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	<title>Appunti di storia e filosofia &#187; socrate</title>
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	<description>Raccolta di riassunti e dispense su storia e filosofia.</description>
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		<title>Greci: le guerre persiane</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jan 2009 12:43:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Guerre persiane 500-494: Le colonie ioniche dell&#8217;Asia Minore si ribellano all&#8217;egemonia dell&#8217;impero persiano, capeggiate da Aristagora di Mileto; solo Atene, per i suoi interessi sull&#8217;Egeo, le appoggia. I Persiani schiacciano la rivolta, che si conclude con la distruzione di Mileto e la deportazione dei suoi abitanti in Mesopotamia. 492: I Persiani, comandati da Mardonio, conquistano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Guerre persiane</h2>
<p>500-494: Le colonie ioniche dell&#8217;Asia Minore si ribellano all&#8217;egemonia dell&#8217;impero persiano, capeggiate da Aristagora di Mileto; solo Atene, per i suoi interessi sull&#8217;Egeo, le appoggia. I Persiani schiacciano la rivolta, che si conclude con la distruzione di Mileto e la deportazione dei suoi abitanti in Mesopotamia.</p>
<p>492: I Persiani, comandati da Mardonio, conquistano Tracia e Macedonia e chiedono alle città greche di inviare l&#8217;acqua e la terra, in segno di sottomissione. Sparta e Atene rifiutano.</p>
<p>490 (I guerra persiana): battaglia di Maratona. Un esercito ateniese, guidato dallo stratega Milziade, sconfigge l&#8217;esercito persiano, che aveva reputazione di invincibile. I Persiani erano guidati da Dati e Artaferne, e accompagnati dal tiranno spodestato Ippia.</p>
<p>Il confronto fra Greci e Persiani è qualcosa di più di un confronto militare: si tratta di un vero e proprio scontro culturale, fra comunità di cittadini-soldati che si governano da sé, e un impero autocratico che riconosce solo sudditi, cioè &#8211; nell&#8217;interpretazione di Eschilo e di Erodoto &#8211; fra la libertà e la schiavitù. La libertà, in Grecia, non è percepita come una questione privata, ma sempre essenzialmente come autonomia politica, come autogoverno. Anche la libertà di parola, che &#8220;toglie le briglie&#8221; alla lingua degli uomini (Eschilo, Persiani) è intesa come strumentale all&#8217;autonomia politica.</p>
<p>Temistocle si rende conto che la vocazione e la potenza di Atene è sul mare, e promuove l&#8217;allestimento della flotta (180 triremi entro il 481): le navi sono costruite a spese dello stato e l&#8217;armamento è finanziato dai cittadini più ricchi (liturgie). I teti trovano impiego come rematori, e questo dà loro voce in capitolo nella vita politica. La marina è un elemento di democratizzazione.</p>
<p>481: alleanza militare (simmachia) panellenica, sotto l&#8217;egemonia spartana.</p>
<p>480 (II guerra persiana): l&#8217;imperatore persiano Serse, successore di Dario, parte da Sardi con un esercito di 100.000 uomini. La Grecia è invasa, dopo una battaglia navale presso capo Artemisio. Leonida, re di Sparta, sacrificando se stesso e trecento spartani, copre la ritirata delle forze di terra elleniche alle Termopili. Temistocle capisce che sulla terra la partita è persa, e abbandona l&#8217;Attica e la Beozia al saccheggio dei Persiani, mettendo la popolazione in salvo sulle isole.</p>
<p>Settembre 480: battaglia navale di Salamina, vinta dai Greci grazie alla strategia di Temistocle. Le navi persiane, più numerose e più grandi, non riescono a manovrare nel braccio di mare fra Atene e l&#8217;isola di Salamina, e hanno la peggio contro le navi elleniche, meno numerose ma più piccole e maneggevoli.</p>
<p>Primavera 479: l&#8217;esercito di terra persiano viene sconfitto a Platea; la flotta persiana viene definitivamente debellata a Micale.<br />
Per consiglio di Temistocle, Atene comincia la costruzione delle &#8220;lunghe mura&#8221; che collegano la città al porto del Pireo.<br />
478: le città ioniche dell&#8217;Asia minore sono liberate da una flotta greca guidata dallo spartano Pausania. Gli efori lo richiamano, accusandolo di dispotismo. Atene rimane la sola potenza ellenica interessata all&#8217;Egeo e alla Ionia, contro i Persiani.</p>
<p>477: fondazione della lega di Delo, guidata da Atene e composta da città ioniche, in funzione antipersiana. Nel trentennio successivo prosegue la lotta contro i Persiani. L&#8217;egemonia ateniese si rafforza, suscitando una crescente ostilità, spartana: si tratta, anche qui, di uno scontro non solo militare, ma anche politico e culturale, fra democrazia e oligarchia.</p>
<p>448: pace di Callia. Le città greche dell&#8217;Asia minore rimangono nell&#8217;impero persiano, che ne garantisce l&#8217;autonomia. L&#8217;Egeo diventa un mare ateniese. Gli alleati della lega di Delo, orami superflua, vengono trasformati in vassalli di Atene.</p>
<p>445: pace dei Trent&#8217;anni con Sparta. Sparta riconosce l&#8217;impero ateniese; Atene l&#8217;egemonia spartana sul Peloponneso.<br />
Ha inizio l&#8217;età di Pericle (443-429), che si fa rieleggere stratega di anno in anno, e influenza durevolmente la democrazia ateniese.</p>
<p>Sparta diventa punto di riferimento per tutte le città che non sopportano l&#8217;egemonia imperiale ateniese.</p>
<p>Guerra del Peloponneso (431- 404)</p>
<p>Guerra archidamica (431-421): con alterne vicende, gli Spartani prevalgono sulla terra, gli Ateniesi sul mare. Questa fase &#8211; cui partecipa Tucidide &#8211; si conclude con la pace di Nicia (capo del partito oligarchico ateniese).</p>
<p>Spedizione ateniese in Sicilia (415-413): prevalendo sul pacifista Nicia, il democratico Alcibiade induce Atene ad aiutare Segesta contro Siracusa e Selinunte, alleate di Sparta. L&#8217;esito dell&#8217;impresa è disastroso, come possiamo vedere dal resoconto di Tucidide.</p>
<p>Guerra di Decelea (fortezza occupata dagli Spartani per devastare l&#8217;Attica, su consiglio del fuoriuscito Alcibiade; 413-404): declina la potenza ateniese, i Persiani, che erano stati espulsi dalla politica greca, intervengono a finanziare Sparta. Dopo alterne vicende, Atene, sconfitta dallo spartano Lisandro all&#8217;Egospotami, capitola. Le &#8220;lunghe mura&#8221; sono smantellate; si scioglie la lega di Delo. Sparta è egemone, ma il vero vincitore è l&#8217;impero persiano.</p>
<p>Sparta promuove regimi oligarchici sotto il suo controllo. Ad Atene si instaura la Signoria dei cosiddetti Trenta Tiranni, i quali cercano di coinvolgere il massimo numero di cittadini nella responsabilità degli arresti indiscriminati da loro operati. Socrate rifiuta di obbedire ai loro ordini, proprio come si era opposto, in regime democratico, alla condanna a morte per gli strateghi della battaglia delle Arginuse (407), che era stata l&#8217;ultima vittoria di Atene nella guerra del Peloponneso.</p>
<p>403: Trasibulo restaura la democrazia ad Atene.</p>
<p>399: Socrate, accusato di empietà, viene condannato a morte, probabilmente per purgare la nuova democrazia di una personalità percepita come malsicura. Platone ha riportato il suo discorso di autodifesa, o Apologia.</p>
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		<title>Il conflitto tra Atene e Sparta e le guerre greco persiane</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Dec 2008 05:22:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[A partire dalla fine dell&#8217;VIII secolo, i governi aristocratici presero il posto dei regimi monarchici, si diffusero il modello della polis (città ). Nella polis greca il governo era cosa dei cittadini, che in vario modo partecipavano all&#8217;elaborazione delle leggi e alla gestione del governo. Tutta la storia della polis nell&#8217;età arcaica (VIII e VI [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A partire dalla fine dell&#8217;VIII secolo, i governi aristocratici presero il posto dei regimi monarchici, si diffusero il modello della polis (città ). Nella polis greca il governo era cosa dei cittadini, che in vario modo partecipavano all&#8217;elaborazione delle leggi e alla gestione del governo. Tutta la storia della polis nell&#8217;età  arcaica (VIII e VI secolo a.C.) è dominato dallo scontro sociale e politico fra i nobili e il demos. Molti greci allora si diressero verso Occidente (Italia meridionale, Francia, Malta, Spagna e Africa settentrionale, Ponto) e poi, dalla mèta del VII secolo a.C., verso Oriente (Egeo settentrionale e mar Nero). Questa colonizzazione diffuse la civiltà  greca anche in un area molto più vasta della madrepatria: la cosiddetta Magna Grecia o grande Grecia.<br />
Ogni città  greche ebbe caratteristiche proprie. Questo frazionamento derivava dal fatto che il territorio della Grecia è montuoso, con ristrette pianure e valli separate da rilievi.<br />
Così nacquero le costituzioni di Sparta e Atene, le due piu&#8217; importanti Poleis della Grecia. Sparta, dominata da un&#8217;oligarchia potentissima militarmente, sottomise fra l&#8217;VIII e il VI secolo a.C. quasi tutto il Peloponneso e formò in seguito con le città  sottomesse la Lega Peloponnesiaca. La sua fondazione deve essere stata opera di genti che invasero la regione senza però fondersi con la popolazione locale che fu sottomessa e mantenuta poi in una condizione di quasi schiavitù. A questa particolare origine è prpbabilmnte dovuta alla rigida struttura della società  spartana, divisa in tre classi fortemente differenziate: gli Spartani, i soli a godere di diritti politici; non svolgevano alcuna attività  economica e dedicavano l&#8217;intera esistenza all&#8217;esercizio delle armi; i Perieci: uomini liberi, avevano il diritto di possedere terre e svolgere attività  artigianali o commerciali, ma erano esclusi dall&#8217;assemblea cittadina e dal governo della città ; gli Iloti, servi dello Stato messi a disposizione degli Spartani.<br />
Atene, del tutto diversa, anzichè verso le conquiste territoriali, si indirizzò verso il raggiungimento all&#8217;interno d&#8217;una solida democrazia. Le sue origini sono scarse e incerte. Sappiamo dai resti archeologici che sorse in età  micenea e che fu probabilmente risparmiata dalle invasioni che si abbatterono sulla penisola greca. Verso il 700 a.C. l&#8217;aristocrazia abbattè la monarchia. L&#8217;arconte Solone diede ad Atene una costituzione basata sulla divisione della popolazione in classi secondo la ricchezza, permettendo così la partecipazione al governo anche dei non nobili. In seguito il governo di Atene passò nelle mani di Clistene, la cui costituzione segnò la nascita della democrazia in Atene, dove ora tutti i cittadini avevano uguali diritti e tutti, anche i piu&#8217; poveri, potevano partecipare al governo della città . In politica estera, Atene si avvicina ad Argo, abbandona Sparta e si dota di nuove mura. Appoggiando Megara, tuttavia, provoca l&#8217;avvicinamento di Corinto a Sparta, la quale intreccia un patto anche con Tebe (460 a.C.). La guerra comincia con una vittoria di Sparta e Tebe a Tanagra e con una di Atene a Enofita (457 a.C.), mentre gli Ateniesi annettono al proprio territorio Beozia, Focide e Locride, dominando così l&#8217;intera Grecia centrale. Inoltre, la Lega delio-attica, ormai strumento politico di Atene, costringe Egina a consegnare la propria flotta, eliminandone così la concorrenza commerciale. Cimone, richiamato in patria, stipula con Sparta una tregua quinquennale (451 a.C.).<br />
Ormai Atene possiede un vero e proprio impero, ma il Congresso panellenico della pace non può tenersi per l&#8217;opposizione di Sparta. Un esercito costringe Atene alla Pace dei Trent&#8217;anni (445 a.C.): Sparta riconosce l&#8217;impero ateniese ma pretende il dominio assoluto sul Peloponneso.<br />
Pericle fa valere il proprio carisma per instaurare una sorta di tirannia personale, tesa alla potenza e al fasto di Atene. Le molte concessioni con cui egli s&#8217;ingrazia le classi sociali più povere generano un vero sistema assistenziale. Le migliori menti di Grecia (Anassagora, Socrate, Erodoto, Sofocle, Euripide, Tucidide) si ritrovano libere di pensare e di creare. Nonostante qualche ribellione (come quella di Samo, sedata da Pericle), oltre 400 città  greche sono costrette ad aderire alla Lega delio-attica e a pagarne i tributi.<br />
Per gli Spartani la situazione è insostenibile, tanto che si giunge al conflitto. La Guerra del Peloponneso (431-404 a.C.) si apre con l&#8217;intenzione di Pericle di non affrontare sul campo il superiore esercito spartano, limitandosi a rintanarsi entro le mura di Atene. Mentre la flotta ateniese è attiva lungo il Peloponneso, gli Spartani di Archidamo attaccano l&#8217;Attica (429 a.C.). Potidea cade, dopo due anni di assedio, nelle mani degli Ateniesi, ma questi sono poi sconfitti a Spartolo. Intanto, la peste uccide un terzo degli abitanti d&#8217;Atene, fra cui Pericle (429 a.C.), sostituito dal popolare Cleone e dall&#8217;oligarchico Nicia. Quando Platea viene espugnata dagli Spartani, Archidamo decreta la morte dei suoi difensori. Ma a Sfacteria (425 a.C.) gli Ateniesi ottengono una clamorosa vittoria, che induce Sparta a chiedere la pace. Ora Nicia caldeggia un accordo e lo ottiene: Sparta e Atene siglano una pace per cinquant&#8217;anni (421 a.C.) e si alleano contro i possibili attacchi di Argo e delle città  del Peloponneso.<br />
Sparta domina la situazione in Grecia, sostenendo i vari governi oligarchici, mentre le città  dell&#8217;Asia Minore patiscono di nuovo il tallone persiano. Ma Atene ben presto restaura la democrazia ad opera di Trasibulo (403 a.C.), sotto il cui governo si decreta anche la morte di Socrate (399 a.C.). Sparta, che si sente ormai erede della supremazia ateniese, interviene in aiuto alle polis nell&#8217;Asia Minore inviando una spedizione al comando di Agesilao (399 a.C.). La Persia cerca appoggi e li trova in Atene, Corinto, Tebe ed Argo, che si alleano a lui contro Sparta iniziando la Guerra Corinzia (395-387 a.C.). La flotta persiana al comando dell&#8217;ateniese Conone vince i Lacedemoni a Cnido (394 a.C.), ma questi ultimi battono Ateniesi e Tebani a Coronea. Conone decide di riedificare le mura d&#8217;Atene. Ciò porta al riavvicinamento di Sparta con il re persiano Artaserse II, che blocca il Bosforo al fine di impedire approvvigionamenti di grano ad Atene dalla Scizia.<br />
La situazione si sblocca con la Pace del Re (o di Antalcida &#8211; 387 a.C.) tra Atene e Sparta mediata da Artaserse II, che prevede il dominio persiano sulle città  dell&#8217;Asia Minore e il controllo spartano sulle rimanenti città  greche. Ma gli Ateniesi costituiscono presto la Seconda Lega delio-attica (377 a.C.), che riunisce 60 città , mentre Tebe rifiuta di restituire la libertà  alla Beozia. Tebe prosegue la lotta, invadendo Messenia e Arcadia e provocando l&#8217;alleanza fra Sparta e Atene (369 a.C.). La vittoria di Mantinea (362 a.C.) su Ateniesi e Lacedemoni decreterebbe il trionfo tebano se non fosse per la morte sul campo di Epaminonda. Con lui finisce il predominio stesso di Tebe, la quale deve soggiacere a un nuovo, potente Stato che si affaccia sul mondo greco: la Macedonia.<br />
Conflitti e rivalità  divisero spesso tra loro le città  greche. All&#8217;alba del V secolo a.C. le rivalità  fra le città  greche dovettero essere momentaneamente accantonate per fronteggiare un potente avversario che metteva in pericolo l&#8217;indipendenza di tutti i greci: l&#8217;impero persiano. Nel corso della prima guerra greco-persiana (490 a.C.) l&#8217;attacco di Dario fu respinto dai soli fanti ateniesi. Nella seconda guerra greco-persiana (480-479 a.C.) inizialmente i greci subirono gravi perdite, per poi trionfare nella battaglia navale di Salamina e quella terrestre di Platea. La vittoria sui persiani aprì un periodo di ascesa economica e politica per Atene.<br />
Dopo la vittoria sui persiani, la vita politica greca fu caratterizzato dalla &#8220;resa dei conti&#8221; fra Atene e Sparta. Un primo conflitto fra Atene e Sparta, portò nel 446 a.C. alla firma di una tregua trentennale, che fissava le rispettive zone di influenza delle due potenze. Ma lo scontro decisivo fu la guerra del Peloponneso che si aprì nel 431 per concludersi nel 404 a.C. con la sconfitta ateniese. Atene che, fiaccata militarmente e moralmente dal fallimento fu costretta ad arrendersi nel 404 a.C. Atene dovette accettare un presidio militare spartano e rinunciare ai possedimenti fuori dall&#8217;Attica.<br />
La principale fonte di ricchezza era costituito dall&#8217;agricoltura, dalla produzione di olio e di vino e dalla pastorizia. Quando si parla di commerci, si intende quasi esclusivamente quelli via mare. Un&#8217;altra importante fonte di ricchezza del lavoro degli schiavi. Per possederne uno era sufficiente acquistarlo al mercato.<br />
Cittadini si era per nascita. Tra i cittadini esistevano profonde differenze sociali: tra i pochi ricchi aristocratici e i molti contadini. Accanto ai cittadini e agli schiavi, incontriamo un altro gruppo sociale importante: i meteci. Si tratta degli immigrati che possono vivere e lavorare nella città , ma non essendo cittadini, non esercitavano i diritti politici.<br />
La religione ufficiale era quella olimpica, il culto olimpica, il culto delle divinità  che abitavano la vetta del monte sacro, l&#8217;Olimpo. Signoreggiati da Zeus, dio del cielo e dei fenomeni atmosferici, gli dei olimpici presiedevano e proteggevano diversi settori della vita umana. L&#8217;antropomorfismo caratterizzava la religione greca: agli dei erano attribuiti sentimenti, comportamenti e abitudini umane. La religione costituiva un importante fattore di coesione.<br />
