a.C., essi dovettero affrontare Cuma, ribelle al loro predominio in Campania, e il tiranno siracusano Gerone, da Cuma chiamato in soccorso. Furono sconfitti in una memorabile battaglia navale presso Capo Miseno, che segnò l&#8217;inizio del declino della loro potenza sul mare.<br />
I Greci cominciarono ad assalire e saccheggiare le località etrusche della costa tirrenica, creando così un calo delle attività produttive degli Etruschi, che non potevano fare più affidamento sull&#8217;esportazione. Durante una spedizione siracusana, vennero saccheggiate Vetulonia e Populonia.<br />
Anche sull&#8217;Adriatico gli Etruschi avevano cercato di espandersi. Tappe fondamentali la fondazione di Marzabotto, una sorta di stazione intermedia in Emilia sul percorso verso il delta del Po, e di Spina, sul mare. Spina era un emporio molto vivace, frequentato dagli Ateniesi, fino al IV secolo a.C., quando la presenza di questi sull&#8217;Adriatico cominciò ad essere contrastata e alla fine soppiantata dai Siracusani. Incidentalmente, era da questi mercati adriatici che transitava l&#8217;ambra, la resina giallastra reperibile sul Baltico, usata in gioielleria, per la quale donne, ma anche uomini, andavano matti. Ragioni economiche più che mire espansionistiche spiegano dunque il dilatarsi della presenza etrusca a nord e a sud della penisola.<br />
Nel corso del V secolo a.C. due gravi pericoli si affacciarono ai due estremi del mondo etrusco: a nord, la pressione delle tribù celtiche penetrate da tempo in Italia attraverso le Alpi; a sud, l&#8217;incipiente espansionismo di Roma la quale, scaduta la tregua del 474 a.C., riprese con determinazione la guerra contro Veio. Nel 396 a.C. Veio venne conquistata e distrutta, mentre il suo territorio fu incorporato nello Stato romano. Nello stesso anno della caduta di Veio, le fonti storiche parlano di occupazione da parte dei Galli della prima città dell&#8217;Etruria padana: una non meglio precisata Melpum che alcuni pensano di localizzare nei pressi di Milano o persino di identificare con essa.<br />
Nell&#8217;Etruria meridionale, intanto, due fatti nuovi vennero a caratterizzare il IV secolo a.C. Da una parte ci fu la progressiva emarginazione di Cere che, sia pure pacificamente, finì col soccombere all&#8217;alleata Roma, alla quale cedette il suo antico ruolo. Da un&#8217;altra parte, ci fu invece il ritorno di Tarquinia, la quale grazie ad una accorta politica di sfruttamento delle risorse agricole del suo territorio, riuscì a superare la crisi che l&#8217;aveva lungamente abbattuta e a rifiorire, con ricchezza e potenza.<br />
Ma l&#8217;accresciuta potenza e la sua stessa posizione geografica, portarono Tarquinia ad una situazione di antagonismo con Roma, che portò alla guerra scoppiata nel 358 a.C. e che si concluse nel 351 a.C. senza vincitori né vinti, ma con una tregua quarantennale. Intanto sul fronte settentrionale finiva l&#8217;Etruria padana: nella seconda metà del IV secolo infatti l&#8217;onda celtica travolse tutti i centri etruschi della regione, compreso quello più importante di Felsina (Bologna), occupata dai Galli.<br />
Alla fine del IV secolo a.C. gli etruschi erano ormai ridotti entro i confini originari, peraltro già intaccati a sud dall&#8217;espansione romana. Nel 311 a.C. si riaccese la guerra contro Roma. Ancora una volta l&#8217;iniziativa dovette essere degli Etruschi, ma protagoniste dello scontro furono ora le città centro-settentrionali, con a capo Volsini affiancata da Vulci, Arezzo, Cortona, Perugia e Tarquinia, svincolatasi dalla tregua appena scaduta.<br />
Nel 308 a.C. Tarquinia rinnovò la tregua, mentre Cortona, Arezzo e Perugia si arresero accettando condizioni umilianti. L&#8217;anno 302 a.C. la guerra etrusco-romana, non ancora definitivamente conclusa, tornò a riaccendersi, per protrarsi, con una serie pressoché ininterrotta di campagne annuali, fino al 280 a.C.: i Romani quasi sempre all&#8217;attacco, gli Etruschi costretti alla difensiva e a rinchiudersi spesso nelle loro città fortificate. Tra il 281 e il 280 a.C. si arresero per sempre Vulci e Volsini, mentre le città settentrionali si affrettarono a rinnovare i precedenti trattati di pace. Tutti infine dovettero sottoscrivere patti associativi o &#8220;federativi&#8221; (dal latino foedus, trattato), in forza dei quali mantenevano una formale indipendenza, con lo status giuridico di &#8220;alleate&#8221; (sociae), mentre, di fatto, accettavano la supremazia di Roma, ponendosi nei confronti di questa in rapporto di sudditanza.</p>
<p><strong>L&#8217;Etruria &#8220;federata&#8221;</strong><br />
La capitolazione delle città etrusche e il loro ingresso forzato nell&#8217;alleanza con Roma segnò l&#8217;inizio dell&#8217;ultimo periodo della storia etrusca: quello che viene definito dell&#8217;Etruria &#8220;federata&#8221;. A fondamento del nuovo ordine imposto all&#8217;Etruria stavano dunque i vincoli federali derivanti dai trattati. Questi ebbero, a seconda dei casi, clausole speciali e diverse, particolarmente dure per le città che più direttamente si erano opposte a Roma e più lungamente e duramente avevano lottato contro di essa.<br />
Includenti tra l&#8217;altro anche l&#8217;imposizione di tributi e il controllo sulla pubblica amministrazione.<br />
In generale, i trattati imponevano a tutte le città di rinunciare a qualsiasi iniziativa politica autonoma; di riconoscere come propri gli amici e gli alleati di Roma e i suoi nemici; di fornire alla stessa Roma aiuti ogniqualvolta essa ne facesse richiesta, specialmente in occasione di guerre e con contributi di uomini e mezzi; di coordinare con gli interessi Romani ogni loro attività, anche di natura produttiva e commerciale; di garantire il mantenimento dei propri ordinamenti istituzionali fondati sul potere delle oligarchie aristocratiche; di accettare (o di richiedere) l&#8217;intervento di Roma in caso di gravi turbamenti sociali e di conflitti interni. L&#8217;aspetto positivo del sistema federativo consisteva nel fatto che le singole città continuavano a vivere la loro vita &#8220;locale&#8221;, sostanzialmente libera e autonoma, regolata e ordinata secondo i principi e le usanze della tradizione nazionale, di mantenere le proprie leggi, la propria lingua e la propria religione.<br />
La federazione fu messa a dura prova dall&#8217;invasione dell&#8217;Italia da parte di Annibale. La seconda guerra punica (218 &#8211; 202 a.C.) toccò l&#8217;Etruria soltanto marginalmente, durante la discesa dell&#8217;esercito cartaginese lungo la valle tiberina, ma l&#8217;impressione suscitata dalla disfatta subita dai Romani al Trasimeno, in territorio etrusco, fu tanto forte che nelle città etrusche si risvegliò qualche desiderio di rivincita. Ci furono dei movimenti di simpatia nei confronti di Annibale e qualche seria agitazione che costrinse i Romani a rafforzare i loro presidi.<br />
Poi comunque i patti vennero rispettati e ogni città diede il suo contributo prezioso prima alla resistenza e poi alla riscossa romana; in particolare quando, nel 205 a.C., furono forniti aiuti massicci a Scipione per l&#8217;allestimento della sua spedizione africana.<br />
Tito Livio scrive in proposito che le città etrusche si comportarono ognuna secondo le proprie possibilità e ne elenca dettagliatamente i contributi: Cere dette frumento e viveri di vario genere; Tarquinia tele di lino per le vele delle navi; Roselle, Chiusi, e Perugia fornirono legname per la costruzione degli scafi e frumento; Volterra frumento e pece per le calafature; Populonia ferro; Arezzo, infine, approntò grandi quantità di armi (3.000 scudi e altrettanti elmi e 100.000 giavellotti), strumenti e attrezzi da lavoro e 100.000 moggi (= antichi recipienti) di grano e rifornimenti di ogni sorta da servire per quaranta navi.<br />
Con il I secolo a.C., tra il 90 e l&#8217;89, Roma concesse agli Etruschi i diritti di cittadinanza e nacquero così, tra l&#8217;80 e il 70 a.C., i municipi Romani dell&#8217;Etruria. La realtà storica degli Etruschi venne infine consacrata con una delle regioni in cui la stessa Italia venne suddivisa da Augusto: la regione VII, alla quale toccò di perpetuare, fino alla fine del mondo antico, il nome glorioso dell&#8217;Etruria.</p>
<p><strong>L&#8217;epilogo etrusco: i Galli e Roma</strong><br />
In questo paragrafo analizziamo in modo più approfondito il rapporto tra Roma e gli Etruschi. Abbiamo già detto che l&#8217;Etruria perde la supremazia sui mari a scapito di Siracusa e vede fallire il suo progetto di alleanza con i Cartaginesi ed (a livello più ampio) con i Persiani sconfitti a Salamina dagli ateniesi (filo-siracusani). Infatti presso Cuma, in particolare a Capo Miseno, la flotta etrusca è sconfitta dai siracusani, che, successivamente, saccheggiano le coste toscane, in particolare Populonia e Vetulonia, e l&#8217;isola d&#8217;Elba e prendono la Corsica e Ischia (454 a.C.).<br />
In Sicilia, presso Imera, stavolta per via di terra, gli Etruschi perdono di nuovo contro i siracusani e contemporaneamente a Salamina la Grecia sconfigge i Persiani. Fallisce così l&#8217;alleanza tra Etruschi, Cartaginesi e Persiani che voleva contrapporsi a quella tra Greci e Siracusani. Nel 350 a.C. alcuni ambasciatori tirreni si recano in Mesopotamia da Alessandro Magno, per chiedere aiuto, ma non ricevettero una pronta collaborazione: Alessandro avrebbe preparato un&#8217;invasione dell&#8217;occidente solo dopo circa dieci anni.<br />
Dopo Veio, testimone della scarsa coesione tra le città della lega, cadono le altre città, una dopo l&#8217;altra, tra cui Falerii, capitale dei Falisci e gli avamposti di Tarquinia. Nel 387 a.C. i Celti di Brenno sconfiggono i Romani ad Allia, devastano l&#8217;Etruria e Roma, che si ricostruisce, anche se in un primo momento, nel quale Camillo si oppose, si pensava di spostare la capitale da Roma a Veio.<br />
Nel 350 a.C. i siracusani depredano Pyrgi e Caere, Roma conquista Tarquinia, con forti rappresaglie ed i Galli dilagano in Valle Padana, non trovando la minima resistenza. Tutte le città della lega del nord sono prese, ad eccezione di Spina e Mantova. Spina ed Adria verranno poi prese dai greci che nel frattempo avevano fondato Ancona.<br />