La famiglia era la struttura potente della società  greca. Nella famiglia contadina tutti lavoravano; nelle famiglie nobili o benestanti, in cui maschi si dedicavano alla vita politica, erano le donne e gli schiavi a svolgere le attività  domestiche. La vita della donna si svolgeva completamente all&#8217;interno del nucleo famigliare: la donna non usciva quasi mai e abitava le stanze più riparate e protette, nella zona all&#8217;interno della casa. Escluse dai diritti politici, esse erano del tutto soggette all&#8217;autorità  del padre e del marito.<br />
Ad Atene, l&#8217;educazione del cittadino prendeva le mosse dai poemi omerici. L&#8217;educazione di un ateniese era cosa molto diversa dalla formazione militare di un cittadino spartano.<br />
La storiografia è una disciplina scientifica che studia la storia dell&#8217;uomo. Sono state elaborate forme culturali adatte a rispondere a domande fondamentali, come: &#8220;Da dove veniamo? Qual è il nostro pianeta?&#8221;. La storiografia si pone un problema che per il mito non esisteva: quello del metodo dell&#8217;indagine. Come si può essere certi della verità  di ciò che si racconta?<br />
Al centro della cucina greca vi erano i prodotti tipici di quella che i gastronomi del XX secolo hanno chiamato dieta mediterranea: olio d&#8217;oliva, cereali, frutta e i loro derivati. Erano molto apprezzate le verdure, come cipolla, aglio, crescione, rapa, porro, in genere consumate in forma di minestre. La frutta aveva un posto di non minor rilievo: fichi, uva, pere, mele, nespole, mandorle e meloni erano presenti frequentemente sulle tavole dei greci. Ma frutta e cereali costituivano pure la materia prima delle bevande alcoliche, tra le quali la più importante era ovviamente il vino, prodotto in molte varietà . Per i greci i banchetti costituivano il momento centrale di alcuni importanti riti sociali: dai riti religiosi a quelli legati a circostanze politiche. Ma il banchetto svolgeva un ruolo centrale anche nella vita di tutti i giorni: non era pensabile che un uomo degno di questo nome mangiasse da solo.</p>
<p>Internet- Cronologia/ Libro, European book Milano- Atlantica Junior n.7/ CD, Rizzoli Larousse 2001- Enciclopedia multimediale / Libro, Edizione Il capitello- Le radidi del mondo attuale </p>
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		<title>Popper Karl</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Dec 2008 16:10:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nasce a Vienna nel 1902 da una famiglia ebraica e muore nel 1994. Si avvicinò ben presto al Circolo di Vienna ma non vi partecipò mai. In seguito alle leggi razziali si trasferì prima a Cambridge, poi ad Oxford e in Nuova Zelanda tenendo conferenze sul suo razionalismo critico. Popper rappresentò il punto di riferimento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nasce a Vienna nel 1902 da una famiglia ebraica e muore nel 1994. Si avvicinò ben presto al Circolo di Vienna ma non vi partecipò mai. In seguito alle leggi razziali si trasferì prima a Cambridge, poi ad Oxford e in Nuova Zelanda tenendo conferenze sul suo razionalismo critico. <strong>Popper</strong> rappresentò il punto di riferimento della riflessione scientifica e filosofica di tutto il &#8217;900. Fu un grande musicista. Le sue opere filosofiche più importanti sono: &#8220;La logica della ricerca&#8221;, &#8220;Congetture e confutazioni&#8221;, &#8220;Città aperta&#8221;.<br />
Egli afferma che è finito il tempo dell&#8217;empirismo classico che si basava sulla raccolta dei dati dall&#8217;esperienza, ma per Popper non ha importanza il metodo induttivo. La conoscenza si basa sulle intuizioni: anche Einstein si basa sull&#8217;intuizione soggettiva, su ipotesi. Il metodo induttivo non ha a che fare con la scienza, con Einstein ha inizio la rivoluzione scientifica; il nucleo è stato l&#8217;argomento cosmologico.<br />
Tutta la conoscenza scientifica ha questo nucleo: quale deve essere la linea di demarcazione tra la scienza e ciò che non lo è?<br />
Spesso la conoscenza scientifica arriva fino ad un certo punto dove si ferma e lascia che ognuno dia la sua risposta. Quindi lascia il campo alla metafisica e all&#8217;etica.<br />
Per Popper la linea di demarcazione è costituita dal <strong>principio di fallibilità</strong>. Al contrario del principio della certezza noi dobbiamo dire che qualcosa è scienza solo se è fallibile.<br />
Nella scienza noi procediamo sempre per congetture e confutazioni.<br />
Le congetture sono proposizioni, ipotesi non spiegate. Le confutazioni sono risposte critiche alle congetture.<br />
&#8220;Più nelle ipotesi che io vado avanzando trovo critiche, più vado avanti&#8221;.</p>
<p>Il nostro procedere scientifico è basato su:<br />
1) Il problema<br />
2) Ipotesi di risoluzione del problema<br />
3) Orizzonte prospettico si aprono nuove prospettive)</p>
<p>La scienza quindi non può dare la risoluzione finale, ma permette di andare avanti infatti: &#8220;Nella scienza si procede senza certezze&#8221;.<br />
Cosa significa essere fallibile? Essere come Socrate: &#8220;Io so di non sapere&#8221; (dotta ignoranza). In questo senso ogni scienziato deve essere come dice Socrate: deve essere sempre in prospettiva di superare se stesso.<br />
La nostra società deve essere una società aperta (riprende Berson).<br />
Popper va contro tutte le politiche dette solistiche (Marxismo, Stalinismo,.) cioè organiche, non consone ala natura umana, che ha bisogno di libertà e di democrazia.</p>
<p><strong>La società aperta</strong><br />
&#8220;Noi abbiamo tre mondi: il primo è il mondo degli enti fisici (la natura, il mondo, l&#8217;universo); il secondo è il mondo dello spirito, delle coscienze; il terzo mondo, è quello dell&#8217;arte e della produzione dell&#8217;uomo, è il mondo di tutto ciò che fa l&#8217;uomo.<br />
I primi due mondi non sono atti per noi e quindi noi non li possiamo padroneggiare. Solo il terzo mondo è tutto nostro, perché solo questo riguarda la produzione dell&#8217;uomo.&#8221;<br />
(Vico dice che la storia è l&#8217;unica scienza, una scienza tutta nuova perché l&#8217;abbiamo fatta tutta noi).<br />
L&#8217;ultima sua parola fu: &#8220;Noi possiamo definire solo quello che esce dalle nostre mani, ma la nostra coscienza ci presenta l&#8217;orizzonte prospettico che si va spostando sempre di più&#8221;.</p>
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		<title>Friedrich Nietzsche e il superuomo</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Dec 2008 14:46:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La fine dell&#8217;800 segna il consolidamento del positivismo. Ma accanto a questa sicurezza si sviluppa una mentalità culturale critica nei riguardi della scienza. Una mentalità che esalta la coscienza, che avverte l&#8217;analisi psicologica. Il progresso scientifico non ha portato felicità. L&#8217;uomo cerca dentro sé l&#8217;equilibrio. E&#8217; il periodo del decadentismo (in Francia). Si avverte che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La fine dell&#8217;800 segna il consolidamento del positivismo. Ma accanto a questa sicurezza si sviluppa una mentalità culturale critica nei riguardi della scienza. Una mentalità che esalta la coscienza, che avverte l&#8217;analisi psicologica. Il progresso scientifico non ha portato felicità. L&#8217;uomo cerca dentro sé l&#8217;equilibrio. E&#8217; il periodo del decadentismo (in Francia). Si avverte che mancano le certezze. Chi si occupa di questa problematica è Nietzsche che con la sua filosofia intende cambiare tutto quello in cui si è precedentemente creduto.<br />
&#8220;Io non sono un uomo, sono una dinamite; dopo di me si contraddirà come mai si è contraddetto; io ho la coscienza di essere la coscienza della crisi europea&#8221;. &#8220;Il positivismo è stupido&#8221;.<br />
Dal 900 in poi tutta la filosofia sarà interessata dalla ricerca di nuovi valori.<br />
Nietzsche nasce nel 1884 presso Rocken. Studia filosofia ed insegna in Svizzera. La prima opera, forse la più organica, è &#8220;La nascita della tragedia&#8221;. Fu un cultore dei classici greci. Tutte le sue altre opere sono scritte per aforismi ne consegue che per comprenderne bene il significato è necessario un lavoro di interpretazione (Ermeneutica).<br />
Scrisse pure: &#8220;Considerazioni inattuali&#8221;, &#8220;Umano troppo umano&#8221;, &#8220;La gaia scienza&#8221;, &#8220;La genealogia della morale&#8221;, &#8220;Così parlò Zaratustra&#8221; (dedicata ad un riformatore dei costumi), &#8220;La volontà di potenza&#8221;. Queste opere non furono pubblicate da lui, ma dalla sorella che modificò qualcosa.<br />
Soffrì di disturbi nervosi: vagò molto per l&#8217;Europa ma si stabilì in Italia e più esattamente in Liguria. Visse aiutato da Paul Ree col quale conobbe un&#8217;esule russa, (Salonè) studiosa di Freud. Tutti e tre vissero insieme e in questo periodo scrisse &#8220;Al di là del bene e del male&#8221; che introduceva ad una nuova etica. Successivamente Lou Salonè e Paul Ree scapparono, lasciando Nietzsche in preda a fortissimi disturbi mentali. Venne ricoverato a Torino ove morì nel 1900. Egli rappresenta uno spartiacque tra la filosofia antica e quella seguente.<br />
Seguendo il pensiero di Schopenhauer, affermò che la vita è irrazionale. Adesso si può o come diceva Schopenhauer, fuggire, o come dice appunto Nietzsche gli si può sorridere.<br />
Il suo pensiero venne influenzato pure dalla musica di Wagner, che forte e vibrante esaltava in lui sentimenti.<br />
Quando Wagner affronta il suo secondo momento, Nietzsche preferisce abbandonarlo. Da questo momento in poi Nietzsche si dedicherà alla &#8220;Carmen di Bizet&#8221;. Il suo pensiero può essere suddiviso in tre fasi:</p>
<p>1.      La nascita della tragedia &#8211; nella quale la presenza dei cori era di fondamentale importanza.<br />
2.      La morte di Dio, il nichilismo &#8211; la morte della metafisica non significa il nulla.<br />
3.      Invenzione di nuovi valori per controbattere il nichilismo &#8211; essi sono:<br />
*            L&#8217;eterno ritorno. Fu critico nei confronti della storia, ma la salvò.<br />
*            Il superuomo o oltreuomo.<br />
*            La volontà di potenza.</p>
<p>Non è possibile definire Nietzsche il filosofo del nazismo. Egli ha avuto parole dure: &#8220;Lo Stato è un mostro che puzza: guardatevi da questo mostro&#8221;. Egli è il filosofo dell&#8217;individualismo. E&#8217; critico contro tutti anche nei confronti del cristianesimo (ma non con Cristo che era considerato il superuomo).</p>
<h2>La prima fase</h2>
<p>Egli si interessava molto ai classici Greci, notò che la tragedia greca è nata dal coro. Esso può essere l&#8217;unico protagonista: se noi pensiamo alle Baccanti, queste si basano sul coro. Il coro è stato quindi l&#8217;inizio della tragedia: rappresenta la musica, il coinvolgimento nella necessità dell&#8217;azione tragica.<br />
Nella tragedia Socrate individua due spiriti:</p>
<p>*      il primo: Apollino o Apollo, figlio di Zeus con il tempio a Delo. Apollo significava colui che porta luce. Era abbinato all&#8217;immagine dell&#8217;equilibrio e dell&#8217;armonia. Il vero significato della vita si può cogliere nell&#8217;arte.<br />
*      Il secondo: è lo spirito Dionisiaco; Dionisio era il Dio del vino, questo sta ad indicare l&#8217;ebbrezza, la passione, l&#8217;istinto</p>
<p>La tragedia greca è nata dall&#8217;unione dei due spiriti; Dionisio, rappresenta il si alla vita, con tutte le conseguenze. E&#8217; il senso di non essere presenti della trasgressione.<br />
Euripide per Nietzsche ha tradito la tragedia perché troppo razionale. Egli ha voluto fare una tragedia per la massa, con il linguaggio della massa. Egli aveva presente due spettatori: Euripide stesso e l&#8217;altro che con la sua razionalità ha condannato a morte la vitalità: Socrate. Anch&#8217;egli è traditore perché ha allontanato il pensiero dell&#8217;uomo dall&#8217;aggancio alla vita per buttarlo tutto nelle braccia della ragione e da questo momento per l&#8217;umanità è finita, comincia il distacco dalla vita.<br />
L&#8217;amicizia con Wagner finisce quando questo, gli manda la sua opera: il Parsifal. Parsifal era un folle, che grazie al cristianesimo si riporta alla realtà. Wagner gli sembra un traditore poiché con il Parsifal aveva tradito il disprezzo comune nei confronti del cristianesimo visto come negazione della vita. I cristiani infatti hanno risentimento verso chi si gode la vita e tra l&#8217;altro hanno pure una morale da schiavi, da gregge.</p>
<h2>La seconda fase</h2>
<p>La seconda fase si apre con &#8220;La gaia scienza&#8221;. L&#8217;impianto è identico a quello di &#8220;Così parlo Zaratustra&#8221;. E&#8217; ambientato nella piazza del mercato: un uomo arriva e dice che Dio è morto e che l&#8217;avevamo ucciso noi.<br />
Zaratustra invece, giunto al tramonto, scende nella piazza, nella massa. La morte di Dio rappresenta la fine dei valori tradizionali, delle certezze. L&#8217;abbiamo ucciso noi, perché è finito quel periodo. E&#8217; anche la fine dell&#8217;etica.<br />
I nostri valori, se prima erano della rinuncia, adesso devono essere vitalità. Ciascuno di noi deve dire di si alla vita, deve seguire il vitalismo. Se Dio è morto siamo di fronte al nichilismo, al nulla; dobbiamo inventarci nuovi valori. Nel momento della morte di Dio si è vista la coscienza infelice di Hegel. In questo momento di lacerazione, Nietzsche, cancella quello che c&#8217;è stato prima, ma salva la storia:</p>
<p>*      archeologia &#8211; l&#8217;uomo trova qualcosa da venerare;<br />
*      monumentale &#8211; dimostra la grandezza dell&#8217;uomo;<br />
*      critica &#8211; perché l&#8217;uomo soffre e ha bisogno di liberazione.</p>
<p>Rompe quindi con la storia tradizionale. La liberazione dell&#8217;uomo è dunque uno degli obiettivi di Nietzsche.<br />
Spesso sembra che Nietzsche abbia scritto per allucinazioni. La sua filosofia è la &#8220;Trasmutazione&#8221; dei valori.<br />
Il verbo volontarismo, unisce Schopenhauer (volontà), Kierkegaard (possibilità) e Nietzsche (amor fati e nichelismo passivo e attivo).</p>
<h2>La terza fase</h2>
<p>E&#8217; la fase in cui è più evidente il conflitto tra morale da schiavi e aristocratica. Quella aristocratica corrisponde al vitalismo (dire si alla vita), quella da schiavi e quella cristiana (di costante rinuncia).<br />
Questo si vede nell&#8217;opera &#8220;Così parlò Zaratustra&#8221;. &#8220;Vi scongiuro fratelli, non mettete la testa nella sabbia, innalzatela! Non siate come cammelli (che sopportano), ma leoni, leoni che ridono (aristocratici e superiori rispetto alle piccolezze della vita). L&#8217;uomo è una corda tesa sull&#8217;abisso tra la scimmia e il superuomo, ossia tra materialità, piccolezza e l&#8217;oltre-uomo, ossia la tensione all&#8217;infinito, che può diventare quello che guida&#8221;. Si diventa così esprimendo ciascuno di noi la volontà di potenza, ossia ciascuno di noi cerca di fare di se stesso il massimo, fare coincidere volontà e potenza.<br />
L&#8217;unico imperativo è io voglio non più (tu devi) ma in particolare &#8220;Divieni ciò che sei esprimi al massimo la tua natura&#8221;<br />
La nostra caratteristica è l&#8217;amor fati: significa essere inseriti nella legge dell&#8217;eterno ritorno, l&#8217;unica legge cosmologica: &#8220;Tutto ciò che è avvenuto avverrà, tutto ritorna&#8221;.<br />
Quando Zaratustra, col nano sulle spalle che indica la pesantezza della quotidianità, si ferma sulla porta con su scritto &#8220;attimo&#8221;, con l&#8217;eternità dietro e davanti, nota l&#8217;aquila che vola e il serpente che striscia piedi, entrambi in senso circolare, che rappresentano la metafora dell&#8217;eterno ritorno.<br />
In Nietzsche non c&#8217;è nulla di storico. E&#8217; un eroe per la realizzazione della vita.<br />
&#8220;Le virtù non sono quelle che vi hanno insegnato (sopportazione, tolleranza). La vera virtù è il contrasto, l&#8217;affrontar&#8221;. Ognuno di noi deve esaltare se stesso &#8220;guardatevi da coloro che vogliono insegnarvi la virtù, il rispetto sociale e delle leggi.<br />
Lo Stato è la più grande menzogna. Alla fine quindi non si salva proprio niente. Ciascuno deve realizzare la propria volontà di potenza, deve tendere ad essere il super-uomo.<br />
Zaratustra scese in piazza perché era giunto al tramonto, era pieno, e doveva dare agli altri. Nietzsche rappresenta la fine dell&#8217;etica tradizionale dei valori.</p>
<h2>Approfondimento: Ricchard Wagner</h2>
<p>La sua produzione si colloca nella prima metà dell&#8217;800. Egli compose solo musica per il teatro. L&#8217;opera d&#8217;arte doveva essere poesia, musica e teatro come nelle tragedie greche. Lamentava l&#8217;invasione dell&#8217;opera italiana. L&#8217;opera italiana era caratterizzata da una struttura a pezzi chiusi, si dà spazio alla melodia e al virtuosismo vocale, ma non si dà spazio alla poesia. Gli argomenti sono variazioni sul tema dell&#8217;amore contrastato.<br />
Wagner oppone a questo, un melodramma basato sulla melodia infinita, in modo da rendere impossibile qualsiasi singola estrapolazione.<br />
Per realizzare questa melodia infinita, egli usa il cromatismo, ovvero il cambiamento continuo di tonalità.<br />
Si ha una concezione della musica che tende all&#8217;infinito, senza un accordo risolutivo.<br />
La musica per Schopenhauer è il culmine delle arti. Essa si può considerare come l&#8217;oggettivazione della realtà: ascoltando i suoni si è trascinati in un&#8217;avventura di cui si conosce l&#8217;inizio ma non la fine.</p>
<p><strong>Tristano e Isotta</strong><br />
Isotta, regina d&#8217;Irlanda, è catturata da Tristano per condurla dal re di Cornovaglia. Per errore di filtro, Isotta si innamora di Tristano e, nonostante fosse sposa del re Marche, continua la relazione con lui. Tristano viene ucciso dal re che, venuto a sapere del filtro, concede il perdono ad Isotta e muore di una morte mistica.</p>
<p><strong>Rapporto Wagner &#8211; Nietzsche</strong><br />
Nietzsche rimase folgorato dall&#8217;idea di Wagner. Nella cerchia di Wagner erano contenti della presenza di Nietzsche.<br />
La concezione della musica come unione di poesia, musica e teatro, si sposava con la concezione di Nietzsche.<br />
La musica di Wagner è fortemente descrittiva.</p>
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		<title>Kant: il criticismo</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Dec 2008 02:26:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Kant è un filosofo illuminista, nasce a Königsberg; la madre riveste per lui un ruolo molto importante che, a quanto sostiene, gli insegna il primo germe di bene. È il quarto di 11 figli, ma con i fratelli non ha un gran rapporto. Viene mandato al collegium Friedericianum, dove si dimostra subito critico nei confronti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Kant è un filosofo illuminista, nasce a Königsberg; la madre riveste per lui un ruolo molto importante che, a quanto sostiene, gli insegna il primo germe di bene. È il quarto di 11 figli, ma con i fratelli non ha un gran rapporto. Viene mandato al collegium Friedericianum, dove si dimostra subito critico nei confronti della religione, per quanto riguarda le forme esteriori ed esagerate del culto: ha un concetto intimistico della fede, le preghiere forzate sono, per lui, inutili. Diventa bibliotecario, poi docente di logica e metafisica all&#8217;università; i suoi interessi sono prevalentemente scientifici: pubblica molte opere sulla Terra, sul moto, sulla quiete e sulla teoria dei venti (scritti pre &#8211; critici). La sua prima opera importante, scritta nel 1781 è la &#8220;Critica della Ragion Pura&#8221;, dove fa il punto sulla conoscenza (2° edizione). Il 1788 è l&#8217;anno della pubblicazione della &#8220;Critica della Ragion Pratica&#8221;. Nel Critica della Ragion Pratica si chiede cosa si può conoscere, è uno scritto teoretico, nella Critica della Ragion Pratica si occupa di come si debba agire nella pratica. Nel 1790 scrive &#8220;Critica del giudizio&#8221;. 1793 &#8211; 1797: sono gli anni della censura prussiana e del terrore francese: perciò riceve un severo ammonimento soprattutto per le sue opere a tema religioso, dalle quali traspariva troppo l&#8217;ideale illuministico; scrive inoltre il libro &#8220;Per la pace perpetua&#8221;, intesa come pace fra gli stati e le nazioni. Muore malato nel 1804, di lui si parla come di una persona calma, mite, riflessiva.<br />
L&#8217;indirizzo filosofico di Kant si chiama criticismo, dal verbo Krino: Analizzare, scomporre un problema in parti elementari per studiarle meglio (Cartesio) e Giudicare, e cioè emanare sentenze.<br />
Il suo principio sta nel criticare e verificare la legittimità delle pretese avanzate dalla ragione umana nel campo delle conoscenza: critica della ragione con la ragione stessa; bisogna studiare la ragione per vedere qual è il suo limite. Il criticismo indica la dottrina di Kant nei capisaldi che possono essere così ricapitolati:</p>
<p>   1.      Impostazione critica del problema filosofico, e pertanto, la condanna della metafisica come sfera di problemi che sono al di là della ragione umana.<br />
   2.      Determinazione del compito della filosofia come riflessione sulla scienza, e in generale, sulle attività umane, allo scopo di determinare le condizioni che ne garantiscono la validità.</p>
<p>Criticismo: analisi della ragione umana, e fondazione della legittimità delle pretese che essa avanza nell&#8217;ambito variegato dell&#8217;esperienza umana. La domanda che segue questi ragionamenti è questa: cosa dobbiamo fare per dire che la conoscenza è scienza?<br />
È necessario che un concetto sia universalmente approvato; il nome è convenzionale, il concetto no. La ragione è una struttura a priori nata per unificare l&#8217;esperienza. Il criticismo è detto anche filosofia del limite, ermeneutica della finitudine o teoria dell&#8217;interpretazione.<br />
Lo scopo della filosofia di Kant è andare a individuare il limite all&#8217;interno del quale la conoscenza è valida. Mediatore tra empirismo e razionalismo, Kant vuol dare alla sua filosofia una visione finita dell&#8217;esistenza, delimitata all&#8217;interno di un ambito preciso, perciò nega la potenza e l&#8217;onniscienza umana e studia il problema della conoscenza come è stato affrontato in passato.<br />
Razionalismo (Cartesio): Per Cartesio si poteva giungere alla conoscenza del mondo sensibile, attraverso l&#8217;idea di Dio per mezzo del cogito, dell&#8217;autocoscienza. Secondo lui la ragione umana aveva il potere di conoscere tutto, nel campo della realtà sensibile e nel campo metafisico. Conoscenza = rappresentazione. Come si fa ad avere la certezza di qualcosa? Cogito, ergo sum, autocoscienza, sentire di sentire = avere delle idee. Punto debole: il pensiero corrspode all&#8217;essere?<br />
Empirismo: (Hobbes, Locke e Hume) Conoscenza, = avere sensazioni, percezioni, ma le idee che posso avere non sono certe. La certezza c&#8217;è solo nel momento attuale della percezione. Punto debole: scetticismo<br />
Sintesi Kantiana: Kant opera una vera e propria rivoluzione copernicana: come Copernico aveva invertito il rapporto tra Terra e Sole, così Kant inverte il rapporto tra oggetto e soggetto della conoscenza. Anziché pensare che le nostre strutture mentali umane si adattino alla natura, bisogna pensare che la natura si modella sulle strutture umane. La conoscenza parte dall&#8217;oggetto, ma al centro del sistema conoscitivo c&#8217;è un soggetto che organizza i dati dell&#8217;esperienza sensibile attraverso strutture a priori dunque tutto inizia dall&#8217;esperienza (empirismo), ma non tutto deriva dall&#8217;esperienza (razionalismo) la ragione è modellata con strutture a priori universali e necessarie. La conoscenza ha l&#8217;aspetto passivo (sensibilità, esperienza) e quello attivo: Unificazione degli elementi sensibili (razionalità).<br />
La conoscenza è fenomenica  (posso conoscere solo quello che mi appare), non noumenica.<br />
Le nostre conoscenze senza la sensibilità sarebbero vuote: la sensibilità ci dà gli oggetti immediatamente con la conoscenza intuitiva (immediata): l&#8217;intelletto unifica i dati dell&#8217;esperienza in concetti: è già una facoltà mediata, è una forma di conoscenza discorsiva. Però questo meccanismo funziona solo se limito le mansioni dell&#8217;intelletto ad unificare l&#8217;esperienza; se pretende di arrivare alla conoscenza di Dio (di cui non si può avere esperienza), non va più bene. La ragione è la facoltà umana che tende a proseguire il processo di unificazione della realtà, ma commette l&#8217;errore di uscire dall&#8217;esperienza. La ragione unifica i concetti in teorie, il prodotto della ragione nelle idee.</p>
<p>Le forme a priori sono spazio e tempo: ognuno di noi ha l&#8217;inevitabile attitudine a collocare ciò che conosce in ambito spazio &#8211; temporale spazio e tempo universali e necessari.</p>
<p>La teoria di Kant è la riproposizione della fisica astronomica di Newton (scardinata dalle teoria della relatività di Einstein). C&#8217;è continuità tra Kant e Newton anche se ci sono comunque importanti differenze: Newton ritiene che l&#8217;ordine del mondo sia causato da una forza divina intelligente che ha deciso di creare il mondo, quindi la sua è una concezione teleologica  o finalistica. La concezione di Kant invece è più meccanicistica o deterministica, dato che, secondo lui, a partire da un caos iniziale, grazie alle forze di attrazione e repulsione si genera il mondo che funziona secondo un principio di causa &#8211; effetto. Newton è pessimista: il cosmo tenderà ad autodistruggersi, mentre Kant è molto più ottimista, perché secondo lui la ragione umana tende all&#8217;ordine: non è detto che sia reale, ma è un&#8217;impostazione mentale. Kant si basa sulla geometria euclidea tridimensionale, ma quando questa viene superata le sue affermazioni non hanno più senso: per renderle nuovamente valide, però, basta eliminare l&#8217;assolutezza delle tre dimensioni.<br />
Kant vuole far capire come avviene la conoscenza e le condizioni secondo cui la conoscenza è valida. La condizione delle condizioni è che la conoscenza dipende dall&#8217;esperienza (critica alla metafisica che è puro pensiero). Kant si mette ad esaminare le singole sfere conoscitive per mettere in rilievo, se c&#8217;è ne sono, gli elementi a priori. Le sfere conoscitive, ossia gli aspetti diversi nei quali si presenta il nostro potere conoscitivo, sono di tre tipi: sensibilità, intelligenza e ragione, che Kant rispettivamente denomina estetica, analitica, dialettica.</p>
<h2>L&#8217;estetica trascendentale</h2>
<p>Il suo scopo è di studiare le forme a priori della sensibilità: alla base della sensibilità ci sono strutture uguali per tutti all&#8217;interno delle quali collochiamo l&#8217;oggetto percepito, che sono spazio e tempo. Lo spazio è la forma del senso esterno, il tempo è la forma del senso interno, in cui collochiamo il flusso delle nostre esperienze interne. Lo spazio e il tempo sono le strutture grazie alle quali sono possibili la matematica e la fisica. La matematica lavora sulla pura forma dello spazio, estrae dalla realtà; a questo si collega la questione dei giudizi: conoscere vuol dire anche giudicare.<br />
I giudizi possono essere:<br />
Analitici: il predicato è già contenuto nel soggetto<br />
Sintetici: c&#8217;è stata una sintesi: il predicato non è contenuto nel soggetto<br />
Si possono conciliare giudizi analitici e sintetici in giudizi che si chiamano sintetici a priori universali e necessari che ampliano la conoscenza: 7 + 5 = 12 è uguale per tutti (analitico), ma ci si può arrivare in altri modi: il 12 non è insito né nel 7 né nel 5, è nuovo (sintetico). La scienza è fatta da giudizi sintetici a priori.<br />
Spazio e tempo hanno due caratteristiche che sono ideali e reali : l&#8217;idealità trascendentale. Ideali perché sono funzioni logiche della mente, reali perché sono universali e necessari dato che valgono per tutti.</p>
<h2>L&#8217;analitica trascendentale</h2>
<p>È quella dottrina che studia le forme a priori dell&#8217;intelletto: studia il modo in cui l&#8217;intelletto unifica le sensazioni arrivate dall&#8217;esperienza, il cui prodotto è un concetto. C&#8217;è bisogno di strutture categoriche per classificare le singole sensazioni: le categorie derivano da Aristotele, per il quale sono i sommi generi dell&#8217;essere: ciò che si può predicare dell&#8217;essere. Le categorie per Kant sono divise in quattro tipi: quantità (unità pluralità, totalità), relazione (causa effetto, accidente), qualità (forma, colore, odore) e modalità (inerenza e sussistenza). Queste categorie devono essere universali e necessarie e derivano tutte dall&#8217;autocoscienza dell&#8217;individuo che Kant chiama l&#8217;io penso: il sentire di sentire o sintesi originaria dell&#8217;appercezione . Per Cartesio il cogito implicava la res cogitans, la sostanza; per Kant resta una funzione logica, un&#8217;ipotesi perché tutti coloro che hanno l&#8217;io penso, possiedono le categorie e le possiedono allo stesso modo: &#8220;deduzione trascendentale&#8221;: dimostrazione della validità delle categorie.</p>
<h2>Dialettica trascendentale</h2>
<p>La dialettica è logica dell&#8217;apparenza, un modo di ragionare vizioso che produce parvenza e non conoscenza. La dialettica studia il modo in cui la ragione unifica i concetti dell&#8217;intelletto: mentre l&#8217;intelletto procede con i giudizi e con le sentenze, la ragione procede con i sillogismi. Il problema della dialettica e della ragione è il fatto che non ha direttamente a che fare con l&#8217;esperienza: arriva a delle conclusioni che escono dall&#8217;ambito fenomenico. La ragione nel suo processo di unificazione dei concetti approda a tre totalità incondizionate (tre assoluti): l&#8217;idea di Anima, l&#8217;idea di Mondo, l&#8217;idea di Dio. La ricerca dell&#8217;incondizionato da parte della ragione è la prosecuzione inevitabile del nostro processo conoscitivo verso un&#8217;unità ultima che continuamente sfugge alla nostra conoscenza. L&#8217;unità suprema cui la ragione aspira può solo essere pensata ma non può essere conosciuta.<br />
Studio dell&#8217;anima: psicologia razionale; Studio del mondo: cosmologia razionale Studio di Dio: teologia razionale. La ragione, nella sua ricerca dell&#8217;incondizionato, cade in contraddizione di aporie , di antinomie. Si rientra nella metafisica che esula dell&#8217;ambito dell&#8217;esperienza.</p>
<h2>Psicologia razionale</h2>
<p>Il concetto di anima, con il progredire della scienza è diventato sinonimo di mente: la psicologia razionale pretende di giungere ad una conoscenza effettiva dell&#8217;Io, senza ricorrere all&#8217;esperienza, così, con il puro pensiero o ragionamento, attribuisce all&#8217;anima caratteristiche quali la sostanzialità, la semplicità, l&#8217;immutabilità, l&#8217;immortalità.<br />
Alla base di queste pretese c&#8217;è per Kant un errore logico che chiama paralogismo. Ovvero un sillogismo errato nella sua struttura, nella sua impostazione, perché il sillogismo è basato su due premesse: una premessa maggiore (a) e una premessa minore (b); dalla sintesi delle due deve derivare una conclusione. Il sillogismo funziona se le premesse sono vere, se i due termini a e b sono uniti da un termine intermedio c che è comune ad entrambi, se il termine intermedio non è univoco, non ha sempre lo stesso significato, ma è equivoco, o si presta a più interpretazioni, quindi a e b non sono più uniti, ma il sillogismo si scinde in due e più sillogismi, uno per ogni significato del termine, quindi il sillogismo non dimostra più nulla.<br />
Esempio di sillogismo:</p>
<p>    *      Tutti gli uomini sono animali razionali<br />
    *      Socrate è un uomo<br />
    *      Uomo<br />
      Conclusione: Socrate è un animale razionale</p>
<p>Esempio di paralogismo:</p>
<p>    *      Socrate è Ateniese<br />
    *      Socrate è brutto<br />
    *      Ateniese<br />
      Conclusione errata: tutti gli Ateniesi sono brutti</p>
<p>Per l&#8217;anima si viene a creare un paralogismo:</p>
<p>    *      Ciò che può essere pensato solo come soggetto  esiste come tutto ed è sostanza tangibile<br />
    *      Un essere pensante può essere pensato solo come soggetto<br />
      Conclusione errata: l&#8217;essere pensante esiste come sostanza, cioè come anima<br />
      errore: si attribuisce sostanzialità dunque esistenza reale a ciò che è solo formale.</p>
<h2>Cosmologia razionale</h2>
<p>Si occupa dell&#8217;idea di mondo, ovvero la totalità dei fenomeni esterni: la sua tesi è questa: se è dato un fenomeno condizionato (qualunque cosa che esista nella realtà di cui noi possiamo fare esperienza), è data anche la serie delle sue condizioni come un oggetto conoscibile. Si scambia per fenomeno ciò che non può essere un oggetto di esperienza, ovvero il mondo esterno inteso come insieme di tutti i fenomeni.<br />
La totalità dell&#8217;esperienza, non è mai un&#8217;esperienza, si conosce la verità solo sotto aspetti particolari, possiamo solo pensare ad un&#8217;idea che comprende in sé teoricamente tutti i fenomeni possibili, ma assolutamente non possiamo conoscerla. La cosmologia, dunque, cade nelle antinomie della ragione, ovvero conflitti della ragione con se stessa, contraddizioni insolubili, perché in esse, sia le tesi, sia le antitesi, sono sorrette da ragionamenti rigorosi, ma non si basano sull&#8217;esperienza. Tesi e antitesi potrebbero essere entrambe vere o entrambe false, ma non è possibile propendere per le une o per le altre perché manca il controllo empirico.</p>
<p>Tesi: Il mondo ha un inizio nel tempo e un limite spaziale<br />
Antitesi: Il mondo è eterno e infinito</p>
<p>Tesi: Nel mondo ogni sostanza consta di parti semplici e indivisibili<br />
Antitesi: Il mondo è composto da elementi divisibili all&#8217;infinito</p>
<p>Tesi: Oltre alla causalità naturale, nel mondo esiste una causalità libera (possibilità di scegliere l&#8217;azione da compiere, il comportamento da tenere)<br />
Antitesi: Esiste solo un principio di Causa &#8211; effetto</p>
<p>Tesi: esiste un essere assolutamente necessario<br />
Antitesi: Ogni realtà è solo contingente</p>
<p>Kant dice che le prime antinomie sono false sia nella tesi sia nell&#8217;antitesi, perché non si più avere davanti l&#8217;oggetto mondo e individuarne le caratteristiche. Le altre due poterebbero essere vere, però il problema è che le tesi fanno riferimento al campo noumenico, mentre le antitesi si riferiscono al mondo fenomenico. Il conflitto deriva dall&#8217;applicare la categoria di totalità ai fenomeni che invece si danno solo individualmente. La soluzione è dire che il mondo nella sua totalità non è oggetto conoscibile.</p>
<h2>Teologia razionale</h2>
<p>Si occupa dell&#8217;idea di Dio: è un assoluto, una verità incondizionata a cui la ragione tende e non può non tendere: è un&#8217;idea della ragione. L&#8217;obiettivo è confutare l&#8217;idea che le prove dell&#8217;esistenza di Dio abbiano una validità scientifica. Dio è l&#8217;essere supremo, originario, l&#8217;essere degli esseri, e Kant esamina le prove che nella tradizione filosofica sono state date, non valide scientificamente.</p>
<p>Kant dice: non si può non pensare a Dio, però di Dio non si può dimostrare né l&#8217;esistenza, né la non esistenza, ma allora queste idee della ragione, cosa servono? Per loro ci sono due usi:<br />
1) Uso costitutivo: usare le idee per conoscere: prendo un&#8217;idea e la applico agli oggetti (uso illegittimo)<br />
2) Uso regolativo: utilizzare le idee per regolare il nostro rapporto con la realtà, per dare sistematicità alle nostre conoscenze, e per guidare il nostro comportamento, allora io so che queste idee sono puramente pensate, ma faccio come se esistessero per poter regolare il mio rapporto con la realtà. Possiamo rifletter sull&#8217;esistenza ponendo a fondamento di essa e dandole un senso. Se questo serve a consolarmi, va bene, ma non devo crederci.<br />