L&#8217;economia agricola è distrutta: non si produce più vino, ricompaiono le paludi in Valle Padana, il sistema idrico è distrutto, cresce solo del grano che la città di Spina commercia con la Grecia (non si producono più vasi attici, anche perché la città greca di Marsiglia ha una florida attività con i Liguri e i Galli). Per rappresaglia contro i Galli, alcuni etruschi eseguono atti di pirateria sui carichi di grano.<br />
Nel 310 a.C. i Romani, comandati da Q. Fabio Rulliano, invadono e saccheggiano la Selva Cimina ritenuta sacra e inviolabile. Gli Etruschi non seppero sfruttare le guerre sannitiche: nel 295 a.C. subirono in particolare una sconfitta a Sentinum, non interagendo bene con gli Umbri.<br />
E&#8217; anche vero che i Romani separarono geograficamente le varie tribù sannitiche tra loro e queste, a loro volta, dagli Etruschi, mantenendo neutrale la striscia di territorio dei Peligni (Sulmona-Chieti). Nel nel 283 a.C. assoldarono (dapprima venendo depredati) i Galli per combattere contro Roma vicino Bassano in Teverina, sul lago Vadimone, ma furono sconfitti, tanto che le acque del Tevere si tinsero di rosso.<br />
In tale occasione furono cacciati dall&#8217;Italia i Galli Senoni (che subirono un genocidio nei pressi di Rimini), con la fondazione di Sena Gallica (Senigallia) ed i Boi. Si ribellarono ai Roamni ad Arezzo, ma furono annientati. Sperarono inutilmente in Pirro, che dopo aver vinto ad Eraclea (Basilicata) nel 282 a.C., perse a Maleventum. Sostennero Annibale vanamente nel 210 a.C., subendo ritorsioni e processi sommari dai Romani. Eseguirono azioni di sabotaggio, di frode e di pirateria contro Roma.<br />
I Romani fondarono colonie di controllo in Etruria: Rusellae, Castrum Novum (Porto Clementino), Alsium, Fregene, Saturnia e Graviscae. Nel 225 a.C. i Galli devastano di nuovo l&#8217;Etruria e sono sconfitti dai Romani a Talamone, la Maremma non si riprenderà più dalla devastazione: il grande sistema idrico di bonifica è stato distrutto e si lascia il posto a paludi e zanzare. Si racconta che Ansedonia, Graviscae, Rusellae erano città inospitali, con aria insalubre.<br />
L&#8217;Etruria pagò a caro prezzo le azioni di guerriglia e di favoreggiamento dei vari condottieri, scesi in Italia per combattere i Romani: confische di beni, tribunali, persecuzioni, liste di proscrizione. Fino al 100 a.C. i Tirreni godevano ancora di un&#8217;agiata economia e di una certa ricchezza, segno di una continua attività commerciale, seppure sempre più debole.<br />
Osserviamo che in questa fase il destino dei Tirreni è molto simile a quello dei Sanniti, entrambi in lotta contro Roma. Il latifondismo riduce alla fame il Sannio e l&#8217;Etruria: il prezzo del grano si è ridotto, visto che tanti oramai sono i paesi dell&#8217;impero che lo producono. Con l&#8217;avvento di Caio e Tiberio Gracco viene proposta la riforma agraria e si fonda un partito d&#8217;ispirazione popolare, per porre un freno a questa piaga della società.<br />
A seguito della loro uccisione nel 130 a.C. l&#8217;Italia conosce il flagello della guerra sociale. Il console Lucio Giulio Cesare, per evitare la guerra, propone la lex julia: abroga il latifondo e concede la cittadinanza romana, anche se non con diritto di voto, ai popoli si schierano per la pace. Gli Etruschi si accontentano ed evitano di scendere in combattimento al fianco dei Sanniti, che assieme ai Piceni e Marsi avevano fondato una capitale a Corfinium, in Abruzzo. Tale evento è ricordato a Perugia nell&#8217;Ipogeo dei Volumni.<br />
Cessata la guerra tale legge fu respinta dal Senato e scoppiò la guerra civile che vide come protagonisti Mario, popolare, vittorioso sulle tribù celtiche dei Cimbri e Teutoni, e Silla, uomo degli ottimati (patrizi), abile e astuto stratega.<br />
Nonostante il popolo si fosse schierato per il primo, Silla, dopo aver massacrato i Sanniti, marciò su Roma e prese il potere. Pompeo intanto sconfisse truppe tirrene in Val di Chiana e ad Arezzo (88 a.C.). Mario, assieme a Cinna, altro popolare, approfittando della guerra che Silla aveva mosso a Mitridate in Grecia, riprende il potere.<br />
E&#8217; un buon periodo per tutti i popoli italici. Mario e Cinna muoiono tra l&#8217;86 e l&#8217;84 a.C.. Silla ritorna e nell&#8217;82 a.C. sconfigge i popolari a Prenestae, dove avviene una strage di Sanniti, e poi a Porta Collina (Monte Antenne-Roma) con un altro famoso massacro. Silla si dirige in Etruria, dove subisce l&#8217;unica sconfitta a Saturnia, ma poi si vendica a Chiusi con l&#8217;aiuto di Pompeo.<br />
Fino al 79 a.C., anno della caduta di Volterra, ci sono state rappresaglie, liste di proscrizione, con premi per chi uccideva i proscritti, inibizione dalle cariche pubbliche, confische di beni, riduzione dei territori ad Arezzo, Fiesole e Chiusi. L&#8217;Etruria era alla fame. Solo più tardi, Cicerone riuscì a far ridare terre a Volterra ed Arezzo.<br />
Nel 62 a.C. alcuni abitanti di Fiesole e Arezzo si unirono vanamente a Catilina e furono sconfitti a Pistoia. Come si vede, l&#8217;Etruria, è stata sempre sede di sommosse. Il periodo di Cesare (49-44 a.C.) è ottimo per i Tirreni: c&#8217;è rispetto, pace e riprendono le attività commerciali. Del resto Arezzo si mostrò simpatizzante il generale, accogliendo le coorti spedite in avanscoperta prima di passare il Rubicone.<br />
Con la morte di Cesare finisce il nono secolo etrusco. Con l&#8217;avvento di Augusto si assiste alla distruzione di Perugia del 40 a.C. per aver appoggiato il fratello di Marco Antonio, sconfitto ad Azio da Agrippa nel 31 a.C., con la deportazione di 300 perugini, trucidati nel Foro Romano. Mecenate consigliò l&#8217;imperatore di ricostruire Perugia, che si chiamò Augusta Perusia. Comincia per l&#8217;Etruria uno sviluppo nel turismo, di moda già all&#8217;epoca. Famose erano le fonti termali Fontes Clusini presso Chianciano e Aquae Populoniae presso Populonia.<br />
Nacquero le provincie, le colonie, le regioni romane ed i processi di latinizzazione presero sempre più piede. L&#8217;ultimo imperatore amico dei tirreni fu Claudio, loro grande studioso, morto nel 54 a.C., che compose i &#8221; Tyrrhenica &#8220;, studi di etruscologia, mai trovati.<br />
Dunque gli Etruschi insegnarono moltissimo ai loro discepoli romani, che li distrussero e perseguirono una politica di propaganda e di denigrazione nei loro confronti: tecnica adottata nei confronti di tutti i popoli vinti, in particolare dei tirreni che erano stati i fondatori dell&#8217;urbe.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.storiafilosofia.it/etruschi-la-storia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Egiziani: la società</title>
		<link>http://www.storiafilosofia.it/egiziani-la-societa/</link>
		<comments>http://www.storiafilosofia.it/egiziani-la-societa/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 28 Nov 2008 10:18:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[egiziani]]></category>
		<category><![CDATA[crociate]]></category>
		<category><![CDATA[egitto]]></category>
		<category><![CDATA[imperialismo]]></category>
		<category><![CDATA[ittiti]]></category>
		<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[romani]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[unni]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.storiafilosofia.it/aa_wp/?p=86</guid>
		<description><![CDATA[Punto focale del governo egizio e apice di questa società a struttura piramidale era il re, il faraone. Il potere che gli viene conferito nasce da un&#8217;antica struttura sociale preistorica, derivata dalla struttura tribale che prima portò alla creazione di villaggi, città e distretti (nomoi) e poi finalmente, alle Due Terre, unite dalla persona divina [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Punto focale del governo egizio e apice di questa società a struttura piramidale era il re, il faraone. Il potere che gli viene conferito nasce da un&#8217;antica struttura sociale preistorica, derivata dalla struttura tribale che prima portò alla creazione di villaggi, città e distretti (nomoi) e poi finalmente, alle Due Terre, unite dalla persona divina del faraone.<br />
L&#8217;Egitto esisteva grazie ad un potere centralizzato e fortemente burocratizzato che fosse in grado di gestire le ricchezze del paese per poi ridistribuirle. E la prima ricchezza era l&#8217;agricoltura che non sarebbe stata fiorente senza i sistemi idrici che solo il re poteva coordinare.<br />
Si venne così a creare un governo in cui vivere non era nè idilliaco nè infernale e gli egizi, nonostante le tassazioni, non volevano vivere in nessun&#8217;altro paese (neppure gli stranieri, che ben volentieri si trasferirono in Egitto). Il governo egiziano è completamente impostato sul concetto di Verità e Giustizia, la Maet. E&#8217; così che tutti i burocrati, di qualsiasi livello, erano educati e preparati dalla struttura sociale all&#8217;equità. Non mancarono governanti ingiusti ma anche l&#8217;umile contadino poteva rivolgersi al visir o al faraone stesso per avere giustizia. Nei millenni di storia egiziana gli equilibri del governo cambiano secondo le varie epoche:</p>
<p>    *      potere assoluto e quasi tribale dell&#8217;Epoca Thinita;<br />
    *      autocrazia dell&#8217;Antico Regno;<br />
    *      le crisi del Primo e Secondo Periodo Intermedio con il potere in mano ai nomarchi e la spartizione del governo centrale;<br />
    *      governo centrale che ritorna in mano al sovrano durante il Medio e Nuovo Regno.</p>
<p>Con la XVIII Dinastia l&#8217;Egitto entra sempre più nella scena politica &#8220;mondiale&#8221; in quel tempio racchiusa nell&#8217;area mediterraneo-medio orientale dove l&#8217;imperialismo egizio in Asia è la risposta alle energie e alle ambizioni di quei ceti emergenti, impropriamente detti &#8220;borghesi&#8221;. Tutto questo è correlato ad un riorientamento della regalità. Non a caso con la XVIII Dinastia la capitale dell&#8217;Egitto viene fissata a Tebe, la sepoltura faraonica viene sdoppiata in un ipogeo nascosto nella Valle dei Re e in un tempio funerario tramite il quale la regalità dialoga con il popolo.<br />
Funzionari, nomarchi, sacerdoti, burocrazia &#8220;borghese&#8221;, militari : è vasta la costellazione di forze sociali che hanno agito nel mondo egizio. E&#8217; evidente un discorso di classi dirigenti. Dietro c&#8217;erano gli altri, quelli indicati con la parola nemeh che da povero passò a significare &#8220;libero lavoratore&#8221;, soprattutto i contadini, le cui tombe sono anonime.</p>
<h2>La Monarchia</h2>