Quando parliamo di natura utilizziamo il nesso causale, e per comodità di ragionamento possiamo ipotizzare l&#8217;esistenza di una causa prima. Le idee trascendentali ci ricordano costantemente la nostra limitatezza, la debolezza del nostro sapere, che si arresta inevitabilmente in un punto, ma contemporaneamente queste idee ci spingono ad andare oltre. Kant si accorge che non si vive di solo fenomeno, ma c&#8217;è bisogno di noumeno. Quello che non vale da un punto di vista scientifico, può avere un senso nell&#8217;ambito pratico. In quest&#8217;ambito pratico si può inserire l&#8217;idea di Anima, di Mondo e di Dio.</p>
<h2>CRITICA DELLA RAGION PRATICA</h2>
<p>Non ci si trova più nell&#8217;ambito teoretico, ma in quello pratico. La ragione, oltre ad avere un uso puro, dunque a valere in campo conoscitivo, possiede per Kant un uso pratico, cioè funge da motivo determinante della volontà: guida la volontà ed incita ad agire in un certo modo verso un fine positivo. Ma questo non significa, per l&#8217;uomo soddisfare tutti i suoi bisogni naturali: l&#8217;uomo possiede un fine più elevato che il semplice raggiungimento di una felicità naturale. Il fine della ragion pratica è il bene: è il produrre una volontà buona in sé. La Ragione deve dettare all&#8217;uomo le regole di comportamento. Per capire la morale kantiana, dobbiamo capire il concetto di dovere: se la ragion Pura era legata al mondo dell&#8217;essere , la critica della ragion pratica è legata a quella categoria filosofica che si chiama dover essere . Le azioni del Dover essere si dividono in:<br />
Legali: Azioni conformi al dovere per un motivazione estrinseca: rispettare la legge o per paura della pena o per desiderio di un premio<br />
Morali: Azioni conformi al dovere per una motivazione intrinseca, ovvero per il dovere stesso e per nessun altra ragione.<br />
Le caratteristiche della legge morale sono cinque:</p>
<p>   1.      Razionalità: deve essere chiaramente comprensibile alla ragione umana<br />
   2.      Universalità: la legge morale deve valere non solo per il soggetto che se la pone, ma per tutti gli esseri razionali- Si è universali quando la massima della nostra azione può essere estesa a tutti senza alcun danno. es. la massima delle mie azioni è vivere arricchendosi: è razionale ma non universale, perché chi si vuole arricchire a tutti i costi lo farà a discapito di qualcun altro.<br />
   3.      Formalità: la legge morale deve prescindere da ogni contenuto empirico, e basarsi esclusivamente sulla pura forma della razionalità<br />
   4.      Imperatività: è un comando dovuto al fatto che l&#8217;Uomo non è spontaneamente morale, ma ha bisogno di un certo controllo: la moralità sta a metà tra la bestialità  e la santità . L&#8217;uomo è tentato di comportarsi come gli animali, ma tende verso la santità. Ma nella moralità si realizza l&#8217;autonomia: dare leggi a se stessi. Non essere determinati da altri che da sé. Quanti tipi di imperativi esistono?<br />
          *            Imperativi ipotetici: regole dell&#8217;abilità, consigli della prudenza, regole di comportamento sociale che si sintetizzano nella formula: se vuoi x fai y. Questi imperativi ipotetici indicano solo quali mezzi adoperare per raggiungere un certo fine, ma non dicono se il fine sia bene o male.<br />
          *            Imperativi categorici: devo fare x perché devo, prima ancora di sapere se ho i mezzi per raggiungere x debbo attivare la mia volontà per raggiungere questo fine.</p>
<p>            Formulazione degli imperativi categorici<br />
                o                  Agisci: come se la massima della tua azione dovesse essere elevata a legge universale di Natura. Qui si sottolinea il fatto che la legge deve valere per tutti incondizionatamente e che tutti devono mettere da parte i propri vantaggi e svantaggi personali.<br />
                o                  Agisci in modo che la tua volontà valga per tutti come universalmente legislatrice.<br />
                o                  Agisci in modo da trattare l&#8217;umanità nella propria e nell&#8217;altrui persona sempre come fine e mai semplicemente come mezzo. Questo presuppone il rispetto altrui: solo in questo modo si può realizzare il &#8220;regno dei fini&#8221;, l&#8217;obiettivo degli obiettivi dell&#8217;uomo, che è realizzare una comunità di esseri liberi e razionali, quindi autodeterminantisi, in cui ciascuno sia al tempo stesso legislatore e suddito. Non è una comunità corretta, non è uno stato. Il regno dei fini è un ideale utopico.<br />
                o                  Intenzionalità della legge morale. Significa che l&#8217;etica di Kant guarda all&#8217;intenzione con cui è stata compiuta l&#8217;azione, piuttosto che il risultato. Dunque il valore di un&#8217;azione sta nel movente della volontà: posso fallire, ma se ho agito per il bene, l&#8217;azione ha una morale. Quindi l&#8217;uomo ha dentro di sé una componente empirica e naturale, è sottoposto alle leggi di causa &#8211; effetto e quindi non è libero, anche se ha un aspetto legato alla libertà: anche l&#8217;uomo è fenomeno, ma può valere anche come noumeno perché si dà delle leggi morali: l&#8217;uomo deve fondere dentro di sé l&#8217;aspetto fenomenico e noumenico.<br />
                  Pensiero di Kant: «Il cielo stellato sopra di me mi fa ricordare la fragilità della mia natura, ma mi fa sentire anche parte del tutto, mentre la legge morale che è in me mi fa ricordare che sono libero».</p>
<p>Il rispetto della legge morale produce nell&#8217;uomo un duplice sentimento, ovvero uno stato di piacere e dispiacere contemporaneamente. Il dispiacere consiste nel fatto che l&#8217;uomo si rende conto della propria fragilità, della sua necessità fenomenica, cioè di esse un semplice meccanismo tra i meccanismi, essere la parte di un tutto, in questo senso l&#8217;uomo perde il suo amor proprio, viene mortificato il suo lato sensibile, perché non può abbandonarsi agli istinti. Il piacere, invece, consiste nel fatto che l&#8217;uomo è libero e può scegliere di elevarsi dalla bruta animalità e quindi agire disinteressatamente per il bene comune. In questa legge morale, affinché sia realizzabile, occorre ammettere tre postulati detti: postulati della ragion pratica, sono condizioni che si ammettono come vere in modo ipotetico:</p>
<p>   1.      Libertà autonomia autodeterminazione<br />
   2.      Immortalità dell&#8217;anima<br />
   3.      Esistenza di Dio</p>
<p>Non è obbligatorio crederci. Le ultime due condizioni, Kant le aveva espulse nella &#8220;Critica della ragion pura&#8221;, ma le riprende in ambito pratico. Kant intende la libertà come autonomia: capacità di dare leggi naturali a se stessi, di autodeterminarsi, quindi di decidere razionalmente il proprio destino. La libertà è necessaria, perché, se io devo, in qualche modo è perché posso, non sono il balia di qualche essere trascendentale che mi guida. La bontà dell&#8217;azione sta nel fatto che posso scegliere anche quella opposta. La libertà è la ratio essendi  della ragione morale, cioè, agendo normalmente, l&#8217;uomo diventa libero, ma è anche vero che l&#8217;uomo agisce normalmente perché è libero; quindi è un rapporto biunivoco, di simbiosi. Kant dice anche che la legge morale è la ratio cognoscendi della libertà. L&#8217;immortalità dell&#8217;anima e l&#8217;esistenza di Dio servono per realizzare il fine che Kant chiama SOMMO BENE, perché questo contiene due elementi al suo interno che sono la virtù e la felicità. La virtù è intesa come merito di essere felici; noi siamo buoni e meritiamo la felicità, ma non è detto che lo sia veramente: non è completo perché ha bisogno anche della felicità. Questa è la soddisfazione dei propri bisogni, sempre in connessione con la legge morale.<br />
Per realizzare la virtù c&#8217;è bisogno dell&#8217;immortalità dell&#8217;anima, e per la felicità dell&#8217;esistenza di Dio. La connessione tra virtù e immortalità è data dal fatto che, dovendo l&#8217;uomo diventare sempre migliore per tendere alla felicità, ha bisogno di pensarsi come essere infinitamente perfettibile; cioè che in un tempo e spazio non definiti si continui il processo di perfezionamento. Se così non fosse non servirebbe a niente agire bene perché non ne si avrebbe la motivazione. Questa è un&#8217;ipotesi che dà la forza di agire bene; l&#8217;altruismo può essere visto come una forma di egoismo mascherato, perché lo si fa anche per un bene personale. L&#8217;uomo è caratterizzato da un&#8217;insocievole socievolezza, in quanto, quando ha soddisfato il bene comune, si occupa del proprio. L&#8217;esistenza di Dio mi serve perché un Dio è garante della giusta distribuzione della felicità, quindi la moralità è una condizione necessaria ma non sufficiente (perché ha bisogno della religione). La morale conduce alla religione.<br />
Il concetto di moralità diviene molto importante dal punto di vista politico: Per Kant è importante mettersi sia dal punto di vista dei legislatori che dei sudditi. Kant condivide il presupposto jus naturalistico per cui lo Stato è il frutto di un accordo stipulato tra i suoi membri. Lo stato di natura è immorale, perché gli uomini perseguono i propri bisogni personali, quindi avviene la creazione del patto. Per uscire dallo stato di natura occorre il diritto: limitazione della libertà individuale alla condizione che questa si accordi con la libertà degli altri: la legge morale e quella giuridica devono funzionare allo stesso modo, quindi Kant ipotizza una costituzione repubblicana di Stato basato sulla divisione dei poteri e sui tre principi fondamentali della ragione: libertà, uguaglianza davanti alla legge, indipendenza dell&#8217;individuo, che nello Stato diventa partecipazione al potere politico mediante meccanismi di rappresentanza.<br />
Kant non è un democratico giacobino, anche se è d&#8217;accordo con gli ideali della rivoluzione, ma non ama nemmeno il dispotismo illuminato tipico del 700 (Maria Teresa d&#8217;Austria), poiché tutto dipende dalla bontà o meno del sovrano, ma può anche capitare un sovrano non buono. Se il sovrano non rispetta il diritto dell&#8217;individuo, il popolo può fare resistenza con la penna, ovvero, con l&#8217;opinione pubblica che faccia sentire il suo dissenso. Dov&#8217;è la moralità dello Stato? Il politico deve essere anche morale, ovvero la legge va fatta tenendo conto dell&#8217;interesse universale, e il politico deve rinunciare a interessi egoistici. Egli deve agire mirando alla pace, intesa come dovere universale. Kant nell&#8217;opera per la pace perpetua, parla della pace tra gli stati: se il politico non agisce mirando alla pace, l&#8217;unica pace ottenibile sarà quella eterna. </p>
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		<title>Socrate</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Dec 2008 02:16:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Vita e opere Socrate nacque ad Atene prima del 469 a.C.,dallo scultore Sofronisco e dalla levatrice Fenarete. Ebbe per moglie Santippe, tipo proverbiale di donna isbetica, che si dice abia sposato per provare continuamente la propria pazienza. Compì il suo dovere di cittadino, combattendo valorosamente nella guerra del Peloponneso, a Potidea, a Delo, ad Anfipoli. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Vita e opere</h2>
<p>Socrate nacque ad Atene prima del 469 a.C.,dallo scultore Sofronisco e dalla levatrice Fenarete.<br />
Ebbe per moglie Santippe, tipo proverbiale di donna isbetica, che si dice abia sposato per provare continuamente la propria pazienza.<br />
Compì il suo dovere di cittadino, combattendo valorosamente nella guerra del Peloponneso, a Potidea, a Delo, ad Anfipoli.<br />
Nella sua missione si diceva assistito da un demone (forse la testimonianza della coscienza, che lo avvertiva di quello che doveva evitare.<br />
Già avanzato negli anni, fu accusato di ateismo e di corruzione dei giovani da Meleto, un oscuro poeta, dal mercante Anito e dal retore Licone; ma a tale accusa non dovettero essere estranei motivi politici, per essere stati suoi discepoli Crizia e Carmide aristocratici, detestati dal partito democratico, da poco ritornato in Atene.<br />
Comparso in giudizio parlò non da accusato, ma da maestro; ed invitato a proporre un&#8217;ammenda pecuniaria di trenta mine (che quattro dei suoi discepoli, tra cui Platone, avrebbero pagata per lui), propose invece di essere nutrito a spese pubbliche nel Pritaneo.<br />
Fu condannato con scarsa maggioranza a bere la cicuta, e, rinunciando ad ogni tentativo di fuga, morì imperturbato nel 399 a.C.</p>
<p>Socrate non lasciò alcuno scritto, &#8220;la scrittura ha questo di grave, che se la interroghi, tace maestosamente&#8221;; ma il suo pensiero ci è noto dalle opere di due discepoli, Platone (Dialoghi) e Senofonte (Memorabili di Socrate).</p>
<h2>Pensiero</h2>
<p>Socrate si pone due problemi principali: il problema della scienza e il problema del bene.</p>
<p><strong>Problema della scienza</strong>.<br />
Socrate pur partecipando ancora della tendenza soggettivistica dei sofisti, <strong>reagisce vigorosamente allo scetticismo sofista</strong>, ponendo le condizioni della vera scienza.<br />
Egli afferma infatti che nel mondo della coscienza umana (cfr. il suo motto: &#8220;conosci te stesso&#8221;), sotto la varietà delle opinioni particolar, fondate sulle sensazioni mutevoli (&#8220;doxa&#8221;), esiste una verità necessaria ed universale (&#8220;aletheia&#8221;), in cui tutti devono credere: tale verità è il <strong>concetto</strong> (es. concetto di bene, sanità, giustizia, ect), che si fissa mediamente una definizione.<br />
Socrate perviene al concetto mediante il suo famoso metodo, che prese appunto il nome di &#8220;socratico&#8221;, e che si compone di due momenti successivi:</p>
<ul>
<li><strong>ironia</strong>, che consiste nel fingere di approvare le opinioni dell&#8217;interlocutore, per poi dimostrarne a poco per volta, con abili interrogazioni, l&#8217;ineguatezza e l&#8217;incongruenza.</li>
<li><strong>maieutica</strong> (o arte della levatrice), che consiste nell&#8217;aiutare l&#8217;interlocutore, con opportune interrogazioni, a trovare in se stesso la verità.</li>
</ul>
<p><strong>Problema del bene</strong><br />
1. Socrate si occupò soprattutto del problema morale, tanto che fu definito, a ragione, &#8220;il fondatore della scienza morale&#8221;.<br />
Egli distingue le cose in due categorie:</p>
<ul>
<li><em>le cose divine o metafisiche</em> (&#8220;ta deimonia&#8221;), che sono negate alla coscienza umana: es. Dio, immortalità dell&#8217;anima, ect.</li>
<li><em>le cose umane</em> (&#8220;ta anthropina&#8221;), che è possibile conoscere: es. concetto di bene, sanità giustizia, ect.</li>
</ul>
<p>2. Principio fondamentale dell&#8217;etica socratica è <strong>l&#8217;identificazione della scienza con la virtù (intellettualismo etico)</strong>: non può essere virtuoso se non chi vive secondo scienza o ragione, il vizio è frutto di ignoranza.<br />
Tale intellettualismo, se da un lato è notevole perchè afferma per la prima volta nella storia del pensiero l&#8217;universalità o categoricità dei valori morali, dall&#8217;altro non va esente da gravi difficoltà, come quella di trascurare i fattori volitivi dell&#8217;azione.</p>
<p>3. Altro principio dell&#8217;etica socratica è <strong>l&#8217;identificazione della virtù con la felicità (eudemonismo etico)</strong>.<br />
Ma Socrate lascia indeterminato il concetto di felicità il cui contenuto può essere vario a seconda degli individui che vi aspirano (piacere, utile, ect.)<br />
Egli afferma che la felicità consiste nella virtù, e la virtù nella scienza; ma la scienza è a sua volta conoscenza della virtù e della felicità vera, per cui ci troviamo in un circolo chiuso.<br />
Sarà compito dei discepoli di Socrate, ispirandosi soprattutto alla vita del maestro, dare a questo eudemonismo etico un contenuto più concreto.</p>
<h2>Giudizio su Socrate</h2>
<p>Socrate è di un&#8217;enorme importanza nella storia della filosofia: egli è lo <strong>scopritore del concetto</strong>, fondamento di ogni speculazione filosofica, e bene meritò il titolo di &#8220;padre della scienza&#8221;.<br />
Anche tutta la filosofia greca posteriore (Platone, Aristotele, ect.) seguirà le sue orme, e assumerà d&#8217;ora innanzi un&#8217;impronta idealistica.</p>
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		<title>Platone</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Dec 2008 02:14:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vita Nacque nel demo antico di Collito, nel 427 a.C., da nobile famiglia, che per parte di padre discendeva da Codro, e per parte di madre da Solone. Il suo vero nome fu Aristocle; il soprannome di Platone pare gli fosse dato dal maestro di ginnastica per la larghezza delle spalle (&#8220;platus&#8221;). Primo soggiorno ateniese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Vita</h2>
<p>Nacque nel demo antico di Collito, nel 427 a.C., da nobile famiglia, che per parte di padre discendeva da Codro, e per parte di madre da Solone.<br />
Il suo vero nome fu Aristocle; il soprannome di Platone pare gli fosse dato dal maestro di ginnastica per la larghezza delle spalle (&#8220;platus&#8221;).</p>
<p><strong>Primo soggiorno ateniese (Socrate).</strong><br />
Platone ebbe un&#8217;educazione accuratissima, e, giovane, si segnalò nella poesia; ma a vent&#8217;anni, entrato in relazione con Socrate, bruciò le sue composizioni e si diede tutto alla speculazione filosofica.<br />
Appartenne alla scuola di Socrate per circa otto anni, cioè fino alla morte del maestro (399).</p>
<p><strong>Viaggi (Dionigi il Vecchio)</strong><br />
Dopo la morte del maestro, intraprese lunghi viaggi, a Megara, dove visitò la scuola megarica diretta da Euclide; in Egitto, a Cirene, e specialmente nella Magna Grecia e in Sicilia, ove prese conoscenza con la filosofia pitagorica.<br />
Fu anche alla corte di Dionigi il Vecchio, tiranno di Siracusa, ove volle partecipare all&#8217;attività politica e tentare con l&#8217;amico Dione, cognato del tiranno e capo del partito aristocratico, di indurre Dionigi alla fondazione di uno Stato ideale; ma fu da questi consegnato all&#8217;ambasciatore spartano come prgioniero di guerra, e solo per intercessione di amici potè sfuggire al pericolo di essere venduto come schiavo, e ritornare in Atene.</p>
<p><strong>Secondo soggiorno ateniese (Accademia)</strong><br />
Ad Atene, sulle sponde del Cefiso, fondò una scuola, che dal nome dei giardini di Accademo (eroe attico), dove aveva sede, prese il nome di Accademia (387); e qui raccolse intorno a sè i migliori spiriti del tempo, tra cui lo stesso Aristotele.</p>
<p><strong>Nuovi viaggi (Dionigi il Giovane)</strong><br />
Più tardi, essendo successo a Dionigi il Vecchio nel governo di Siracusa il figlio Dionigi il Giovane, accolse nuovamente l&#8217;invito di Dione, e si recò per ben due volte in Sicilia con la speranza di poter influire politicamente sull&#8217;animo del tiranno; ma corse gravissimo pericolo, e solo per l&#8217;intercessione dell&#8217;amico Archita di Taranto ebbe salva la vita.</p>
<p><strong>Terzo soggiorno ateniese</strong><br />
Tornato ad Atene, dedicò gli ultimi anni all&#8217;insegnamento nell&#8217;Accademia; e morì a ottant&#8217;anni, nel 347, mentre stava correggendo la sua Repubblica</p>
<h2>Opere</h2>
<p>Ci rimangono, sotto il nome di Platone, 34 Dialoghi, l&#8217;Apologia di Socrate e 13 Lettere.</p>
<p>1. Nei Dialoghi appare generalmente come protagonista Socrate; ma in essi l&#8217;espressione è piuttosto artistica che sistematica, perchè nessun rigore è nella distinzione dei problemi e nella ricerca metodica.<br />
Dove poi l&#8217;esposizione astratta non è possibileo inopportuna, Platone ricorre ai cosiddetti miti: specie di conoscenza analogica, che gli serve per varcare i limiti dell&#8217;esperienza sensibile e dare un&#8217;immagine approssimativa di ciò che la trascende (metafisica), come ad es. i miti dell&#8217;immortalità dell&#8217;anima e della vita d&#8217;oltretomba nel Gorgia, nel fedro, nel Fedone, nella Repubblica.</p>
<p>2. I dialoghi platonici furono distribuiti in trilogie dal grammatico alessandrino Aristofane di Bisanzio (200 circa a.C.), e in tetralogie dal neopitagorico Trasillo (epoca di Tiberio), a seconda della materia trattata; ma oggi si preferisce distribuirli con un criterio storico-cronologico, a seconda della differenza di pensiero e di stile.<br />
Tuttavia, nonostante il contributo di valenti studiosi, la questione non è ancora definitivamente risolta.<br />
Riguardo all&#8217;autenticità di alcuni dialoghi non sono da ritenersi autentici: Alcibiade II, Ipparco, Anterasti, Teagete, Clitofonte, Minosse, Epinomide, ect.</p>
<p>Riguardo alla cronologia si possono distribuire in tre gruppi:</p>
<ul>
<li><strong>dialoghi giovanili o socratici</strong>, nei quali Platone non sorpassa ancora il punto di vista socratico (concetto). Es. Critone (sul dovere dell&#8217;obbedienza alle leggi), Lachete (sul coraggio), Carmide (sulla conoscenza di sè), eutifrone (sulla santità), Liside (sull&#8217;amicizia), Ione (sull&#8217;ispirazione poetica), Protagora (sulla virtù), Eutidemo (contro l&#8217;eristica), Ippia Maggiore (sulla bellezza), Ippia Minore (sulla tesi paradossale che chi pecca volontariamente è meno colpevole di chi pecca involontariamente), Cratilo (sul linguaggio), Menesseno (sulle orazioni politiche).</li>
<li><strong>dialoghi sistematici</strong>, in cui appare in piena luce la teoria delle Idee. Es. Simposio (sull&#8217;amore), Fedro (sulla retorica), Fedone (sull&#8217;immortalità dell&#8217;anima), Repubblica (sullo Stato ideale)</li>
<li><strong>dialoghi della vecchiaia</strong>, nei quali Platone sottopone a revisione critica la sua teoria delle idee per renderla più atta a spiegare il mondo della natura e della storia. Es. teeteto (sulla conoscenza), Parmenide (sul rapporto tra l&#8217;uno e i molti), Sofista (sul rapporto tra l&#8217;essere e il non-essere), Politico (sull&#8217;ideale dell&#8217;uomo politico), Filebo (sul piacere), Timeo (sulla natura), Leggi (sulla legislazione dello Stato Ideale).</li>
</ul>
<h2>Pensiero</h2>
<p>Platone si propose nella sua attività imo scopo non solamente filosofic, ma <strong>etico, sociale, pragmatico </strong>(&#8220;filosofia per la vita&#8221;): egli reagendo all&#8217;individualismo materialisticco, in cui era precipitata la vita greca del suo tempo (demagogismo, ect), mirò ad affermare un idealismo spiritualistico, rappresentato dalla sua teoria delle Idee.</p>
<p><strong>Teoria delle idee</strong><br />
1. E&#8217; il fondamento di tutta la filosofia di Platone.<br />
Platone, proseguendo il pensiero socratico, ammetta un <strong>dualismo metafisico</strong>: vi sono realtà materiali, contingenti e mutevoli (cfr. divenire di Eraclito); e realtà immateriali, eterne, immutevoli, o <strong>Idee</strong> (cfr. Essere di Parmenide): le prime sono come una copia delle Idee, e le Idee sono come un modello o archetipo delle cose materiali.<br />
Le Idee non hanno più solo una realtà logica o mentale, come i concetti di Socrate, ma una realtà ontologica, metafisica: esistono cioè realmente, al di fuori della nostra mente, nel mondo iperuranio: così, ad es., al di fuori di questo o quell&#8217;uomo esiste realmente l&#8217;Idea universale di Uomo, al di fuori di tutte le cose buone l&#8217;Idea universale di Bene, e così via.<br />
Queste Idee, inoltre, non sono più distribuite confusamente come i concetti di Socrate, ma sono ordinate gerarchicamente per generi e specie, con a capo l&#8217;<strong>Idea del Bene</strong>: idea suprema (forse lo stesso Dio di Platone), dalla quale tutte le Idee ricevono la luce &#8220;come l&#8217;universo dal sole&#8221; (dialettica delle Idee).<br />
Tale dialettica, o distribuzione gerarchica delle Idee, non è tuttavia ben chiara.<br />
Platone non fa altro che accennare alle due vie della definizione e della divisione: la definizione che, riducendo la molteplicità ad unità, sottopone la specie al genere; la divisione che, al contrario, scindendo l&#8217;unità nella molteplicità ricava a specie dal genere.<br />
Ma se tali rapporti tra le Idee non presentano alcuna difficoltà quando sono pensieri della nostra mente che li unifica e li distingue, diventano assai oscuri quando vengono proiettati fuori dalla nostra mente, cioè quando non v&#8217;è più una mente concreta che li unisce pensandoli insieme.<br />
A tale difficoltà cercheranno di ovviare Aristotele e S. Agostino, ammetendo l&#8217;esistenza delle Idee in una mente oggettiva, e più precisamente nella mente di Dio.</p>
<p>2. Tra il mondo delle Idee e mondo delle cose vi è &#8211; si è detto &#8211; dualismo e separazione, ma anche una certa somiglianza.<br />
Come spiegare questa somiglianza?<br />
In un primo tempo Platone ricorre ai concetti di <strong>mimesi</strong> (le cose imitano le Idee), <strong>metessi</strong> (le cose partecipano in piccola parte all&#8217;essenza delle Idee), <strong>coinonia</strong> (le cose sono in comune con le Idee), ect.<br />
In un secondo tempo, che coincide con la composizione della Repubblica, egli comprende che le Idee, chiuse rigidamente in se stesse ed escludenti ogni principio di moto, non possono spiegare &#8211; come già la dottrina eleatica dell&#8217;essere &#8211; le cose, il divenire, e perciò, opera in esse una riforma radicale, concependole come <strong>causa finale</strong> del divenire medesimo: le cose desiderano divenire simili alle Idee, e perciò si muovono finalisticamente verso di esse.<br />
Nel Timeo si parla perfino di un <strong>Demiurgo</strong> (= Artefice), specie di divinità intermedia tra le Idee e le cose, che, mirando l&#8217;Idea del Bene, plasma ed ordina la materia, ispirando in essa un&#8217;<em>Anima del mondo</em>, cioè un principio di vita e di movimento verso le pure Idee.<br />
Bene, Demiurgo e Anima del mondo formano come una triade, che avrà grandissima importanza nella storia del pensiero: essa informa il neoplatonismo, e da taluni fu anche paragonata alla Trinità cristiana.</p>
<p>3. Negli ultimi anni Platone, sempre al fine di rimuovere le difficoltà nascenti dal suo dualismo esagerato, andò accentuando il suo pitagorismo, interponendo tra le idee e le cose sensibili, come enti intermedi, i numeri eterni, realtà misteriose che accrescono e non tolgono le difficoltà stesse.</p>
<p><strong>Filosofia della natura</strong><br />
1. Platone inaugura con il Timeo un concetto decisamente <strong>finalistico</strong> della natura: essa non è governata da leggi cieche e meccaniche (cfr. Democrito), ma è dotata di una immanente finalità, che si appunta verso il regno delle pure Idee (cfr. Demiurgo e Anima del mondo).</p>
<p>2. Ma nella natura vi è n principio oscuro ed amorfo, causa di imperfezione e di male, la materia.<br />
Essa resiste spesso all&#8217;attività del Demiurgo, in modo che le cose riescono un&#8217;imitazione perfetta delle Idee: ed ecco perchè, ad un unico modello ideale eterno, corrisponde la molteplicità delle cose.<br />
Platone chiama la materia <em>Non-essere, Indeterminato, necessità, Caos, Potenza, Selva</em>.</p>
<p><strong>Teoria della conoscenza</strong><br />
Platone ammette anche un <strong>dualismo gnoseologico</strong>: vi sono le <strong>rappresentazioni</strong> che conoscono ciò che diviene, le cose, e ci danno la conoscenza sensibile o opinione (&#8220;doxa&#8221;); e i <strong>concetti o idee</strong>, che conoscono ciò che è l&#8217;essenza delle cose, e ci danno la conoscenza razionale o verità (&#8220;aletheia&#8221;): ma le idee hanno caratteri tali di universalità, per cui non possono derivare dalle sensazioni particolari e contingenti, e quindi sono <strong>innate</strong>.<br />
Questo innatismo è poi da Platone connesso al mito orfico-pitagorico della preesistenza e della trasmigrazione delle anime (<strong>metempsicosi</strong>).<br />
L&#8217;anima umana &#8211; afferma Platone nel Fedone e nel Fedro -, prima di entrare nel corpo, ha vissuto nel mondo iperuranio, dove ha contemplato le Idee; quando poi, non sappiamo se per colpa o no, è precipitata nel corpo, ne ha oscurato il ricordo, che nell&#8217;atto della percezione, a contatto degli oggetti sensibili, si ridesta, per cui <strong>conoscere è ricordare</strong> (cfr. Menone, in cui uno schiavo ignorante, opportunamente interrogato da Socrate, riesce a risolvere da sè un difficile teorema di Pitagora).<br />
di qui l&#8217;amore (&#8220;eros&#8221;), o dialettica dell&#8217;anima, per elevarsi dalla conoscenza sensibile all&#8217;intuito originario della suprema verità; dialettica che si compone di quattro gradi, sensazione, percezione, ragione, intelletto (cfr. mito della caverna in Rep. VII, 1, 3).<br />
Più particolarmente la sensazione e la percezione appartengono alla sfera della conoscenza sensibile:</p>
<ul>
<li>sensazione, o conoscenza delle immagini. Es. immagini di una statua;</li>
<li>percezione (&#8220;doxa&#8221;), o conoscenza delle cose sensibili. Es. la statua.</li>
</ul>
<p>La ragione e l&#8217;intelletto appartengono alla sfera della conoscenza razionale:</p>
<ul>
<li>ragione (&#8220;dianoia&#8221;), o conoscenza (riflessa) dei rapporti matematici</li>
<li>intelletto (&#8220;noesis&#8221;), o conoscenza (intuitiva) delle Idee, che da luogo alla dialettica o pensiero puro.</li>
</ul>
<p>Questa dottrina del conoscere è molto importante, non solo perche sviluppa il procedimento dialettico iniziato da Socrate e prepara l&#8217;ulteriore sviluppo di Aristotele, ma anche perchè fissa i tre gradi o forme di conoscere, che saranno d&#8217;ora in poi ammesse fino a Spinoza, Kant, ect.: senso (sensazione e percezione), ragione, intelletto.<br />
Si noti infine come in Platone si possono propriamente distinguere tre significati della parola dialettica strettamente connessi tra di loro:<br />
- dialettica (oggettiva): distribuzione logica delle idee in generi e specie.<br />
- dialettica (soggettiva): attività dell&#8217;anima in quanto tende alla verità.<br />
- il grado supremo del conoscere (scienza del puro intelligibile), distinto dai gradi inferiori.</p>
<p><strong>Psicologia</strong><br />
Platone è il primo che, a diferenza dei filosofi precedenti, riconosce all&#8217;anima una natura <strong>spirituale</strong>, e quindi <strong>immortale</strong> (Fedone)<br />
Egli ammette nell&#8217;uomo <strong>tre anime separate</strong>, che risiedono in diverse parti del corpo:</p>
<ol>
<li>a) <em>anima razionale</em> (&#8220;loghistikon, logos, nous&#8221;, ect.) che risiede nel cervello &#8211; cfr. nostra ragione;</li>
<li><em>anima irascibile</em> (&#8220;thymos&#8221;, o coraggio), che risiede nel petto, e tende a sottomettersi alla ragione e a rintuzzare gli appetiti &#8211; cfr. nostro volontà;</li>
<li><em>anima concupiscibile</em> (&#8220;epithymetikon&#8221;, o appetito), che risiede nel ventre e tende a ribellarsi alla ragione &#8211; cfr. nostro istinto.</li>
</ol>
<p>Nel Fedro (XXV-XXVI) l&#8217;anima umana è paragonata ad una biga, che un auriga (anima razionale) conduce verso il mondo iperuranio, spingendo innanzi il cavallo docile (anima iracibile) e quello indocile (anima concupiscibile).</p>
<p><strong>Etica</strong><br />
1. Platone accogliendo l&#8217;<strong>intellettualismo etico</strong> di Socrate, afferma che sapienza e moralità coincidono, e che il fine non solo della conoscenza ma anche delal moralità, è il <strong>Bene universale</strong>, cioè il Bene in quanto Idea del mondo iperuranio.</p>
<p>2. La <em>felicità </em>dell&#8217;uomo (&#8220;eudomonia&#8221;) consiste perciò nel fuggire il mondo sensibile, la &#8220;prigione corporea&#8221;, e nell&#8217;elevarsi con l&#8217;amore (&#8220;eros&#8221;) al mondo delle Idee.</p>
<p>3. La <em>virtù</em> è il mezzo per raggiungere la felicità.<br />
Le principali virtù (che più tardi furono dette cardinali) sono quattro, secondo la partizione dell&#8217;anima:</p>
<ul>
<li><em>saggezza</em> (&#8220;sophia&#8221;), virtù propria dell&#8217;anima razionale;</li>
<li><em>fortezza</em> (&#8220;andria&#8221;), virtù propria dell&#8217;anima irascibile;</li>
<li><em>temperanza</em> (&#8220;sophrosyne&#8221;), virtù propria dell&#8217;anima appetitiva;</li>
<li><em>giustizia</em> (&#8220;dikaiosyne&#8221;), virtù comune e più comprensiva, che non si riferisce all&#8217;una o all&#8217;altra delle tre parti dell&#8217;anima, ma a tutte insieme.</li>
</ul>
<p>Essa consistein quell&#8217;<em>armonia interiore</em> dell&#8217;anima, per cui ogni parte adempie ordinatamente l&#8217;ufficio che ad essa è proprio.</p>
<p><strong>Politica</strong><br />
1. Ma l&#8217;etica individuale si completa nell&#8217;etica sociale, l&#8217;individuo si completa veramente nello Stato.<br />
E poichè Platone ebbe a vivere ebbe a vivere in un periodo di profonda decadenza politica (individualismo, materialismo, demagogia, ect.) <strong>egli eleva alla massima altezza il concetto dello Stato</strong>.</p>
<p>2. Lo Stato ideale deve essere realizzato in modo da <em>educare</em> il cittadino alla virtù, specie a quell&#8217;unica virtù che comprende in sè tutte le altre, cioè la giustizia.<br />
Esso rappresenta in grande l&#8217;anima dell&#8217;uomo, e perciò le classi sociali sono tre, secondo le partizioni dell&#8217;anima:</p>
<ul>
<li>i <em>filosofi</em> (&#8220;razza d&#8217;oro&#8221;), che corrispondono al&#8217;anima razionale e che devono praticare la saggezza. Essi conoscendo che cosa sia la virtù (cfr. intellettualismo etico di Socrate), devono essere i supremi reggitori dello Stato.</li>
<li>i<em> guerrieri</em> (&#8220;razza d&#8217;argento&#8221;), che corrispondono all&#8217;anima irascibile e devono praticare la fortezza.</li>
<li>i <em>lavoratori</em> (&#8220;razza di ferro&#8221;), che corrispondono all&#8217;anima appetitiva e che deovno praticare la temperanza.</li>
</ul>
<p>Lo Stato cura l&#8217;educazione dei cittadini delle prime due classi: e affinchè costoro non siano turbati, in quanto organo del tutto, da alcun interesse indivisibile, viene ad essi vietata la famiglia e la proprietà (comunismo).<br />
Platone non si cura dell&#8217;ultima classe, che deve soltanto soddisfare i bisogni materiali della comunità, e che deve ubbidire alle classi superiori.</p>
<p>3. Più tardi, la lunga esperienza della vita e i disinganni dei viaggi in Sicilia dovettero persuadere il vechio filosofo che il suo Stato ideale era piuttosto un&#8217;utopia, e nelle Leggi introdusse qualche temperamento, attribuendo tra l&#8217;altro il governo non più ai filosofi, ma ai sacerdoti.<br />
Tuttavia la Repubblica di Platone, per quanto sia stata nella storia fonte di tutte le utopie politiche, ha il merito di aver saputo incarnare la profonda aspirazione dello spirito umano verso la giustizia e la moralità come norme supreme della vita politica: verso uno Stato non più solamente burocratico ed amministrativo, ma essenzialmente etico.<br />
E&#8217; curioso notare che nel III sec d.C. Plotino cercò di realizzare l&#8217;utopia platonica, progettando una città di filosofi che doveva chiamarsi Platonopoli, e per la cui fondazione l&#8217;imperatore Gallieno aveva promesso il suo aiuto; ma il progetto andò a vuoto.</p>
<p><strong>Estetica</strong><br />
1. L&#8217;arte è imitazione (&#8220;mimesi&#8221;) della natura: e poichè la natura è una imitazione del mondo delle Idee, l&#8217;arte si trova ad essere tre gradi lontana dalla suprema realtà.<br />
Perciò essa è allontanata dallo Stato ideale della Repubblica.<br />
2. Più tardi, nelle Leggi, il vecchio filosofo si avvide dell&#8217;assurdità della sua condanna, e giustificò l&#8217;arte come passatempo o riposo dopo la lunga fatica.<br />