<p>Alla fine della preistoria l&#8217;Egitto Predinastico aveva una configurazione simile all&#8217;epoca storica: l&#8217;unica cosa che ancora mancava era l&#8217;unità di tutto il paese. I capi del Neolitico raccolsero sotto il loro dominio delle aree sempre più ampie sino ad arrivare ad avere i due regni, del Nord e del Sud, che riflettevano sia i diversi tipi di ambiente naturale, che i modelli di vita conseguenti. In questa fase i re erano considerati &#8220;Horo&#8221; sulla terra, cuore della società. L&#8217;unificazione del paese sotto un unico re rese più forte la posizione del &#8220;sovrano delle Due Terre&#8221; che divenne di conseguenza il suo stesso spirito.</p>
<p>Il faraone era simbolo e sostegno di un Egitto forte, unito e felice. La parola faraone, che viene dalla Bibbia, è anacronistica per gran parte della storia egiziana. Il termine originario pr-c3 (pronuncia per-&#8217;ao) significa &#8220;grande casa&#8221; e indicava la residenza reale e venne usato per indicare il monarca a partire da Thutmosis III (XVIII Dinastia). Per quanto riguarda i nomi personali sono indicati da una titolatura con cinque nomi, che spesso comprendono lunghi epiteti riferiti ad un programma o ad una realizzazione del re, ad esempio: &#8220;Colui che tiene unite le Due Terre&#8221;.</p>
<p>Il re aveva in sè tutti i poteri divini. La testa corrispondeva al falco di Horo; il viso a &#8220;Colui che apre le vie&#8221;; il naso a Thot, le cosce alla dea-rana e le natiche alle dee Iside e Neftis; oppure poteva diventare fisicamente figlio di dio con la Theogamia. Come figlio di Ra il re era &#8220;l&#8217;immagine vivente sulla terra&#8221; del dio-sole. Prendeva possesso simbolicamente delle sue proprietà con la cerimonia del &#8220;correre intorno al muro&#8221;. Oltre flagello e pastorale, simboli di autorità sulla terra, portava anche lo scettro was degli dei, l&#8217;uraeus, l&#8217;occhio infuocato del sole-dio e la coda di animale (coda di toro perchè il re era visto come toro possente). Il divino, il paese, il re: è il nucleo indivisibile dell&#8217;ideologia. Un testo del Primo Periodo Intermedio, che fu un momento di crisi, descrive un governo paternalistico, severo e provvidenziale (insegnamento per Merykare, testamento politico di un re per il figlio). Le cerimonie dell&#8217;incoronazione esprimono la natura divina del re, che un Horo e riceve la successione da parte di Osiride, che è figlio di uno o più dei e viene presentato a uomini e dei. Due dei porgono al re le corone dell&#8217;Alto e del Basso Egitto; egli corre intorno al muro in segno di presa di possesso del suo dominio.</p>
<p>Il re viene spesso rappresentato con una barba posticcia simile a quella degli abitanti di Punt, la terra in cui gli egiziani pensavano fossero originari molti dei. Indossa la doppia corona, pschent, simbolo dell&#8217;unità del paese. Sulla fronte compare sempre l&#8217;ureo, il cobra femmina che è la manifestazione della dea che personifica l&#8217;occhio ardente di Ra. Da molti documenti ufficiali si conoscono le intenzioni del sovrano, quel che dice o fa, l&#8217;immagine della personalità e delle funzioni regali. Sono sempre chiare le intenzioni politiche. La regalità faraonica durò, fra alti e bassi, quasi tremila anni, un tempo lunghissimo, durante il quale succedette di tutto. Ma il sovrano, per gli egizi, rimaneva sempre umano e divino, il servitore supremo degli dei.</p>
<h2>La Famiglia</h2>
<p>Fin dalla nascita l&#8217;antico Egizio veniva protetto dalla morte. Al momento della nascita le sette fate decidevano il destino del neonato che, essendo già scritto, era combattuto da scribi e sacerdoti che, per poterlo modificare, elaborarono la scienza degli oroscopi: l&#8217;anno era diviso in giorni fasti e nefasti a seconda delle ricorrenze di avvenimenti mitici. Veniva inoltre predetto, tramite appositi calendari, il tipo di morte del nascituro. I primi gesti e le prime voci erano considerate dei segni da cui trarne le sorti future. La massima aspirazione per un padre era quella di vedere il proprio figlio succedergli nella carica.</p>
<p>La famiglia è un valore molto importante nell&#8217;Antico Egitto ed è comune per tutte le classi sociali. Qualsiasi famiglia egizia è infatti di tipo monogamico tranne quella del faraone che è l&#8217;unico a permettersi un harem che, comunque, non intacca i rapporti tra marito e moglie. Intorno al 2700-2500 a.C. la potestà paterna e il diritto di primogenitura vengono sostituiti dall&#8217;eguaglianza dei diritti. I valori che reggono la vita familiare più marcati sono il grande rispetto per il padre e l&#8217;affetto per la madre, vera e propria raffigurazione della dea Iside all&#8217;interno della casa.</p>
<p>In tutte le rappresentazioni geroglifiche l&#8217;uomo viene sempre accompagnato nelle sue azioni dalla moglie e dai suoi figli in un clima di grande armonia come quando, alla fine della giornata, viene raffigurato a giocare con la moglie. Anche lo stesso faraone è protagonista di numerose scene simili. Le storie d&#8217;amore divenute famose, Ramesse II e Nefertari, Akhenaton e Nefertiti, Tutankhamon e Ankhsenama, sono evidenti esempi di come si svolgeva la vita familiare nell&#8217;Antico Egitto.</p>
<p>In tutte le occasioni più o meno ufficiali, il faraone è sempre accompagnato nelle sue gesta dalla sua sposa e dai suoi figli. In molte occasioni la sposa partecipava addirittura ai combattimenti dell&#8217;esercito, famose furono le imprese di Nefertari contro gli Ittiti, tanto da venire considerata più influente e determinante del marito stesso.</p>
<p>In un terzo momento, intorno al 1000-800 a.C., il valore spirituale della famiglia si affievolisce lasciando spazio ad interessi economici ed opportunistici. Il matrimonio diviene un comune contratto tra le parti, nel quale vengono anche precisate le condizioni per il divorzio. Il marito afferma:<br />
&#8220;Ti ho presa in sposa, tu mi hai portato denaro d&#8217;argento, se io ti lascerò e ti odierò ti restituirò questo denaro più il terzo di quanto avrò guadagnato con te&#8221;. Da parte sua la moglie dice:<br />
&#8220;Tu hai fatto di me la tua sposa, mi hai dato denaro; se io ti abbandonerò e amerò un altro uomo, ti restituirò quanto ho ricevuto e non pretenderò nulla di quanto avrò guadagnato insieme a te&#8221;.</p>
<p>L&#8217;amore per la famiglia è frutto dell&#8217;amore che legò Iside e Osiride dalla cui vita nacque la cultura egiziana. La loro storia fu il modello sul quale si basò la società dell&#8217;Antico Egitto.</p>
<h2>La Condizione della donna</h2>
<p>La donna egizia era considerata &#8220;la signora della casa&#8221;; se si trattava di una donna del popolo, si occupava della macinatura dei cereali e della preparazione della birra, della filatura e della tessitura del lino; se apparteneva alla nobiltà, invece, sovrintendeva al lavoro delle ancelle. La donna condivideva con il marito la vita sociale e disponeva di un patrimonio che portava in dote allo sposo, ma che un contratto le restituiva in parte in caso di vedovanza. Per legge il marito era tenuto a mantenere la propria moglie.</p>
<p>La sua posizione giuridica non differiva da quella dell&#8217;uomo. Si preoccupava assieme allo sposo dell&#8217;educazione dei figli ed in particolare le era affidata l&#8217;educazione della figlia femmina. Si sposava molto giovane, spesso con un uomo più anziano di lei. Solitamente il matrimonio era combinato dai genitori. I due sposi potevano essere consanguinei e appartenevano sempre allo stesso ceto sociale. Colui che sposava una schiava, viveva al di fuori della legalità e i loro figli erano considerati schiavi. All&#8217;interno dell&#8217;harem, la donna in apparenza godeva di molti agi, ma in realtà era costretta in uno stato di confinamento.</p>
<p>Il matrimonio era una semplice festa tra le due famiglie e si concludeva con il trasferimento della sposa a casa del marito. Contratti scritti sono riferibili solo all&#8217;età tarda. In caso di divorzio il marito passava degli alimenti alla moglie nella misura di un terzo rispetto alla quota definita nell&#8217;accordo iniziale. Cause principali di divorzio erano l&#8217;adulterio e la sterilità. Se l&#8217;infedeltà del marito era tollerata era possibile che egli prendesse una seconda moglie, al contrario se l&#8217;adultera era la moglie veniva frustata e subiva l&#8217;amputazione di un orecchio o del naso. La donna aveva diritto dopo la morte ad una tomba tutta sua al pari dell&#8217;uomo.</p>
<h2>Il Contadino</h2>
<p>Il contadino era analfabeta e la considerazione sociale di cui godeva era del tutto impari alla fatica profusa. Gli strumenti da lui utilizzati erano diversi, tra questi lo Shaduf, una sorta di traliccio che sorreggeva un&#8217;asta, da una parte veniva appeso un contrappeso e dall&#8217;altra un secchio che, calato nell&#8217;acqua e riempito, poteva essere rapidamente trasportato dove necessitava. La terra che il contadino coltivava non era mai sua, ma della corona o di un ordine sacerdotale. Il suo lavoro era condizionato dalla piena del fiume.</p>
<p>Egli veniva aiutato da un seminatore che spargeva i semi nei solchi tracciati. Spesso era presente un funzionario del proprietario della terra. Il periodo più duro per il contadino era il momento della raccolta, doveva infatti lavorare sotto lo sguardo degli ispettori del Faraone, impegnati a determinare la quota di prodotto che gli sarebbe stata sottratta. Dopo la raccolta, si presentava lo scriba per definire l&#8217;ammontare delle tasse.</p>
<h2>L&#8217;Artigiano</h2>
<p>Solo pochi tra gli artigiani riuscivano ad uscire dall&#8217;anonimato ed a firmare le proprie opere. I piccoli artigiani raramente potevano contare su una sede di lavoro stabile in prossimità del villaggio in cui abitavano. Spesso erano costretti a faticosi e prolungati spostamenti. Il materiale più usato era l&#8217;oro, disponibile in abbondanza nelle miniere della Nubia e del deserto orientale.</p>
<p>L&#8217;oro veniva sbalzato e punzonato con uno strumento appuntito, venivano utilizzate delle fornaci, indispensabili per la fusione dell&#8217;oro quando si doveva realizzare un manico o un becco da aggiungere ad un vaso. Molto abili erano i falegnami ed i mobilieri, anche se l&#8217;Egitto era costretto ad importare dal Libano il legname di cui scarseggiava.</p>
<h2>Il Soldato</h2>