Ma ad una giustificazione integrale del fatto artistico, inteso nei suoi valori di alta idealità spirituale, Platone non giunse mai; ed è questo forse uno degli aspetti più sconcertanti di tutto il suo pensiero.</p>
<h2>Giudizio sulla filosofia di Platone</h2>
<p>La filosofia platonica, per quanto sia dotata di un&#8217;enorme importanza nella storia del pensiero di tutti i tempi per la sua vigorosa affermazione idealistica, presenta una difficoltà fondamentale: il suo <strong>dualismo esagerato</strong>, che non solo distingue ma separa i due mondi della realtà sensibile e della realtà intellegibile, l&#8217;unità dalla molteplicità l&#8217;essere dal divenire, il divino dall&#8217;umano.<br />
Platone stesso avverte questa difficoltà, e va alla ricerca di un rapporto tra le Idee e le cose (mimesi, metessi, ect.); ma l&#8217;incertezza del linguaggio tradisce l&#8217;incertezza del pensiero.<br />
Contro questa difficoltà si rivolgerà la critica di Aristotele.</p>
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		<title>Aristotele</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Nov 2008 05:15:33 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<h2>Vita e opere</h2>
<p>Nacque a <em>Stagira</em> (Tracia) nel 384 a.C. Da Nicomaco, medico di Aminta, re di Macedonia.</p>
<p><strong>Primo soggiorno ateniese (Platone)</strong> &#8211; A 18 anni andò ad Atene, ove entrò in relazione con Platone, alla cui scuola appartenne per circa venti anni, cioè fino alla morte del vecchio maestro (347 a.C.).</p>
<p><strong>Alla corte di Macedonia</strong> &#8211; Nel 343 fu chiamato da Filippo, re di macedonia, alla sua corte, come precettore del figlio Alessandro: e grande fu l&#8217;influenza esercitata da Aristotele sul futuro conquistatore di imperi; grandissimi gli aiuti che Aristotele si ebbe per i suoi studi e per la creazione di una ricca bibblioteca che egli, primo fra i Greci, potè radunare.<br />
La sua amichevole relazione con Alessandro fu troncata quando Callistene, nipote di Aristotele e fautore del partito greco, cadde in disgrazia dell&#8217;imperatore.</p>
<p><strong>Secondo soggiorno ateniese</strong> &#8211; Tornato ad Atene verso il 335, fondò una scuola presso il ginnasio, detta il <em>Liceo</em> (per la vicinanza del tempio di Apollo Licio); e poichè insegnava passegiando nei giardini, che colà servivano al pubblico passeggio, la scuola prese il nome di <em>paripatetica</em>.<br />
Essa coincide coi dodici anni (335-323), nei quali il grande Alessandro espandeva per il mondo con la forza della spada la civiltà e la cultura ellenica.<br />
<strong><br />
Esilio di Calcide</strong> &#8211; Morto Alessandro, Aristotele, come tanti altri ateniesi che erano stati ligi al Macedone, fu preso di mira, e un certo Demofilo portò contro di lui la solità accusa di empietà. Ma il filosofo disse di non voler dare occasione agli ateniesi di rendersi un&#8217;altra volta colpevoli verso la filosofia, e, prevenendo il bando, si recò in volontario esilio a Calcide, nell&#8217;Eubea.<br />
Qui morì l&#8217;anno dopo, nell&#8217;estate del 322, di una malattia di stomaco, lasciando al discepolo Teofrasto la direzione della scuola e la ricchissima bibblioteca.</p>
<p><strong>Opere</strong> &#8211; Le opere di Aristotele vertono su un&#8217;infinità di argomenti, ma delle 146 opere a lui attribuite, solo 47, più o meno complete, sono giunte sino a noi.<br />
Importante per la storia dell&#8217;aristotelismo la storia di questi libri.<br />
Secondo un raconto di Strabone, ripetuto da Plutarco, i libri di Aristotele, dopo la morte di Teofrasto, passarono a Neleo da Scepsi, i cui eredi li tennero nascosti per circa un secolo in un sotterraneo.<br />
All&#8217;inizio del I sec. a.C. essi sarebbero stati scoperti da Apellicone di Teio, e portati ad Atene; e di qui, per ordine di Silla (86 a.C.), a Roma, ove trovarono un riordinatore in Andronico di Rodi.<br />
Secondo tale racconto, dunque, i paripatetici posteriori a Teocrasto avrebbero ignorato i libri di Aristotele; e quindi quelli che si servirono di essi dopo un secolo e più, così come furono trovati, guasti dall&#8217;umidità, non potevano neppure essere certi se l&#8217;ordinamento di Andronico corrispondesse al pensiero originale dell&#8217;autore.<br />
Ciò spiega il sorgere della questione aristotelica presso i moderni allo scopo di assecondare la genuinità dei libri aristotelici e di vagliare la verità del racconto di Strabone.<br />
Zeller, dopo erudite ricerche, giunse alla conclusione che è verosimile tutta la parte del racconto che si riferisce al destino dei libri ereditati da Neleo; ma che è inverosimile che questi libri fossero i soli esemplari esistenti delle opere aristoteliche, dal momento che essi si trovano citati nel tempo che corre tra il sotterramento fatto dagli eredi di Neleo e il disseppellimento per opera di Apellicone.<br />
Le opere di Aristotele erano divise in <em>essoteriche</em>, o destinate l pubblico; e in <em>esoteriche</em> o <em>acroamatiche</em>, destinate ai propri discepoli.<br />
Le prime appartengono in genere alla prima dimora in Atene, quando Aristotele era discepolo di Platone, e sono molto affini alle opere del maestro (forma dialogica, ect.); ma nessuna di esse è pervenuta sino a noi (fatta eccezione di qualche frammento dell&#8217;<em>Eudemo</em>, intitolato a nome di un amico e in cui si propugnava pure l&#8217;immortalità dell&#8217;anima).<br />
Le seconde, di gran lunga più importanti, si possono raccogliere in cinque gruppi: logica, metafisica, fisica, etica, retorica.</p>
<p><strong>Opere di logica</strong><br />
Furono raccolte sotto il nome di <em>Organon</em> (titolo che non appartiene ad Aristotele, ma ai più tardi commentatori Bizantini), poichè per il loro carattere, si possono considerare come strumento della ricerca scientifica e introduzione a tutto il sistema.<br />
L&#8217;Organonsi compone di conque parti:</p>
<ul>
<li><em>Categorie</em>, sui concetti universali. Appartengono nella parte fondamentale ad Aristotele, ma furono accresciute, da mano posteriore, dei cosiddetti Postpredicamenti.</li>
<li><em>Interpretazione</em>, sul giudizio.</li>
<li><em>Analitici primi</em> (2 libri), sul sillogismo; e <em>Analitici secondi</em> (2 libri), sull&#8217;induzione, la definizione e i primi principi.</li>
<li><em>Topici</em> (8 libri), sui sillogismi dialettici e verisimili.</li>
<li><em>Elenchi sofistici</em>, ove sono esposte e confutate le conclusioni capziose usat dai sofisti.</li>
</ul>
<p><strong>Opere di metafisica</strong><br />
Furono anch&#8217;esse raccolte sotto il nome di <em>Metafisica</em>, titolo che non appartiene ad Aristotele (il quale soleva chiamarla <em>filosofia prima</em>), ma ad Andronico di Rodi, che nella sua raccolta dispose i libri relativi &#8220;dopo le opere fisiche&#8221; (&#8220;metà tà physikà&#8221;).<br />
La metafisica si compone di 14 libri: essa tratta dei principi supremi del reale, cioè ciò che è primo per natura, e che viene quindi, per noi, dopo le cose naturali.</p>
<p><strong>Opere di fisica</strong><br />
Comprendono la maggior parte degli scritti di Aristotele, il quale molto si applicò alle ricerche empiriche e sperimentali, e si può considerare, tra l&#8217;altro, il <em>padre della zoologia</em>.<br />
Le principali opere fisiche sono:</p>
<ul>
<li><em>Fisica</em> (8 libri), in cui tratta dei principi naturali, del moto, ect.</li>
<li><em>Del Cielo</em> (4 libri)</li>
<li><em>Della generazione e corruzione</em> (degli esseri)</li>
<li><em>Meteorologia</em> (4 libri).</li>
<li><em>Storia degli animali</em> (10 libri), <em>Delle parti degli animali</em>, <em>Della generazione degli animali</em>, grandi trattati di zoologia, che contengono una vasta e ben fondata classificazione, degna di essere paragonata a quella di Linneo (sec. XVIII).</li>
<li><em>Dell&#8217;anima</em> (3 libri), la più importante opera di fisica, prima grande trattazione di psicologia.</li>
</ul>
<p>Ai libri <em>Dell&#8217;anima</em> si rannodano quelle piccole dissertazioni, parte fisiologiche, parte psicologiche, che sono comprese sotto il titolo collettivo di <em>Parva Naturalia</em>, e che trattano del senso, della memoria, del sonno, della lunghezza e brevità della vita, della vita e della morte, ect.<br />
Alle opere fisiche invece si rannodano, quasi come appendice, trattatelli speciali di argomenti naturali vari, raccolti col titolo di <em>Problemi</em>, ma in gran parte di composizione postaristotelica, poichè Aristotele cita in 7 o 8 i Problemi, ma nessuna citazione si riscontra con quelli che noi abbiamo.</p>
<p><strong>Opere di etica</strong><br />
Sono tre, che svolgono i medesimi motivi:</p>
<ul>
<li><em>Etica Nicomachea</em> (10 libri), il cui titolo deriva da Nicomaco, figlio di Aristotele, che forse la pubblicò. Essa rappresenta la redazione più antica, ed è sicuramente opera genuina di Aristotele.</li>
<li><em>Etica Eudemia</em> (7 libri), che ha tre libri in comune con l&#8217;Etica Nicomachea, e fu forse redatta da Eudemo sopra i libri di Aristotele.</li>
<li><em>Magna Moralia</em> (2 libri), che si possono considerare un riassunto delle due etiche precedenti, specialmente di quella di Eudemo, e che è opera di discepoli.</li>
</ul>
<p><strong>Opere di politica</strong></p>
<ul>
<li><em>Politica</em> (8 libri).</li>
<li><em>Costituzioni politiche</em>, grande raccolta di più che cento costituzioni greche e barbare. Ci rimane soltanto la costituzione di Atene, scoperta nel 1890 in un papiro egiziano.</li>
<li><em>Economici</em>, di cui non è forse genuino il secondo libro, attibuito a Teofrasto.</li>
</ul>
<p><strong>Opere di retorica</strong></p>
<ul>
<li><em>Retorica</em> (3 libri)</li>
<li><em>Poetica</em>, largo frammento di una più ampia opera in 2 libri.</li>
</ul>
<p><strong>Datazione delle opere</strong><br />
L&#8217;ordine cronologico delle opere di Aristotele non è così essenziale alla comprensione del suo pensiero come nel caso di Platone, perchè pare che Aristotele abbia elaborato il suo pensiero tutto di getto, in modo che le singole parti risultino intimamente collegate.<br />
Secondo Zeller, primi ad ssere composti furono gli scritti logici, poi i fisici, poi l&#8217;Etica e la Politica, che presuppongono la trattazione dell&#8217;Anima; infine la Poetica, la Retorica, ed ultima la Metafisica, al quale sarebbe rimasta incompiuta e dedita solo dopo la morte di Aristotele.</p>
<h2>Pensiero</h2>
<p>L&#8217;ordine con cui si può distribuire la dottrina aristotelica è il seguente: <em>logica, metafisica, fisica, morale, poetica, retorica</em>.<br />
La Metafisica è in realtà la parte più importante, poichè senza di essa sarebbe impossibile intendere le altre parti della filosofia aristotelica: ma alla metafisica è indispensabile propedeutica la logica, per cui è bene far da essa aprire la serie delle dottrine di Aristotele.</p>
<p><strong>Logica</strong><br />
Aristotele è il <em>sistematore della logica induttiva</em>, già intravista da Socrate e da Platone, e il <strong>padre della logica deduttiva</strong>, o sillogistica, o ragionamento.<br />
Aristotele ritiene infatti che il pensare si compie mediante due essenziali processi: quello dell&#8217;induzione, che procede dal particolare all&#8217;universale; e quello della deduzione, che consiste nel dedurre da un giudizio universale un giudizio particolare (conclusione).</p>
<p>INDUZIONE o EPAGOGHE&#8217;<br />
1. L&#8217;induzione (o epagoghe), di cui Aristotele parla nei Secondi Analitici, consiste nel <em>procedere per via astrattiva dal particolare all&#8217;universale</em> (o <em>concetto</em>), cioè nell&#8217;astrare dal particolare le note contingenti e individuali e cogliere quelle comuni ed universali.<br />
In tal modo Aristotele si oppone all&#8217;innatismo platonico, e diventa un fervido assertore dell&#8217;<em>empirismo</em>: le nostre conoscenze derivano dall&#8217;esperienza mediante l&#8217;attività di astrazione esercitata su di essa dall&#8217;intelletto.</p>
<p>2. Il <em>concetto</em> coglie l&#8217;essenza delle cose, ma è semplicemente <em>significante</em>, in quanto ancor fuori da ogni rapporto di vero e di falso, della vera affermazione e della vera negazione.<br />
Un nesso di concetti costituisce il <em>giudizio</em>, sia sotto la forma di <em>definizione</em> o giudizio universale (es. l&#8217;uomo è mortale); sia sotto quello di <em>proposizione</em> o giudizio del particolare (ed. Socrate è mortale).<br />
E&#8217; proprio del giudizio l&#8217;affermare o il negare, cioè stabilire dei rapporti di vero o di falso: la verità non è infatti che un perfetto accordo tra il nesso dei concetti e il nesso delle cose (cfr. <em>adaequatio rei et intellectus</em> di S. Tommaso).</p>
<p>3. Tra i concetti ve ne sono alcuni che possiamo considerare come i predicati più universali del reale, forme supreme dell&#8217;intelletto: essi sono le <em>categorie</em>, così denominate perchè mediante esse noi &#8220;accusiamo&#8221; (cioè predichiamo, qualifichiamo) gli oggetti tutti dell&#8217;esperienza.<br />
Le categorie sono dieci: la <em>sostanza</em>, la <em>qualità</em>, la <em>quantità</em>, la <em>relazione</em>, il <em>luogo</em> o spazio, il <em>quando</em> o tempo, il <em>giacere</em> o posizione, l&#8217;<em>avere</em> o inerenza, il <em>fare</em> o attività, il <em>patire</em> o passività.<br />
Le categorie, di cui parla Aristotele, si possono considerare sotto un duplice aspetto: logico o soggettivo; ontologico o oggettivo, metafisico.<br />
Esse infatti, in quanto predicati universali del reale, corrispondono alle forme universali del reale stesso: sono categorie del pensiero e categorie del reale, dell&#8217;essere.</p>
<p>4. Aristotele studiò a fondo i concetti nei loro rapporti di <em>specie</em> e di <em>genere</em>, e nella loro <em>estensione</em> e <em>comprensione</em>.<br />
Quanto alla specie e al genere, i concetti si possono disporre secondo una gerarchia che in basso ha l&#8217;individuo e in alto le categorie, occupando in tale gerarchia il grado risultante dal genere prossimo e dalla differenza specifica.<br />
Definire un concetto &#8211; dice Aristotele &#8211; equivale a indicare del medesimo il genere prossimo e la differenza specifica. Così ad es., nella definizione del concetto uomo, &#8220;uomo è un animale ragionevole&#8221;, animale indica il genere prossimo, cioè il genere a cui il concetto appartiene; e ragionevole indica la differenza specifica, perchè distingue l&#8217;uomo dalle altre specie di animali. Genere è quindi il concetto più generale, in cui è incluso il concetto da definire. Specie è il concetto da definire, incluso nel genere.<br />
Quato all&#8217;estensione e alla comprensione, man mano che si procede dalle specie ai generi, si vanno formando concetti sempre più univrsali per l&#8217;estensione, ma sempre più poveri di comprensione, cioè dotati di una minor quantità di note essenziali: estensione e comprensione stanno in ragione inversa.</p>
<p>LOGICA DEDUTTIVA<br />
1. La logica deduttiva di cui Aristotele parla specialmente negli <em>Analitici Primi</em>, presuppone la logica induttiva.<br />
L&#8217;induzione infatti, elaborando i concetti ed i giudizi, prepara la premessa al sillogismo o deduzione o ragionamento.</p>
<p>2. il <em>sillogismo</em> consiste nel dedurre da un giudizio universale un giudizio particolare (conclusione): esso è definito da Aristotele quel discorso &#8220;nel quale, stabilite alcune cose (verità), un&#8217;altra ne deriva necessariamente, per il fatto che quelle sono tali verità&#8221;.<br />
Il sillogismo si compone di una <em>premessa maggiore</em> (l&#8217;uomo è mortale) e di una <em>premessa minore</em> (Socrate è uomo), aventi in comune un termine medio (uomo) e di una <em>conclusione</em> (Socrate è mortale).<br />
Le figure del sillogismo sono quattro:</p>
<ol>
<li><em>sub-prae</em>, in cui il termine medio fa da soggetto (subiectum) nella premessa maggiore, e da predicato (praedicatum) nella minore.</li>
<li><em>sub-sub</em>, in cui il termine medio fa da soggetto sia nella premessa maggiore che nella minore.</li>
<li><em>prae-prae</em>, in cui il termine medio fa da predicato sia nella premessa maggiore che nella minore.</li>
<li><em>prae-sub</em>, in cui il termine medio fa da predicato nella premessa maggiore e da soggetto nella minore.</li>
</ol>
<p>3. Il sillogismo nella sua concatenazione e sviluppo è dominato dai cosiddetti <em>assiomi</em>, o principi supremi di ragione, che possono addirittura definirsi leggi del pensiero. Essi sono <em>anapodittici</em>, cioè indimostrabili perchè evidenti di per se stessi.<br />
Tali principi sono:</p>
<ul>
<li><em>quello di identità</em>, per cui si afferma che ciò che è, è; e ciò che non è, non è (A è A, Non A è Non A).</li>
<li><em>quello di contraddizione</em>, che Aristotele stesso ha enunciato così: &#8220;è impossibile pensare che ad una stessa cosa convenga e non convenga lo stesso carattere (A non è Non A).</li>
<li><em>quello del terzo escluso</em>, per il quale si afferma che fra i contraddittori non vi può essere alcun giudizio intermedio.</li>
</ul>
<p>Aristotele dona la massima importanza al principio di contraddizione, che egli dice essere principio anche degli altri tutti, sia per sè, come principio veramente essenziale del pensiero, sia per l&#8217;importanza che esso ha contro la concezione eraclitea, che affermava l&#8217;essere e insieme il non-essere delle cose nel perenne fluire del reale.</p>
<p>4. Il sillogismo, di cui sonora si è parlato, è il <em>sillogismo dimostrativo</em> o <em>apodittico</em>, che, partendo da premesse certe e reali, conduce alla scienza.<br />
Accanto ad esso vi è il <em>sillogismo dialettico</em> (di cui Aristotele parla nei Topici), in cui le premesse sono soltanto verisimili, e che conduce all&#8217;opinione: e il <em>sillogismo sofistico</em> (di cui Aristotele parla negli <em>Elenchi Sofistici</em>), in cui le premesse sono semplicemente presunte per verisimili.</p>