<p>L&#8217;Egitto, per tutta la durata dell&#8217;Antico Regno, non dispose di un esercito organizzato, ma nel Medio Regno si andò formando un&#8217;esercito permanente, affidato al comando di ufficiali di vario rango ed impegnato nelle campagne di conquista della Nubia. Il soldato era costretto a lunghi turni di addestramento, all&#8217;uso delle armi ed all&#8217;obbedienza della rigida disciplina. L&#8217;esercito era diviso in vari reparti, ogni reparto obbediva ad un sovrintendente che doveva rendere conto ad un generale. Una squadra di scribi provvedeva ad inventariarne perdite, forniture, prigionieri. Le armi utilizzate erano lance e frecce per i combattimenti a distanza, il pugnale, la spada, la clava, il bastone per il corpo a corpo. Dagli Ittiti gli Egizi appresero l&#8217;uso del carro da guerra, che permise loro di vincere lo scontro con gli Hyksos.</p>
<h2>I Servi, gli Schiavi</h2>
<p>Il popolo Egizio era costituito da uomini liberi, sebbene compresi in una gerarchia sociale rigida dove tutti dovevano contribuire al benessere del paese. Esistevano i cosiddetti dipendenti, non si trattava di schiavi, ma di uomini del popolo che alle tradizionali attività agricole alternavano corvées obbligatorie.</p>
<p>Il lavoro coatto era finalizzato alla costruzione dei complessi funerari o a spedizioni militari in Nubia o nel vicino Oriente. Da qui provenivano i prigionieri di guerra ai quali venne applicata l&#8217;etichetta di schiavi. Nel Medio Regno, il divario tra lavoratori liberi e coatti si fece più ampio, dato che gli individui si identificarono sempre più con il mestiere svolto, i lavoratori si emanciparono e non furono più costretti a rispondere alla chiamata del Sovrano.</p>
<h2>Lo Scriba</h2>
<p>La figura dello scriba nacque con la necessità di inventariare con precisione gli enormi ammassi di derrate alimentari in entrata ed in uscita dalla casa del Faraone. I tempi di formazione dello scriba erano lunghi, si andava dalla copiatura dei testi redatti in geroglifico corsivo, alla compilazione di miscellanee da opere letterarie. Solo gli alunni più dotati, quelli che apprendevano la difficile arte del geroglifico monumentale, quello più complicato, riuscivano ad arrivare a corte.</p>
<p>Lo scriba, consapevole del ruolo che ricopriva, custodiva gelosamente i segreti della sua professione e li tramandava di generazione in generazione. I suoi tradizionali strumenti di lavoro erano uno stilo, un&#8217;astuccio con gli incavi per contenere l&#8217;inchiostro in pasta, una cordicella e, appeso, un piccolo contenitore per l&#8217;acqua in cui intingere e ripulire i pennelli. Gli scribi scrivevano sul papiro, facile da raccogliere e trasportare e che, opportunamente lavorato, formava fogli resistenti e morbidi allo stesso tempo. Gli scribi provvedevano ad incollarli uno all&#8217;altro in caso di testi estesi. Inutile dire che la professione di scriba era la più difficile ed ambita di tutto l&#8217;antico Egitto.</p>
<h2>Il Sacerdote</h2>
<p>La casta sacerdotale aveva un ruolo importante nella gestione del potere, affiancando i Faraoni e minacciandone a volte la supremazia. Il sacerdote aveva il compito di officiare i numerosi e complicati riti imposti dagli Dei. Potevano inoltre avere l&#8217;accesso alla parte più interna del tempio, quella in cui era conservata la statua del Dio, dopo preventive pratiche purificatorie. La circoncisione, la rasatura del corpo, l&#8217;astensione da cibi come le verdure a foglia verde o i pesci di mare, il divieto periodico di rapporti sessuali (ai sacerdoti era consentito sposarsi) costituivano la regola.</p>
<p>Dopo essersi purificato, il sacerdote faceva il suo ingresso nel tempio rivestito di una tunica di lino purissimo, mentre il corteo degli officianti si fermava davanti alla porta della cella centrale, in attesa della rottura dei sigilli. Tolti i sigilli, compariva il simulacro del Dio. Durante la celebrazione dei giorni di festa, spesso la statua del Dio veniva trasportata su barche solari.</p>
<h2>Il Funzionario</h2>
<p>La professione di funzionario era piuttosto ambita anche se spesso avveniva solo tramite trasmissione ereditaria. Il Visir, braccio destro del Faraone, veniva anche detto &#8220;sovrintendente a tutti i lavori del sovrano&#8221;, in quanto direttore del cantiere finalizzato a dargli onorevole sepoltura.</p>
<p>Era giudice supremo e riceveva periodicamente postulanti che venivano ad esporgli le loro lagnanze. A lui si doveva la trasmissione degli ordini del Faraone agli scribi di palazzo, l&#8217;imposizione di tasse e corvées, la gestione delle trattative diplomatiche.</p>
<h2>Il Nomarca</h2>
<p>Nomarca deriva dal termine &#8220;nomo&#8221; che in greco indicava i vari distretti in cui venne suddiviso l&#8217;Egitto: i nomarchi erano i capi del nomo e generalmente appartenevano a classi sociali elevate : principi, nobili, ecc.<br />
Originariamente erano i direttori dei lavori del sovrano, coordinatori e responsabili per l&#8217;area assegnata. Verso la fine dell&#8217;Antico Regno le cariche divennero sempre maggiori ed ereditarie. Le terre inizialmente di proprietà del sovrano passarono nelle mani dei nomarchi grazie a donazioni o privilegi reali e alla fine lo stato perse il proprio potere centrale cadendo in un caos totale che continuò durante tutto il Primo Periodo Intermedio.Quando venne ristabilito l&#8217;ordine, i nomarchi erano diventati dei principi indipendenti, ognuno a capo del proprio distretto su cui regnavano come sovrani incontrastati. Furono proprio alcuni di questi principi, quelli tebani, che riunirono di nuovo l&#8217;Egitto dando vita al Medio Regno. Furono ancora i principi tebani che scacciarono gli Hyksos dalla terra d&#8217;Egitto fondando il Nuovo Regno. In questo ultimo periodo i nomarchi continuano ad esistere ma il loro potere venne limitati dal potente apparato burocratico del paese.Va fatto notare che quando i nomarchi erano ancora dei veri principi e con ampio potere di azione, lo usarono generalmente a favore del popolo : essi soccorsero la popolazione in tempo di carestia e spesso recarono aiuto anche ai nomoi vicini. Nei Bassi Tempi riappaiono le grandi proprietà fondiarie ed ereditarie dei nomarchi ma, sotto i Lagidi ed i Romani, i nomarchi sono riportati al ruolo iniziale di funzionari statali.</p>
<h2>Il Faraone</h2>
<p>Il Faraone era la suprema autorità della piramide sociale Egizia. La parola &#8220;Faraone&#8221; significa &#8220;grande casa&#8221;. Il faraone veniva raffigurato con la barba, ricurva o fissata al mento da un nastro. Altri simboli dichiaravano il suo potere, come la corona, bianca quella dell&#8217;Alto Egitto, rossa quella del Basso Egitto, doppia quella del Paese unificato.</p>
<p>Attaccata alla cintola del gonnellino aveva una coda di animale, variamente identificata in una coda di cane o di toro. Il Re impugnava un bastone pastorale ricurvo ed il flagello. Sulla sua testa compariva spesso l&#8217;Ureos, il serpente cobra femmina, rappresentazione dell&#8217;occhio del dio solare; sulle spalle era appollaiato il falco Horus, il figlio di Iside ed Osiride. Al sovrano ci si poteva avvicinare solo nell&#8217;atto del suddito che si prostra sino a baciare la terra. La sua nascita era preceduta da apparizioni miracolose che ne anticipavano la consacrazione. La giornata tipo del Faraone era minuziosamente organizzata, da una parte gli impegni ufficiali, dall&#8217;altra le occupazioni domestiche.<br />
Quanto si sa dei Faraoni vivi, dei loro pensieri, dei sentimenti é nulla rispetto a quello che si sa di loro da morti, unica eccezione quella del Faraone Akhenaton che pitture di gusto insolitamente realistico ritraggono in scene di vita familiare che ne testimoniano l&#8217;attenzione verso le figlie e la moglie.</p>
<h2>I Simboli del Potere</h2>
<p><strong>Le Corone</strong><br />
Le corone dei sovrani egiziani avevano un profondo significato simbolico e ognuna di esse era adatta per situazioni e significati particolari. Oltre ad alludere al carattere dei loro possessori erano innanzi tutto un simbolo di potere.<br />
Considerando la visione egizia secondo la quale qualsiasi oggetto o qualsiasi raffigurazione creata dal pensiero potesse avere vita propria, anche le corone erano considerate soprannaturali e nutrivano il re in modo che esso potesse condividerne il favoloso potere.</p>
<p>A significato del loro potere su tutta la terra d&#8217;Egitto, i re, come signori delle &#8220;Due Terre&#8221;, indossavano la doppia corona denominata pa-sekhemty (la potente) ed era una combinazione della corona bianca dell&#8217;Alto Egitto (hedjet) e della corona rossa del Basso Egitto (deshret). A loro volta queste corone rappresentavano l&#8217;incarnazione delle divinità che proteggevano la regalità: Nekhbet per l&#8217;Alto Egitto e Wadjet per il Basso Egitto.</p>
<p>All&#8217;incirca dall&#8217;epoca di Snefru, sovrano della IV Dinastia, veniva portata la corona dalle doppie piume e consisteva in due alte piume di struzzo.</p>
<p>Più tardi, a partire dalla XVIII Dinastia, il sovrano adottò la corona blu chiamata Khepresh.</p>
<p>La corona portata principalmente da Osiride e chiamata Atef era una combinazione della corona dalle doppie piume e della corona bianca dell&#8217;Alto Egitto con l&#8217;aggiunta di un disco solare posto all&#8217;apice e che sostituiva l&#8217;apice bulboso.</p>
<p>Gli egizi, che tendevano la sincretismo, videro le corone come l&#8217;occhio del dio sole, ma anche come l&#8217;uraeus e come fiamma protettrice del re. Sotto le corone il re portava un tessuto particolare, il nemes.</p>
<p><strong>Corone divine e Copricapi</strong><br />
Una delle cose che più colpiscono il pubblico che guardi le immagini degli dei egizi sono le singolari corone e copricapi che spesso li contraddistinguono; tuttavia non sempre l&#8217;osservazione del copricapo assicura l&#8217;identità della divinità; ciò perché, a causa dei fenomeni di sincretismo cui si è accennato sopra, più divinità possono fondersi in una sola e dunque avere attributi intercambiabili; in questo caso solo le iscrizioni possono illuminarci; talvolta si hanno entrambe le informazioni, dato che il &#8220;copricapo&#8221; della divinità è un segno geroglifico o il simbolo stesso della divinità.</p>
<p>Vediamo brevemente una piccola galleria di dei, a titolo di esempio (come si noterà, alcune divinità hanno attributi comuni &#8211; corna di vacca, disco solare, piuma di struzzo -, che si riferiscono a sincretismi o a caratteristiche comuni e intercambiabili):</p>
<p>    *      Amentet (personificazione dell&#8217;ovest ): il geroglifico dell&#8217;ovest: uno stendardo accorciato con piuma e uccello.<br />
    *      Amon: corona con due alte piume.<br />
    *      Anuket: corona con piume.<br />
    *      Atum: corona doppia.<br />
    *      Gheb: corona combinata con quella del Basso Egitto e l&#8217;Atef; talvolta un&#8217;oca.<br />
    *      Ha: il segno geroglifico per &#8220;deserto&#8221;, ossia la stilizzazione di una zona collinosa.<br />
    *      Hathor : corna di vacca con disco solare.<br />
    *      Heh: una fronda di palma.<br />
    *      Hemsut: lo scudo con due frecce incrociate.<br />
    *      Horo: doppia corona o doppia corona di piume.<br />
    *      Iabet(personificazione dell&#8217;Est ): il segno dell&#8217;est, ossia una lancia ornata come stendardo.<br />
    *      Iside: corna di vacca e disco solare, o copricapo a forma di avvoltoio, o il segno geroglifico per &#8220;trono&#8221; (che indica il nome di Iside).<br />
    *      Khonsu: il disco e la falce lunare.<br />
    *      Maet: la piuma di struzzo.<br />
    *      Meskhent : una spiga di erba o grano tagliata e arrotolata.<br />
    *      Min: corona di doppie piume con un nastro che pende sino in basso sulle spalle.<br />
    *      Mut: copricapo a forma di avvoltoio; spesso sormontato dalla corona doppia.<br />
    *      Nekhbet: il copricapo con avvoltoio della corona del Basso Egitto.<br />
    *      Neit: scudo con due frecce, o una faretra, e la corona del Basso Egitto.<br />
    *      Neftis: un recinto rettangolare visto in pianta e sormontato da un canestro intrecciato (il segno geroglifico di &#8220;Signora della Casa&#8221;).<br />
    *      Nut: un vaso arrotondato.<br />
    *      Osiride: corona atef.<br />
    *      Ptah: una calotta liscia.<br />
    *      Sciu: una piuma di struzzo.</p>
<p><strong>Gli Scettri</strong><br />
Fra i più antichi simboli di potere regale e divino, gli scettri egizi furono diversi; esponiamo brevemente di seguito una lista dei principali:</p>
<p>    *      Hekat: è lo scettro a uncino che assomiglia all&#8217;odierno pastorale vescovile. Era portato da re e alti ufficiali. Il più antico, alto quasi quanto un uomo, era un tempo il bastone dei pastori e anche più tardi lo si trova come attributo del dio pastore Andjeti. Da questa forma originaria derivò quella più recente dello scettro più corto e più ricurvo. Nella scrittura il geroglifico dell&#8217;eka significa &#8220;governare&#8221;. Nel Medio Regno il bastone veniva posto nei fregi dei sarcofagi come simbolo di Osiride.<br />
    *      Nekhekh: è il flagello.<br />
    *      Was: si tratta di un lungo scettro la cui parte posteriore ha la forma di animale mitico.<br />
    *      Aba: si tratta di uno scettro a forma di paletta.<br />
    *      Wadj: è lo scettro ad estremità floreale che rappresenta il papiro e ne ha le sue caratteristiche e i suoi significati.<br />
    *      Khu: è lo scettro a forma di piuma.<br />
    *      Aut: scettro semplice con la forma di bastone ricurvo a un&#8217;estremità.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.storiafilosofia.it/egiziani-la-societa/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Arabi: le crociate</title>
		<link>http://www.storiafilosofia.it/arabi-le-crociate/</link>
		<comments>http://www.storiafilosofia.it/arabi-le-crociate/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 28 Nov 2008 07:43:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[arabi]]></category>
		<category><![CDATA[crociate]]></category>
		<category><![CDATA[egitto]]></category>
		<category><![CDATA[egiziani]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[germani]]></category>
		<category><![CDATA[normanni]]></category>
		<category><![CDATA[prima guerra mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[rinascimento]]></category>
		<category><![CDATA[romani]]></category>
		<category><![CDATA[umanesimo]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.storiafilosofia.it/aa_wp/?p=16</guid>
		<description><![CDATA[ANTECEDENTI 622 Maometto si ritira a Medina (Egira). 638 Il califfo Omar conquista Gerusalemme. 687 Inizia la costruzione della moschea di Omar a Gerusalemme. 732 Battaglia di Poitiers, in cui Carlo Martello ferma l&#8217;avanzata degli arabi in Francia. 842 Gli arabi occupano Messina e Taranto. 842-902 Gli arabi conquistano la Sicilia. 1076 I selgiuchidi conquistano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>ANTECEDENTI</strong><br />
622 Maometto si ritira a Medina (Egira).<br />
638 Il califfo Omar conquista Gerusalemme.<br />
687 Inizia la costruzione della moschea di Omar a Gerusalemme.<br />
732 Battaglia di Poitiers, in cui Carlo Martello ferma l&#8217;avanzata degli arabi in Francia.<br />
842 Gli arabi occupano Messina e Taranto.<br />
842-902 Gli arabi conquistano la Sicilia.<br />
1076 I selgiuchidi conquistano Gerusalemme.<br />
1086 Gli arabi sconfiggono Alfonso VI in Spagna.<br />
Gli eventi in oriente precipitano<br />
1095 Urbano II predica la crociata a Clermont-Ferrand.<br />
1096 Partenza della crociata popolare. Massacri degli ebrei. I crociati popolari sono sterminati in Asia Minore.<br />
1097 Partenza della crociata ufficiale. Conflitto fra i crociati e Alessio I. crociati penetrano in Asia Minore.<br />
1098 I Fatimidi prendono Gerusalemme. I crociati si impadroniscono di Antiochia. Fondano la contea di Edessa e di Tripoli. Battaglia di Ascalona.<br />
1099 Luglio: i crociati prendono Gerusalemme. Fondazione del regno franco di Gerusalemme, guidato da Goffredo di Buglione.<br />
1100 Venezia e il regno franco di Gerusalemme concludono un accordo commerciale.<br />
1100-1118 Baldovino I re di Gerusalemme.<br />
1101 Numerose spedizioni di rinforzo falliscono.<br />
1102 Vittoria di Baldovino a Ramla. Presa di Cesarea.<br />
1103 I crociati prendono Acri e Byblos. I turchi vincono ad Harran. I bizantini reclamano Antiochia.<br />
1106 Tancredi d&#8217;Altavilla prende Apamea. Kilij Arslan prende Melitene.<br />
1107 Tancredi prende Laodicea.<br />
1109 Presa di Tripoli e di Beirut. Fondazione della contea di Tripoli.<br />
1110 Baldovino I conquista Sidone.<br />
1112 Ruggero di Salerno succede a Tancredi.<br />
1113 Progressi dei turchi. Baldovino I sconfitto a Tiberiade.<br />
1115 I crociati si alleano con l&#8217;atabek di Damasco. Battaglia di Tell-Danith. Baldovino I prende Moab.<br />
1118-1131 Baldovino II re di Gerusalemme.<br />
1119 Disfatta di Tell-Aqibrin. Ruggero di Salerno viene ucciso.<br />
1124 I crociati prendono Tiro.<br />
1126 Baldovino II raggiunge Damasco.<br />
1128 Zinki diventa padrone di Aleppo.<br />
1130 Zinki prende Hama e attacca Antiochia.<br />
1131-1148 Folco I d&#8217;Angiò re di Gerusalemme.<br />
1135 Zinki penetra nella contea di Tripoli.<br />
1136 Raimondo di Poitiers principe di Antiochia.<br />
1137 Folco capitola a Barin.<br />
1138 Giovanni Comneno costringe Raimondo di Antiochia a riconoscere la sua supremazia.<br />
1139 Folco e i damasceni si alleano contro Zinki.<br />
1140 Zinki toglie l&#8217;assedio a Damasco.<br />
1142 Zinki sconfigge i crociati sull&#8217;Oronte.</p>
<p><strong>La Prima Crociata</strong><br />
Fu bandita ufficialmente da Papa Urbano II, organizzata e composta da veri cavalieri, ben armati ed equipaggiati. Dopo una sosta a Costantinopoli, dove furono stipulati accordi politici, militari e logistici, i crociati si diressero in Asia minore. Misero d&#8217;assedio e conquistarono Nicea e Antiochia. Poi Edessa, dove fondarono il loro primo Stato; infine il 5 luglio del 1099 entrarono e si impossessarono di Gerusalemme.<br />
I massacri fatti in quest&#8217;ultima città, furono spaventosi (li raccontò lo storico crociato Raimondo d&#8217;Anguilers).<br />
I bizantini sgomenti, si dissociarono ben presto dalle imprese dei crociati: sia perché questi, durante il loro transito, avevano saccheggiato anche molte città cristiane ortodosse; sia perché l&#8217;idea di una &#8220;guerra santa&#8221;, con tanto di vescovi, abati e monaci armati di tutto punto, era estranea alla loro mentalità; infine, i crociati (nonostante precisi accordi fatti in precedenza a Costantinopoli) avevano nessuna intenzione di restituire all&#8217;imperatore i territori conquistati (in tal senso particolarmente odiata dai bizantini era l&#8217;armata normanna, che si insediò ad Antiochia).<br />
Nei territori conquistati, i crociati conservarono e anzi accentuarono gli ordinamenti feudali esistenti: i contadini (arabi e siriani), già servi della gleba, dovevano pagare al proprietario delle loro terre una rendita che toccava il 50% del raccolto; mentre quelli liberi furono asserviti colla forza. Nelle città costiere dei loro stati, il commercio era in mano ai mercanti genovesi, veneziani e marsigliesi, che avevano ottenuto il privilegio (pagando i nuovi &#8220;padroni&#8221;) di poter costituire delle colonie.<br />
I crociati non furono in grado di apportare alcun elemento di novità nella vita economica dei paesi conquistati, semplicemente perché in quel periodo le forze produttive, la ricchezza materiale e culturale dell&#8217;Oriente, era di molto, superiore, a quella occidentale. Molti crociati, senza scrupoli (in mezzo c&#8217;erano anche ignoranti, bifolchi e delinquenti di ogni genere) si comportarono soltanto come ladri e oppressori: di qui la costante lotta con la popolazione locale, che all&#8217;oppressione feudale turca o bizantina, si era vista aggiungere quella straniera senza riguardo.<br />
Sul piano politico il sovrano dello stato latino aveva un potere limitato dall&#8217;assemblea dei più grandi feudatari. Gli stati erano divisi tra loro e sostanzialmente senza rapporti con quello bizantino. Sul piano religioso i sovrani cercavano di sostituire coi loro prelati il clero bizantino e arabo locale.<br />
Per la conquista di nuovi territori e la cristianizzazione forzata delle loro popolazioni furono istituiti gli ORDINI CAVALLERESCHI (quello dei TEMPLARI , di origine francese, quello Teutonico, di origine tedesca e quello dei GIOVANNITI, di origine italiana). Erano una specie di ordini di assistenza umanitaria, i cui membri, oltre ai voti monastici di castità-povertà-obbedienza, giurarono poi di difendere anche i Luoghi Santi contro gli infedeli. Ma alcuni, ligi all&#8217;Ordine originario, prestavano aiuto anche ai musulmani, curavano umilmente e amorosamente anche i nemici.<br />