<p>5. Con questo complesso imponente di indagini Aristotele fonda la scienza del pensiero.<br />
Essa sarà modificata e integrata in questa e in quella parte dagli Stoici a Bacone a Galileo a Leibniz a Kant; con Hegel e coi suoi successori sorgeranno nuovi sviluppi e nuove logiche; ma in sostanza la logica aristotelica restò per circa 24 secoli a sorreggere il nostro pensiero.</p>
<p><strong>Metafisica</strong><br />
La metafisica, o &#8220;<em>filosofia prima</em>&#8220;, è la <em>scienza dell&#8217;Essere in quanto tale</em>, cioè prescindendo dalle sue qualità sensibili.</p>
<p>1. CRITICA DELLA DOTTRINA PLATONICA DELLE IDEE<br />
Aristotele inizia il proprio sistema con una profonda e serrata <strong>critica alla dottrina platonica delle Idee</strong>.<br />
Platone aveva detto che le Idee sono fuori dalle cose, Aristotele oppone a tale trascendenza tre obbiezioni fondamentali:</p>
<ul>
<li>se le idee sono le essenze individuali, in che modo l&#8217;essenza può stare fuori di ciò di cui è l&#8217;essenza?</li>
<li>dato l&#8217;individuo sensibile da una parte e l&#8217;Idea dall&#8217;altra, ci vorrà un tipo, un&#8217;idea comune ad entrambi: ne nascerà una terza cosa. Questo argomento è detto <em>del terzo uomo</em>, perchè dalla dottrina platonica si inserisce la necessità di un terzo uomo, che sta sull&#8217;uomo individuo e sull&#8217;uomo-Idea, comune ad entrambi.</li>
<li>esiste l&#8217;universale, ma non fuori dell&#8217;individuale, bensì dentro di esso. Se avesse un&#8217;esistenza separata, sarebbe un <em>duplicato inutile</em>: l&#8217;idea fuori dalla cosa non spiega la cosa.</li>
</ul>
<p>2. TEORIA DELLA SOSTANZA<br />
La teoria della <strong>sostanza</strong> costituisce il centro di tutta la dottrina aristotelica.<br />
Sostanza è <em>ciò che è, l&#8217;individuo</em>. Es. Quest&#8217;uomo, questo tavolo.</p>
<ul>
<li>La sostanza è <strong>sintesi</strong> (&#8220;sinolo&#8221;) <strong>di &#8220;materia&#8221; e di &#8220;forma&#8221;</strong>: la forma non è che l&#8217;Idea di Platone, strappata dal mondo iperuranio; resa da statica, dinamica; e immessa nella materia per organizzarla, per ordinarla. La forma è dunque l&#8217;<em>attività organizzatrice della materia</em>. Aristotele distingue la sostanza in sostanza prima , l&#8217;individuo; e sostanza seconda, la forma o essenza dell&#8217;individuo medesimo.</li>
<li>Ma la forma, in quanto organizza la materia, la muove, cioè fa passare dalla <strong>&#8220;potenza&#8221;</strong> all&#8217;<strong>&#8220;atto&#8221;</strong>, o, in altre parole, da uno stato di imperfezione e di indeterminazione a uno stato di sempre maggiore perfezione e determinazione. Es. da statua in potenza del marmo, a statua in atto o attuazione del medesimo. Potenza e atto sono dunque <em>i due termini del moto</em>, del divenire: potenza è la sostanza in quanto può assumere, attraverso il moto, una determinata forma; atto è la sostanza che ha assunto, sempre attraverso il moto, questa determinata forma. Aristotele distingue l&#8217;<em>atto</em> dall&#8217;<em>entelechia</em>: l&#8217;atto è tale in quanto realee concreta attività; l&#8217;entelechia è l&#8217;atto in quanto stato di perfezione a cui la sostanza aspira: mai la sostanza riesce ad attuare perfettamente la propria forma, eccetto Dio.</li>
<li>Ma per passare dalla potenza all&#8217;atto occorre uno stimolo, una causa efficiente, la quale operi in vista di un fine, di una causa finale. Lo sviluppo di una sostanza presuppone quindi <strong>4 cause</strong>:</li>
</ul>
<ol>
<li><em>materiale;</em></li>
<li><em>formale;</em></li>
<li><em>efficiente o motrice;</em></li>
<li><em>finale.</em></li>
</ol>
<p>Es. nella sostanza statua possiamo distinguere:</p>
<ol>
<li>causa materiale: marmo;</li>
<li>causa formale: idea della statua;</li>
<li>causa efficiente: scultore;</li>
<li>causa finale: idea della statua, ma in quanto si pone come fine dello scultore.</li>
</ol>
<p>Le ultime due cause si risolvono nella causa formale quando si tratta si <em>sostanze naturali</em> (le quali hanno in sè stesse la causa e il fine del moto); ma rimangono distinte quando si tratta di <em>sostanze artificiali</em> (le quali hanno fuori di sè la causa del moto e il fine), come è appunto il caso di una statua di marmo.</p>
<p>3. TEOLOGIA<br />
La teoria sopra accennata porta di conseguenza ad ammettere l&#8217;esistenza di un Dio: è anzi ad Aristotele che si deve far risalire la <em>prima dimostrazione filosofica dell&#8217;esistenza di Dio</em>.<br />
Infatti il moto delle cose implica l&#8217;esistenza di un motore che giustifichi il moto medesimo, cioè il Motore immobile, Dio.<br />
In quanto motore immobile:</p>
<ul>
<li><em>Dio non è causa efficiente, creativa del mondo, ma puramente finale, teleologica</em>. Egli, come causa finale del mondo, attrae le cose, che si muovono verso di lui immobile.</li>
<li><em>Dio non può passare dalla potenza all&#8217;atto, ma è atto puro, pura forma, puro spirito</em>, o &#8211; come si esprime Aristotele &#8211; &#8220;pensiero dei pensieri&#8221;.</li>
</ul>
<p>Egli, &#8220;come pensiero dei pensieri&#8221;, è assolutamente indifferente al mondo, puro pensiero teoretico, pura autocoscienza, privo di volontà e di personalità.</p>
<p><strong>Fisica</strong><br />
La Fisica è in Aristotele non meno importante della Metafisica, poichè, a differenza di Platone (che, nonostante il disprezzo per i poeti, era dominato dalla fantasia), egli sapeva unire alla potenza sinteica del filosofo una grande attitudine all&#8217;analisi e all&#8217;osservazione scientifica.</p>
<p>1. NATURA<br />
La natura è l&#8217;insieme delle sostanze che hanno in <em>se stesse</em> il principio del proprio moto, a differenza delle sostanze a cui il moto vien da fuori, per cui essa comprende non solo i corpi propriamente detti, ma anche l&#8217;uomo e l&#8217;anima umana.<br />
Anche Aristotele, come Platone, possiede un concetto <strong>finalistico</strong> della natura: questa non è per lui inerte, passiva, meccanica, ma intimamente viva, organica, animata.<br />
Tuttavia, a differenza di Platone, che aveva personificato questa finalità in un&#8217;Anima del mondo, Aristotele parla di una <em>finalità inconscia ed intuitiva</em> (panpsichismo?), e che chiama la noatura demoniaca, ma non divina.<br />
La natura, sospinta dalla sua immanente finalità, tende a svilupparsi in forme sempre più alte e perfette, determinando una <em>gerarchia finalistica di sostanze</em>, che va da quelle inorganiche a quelle organiche e all&#8217;anima umana, e che ha al proprio vertice il motore immobile, Dio.</p>
<p>2. LA MATERIA<br />
La materia, come già per Platone, è principio oscuro ed amorfo, causa di imperfezione e di male.<br />
Essa resiste spesso all&#8217;attività e alla forma, ed è perciò causa dei caratteri accidentali delle sostanze.<br />
La materia, in quanto potenza che tende recarsi in atto, si muove: donde l&#8217;importanza che ha il moto nella fisica aristotelica.</p>
<p>3. RELIGIONE CELESTE E RELIGIONE TERRENA<br />
L&#8217;universo aristotelico si divide in due regioni: <em>regione celeste</em>, dalla luna in su; e <em>regione terrena</em>, o sublunare.<br />
La regione celeste è <em>perfetta e incorruttibile</em>: sua materia è l&#8217;etere, detto anche quintessenza; il suo moto è circolare, cioè perfetto.<br />
La regione terrena è <em>imperfetta e corruttibile</em>: sua materia sono i quattro elementi tradizionali della filosofia greca, <em>terra, acqua, aria, fuoco</em>; il suo moto è rettilineo, cioè imperfetto.<br />
Da queste premesse si sviluppa l&#8217;<em>astronomia aristotelica</em>, che è un sistema geocentrico delle sfere omocentriche ideato dall&#8217;astronomo Eudosso, e che permetteva di collocare esteriormente il principio motore dell&#8217;universo, in opposizione ai pitagorici che lo collocavano al centro.<br />
La Terra, di forma sferica, sta immobile al centro dell&#8217;universo, e attorno ad essa si muovono le sfere dei pianeti e quella delle stelle fisse o firmamento: quest&#8217;ultimo è mosso da Dio, Motore immobile, e trasmette a sua volta il movimento alle sfere sottostanti.<br />
Perciò l&#8217;universo aristotelico è <em>limitato</em> nella sua forma sferica, cinto dal vuoto infinito; e in esso le posizioni (alto e basso) hanno un significato assoluto.</p>
<p>4. L&#8217;ANIMA<br />
L&#8217;anima, che nela gerarchia degli esseri fisici occupa il posto supremo, si può definire la <strong>forma (&#8220;entelechia&#8221;) di un corpo organico</strong>, cioè di un corpo che è come organo o strumento di cui l&#8217;anima si serve per recare in atto il suo fine.<br />
Le piante possiedono solo l&#8217;<em>anima vegetativa</em>, che presiede alle funzioni di nutrizione e della riproduzione; gli animali, oltre la vegetativa, possiedono l&#8217;<em>anima sensitiva</em>, che presiede al moto e alla sensibilità; l&#8217;uomo, oltre alle sopracitate, possiede l&#8217;<em>anima razionale</em>.<br />
Aristotele, a differenza di Platone, non ammette nell&#8217;uomo anome separate, ma <strong>anime distinte nell&#8217;unità di una medesima anima</strong>: si tratta di funzioni diversedi una medesima anima.<br />
<em>L&#8217;anima vegetativa presiede</em> &#8211; si è detto &#8211; alle funzioni della nutrizione e della riproduzione.<br />
<em>L&#8217;anima sensitiva presiede</em> al moto e alla sensibilità; ma i sensi sono passivi, cioè hanno bisogno, per agire, di uno stimolo, di un oggetto sensibile in atto.<br />
Accanto ai sensi esterni ve ne sono altri interni, come il senso comune (o coscienza sensibile), che unifica in certo modo i sensi esterni; la fantasia, che riceve le immagini; e la memoria, che conserva le immagini, riconoscendo in esse una percezione già avuta.<br />
<em>L&#8217;anima intellettiva</em> presiede alla vera conoscenza, cogliendo le essenze o concetti delle cose.<br />
Essa si distingue in <em>intelletto passivo</em> (&#8220;nous patheticos&#8221;) e in <em>intelletto attivo</em> (&#8220;nous poieticos&#8221;).<br />
L&#8217;intelletto passivo (cosiddetto perchè ha bisogno di uno stimolo per agire) è l&#8217;intelletto in quanto può intendere l&#8217;universale contenuto nel particolare sensibile; ma, in quanto semplice possibilità d&#8217;intendere, non può passare all&#8217;atto se non sotto lo stimolo di un oggetto intelligibile in atto.<br />
L&#8217;intelletto attivo (cosidetto perchè non ha bisogno di uno stimolo per agire) è l&#8217;intelletto in wuanto rende intellegibile (per astrazione) l&#8217;universale contenuto nel particolare sensibile, e, resolo in tal modo intellegibile, lo presenta all&#8217;intelletto passivo, che, sotto tale stimolo, passa all&#8217;azione.<br />
Esso è come la luce che agisce sui colori, i quali nell&#8217;oscurità esistono soltanto in potenza, facendoli passare dalla potenza all&#8217;atto.<br />
Aristotele considera l&#8217;<em>intelletto passivo</em> come parte essenziale dell&#8217;anima umana, mentre definisce l&#8217;<em>intelletto attivo</em> come &#8220;separato&#8221; e &#8220;di natura divina&#8221;: esso proviene dall&#8217;alto entrando misteriosamente &#8220;per le porte dell&#8217;anima&#8221;, e ad esso soltanto sembra attribuisca l&#8217;immortalità.<br />
In realtà l&#8217;anima, in quanto forma di corpo organico, dovrebbe essere inseparabile dal corpo e, come questo, mortale. Di qui la varietà delle interpretazioni e dei commenti, che si contesero il pensiero aristotelico fino al Rinascimento, specie per quanto riguarda l&#8217;intelletto attivo nei suoi rapporti con l&#8217;intelletto passivo e col corpo.</p>
<p><strong>Etica</strong><br />
1. Aristotele, a differenza di Platone e coerentemente alla critica mossa alla teoria delle Idee, non ammette che il <em>fine delle cose</em> il il Bene universale, che per la sua astrattezza non può essere realmente efficace, ma il <strong>bene particolare</strong> di ogni singola cosa.<br />
Tale bene particolare consiste a sua volta nell&#8217;attuazione dell&#8217;essenza propria della cosa medesima, come il fiore per la pianta, la bellezza per la gioventu, ect.</p>
<p>2. La <em>felicità</em> dell&#8217;uomo (&#8220;eudemonia&#8221;) consiste perciò nell&#8217;attuazione del bene particolare dell&#8217;uomo medesimo, che è la ragione, cioè nel vivere secondo ragione.</p>
<p>3. <em>La virtù si identifica con la felicità</em>, cioè consiste anch&#8217;essa nel vivere secondo ragione.<br />
Aristotele distingue due virtù:</p>
<ul>
<li><strong>virtù etiche</strong>, o virtù della parte affettiva dell&#8217;anima. Esse perfezionano la parte affettiva dell&#8217;anima, sottoponendola alla ragione; e poichè la ragione aspira a portare negli affetti dell&#8217;anima la medietà, <em>il giusto mezzo</em> fra gli estremi, la virtù etica consiste, più particolarmente, nel sottoporre gli affetti alla ragione in modo da importare in essi la medietà, il giusto mezzo, ed evitare ogni eccesso. Giusto mezzo, che non è la rigida media aritmetica, &#8220;perchè &#8211; osserva Aristotele &#8211; se, per uno, spendere dieci è troppo e spedere due è poco, ciò non vuol dire che il giusto mezzo sia sei&#8221;. Il giusto mezzo è, in altre parole, relativo agli individui: non potendo, ad es., la temperanza (virtù etica) richiedere la stessa quantità di cibo per un gigante e per un bambino. Le virtù etiche si acquistano con l&#8217;<em>abitudine</em>, o &#8211; in altre parole &#8211; con una volontà ben educata: concetto notevole, con cui Aristotele, <strong>opponendosi all&#8217;intellettualismo etico di Socrate e di Platone</strong>, afferma per la prima volta, nella storia del pensiero, che non basta la conoscenza per conseguire la virtù, ma occorre un altro importante elemento: la <strong>volontà</strong>. Virtù etiche sono, ad es., la <em>fortezza</em>, che è il giusto mezzo tra il timore e la fiducia; la <em>temperanza</em>, che è il giusto mezzo tra i piaceri; la <em>liberalità</em>, che è il giusto mezzo tra l&#8217;avarizia e la prodigalità; la <em>giustizia</em>, virtù etica suprema, ordine della società.</li>
<li><strong>virtù dianoetiche</strong>, o virtù della parte razionale dell&#8217;anima. Esse perfezionano la parte razionale dell&#8217;anima, rendendola atta a ben conoscere ciò che si deve operare. Anche le virtù dianoetiche si acquistano con l&#8217;<em>abitudine</em>. Tali, ad es., la <em>prudenza</em>, intenta a discernere quelli che per l&#8217;uomo sono beni morali; e soprattutto la <em>sapienza</em>, virtù dianoetica suprema, perchè attività razionale pura, la più prossima al pensiero divino: essa è contemplazione della suprema verità, vita perfetta, &#8220;theoria&#8221;. In tal modo l&#8217;etica di Aristotele diventa l&#8217;espressione più compiuta dell&#8217;etica greca, e, con il più alto posto assegnato alla virtù teoretica per eccellenza, fissa il principio (che sarà accolto anche dal pensiero cristiano e sarà direttivo di tutta la filosofia sino all&#8217;epoca moderna) <em>intellettualistico</em>, per cui si celebrano nella virtù contemplativa l&#8217;essenza e il valore dell&#8217;etica umana.</li>
</ul>
<p><strong>Politica</strong><br />
1. Anche per Aristotele, come per Platone l&#8217;etica individuale si completa con l&#8217;etica sociale: l&#8217;individuo isolato non può raggiungere il suo fine perchè non basta a se stesso, e soltanto riunendosi in società può attuare il suo fine, la felicità.</p>
<p>2. L&#8217;uomo è per natura un <strong>animale politico</strong>, cioè socievole: &#8220;fuori dalla società può esistere solo la belva o il Dio&#8221;.<br />
La <em>famiglia</em> è la prima società: essa ha come carattere essenziale la proprietà, di cui fan parte anche gli schiavi, perchè non è bene che gli uomini liberi si avviliscano nei lavori manuali.<br />
Lo <em>Stato</em>, benchè in ordine di tempo succeda alla famiglia, nel concetto le va innanzi, allo stesso modo che nell&#8217;organismo il tutto precede le parti, e il fine i mezzi destinati ad attuarlo: infatti lo Stato rappresenta la condizione di vita e di attività delle parti o individui che lo compongono.<br />
Il <em>fine dello Stato è identico a quello degli individui</em>: esso mira infatti alla falicità, o &#8211; che è lo stesso &#8211; al raggiungimento delle virtù etiche e dianoetiche degli individui medesimi.</p>
<p>3. Le <em>forme di Stato</em> sono tre, come le loro <em>degenerazioni</em>, che si hanno quando chi governa, invece di mirare al vantaggio comune, mira al proprio vantaggio.<br />
Le forme sono la <em>monarchia</em>, che può degenerare in tirannide; l&#8217;<em>aristocrazia</em>, che può degenerare in oligarchia; la <em>politia</em> (moderna democrazia) che può degenerare in democrazia (moderna demagogia).<br />
Di tali forme è migliore quella che meglio risponde al carattere e ai bisogni del popolo, quantunque in astratto Aristotele preferisca una forma mista.</p>
<p>4. Lo Stato di Aristotele, per quanto sia in esso evidente l&#8217;influenza platonica (Stato etico), è diverso da quello di Platone.<br />
Platone parte da una <em>premessa idealistica</em>: basta conoscere il bene per metterlo in pratica, e, perciò, basterà conoscere lo Stato politicamente perfetto, per poterlo attuare.<br />
Aristotele parte da una <em>premessa realistica</em>: non basta conoscere il bene per metterlo in pratica, e, perciò, è meglio costruire sul fondo dell&#8217;esperienza.<br />
Ne consegue che mentre Platone aveva concluso allo Stato ideale della Repubblica, proponendo la comunione delle donne, dei figli e dei beni, e concependo lo Stato come vuota e astratta unità; Aristotele conclude alla famiglia, alla proprietà, ai divrsi tipi di costituzione, concependo lo Stato come un organismo dove l&#8217;unità viva è raggiunta per via della molteplicità.</p>