Dunque, dal 5 al 15 luglio del 1099 Gerusalemme ritornava cristiana. A più di quattro anni dal discorso di papa Urbano II, che aveva sollecitato l&#8217;Occidente a liberare i Luoghi Santi, l&#8217;esercito crociato, provato da innumerevoli sofferenze, espugnava la Città Santa e riconsacrava i santuari della cristianità. La crociata non fu tuttavia una semplice realtà episodica, che coincise con la liberazione dei Luoghi Santi, ma una manifestazione di straordinaria forza della spiritualità medievale, che permeò dei propri valori, tutta quest&#8217;epoca fino agli albori dell&#8217;età moderna. All&#8217;odierno lettore essa può apparire solamente come un insensato spargimento di sangue, in realtà capire l&#8217;intolleranza del passato ed osservarne le conseguenze non può essere considerata opera priva d&#8217;utilità, in un&#8217;epoca come la nostra che ancora conosce la discriminazione religiosa ed il terrorismo fondamentalista. (Da considerare che allora erano entrambe le due religioni che regolavano, ispiravano e condizionavano anche la politica)</p>
<p><strong>La Seconda Crociata</strong><br />
1144 Zinki occupa la contea di Edessa.<br />
1146 Norandino succede a Zinki. San Bernardo di Chiaravalle predica la seconda crociata a Vézelay. Corrado e Luigi ritornano in Europa.<br />
1149 Norandino prende Apamea e uccide Raimondo di Poitiers.<br />
1153 Baldovino III prende Ascalona.<br />
1154 Norandino prende Damasco.<br />
1155-1156 Renaud de Chatillon saccheggia Cipro.<br />
1159 Antiochia riconosce la sovranità di Manuele. I franchi alleati con i bizantini assediano Aleppo. Bisanzio tratta la pace con Norandino.<br />
1160 Renaud de Chatillon prigioniero di Norandino.<br />
1162 Amalrico I, successore di Baldovino III.<br />
1164 Norandino prende Harim.<br />
1167 Shirkuh in Egitto. Amalrico I prende Il Cairo.<br />
1168 Fallimento di Amalrico I in Egitto. Norandino prende Il Cairo.<br />
1169 Saladino visir in Egitto.<br />
1171 Saladino mette fine al califfato fatimide in Egitto.<br />
1174 Morte di Norandino e di Amalrico I. Avvento di Baldovino IV.<br />
Saladino conquista il potere in Siria.<br />
1177 Baldovino IV batte Saladino a Montgisard.<br />
1179 Saladino guida una spedizione contro Tiro.<br />
1180 Tregua tra Saladino e Baldovino IV.<br />
1182 Saladino attacca Nazareth, Tiberiade, Beirut.<br />
1183-1184 Saladino prende Aleppo e devasta la Samaria e la Galilea.<br />
1185 Il fanciullo Baldovino V re di Gerusalemme. Morirà ben presto e gli succederà Guido di Lusignano.<br />
1187 Disfatta dei crociati ad Hattin a opera di Saladino. Saladino prende Gerusalemme.</p>
<p>La Seconda Crociata (1147-1187) fu dunque causata dalla caduta di Edessa (avvenuta nel 1144). Papa Eugenio III, riuscì a convincere il re di Francia Luigi VII e l&#8217;Imperatore germanico Corrado III (anche se all&#8217;inizio non voleva la partecipazione dei tedeschi ritenuti pericolosi) a muovere contro i turchi. In autunno i crociati tedeschi e francesi attraverso l&#8217;Ungheria e la Bulgaria raggiungono Costantinopoli.<br />
Ridotto l&#8217;esercito a un branco di delinquenti affamati vengono commesse sul territorio bizantino numerose rapine e violenze, fino al punto che l&#8217;imperatore Commeno, facendo il doppio gioco, chiese di nascosto aiuto addirittura al sultano dei turchi per difendersi da questi teppisti. I &#8220;crociati&#8221; già logorati dalla stanchezza e dalla fame, con questi ambigui appoggi (erano veri e propri atti di sabotaggi e ostilità) riservati a loro dai bizantini, disgregati soprattutto dalle discordie interne, decimati da privazioni e da epidemie, subirono prima un attacco in ottobre a Dorilea, poi dopo una ininfluente affermazione a Laodicea, furono presto sconfitti dai turchi presso i monti di Cadmus nel dicembre 1147.<br />
Asserragliatisi nei pressi di Damasco, pur con l&#8217;arrivo di rinforzi, soprattutto con contingenti di templari e giovanniti, il successivo anno, nel 1149, furono annientati. Nella fuga trovò rifugio a Costantinopoli il malaticcio Corrado III, con il nipote Federico già duca di Svevia dopo la morte del padre. (Morto poi Corrado nel &#8217;52, sarà lui a ereditare dallo zio l&#8217;impero con quel nome che diventerà famoso per circa 40 anni, sconvolgendo mezza Europa, l&#8217;intera Italia, ma che poi morirà annegato nella successiva crociata: era Federico detto il Barabarossa).<br />
Commeno come contropartita chiede a Corrado di aiutarlo a riconquistare la Sicilia in mano ai normanni di Ruggero II. Ma non ha l&#8217;esito sperato, oltre che andare incontro a un fallimento, i normanni hanno già stretto alleanza con i Guelfi tedeschi ostili proprio a Corrado che offrono appoggio al Re di Sicilia normanno, convincendo Serbi e Ungheresi ad attaccare per indebolire da nord l&#8217;impero bizantino</p>
<p><strong>La Terza Crociata</strong><br />
1187 L&#8217;arcivescovo di Tiro predica la terza crociata. Rispondono all&#8217;appello di papa Clemente III l&#8217;imperatore Federico Barbarossa, il francese Filippo Augusto e l&#8217;inglese Riccardo Cuor di Leone.<br />
1188 Saladino ha in mano tutto il territorio franco, tranne Tripoli, Tiro e Antiochia.<br />
1189 Guido di Lusignano assedia Acri.<br />
1190 Federico Barbarossa arriva in Asia Minore, prende Konia ma in un banalissimo bagno nel fiume Selef il 10 giugno muore annegato, lasciando l&#8217;esercito allo sbando.<br />
1191 Arrivano in Terrasanta Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone. Questi prende Cipro, San Giovanni d&#8217;Acri e sconfigge Saladino ad Arsuf.<br />
1192 Guido di Lusignano re di Cipro. Corrado di Monferrato, signore di Tiro, designato re di Gerusalemme viene ucciso da un adepto della setta degli assassini. Enrico II di Champagne re di Gerusalemme. Riccardo Cuor di Leone batte Saladino a Jaffa ma fallisce davanti a Gerusalemme e torna in Occidente.<br />
1193 Morte di Saladino.<br />
1194 Amalrico di Lusignano re di Cipro.<br />
1197 Morte di Enrico di Champagne. I franchi riprendono Beirut.</p>
<p>La Terza Crociata (1189-1192) fu bandita da Gregorio VIII, appena salito sul soglio alla morte di Urbano III, ma vi rimase nemmeno due mesi, gli successe Clemente III. La motivazione era caduta di Gerusalemme (1187) per opera del grande condottiero turco Saladino, che aveva con una serie di strepitose vittorie già esteso la sua signoria sull&#8217;Egitto e sull&#8217;Arabia occidentale. A differenza dei crociati, il Saladino non effettuava stragi nelle città vinte ai cristiani: questi anzi avevano la possibilità di andarsene pagando un riscatto (un uomo 10 denari, 5 la donna); chi non pagava era fatto schiavo. Ma poi Saladino abolì anche quest&#8217;iniqua richiesta per chi voleva andarsene, né costrinse a fare gli schiavi chi restava. Anzi, mise perfino una milizia per proteggere da alcuni fanatici musulmani la minoranza cristiana.<br />
Sebbene alla crociata partecipassero i re d&#8217;Inghilterra Riccardo Cuordileone e di Francia, Filippo II, nonché l&#8217;imperatore germanico Federico Barbarossa, i risultati furono irrilevanti (l&#8217;imperatore addirittura vi morì, lasciando un esercito allo sbando). Troppe erano le discordie interne: francesi, inglesi, tedeschi e italiani, si combatteranno a vicenda per il possesso di alcuni territori conquistati. Ma il più ambiguo rapporto si creò tra il re di Francia e il Re d&#8217;Inghilterra fino a rompere il sodalizio e ritornare il primo in Francia a combinare guai e a seminare zizzania:<br />
Gerusalemme, in sostanza, restava in mano turca, anche se i cristiani residenti avevano libertà di accesso alla città santa. Per le violenze e l&#8217;arroganza dei nuovi arrivati Bisanzio fu costretta ripetutamente ad allearsi con i turchi perché si era accorta che la presenza latina le causava più danni che vantaggi. Alla fine l&#8217;imperatore Isacco come aveva fatto il suo predecessore Commeno, si convinse che invece di aiutarli i crociati era meglio combatterli.<br />
Riccardo Cuor di Leone dopo i dissidi con il re di Francia rientrato in patria con ben altri obiettivi, preferì invece di combatterlo, fare una pace con Saladino. Ma al ritorno pur scampando a un naufragio, fu fatto prigioniero, poi consegnato a Enrico VI. Sul trono salì il fratello Giovanni Senzaterra, messo in soggezione proprio dal Re di Francia Filippo Augusto. Ritornato libero, Riccardo perdonerà il fratello, affronterà Filippo, riconquisterà il trono, ma nel &#8217;99 nell&#8217;assedio di Chalus in combattimento perderà la vita. Tornerà a regnare il fratello più volte in conflitto con l&#8217;avido re di Francia, Filippo.</p>
<p><strong>LA QUARTA CROCIATA</strong><br />
1202 Bonifacio II di Monferrato e Baldovino IX di Fiandra conducono la quarta crociata. Una delle più drammatiche e infide spedizioni.<br />
1204 I crociati prendono e saccheggiano Costantinopoli. Fondazione dell&#8217;Impero latino d&#8217;Oriente (1204-1261).</p>
<p>La Quarta Crociata (1202-1204) &#8211; Alla fine del XII sec., Papa Innocenzo III, grazie al quale la chiesa cattolica aveva raggiunto l&#8217;apice della sua potenza, bandì la quarta crociata, cercando di approfittare della morte di Saladino (1193). Alla spedizione, diretta non solo verso Oriente, ma anche verso i paesi baltici, parteciparono i feudatari francesi, italiani e tedeschi (questi ultimi furono i soli quelli del Baltico). Essi decisero di partire da Venezia per servirsi della sua flotta: l&#8217;intenzione era quella di conquistare Gerusalemme dopo aver occupato l&#8217;Egitto. Ma Venezia, che aveva ottimi rapporti commerciali con gli egiziani, riuscì a dirigerli con l&#8217;inganno contro la rivale Bisanzio. I crociati, infatti, che non avevano denaro sufficiente per pagare il viaggio, accolsero la proposta di prestare aiuto ai veneziani per la conquista della città di Zara, appartenente al re cattolico d&#8217;Ungheria.<br />
Indignato, Innocenzo III scomunicò i crociati, ma subito dopo concesse il perdono nella speranza che muovessero contro i turchi. Ma durante l&#8217;assedio di Zara venne al campo crociato il figlio dell&#8217;imperatore di Costantinopoli per annunciare, che suo padre era stato cacciato dal fratello e che se l&#8217;avessero aiutato a ritornare sul trono avrebbero ottenuto grandi somme e promise anche la riunione delle due chiese cristiane. Innocenzo III &#8211; anche lui raggirato- alla notizia si affrettò a benedire l&#8217;intervento che poco prima aveva condannato.<br />
I crociati così si diressero verso Costantinopoli, ma qui incontrarono la resistenza della cittadinanza, che non ne voleva sapere dei latini. L&#8217;imperatore deposto venne rimesso sul trono senza spargimento di sangue, poiché il fratello usurpatore era fuggito dalla città. Ma i crociati pretesero che accanto all&#8217;imperatore fosse nominato con lo stesso titolo anche il figlio, il quale naturalmente aveva intenzione di mantenere fede agli impegni contratti a Zara. Soprattutto con Dandolo, l&#8217;ultranovantenne doge veneziano, che aveva fornito a credito il nolo delle navi per il viaggio, pattuito una somma ben precisa e stabilito precisi privilegi.<br />
Tuttavia, il tesoro della capitale era vuoto, il patriarca e il popolo si rifiutavano di riconoscere il papa come capo della chiesa universale e non avevano alcuna intenzione di pagare i debiti dell&#8217;imperatore, né di concedere privilegi ai crociati e ai veneziani. Per queste ragioni la popolazione insorse uccidendo sia l&#8217;imperatore, che il figlio.<br />
I crociati per venali motivi decisero di vendicarsi: irruppero nella città e per tre giorni la saccheggiarono orrendamente, proclamando l&#8217;Impero latino d&#8217;Oriente, dimenticandosi del tutto la spedizione contro Gerusalemme. A capo della chiesa bizantina fu posto un nuovo patriarca, che cercò di avvicinare la popolazione locale, greca e slava, al cattolicesimo. Il papato, ufficialmente, condannò il massacro, ma quando vide che l&#8217;imperatore eletto e il patriarca gli riconoscevano, piena supremazia su tutta la chiesa cristiana d&#8217;Oriente e d&#8217;Occidente, decise di accettare il fatto compiuto. Tuttavia, più ancora che il papato o i feudatari, fu Venezia a trarre i maggiori profitti dalla conquista dell&#8217;impero bizantino, del cui territorio essa aveva occupato i 3/8: in particolare, inoltre i mercanti veneziani riuscirono ad ottenere per le loro merci l&#8217;esenzione dai dazi in tutti i paesi dell&#8217;Impero.<br />
I particolari di questa spedizione, con i protagonisti finiti poi uccisi li troviamo in Cronologia nei singoli anni. Si risorse drammaticamente e permise con il crollo dell&#8217;impero bizantino la nascita di due grandi potenze, il regno dei Serbi e d&#8217;Ungheria.<br />
L&#8217;impero latino inizia a crollare del tutto nel 1261, sotto l&#8217;urto dei Bulgari e degli Slavi oltre che degli stessi ultimi incapaci governanti bizantini; questi ultimi aiutati dai genovesi, ma anche dai barbari che prima combattevano. Il fatto più strano fu che i nuovi re dei primi due paesi, che stavano costituendo (nella decadenza bizantina) ognuno il proprio regno (Bulgaria e Serbia &#8211; vedi anno 1195), furono appoggiati dal Papa. Temeva Roma prima o poi con la presenza veneziana sugli interi Balcani (l&#8217;intera costa dalmata e greca, era già della Serenissima) che stringessero un&#8217;alleanza o con i tedeschi o con i normanni. In un caso o nell&#8217;altro lo Stato della Chiesa veniva a trovarsi in mezzo stritolato da tre parti.<br />
Bisanzio in seguito si libererà dei latini, sopravvivrà per altri 200 anni, ma non tornerà più al suo antico splendore. I Turchi oltre che conquistarla, ne faranno la capitale del loro Stato.<br />
La V, la VI, la VII e l&#8217;VIII Crociata non ebbero molta importanza: i crociati subirono altre sconfitte o, nel migliore dei casi, scendevano a patti con i nemici prima ancora di dare battaglia; e questo nonostante che i mongoli si fossero alleati con loro contro turchi e arabi.<br />
Il fatto è che dopo la quarta crociata non v&#8217;era quasi più nessuno in Occidente disposto a partecipare a spedizioni lontane e pericolose, anche perchè quando i crociati si trovavano in difficoltà non ottenevano mai gli aiuti e i rinforzi richiesti.<br />
Nel periodo delle ultime crociate, in Europa si ebbe un notevole aumento della produzione, la tecnica agricola si era perfezionata, le città si erano sviluppate, l&#8217;intera economia divenne florida. Questo può spiegare perché vennero meno le cause che avevano indotto la società feudale occidentale a partecipare alle crociate. I mercanti, ad esempio, si accontentarono dei risultati delle prime quattro crociate, che avevano assicurato l&#8217;eliminazione della funzione mediatrice esercitata da secoli dall&#8217;impero bizantino tra est e ovest. Pragmatici com&#8217;erano, scoperti i vasti mercati orientali si misero addirittura a fare affari anche con i turchi.<br />
Gli stessi cavalieri ebbero la possibilità di entrare nelle truppe mercenarie dei re nazionali dell&#8217;Occidente, la cui importanza andava sempre di più crescendo con le attività produttive. Molti altri cavalieri furono utilizzati poi dalla Chiesa per colonizzare nuovi territori nel Baltico (in particolare Polonia, Cecoslovacchia, Boemia, Ungheria) e sui Balcani, al fine convertire alla religione cristiana gli slavi e tutto il territorio a est della Russia. L&#8217;impresa in parte riuscirà, ma dividendo l&#8217;Europa in due; nacque un dualismo religioso abbastanza critico che poi esploderà nel protestantesimo, creando una forte contrapposizione tra due unità politiche, soprattutto quando due dinastie di sovrani tedeschi si divideranno la Germania. Da una parte i prussiani (l&#8217;anima della futura Germania ariana (intesa come religione e anche come etnia &#8211; gli arii indoiranici) e dall&#8217;altra parte a oriente le ambizioni degli Asburgo (che domineranno su un territorio che non dimentichiamo si chiama deutschostereich &#8211; cioè &#8220;la parte ovest della Germania&#8221;. Austria è un nome recentissimo, di fine Ottocento, inizio Novecento.<br />
E nemmeno dobbiamo dimenticare che la stessa Austria, non è proprio per nulla omogenea, esiste la parte superiore e la parte inferiore che non è &#8220;sotto&#8221; e &#8220;sopra&#8221;, ma la prima è a est di Linz (fin dai tempi di Carlo Magno) la seconda è a ovest. La prima tipicamente &#8220;germanica&#8221;, l&#8217;altra un miscuglio di etnie; latini, slavi, cechi, boemi, croati, sloveni, che sono legati ancora oggi da motivi religiosi (cristiano cattolici) e da melanconiche glorie perdute dell&#8217;impero dei potenti e ambiziosi Asburgo, quando questa opulenta dinastia si è disgregata dopo la prima guerra mondiale.<br />
Due entità politiche che fanno ancora oggi -anno 2000- discutere; ed ognuna ha latente la volontà di egemonizzare l&#8217;altra, pur apparendo la nazione una tranquilla regione incastonata tra i monti e attraversata da quel lungo placido fiume che ha diviso fin dai tempi dei romani il territorio. La parte sinistra non ha dimenticato quando gli Asburgo dominavano con arroganza da Vienna fino in Belgio, e la parte destra (che comprende Vienna) d&#8217;altronde non ha dimenticato che la sua potenza si estendeva da La Manica al Lombardo-Veneto (oltre che essere paladino di altri Stati italiani) e da questi fino alla Boemia, Cecoslovacchia, Ungheria, alla ricca Slesia e infine alla Polonia.</p>
<p><strong>La Quinta Crociata</strong><br />
Condotta da Giovanni di Brienne, re di Gerusalemme, e Andrea II, re di Ungheria.<br />
1217 Fallimento dei crociati al Monte Tabor.<br />
1218-1219 I crociati prendono Damietta. San Francesco d&#8217;Assisi in Egitto.<br />
1221 Spedizione disastrosa dei crociati verso Il Cairo. Perdita di Damietta.</p>
<p>La Quinta Crociata (1217-1221), bandita da Papa Innocenzo III, la vinse la piena del Nilo. I cristiani ne furono sommersi. I sopravvissuti in cambio di Damietta ottennero dal sultano di ritirarsi liberamente. In questa spedizione ci fu l&#8217;ingenuo tentativo di san Francesco d&#8217;Assisi di &#8220;convertire&#8221; il sultano.</p>
<p><strong>La Sesta Crociata</strong><br />
1225 Federico II sposa Isabella di Brienne e diventa re di Gerusalemme.<br />
1229 Mediante il trattato di Jaffa, concluso con Al-Malik Al-Kamil, sultano d&#8217;Egitto, Federico II ottiene la restituzione di Gerusalemme per dieci anni. Vi si incorona re e torna in Europa.<br />
1244 I musulmani (turchi khwarizmiani) riprendono definitivamente Gerusalemme.<br />
1247 I turchi khwarizmiani riprendono Tiberiade e Ascalona.</p>
<p>La Sesta Crociata (1227-1229) é la più anomala. Fu bandita da papa Gregorio IX e quasi imposta a un Federico II riluttante a partire, temendo che il papa durante la sua assenza &#8211; cosa come poi in effetti avvenne &#8211; approfittasse per invadere l&#8217;Italia meridionale; per questo temporeggiare fu scomunicato. Fu costretto alla fine a partire, ma giunto a destinazione la &#8220;crociata&#8221; fu presto conclusa attraverso un pacifico accordo con il sultano. Non ci fu dunque nessun fatto d&#8217;arme di rilievo. Le armi tacquero.<br />
Il &#8220;diplomatico&#8221; e &#8220;saggio&#8221; Federico II, concluse la trattativa col sultano d&#8217;Egitto (trattato di Jaffa) che garantiva Gerusalemme, Betlemme e Nazareth ai cristiani. Il Papa scandalizzato (ma cercava un qualsiasi prestesto) per aver concluso questo trattato di pace con gli infedeli gli lancia l&#8217;&#8221;interdetto&#8221;, chiede la disubbidienza dei sudditi, gli invade il suo regno. Federico s&#8217;imbarca, rientra in Italia, sconfigge le truppe pontificie e costringe il papa a togliergli la scomunica.<br />
E&#8217; forse il migliore e il più fecondo periodo delle crociate. Federico che ha grandi interessi culturali, in Oriente, con gli ottimi rapporti stabiliti con i locali, lui appassionato osservatore, scopre la civiltà araba, mutua alcune istituzioni e trasferisce in Europa non solo tante invenzioni e tecnologie in occidente ignote, ma tutto il Sapere riposto nelle immense biblioteche arabe, che hanno conservato negli scaffali , in milioni di libri, tutto lo scibile umano degli ultimi venti secoli; dalle antiche civiltà orientali e occidentali, e paradossalmente anche i testi latini oltre che greci, scomparsi in occidente da più di mille anni.</p>
<p><strong>La Settima Crociata</strong><br />
1248 Luigi IX il Santo sbarca a Cipro.<br />
1249 Luigi IX il Santo prende Damietta.<br />
1260-1277 Baibars, sultano dei mamelucchi.<br />
1260 Baibars ferma l&#8217;avanzata dei mongoli.<br />
1265 Baibars prende Cesarea e Arsuf.<br />
1268 Baibars prende Jaffa e Antiochia.</p>
<p>La Settima Crociata (1248-1254). E&#8217; quella del Re Santo, Luigi IX re di Francia. L&#8217;armata fu decimata prima da una tempesta, ciononostante i crociati riconquistano Damietta. Ma nel 1250 la battaglia ricomincia, Luigi fu fatto prigioniero. Liberato con un riscatto nel &#8217;54 s&#8217;imbarcò per ritornare in Francia.</p>
<p><strong>L&#8217;Ottava Crociata</strong><br />
1270 Luigi IX il Santo muore appena giunto a Tunisi.<br />
1274-1275 I mamelucchi saccheggiano la Cilicia.<br />
1277 Carlo d&#8217;Angiò pretendente alla corona di Gerusalemme. Si impadronisce di Acri.<br />
1282 Enrico II di Cipro assume il titolo di re di Gerusalemme ma regna solo su Cipro.<br />
1287 Il sultano d&#8217;Egitto Qalawun prende Tripoli.<br />
1291 Il sultano al-Ashraf, figlio di Qalawun, prende Acri. I franchi sono espulsi dall&#8217;Oriente.</p>
<p>La Ottava Crociata (1269 ) è l&#8217;ultima (ufficialmente). Tramonta il sogno cristiano; é la definitiva disfatta europea. Guida la spedizione Giacomo I d&#8217;Aragona, ma già a Barcellona, subito dopo la partenza, una tempesta affonda buona parte della potente flotta. Solo poche navi raggiunsero la meta, ma inutilmente perchè Acri era assediata dai turchi. Senza mezzi, disorganizzati, ridotti di numero, rinunciarono ad una offensiva quasi suicida e se ne tornarono in patria.</p>
<p><strong>La Nona Crociata</strong><br />
La Nona Crociata (1270) &#8211; Re Luigi IX, il Santo; è ancora lui a promuoverla. Si risolse in un disastro totale. Appena sbarcato in Tunisia, negli accampamenti scoppiò una tremenda epidemia di peste, che portò alla morte lo stesso Luigi. Chi sopravvisse se ne tornò a casa.</p>
<p><strong>La Decima Crociata</strong><br />
(1271-1272) &#8211; Preparata dal Re d&#8217;Inghilterra Enrico III, la guida suo figlio Edoardo, ma é subito sconfitto. I cristiani perdono anche Krak, il leggendario castello dei cavalieri. A Edoardo non gli resta altro che fare con il sultano un trattato di pace.<br />
Nella sua relazione, Edoardo esprimerà tutto il suo sdegno per quello che ha visto in Palestina. Scandalizzato per i vasti traffici mercantili (anche di armi) tra veneziani, genovesi e cavalieri crociati da un lato, e gli &#8220;infedeli&#8221; dall&#8217;altro. Un mercato! Che non era iniziato quest&#8217;anno; il cinismo e la spregiudicatezza si era sistemato da anni.<br />
Nel 1289 c&#8217;è ancora un ultimo proclama, ma senza seguito. Le ultime resistenze cristiane in Terrasanta sono definitivamente sconfitte dai musulmani nel 1291 con la Caduta di S. Giovanni d&#8217;Acri. Una grande città abitata da crociati, ma divisa in quartieri, in perenni liti e dove ognuno pensava a difendere il proprio &#8220;orticello&#8221; più dagli &#8220;amici&#8221; cristiani che non dai nemici turchi. Andarono così incontro al disastro.</p>
<p><strong>Le altre Crociate</strong><br />
Oltre quelle citate sopra, ci furono anche altre cinque spedizioni &#8220;non ufficiali&#8221;, finite tutte tragicamente. Quella degli 80.000 &#8220;straccioni&#8221; di Pietro l&#8217;Eremita del 1095 che abbiamo citata sopra (che é in effetti la prima crociata). Poi ci fu quella dei &#8220;Tedeschi&#8221; del 1096, che iniziarono il viaggio saccheggiando e massacrando non gli &#8220;infedeli&#8221; che non raggiunsero mai, ma i tedeschi ebrei di Ratisbona, Worms, Spira, Colonia, Treviri, Magonza. Poi quando penetrarono in Ungheria furono loro massacrati. Nessuno arrivò in Palestina.<br />
Nel 1100-1101 ci fu quella dei 100.000 lombardi diseredati, che diventarono lungo il cammino 200.000, e che avanzarono tra violenze e saccheggi. Giunti sul territorio turco, un terzo furono sterminati ad Amasia, un altro terzo a Iconio. Dei sopravvissuti, il 5 settembre del 1101 tra Isauria e Cilicia non ne rimase vivo nessuno.<br />
Stessa sorte toccò a quella detta &#8220;dei bambini&#8221; guidata dal monaco Stefano de Cloies. Era il 1212. Il frate imbarcò a Marsiglia 30.000 giovani su sette navi. Due colarono a picco già alla partenza, le altre raggiunsero la Tunisia. Qui i proprietari delle navi per rifarsi dei danni subiti, vendettero come schiavi ai turchi i &#8220;bambini&#8221; scampati. Federico II quando vi sbarcò sedici anni dopo nel 1228 ne incontrò 700 che erano ormai trentenni.<br />
Non meno sfortunati i &#8220;bambini&#8221; di un &#8220;profeta&#8221; anche lui &#8220;bambino&#8221;, il tedesco Nicholaus di 12 anni, che assicurava i suoi fanatici coetanei che &#8220;avrebbe camminato sul mare&#8221;. Raccolse 8000 adolescenti creduloni. Recatisi a piedi a Roma, il papa non concesse la benedizione, e li rimandò a casa. Nel riattraversare le alpi in pieno inverno morirono quasi tutti congelati in una bufera di neve.<br />
Si aggiunse a questa, la &#8220;crociata dei pastorelli&#8221; del 1251, sotto la guida di un altro fanatico pseudo-monaco di nome Giacobbe; un vecchio pastore che stregava i giovani con un piffero da pecoraio (da questo episodio nacque probabilmente la famosa leggenda del pifferaio di Hamelin). Formò un esercito di ragazzini francesi. Nell&#8217;attraversare città e paesi devastavano le proprietà dei ricchi, massacravano ebrei, razziavano ogni cosa. Avanzando, nell&#8217;avvicinarsi alle città, gli abitanti li attesero al varco; furono uccisi tutti.</p>
<p><strong>BILANCIO DELLE CROCIATE</strong><br />
    * Il risultato di maggior rilievo fu la conquista delle vie commerciali mediterranee, che prima erano controllate da Bisanzio e dai paesi arabi, i quali entrarono subito dopo in una profonda decadenza economica.<br />
    * Le città dell&#8217;Italia settentrionale (Venezia, Genova e Pisa) assunsero un ruolo dominante nel commercio con l&#8217;Oriente.<br />
    * Si introdussero in Europa occidentale nuove industrie e manifatture (seta, vetri, specchi, carta&#8230;) e nuove colture agricole (riso, limoni, canna da zucchero&#8230;). Compaiono i mulini a vento, sul tipo di quelli siriani.<br />
    * La classe dei feudatari vede aggravarsi la propria crisi, sia perché ha impiegato molte risorse ottenendo scarsi vantaggi, sia perché si è rafforzata una nuova classe, la borghesia, ad essa ostile.<br />
    * Le classi popolari, sacrificatesi senza ottenere alcuna contropartita, si orienteranno verso forme di protesta socio-religiosa (le eresie), ispirate all&#8217;uguaglianza evangelica.<br />
    * I crociati distrussero le ultime tracce di fratellanza tra cattolici e ortodossi; e saccheggiando Costantinopoli, aprirono le porte agli invasori turchi.</p>
<p>La mobilitazione ideologica nella guerra santa segnò il trionfo dello spirito d&#8217;intolleranza e di fanatismo. La chiesa infatti, accentuerà sempre più i fattori autoritari e dogmatici, legati al suo ruolo di guida suprema della cristianità.<br />
I marittimi, i mercanti, che per due secoli avevano afferrato al volo i vantaggi delle crociate, &#8220;iniziarono ad afferrare quelli offerti dal divenir &#8211; scriverà Dante &#8211; mercadanti in terra di soldano&#8221;.<br />
Dante, e molti altri, che soggiornarono in Sicilia, alla corte normanna, ci faranno scoprire i &#8220;tesori&#8221; contenuti nella biblioteca di Federico II. L&#8217;Europa scoprì una sconosciuta civiltà, e con questa tutto il suo ricco passato, universale, che l&#8217;aveva preceduta.<br />
L&#8217;avventura delle crociate fu iniziata per imporre una civiltà &#8211; che l&#8217;Occidente credeva altissima &#8211; e finì invece che ne scoprì un&#8217;altra più avanzata: scoprì le scienze, la matematica, la medicina, l&#8217;astronomia, la letteratura, la filosofia, l&#8217;agronomia, l&#8217;ottica, la geografia del mondo, e tante altre. Un enorme &#8220;mensa del sapere&#8221; che nutrirà d&#8217;ora in avanti l&#8217;intera Europa. Sconvolgendola!<br />
Riscopre tutta la civiltà classica, considerata fondamento di ogni progresso civile e spirituale dell&#8217;uomo, e sottopone a critica le nozioni tradizionali, che significò una rivalutazione dell&#8217;uomo e della sua possibilità di comprendere e trasformare il mondo.<br />
Riscoprirà perfino la musica, e con questa inizia il &#8220;preludio&#8221; dell&#8217;Umanesimo, per poi approdare alla grande &#8220;sinfonia&#8221; del Rinascimento.</p>
<p><strong>Conseguenze delle Crociate</strong><br />
Non vi è dubbio che dal punto di vista strettamente militare le crociate si siano risolte in un completo fallimento: le conquiste dei soldati latini ebbero vita stentata ed effimera; dopo due secoli di lotta i Musulmani tenevano ancora saldamente l&#8217;Asia Minore. Contribuì molto a questo fallimento il fatto che ebbero il sopravvento gli interessi particolari dei vari prìncipi.<br />
Eppure la loro influenza si fece sentire con riflessi notevoli nei più svariati campi della vita europea. Il feudalesimo usciva indebolito dalle crociate: le enormi spese delle spedizioni avevano costretto i signori feudali a ipotecare le loro proprietà o a cederle a banchieri, al re, alla Chiesa. In cambio di denaro molte città e moltissimi contadini avevano riscattato i loro obblighi feudali. Migliaia di servi avevano lasciato la terra per non più tornarvi. Il prestigio della Chiesa romana era stato accresciuto dal felice esito della prima spedizione; le successive lo diminuirono progressivamente.<br />
La fede incorrotta del Medio Evo ricevette un fiero colpo: si argomentava che l&#8217;insuccesso delle crociate non giustificava più la pretesa del papa di essere il rappresentante di Dio in terra. Se le coscienze erano turbate, il commercio in compenso ricevette un mirabile impulso. Le flotte delle Città marinare italiane, di Marsiglia, di Barcellona, importavano i raffinati ritrovati della civiltà orientale, mentre spezie, seta, zucchero, gemme, profumi invadevano l&#8217;Europa.<br />
Si stesero mappe accurate delle coste asiatiche; cereali, alberi da frutta, piante di ogni genere, mal note in Occidente, vennero importate e coltivate su larga scala. Le scienze e le arti fecero tesoro dell&#8217;abilità e dell&#8217;esperienza dei Musulmani e anche i cronisti cristiani appresero a parlare con nuovo rispetto della civiltà araba. Inoltre, in seguito all&#8217;impulso che il commercio ricevette, si verificò un miglioramento del tenore di vita. Creatura del Medio Evo religioso e guerriero, l&#8217;idea di crociata si spense nel fervore di una rivoluzione civile ed economica, primo segno del Rinascimento.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.storiafilosofia.it/arabi-le-crociate/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