<p><strong>Estetica</strong><br />
Per Aristotele, come per Platone, l&#8217;arte è imitazione della natura (&#8220;mimesi&#8221;); ma a differenza di ùplatone, che condannava l&#8217;arte perchè imitazione dell&#8217;individuale sensibile, e perciò lontana tre gradi dal vero, Aristotele riabilita l&#8217;arte, perchè imitazione non dell&#8217;individuo quale è, ma <em>come dovrebbe essere</em>; non dell&#8217;individuale, ma dell&#8217;<em>universale</em>.<br />
Perciò l&#8217;arte differisce dalla storia (che ritrae solo i fatti particolari), in quanto &#8220;più filosofica e solenne della storia&#8221;.<br />
Certi generi, come la tragedia e la musica, determinano poi una speciale purificazione degli effetti, che prende il nome di catarsi: teoria oscura, in cui pare adombrato il moderno principio della spiritualità dell&#8217;arte.</p>
<h2>Giudizio sulla filosofia di Aristotele</h2>
<p>Aristotele si propone di eliminare il dualismo esagerato di Platone in nome di un <strong>maggiore realismo</strong>: riconciliazione dell&#8217;universale col particolare, dell&#8217;essere col divenire, dell&#8217;unità con la molteplicità, del divino con l&#8217;umano.<br />
Ma il tentativo, nonostante l&#8217;acutezza della polemica contro il Maestro, andò fallito.<br />
Nella Metafisica egli lasciò il <em>dualismo di materia e di forma</em>: disse che la prima non si può trovare senza l&#8217;altra, e poi concluse che la realtà somma (Dio, Motore immobile) era forma scevra di materia, cioè le ridivise di nuovo.<br />
Del resto, se la materia tende alla forma; perciò stesso è altro dalla forma; per di più <em>resiste</em> alla forma, sino al punto di apparire dominata dall&#8217;accidente e dal caso, e perciò è estranea e opposta alla forma medesima.<br />
Nella Fisica il <em>dualismo di celeste e di terreno</em>, di materia corruttibile o sublunare, e di materia incorruttibile o sopralunare: donde quel dualismo cosmologico, che è quasi il segno visibile del dualismo metafisico insuperato.<br />
Nella Psicologia lasciò il <em>dualismo di nous passivo e nous attivo</em>: quest&#8217;ultimo viene dal di fuori, e, pur trovandosi congiunto con le altre facoltà, non ha intima connessione con esse.<br />
Nell&#8217;Etica lasciò il <em>dualismo di virtù etica e di virtù dianoetica</em>: la virtù veramente umana è ora la prima, che consiste nella vita in comune; ora la seconda, che consiste nella contemplazione solitaria dell&#8217;uomo individuo.<br />
Sarà compito della filosofia posteriore, specialmente degli stoici e degli epicurei, cercar di eliminare tali dualismi, sulla base di un concetto più immanente della realtà.</p>
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		<title>Sant&#8217; Agostino d&#8217;Ippona</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Nov 2008 05:00:06 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<h2>LA VITA E LE OPERE</h2>
<p>S. Agostino fu <strong>il più grande filosofo della patristica</strong>.<br />
Egli nacque a <em>Tagaste</em>, in Africa, nel 354, da Patrizio pagano, che si convertì al Cristianesimo su letto di morte, e da Monica cristiana, poi santificata dalla <em>chiesa</em>.<br />
Studiò retorica a <em>Madaura</em> e a Cartagine, e insegnò la medesima disciplina a Roma e Milano.<br />
Temperamento profondamente passionale, condusse una giovinezza piuttosto dissipata; ma poi, dopo laboriose peripezie di pensiero e di cuore, che si possono distinguere in quattro tappe (lettura dell&#8217;<em>Ortensio</em> di Cicerone, contenente un&#8217;appassionata apostrofe alla filosofia &#8211; <em>Manicheismo &#8211; Scetticismo accademico &#8211; Neoplatonismo</em>), fu commosso dalle prediche di S. Ambrogio a Milano, e, ritiratosi a Cassago in Brianza, si convertì al Cristianesimo (386).<br />
Ritornato a Tagaste, fu creato prete, e quindi <em>vescovo di Ipponia</em>; come tale badò a difendere l&#8217;unità della dottrina e della Chiesa cristiana contro le eresie dei pelagiani e dei donatisti, tanto che nel primo trentennio del sec. V tutto il mondo cristiano d&#8217;Occidente sembr far capo a lui come centro di irradiazione delle idee ortodosse.<br />
Morì nel 430, mentre Genserico, a capo di un esercito di Vandali, dopo aver invaso la Numidia, poneva l&#8217;assedio a Ipponia.</p>
<p><strong>Opere</strong><br />
<em>Contra Academicos, De vita beata, Soliloquia</em>, ecc., che appartengono al periodo cosiddetto di <em>Cassiciacum</em> (soggiorno di Cassago); <em>De libero arbitrio, De vera religione, De trinitate, Confessiones, De civitate Dei</em>, ecc., che appartengono al periodo posteriore alla conversione; <em>Retractiones</em>, scritte poco prima di morire, specie di recensione di tutte le opere precedenti con l&#8217;intento di ridurle nei limiti dell&#8217;ortodossia.<br />
Numerosissimi inoltre gli <em>scritti antipelagiani</em>, in forma di opuscoli e di missive pastorali; e molto importanti le <em>Lettere</em>.</p>
<h2>Pensiero</h2>
<p>La filosofia di S. Agostino non è esposta sistematicaemnte in nessuna delle sue opere, ma si sviluppa occasionalmente nella trattazione di argomenti diversi, soprattutto teologici.<br />
S. Agostino si ispira nella sua filosofia principalmente a <strong>Platone</strong>.<br />
Egli, a differenza di quanto farà poi S. Tommaso, <em>non distingue nettamente le verità dalla ragione delle verità di fede</em>, perchè &#8211; in base alla teoria dell&#8217;illuminazione &#8211; le prime si identificano con le seconde, venendoci insegnate direttamente da Dio.<br />
Di qui il suo motto: <em>intellige ut credas, crede ut intelligas.</em></p>
<p><strong>Problema gnoseologico</strong><br />
E&#8217; il punto di partenza della filosofia agostiniana.</p>
<ol>
<li>S. Agostino muove dal dubbio sistematico della Nuova Accademia (probabilismo), e giunge a dimostrare l&#8217;esistenza dell&#8217;anima e della verità. <em>Si fallor sum</em> &#8211; egli afferma; o in altre parole, chi dubita, in quanto dubita, deve ammettere l&#8217;esistenza del pensiero che dubita: cioè l&#8217;esistenza dell&#8217;<em>anima</em> e della <em>verità</em>. S. Agostino si da quindi a considerare i caratteri della verità, e trova che essa è dotata di tali caratteri di u<em>niversalità</em> e <em>necessità</em>, per cui non può derivare dalle sensazioni particolari e contingenti, ma è <strong>innata</strong>, interiore all&#8217;uomo (cfr. Platone). Per trovare la verità &#8211; afferma S. Agostino &#8211; bisogna ritirarsi dall&#8217;esteriorità delle cose materiali, che, in quanto oggetto di pensiero, sono oggetto di dubbio; e concentrarsi nell&#8217;interiorità della propria coscienza, intesa come attività pensante, indipendente da ogni oggetto di pensiero: <em>Noli foras exire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas</em>.</li>
<li><em>Ma il concetto di una interiorità della verità allo spirito dell&#8217;uomo (con cui S.Agostino sembra precorrere certe posizioni della filosofia moderna), non significa immanenza della verità allo spirito stesso</em>. S. Agostino ammette, al di là della verità sogettiva ed umana, una <strong>verità oggettiva e trascendentale</strong>, principio e norma di tutte le verità particolari: la verità è in noi, ma noi non siamo gli artefici della verità. La verità è infatti dotata di caratteri dell&#8217;universalità e della necessità, ma tali caratteri non possono derivare dal pensiero soggettivo, il quale &#8211; in quanto tale &#8211; è sottoposto a cangiamento (è questo un dogma del pensiero greco): dunque essa <em>insiste in un pensiero oggettivo e trascendentale, in una Verità assoluta ed eterna, Dio</em>. Il quale Dio è &#8211; platonicamente &#8211; Logos, Mente, sede delle idee archetipe delle cose esistenti; ma a differenza di Platone, che poneva queste idee come sussistenti in sè, cadendo nell&#8217;assurdo di idee che esistono senza essere pensate da nessuno, S. Agostino corregge la teoria platonica ponendo le Idee nella mente di Dio.</li>
<li>Il concetto di verita trascendentale in cui insistono le inferiori verità, interiori allo spirito dell&#8217;uomo, trascina con se la famosa teoria agostiniana dell&#8217;<strong>illuminazione</strong>, in cui taluni vollero vedere tracce di ontologismo. La verità è innata; ma a differenza di Platone, che ammetteva la preesistenza delle anime al corpo e quindi faceva del conoscere un ricordare, Agostino ammette una speciale illuminazione dell&#8217;intelligenza da parte di Dio, che, all&#8217;occasione delle percezioni sensibili, produce nella nostra intelligenza le idee. In tal modo, le verità di ragione si riducono ad essere delle verità rivelate: non il lume naturale della ragione ma il soccorso divino ci rende capaci di verità, e Dio è ilo nostro Maestro.</li>
</ol>
<p><strong>Problema morale</strong><br />
E&#8217; un problema capitale dell&#8217;agostinismo.</p>
<ol>
<li>Come nel problema gnoseologico S. Agostino era partito in polemica contro il dubbio sistematico degli Accademici, qui egli parte in polemica contro la negazione del libero arbitrio e la sostanzialità del male affermate dal Manicheismo. Egli si appella in parte alla <strong>teoria di Origene</strong> e in parte alla propria esperienza personale (cfr. Confess.: &#8220;quando volevo o non volevo qualche cosa, ero certissimo che ero proprio io a volere o non volere; così in qualche modo avvertivo che lì era la causa del mio peccare&#8221;). Il male non è creato da Dio, perchè Dio, che è sommo bene, non può ceare se non cose buone; e neppure dalla materia che è creata da Dio, e quindi in se stessa buona: ma dalla <strong>libera volontà dell&#8217;uomo</strong>. La volontà dell&#8217;uomo, come tutte le cose create da Dio, è in se perfetta, e  perciò dotata di libero arbitrio; ma appunto perchè volontà libera, è volontà peccabile, capace di generare il male. Il quale male, inerendo ad una realtà perfetta e buona come la volontà, non può esistere come realtà positiva ed autonoma, ma come <strong>realtà negativa (non sostanzialità del male)</strong>: esso consiste in un &#8220;pervertimento della volontà che si torce da Dio (<em>aversio a Deo</em>) verso le cose inferiori&#8221;, o &#8211; in altre parole &#8211; in un <em>difetto o privazione o non-essere</em>, che la volontà buona fa in se per propria libera determinazione.</li>
<li><em>Ma il concetto di una libertà dello spirito (con cui S.Agostino sembra precorrere anche qui certe posizioni della filosofia moderna), non significa libertà assoluta dello spirito stesso, in modo che questo si renda capace di liberarsi dal male e di diventare principio di spiritualità e di progresso. </em>S. Agostino ammette al di là della libertà dello spirito le tristi conseguenze della Caduta di Adamo su di esso, e la necessità della <strong>Grazia Divina</strong> perche si possa riscattare dal male: ciò specialmente all&#8217;epoca della polemica pelegiana (Pelagio, monaco della Gran Bretagna del V sec., e il suo discepolo Celestio, in nome della Giustizia divina, che non può punire nei posteri il peccato dei progenitori, affermavano che la libertà era rimasta integra in ogni uomo, anche dopo il peccato di Adamo; il che veniva a negare la necessità della Grazia e dell&#8217;Incarnazione per la nostra redenzione. Egli vedeva nell&#8217;incarnazione un esempio, non una redenzione).mIl libero arbitrio in altre parole è una condizione <em>necessaria, ma non sufficiente</em> per operare il bene. E poichè l&#8217;uomo, dopo il peccato di Adamo, non ha diritto alcuno alla Grazia, Dio dona la propria Grazia a chi vuole (<strong>predestinazione</strong>). Nonostante le implicite difficoltà, S. Agostino ottenne il riconoscimento della sua dottrina della <em>Grazia</em> (onde il titolo di <em>Dottore della Grazia</em>) e la condanna della dottrina pelagica. In seguito la chiesa cercò di attenuare le conseguenze estreme della dottrina agostiniana, dandone, con S. Tommaso, un&#8217;interpretazione più mite (la volontà è <em>veramente libera</em> e Dio concede a <em>tutti</em> la sua Grazia), onde invalse la regola: <em>Augustinus eget, Thoma interprete</em>.</li>
</ol>
<p><strong>Problema del divenire e di Dio</strong><br />
Sono, anche questi, problemi di singolare importanza nella speculazione agostiniana.</p>
<ol>
<li>Tutta la filosofia greca aveva posto il dualismo di Essere e di Divenire, concependo quest&#8217;ultimo, eleaticamente e platonicamente, come illusione ed apparenza. S. Agostino, uniformandosi allo spirito del Cristianesimo, che nella sua più intima sostanza rappresenta un accostamento del Divino all&#8217;umano, dell&#8217;Unità alla molteplicità riabilita il divenire sensibile mediante il concetto di <strong>Provvidenza</strong>. Il divenire, l&#8217;apparenza, viene rivalutato come espressione dell&#8217;Essere, come opera dell&#8217;attività incessante del Creatore: la creazione non è soltanto un atto iniziale, col quale Dio ha dato origine al mondo, abbandonandolo poscia a se stesso; ma è atto incessante, forza produttrice che sostiene il mondo che essa ha prodotto; e la natura svanirebbe se non fosse sostenuta dall&#8217;attività incessante di Dio. Di qui il nuovo concetto non più materialistico e meccanico, ma <em>spirituale e finalistico, della natura e della storia. </em>Interessante, da tale punto di vista, l&#8217;opera <em>De civitate Dei</em>, scritta dopo il saccheggio di Roma fatto da Alarico, in cui è contenuta tutta un&#8217;originale filosofia della storia. Prendendo occasione dall&#8217;accusa, che i pagani muovevano ai cristiani, di essere la causa della rovina dell&#8217;impero romano, S. Agostino mostra i disegni della Provvidenza che, dirigendo le vicende dei popoli, sa ricavare dalle contese dei buoni (<em>Civitas Dei</em>) coi malvagi (<em>Civitas terrena</em>) il miglior bene. Naturalemnte la città terrena, in quanto serve ai fini della città divina, è implicitamente subordinata a quest&#8217;ultima: concetto notevole, per cui Agostino si può considerare come l&#8217;ispiratore di tutta la posteriore politica di rivendicazione della Chiesa di fronte all&#8217;Impero.</li>
<li><em>Ma anche qui il concetto di un divenire cui è immanente il divino, non significa immanenza e panteismo. </em>Agostino ammette, al di là del divenire sensibile, un Dio trascendentale e creatore, che, pertanto, non è la creazione, pur essendo nella creazione. Ecco i principali caratteri della natura di Dio:
<ul>
<li><em>trascendenza</em> &#8211; Dio, pure essendo, in quanto Verità, presente in qualche modo nella nostra anima, non è nella nostra anima: pur essendo, in quanto attività creatrice, presente nella natura: non è nella natura: egli è in se stesso, al di sopra di noi e della natura, fuori del tempo e dello spazio.</li>
<li><em>Amore, Provvidenza, Felicità, Bene</em> &#8211; Dio non è solo fredda contemplazione, come in Aristotele, ma è amore provvidente, che la nostra anima può sentire in sè, per essere sorretta nei suoi smarimenti.</li>
<li><em>ineffabilità</em> &#8211; Dio, in quanto puro spirito, trascende di gran lunga le possibilità conoscitive del nostro pensiero (cfr. Uno di Plotino).</li>
</ul>
<p>Tuttavia, in quanto Verità assoluta, Dio non può essere conosciuto in via <em>analogica</em> dal nostro pensiero, che è pur verità: è come la coscienza umana, pur nella sua unità, si spiega in una tripartizione fondamentale di rappresentazione (<em>memoria</em>), giudizio (<em>intellectus</em>) e volontà (<em>voluntas</em>), analogamente l&#8217;unità di Dio si spiega in una Trinità di <em>Essere</em> (Padre), <em>Sapienza</em> (Figlio) e <em>Volontà</em> (Spirito Santo).<br />
Il Padre ha dato a tutte le cose l&#8217;essere, il Figlio la razionalità, lo Spirito Santo l&#8217;amore; perciò Essere, Sapienza e Volontà sono determinazioni fondamentali di tutte le cose.</li>
</ol>
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		<title>Egiziani: la storia</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Nov 2008 09:26:23 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<h2>Paleolitico</h2>
<p>Per molto tempo si è creduto che l&#8217;Egitto non avesse conosciuto &#8220;l&#8217;età della pietra&#8221;; invece, non soltanto è esistito il Neolitico egiziano, ma anche il Paleolitico, anche se è impossibile, allo stato attuale delle conoscenze, vedere qualche legame tra gli occupanti della valle del Nilo durante questo periodo e quelli delle epoche successive. Le condizioni di vita, d&#8217;altronde, erano totalmente differenti, il clima non era lo stesso, era più umido e, senza dubbio, più vicino all&#8217;attuale clima equatoriale; il Nilo copriva tutta la valle, che ora occupa soltanto a metà, permettendo così di vivere anche nelle zone che adesso sono desertiche.<br />
Solo alla fine del Paleolitico il clima ha subito quella degradazione progressiva che ha portato, nel Neolitico, a condizioni di vita molto simili a quelle dell&#8217;epoca moderna. Ci sono prove che la valle del Nilo è stata sempre abitata dall&#8217;uomo e alcuni studi tenderebbero a dimostrare che gli antenati di questo popolo, in anticipo rispetto agli altri popoli mediterranei, avrebbero coltivato nell&#8217;Alto Egitto orzo e grano sin dall&#8217;epoca paleolitica (13000 a.C. circa). Questa ipotesi è stata scartata ma sembra comunque sicuro che l&#8217;orzo era consumato, se non coltivato, a ovest della valle del Nilo sin dall&#8217;VIII millennio a.C..</p>
<h2>NEOLITICO</h2>
<p>Gli scavi hanno provato l&#8217;esistenza dì un Neolitico egiziano; l&#8217;arte della pietra lavorata e della ceramica, come l&#8217;agricoltura e l&#8217;allevamento, vi erano conosciuti già molto tempo prima che fosse utilizzato il rame. Durante il Neolitico l&#8217;aspetto della valle cambia completamente: il clima diventa sempre più simile a quello attuale, il Nilo si restringe e non occupa più tutta la valle, l&#8217;Egitto si popola stabilmente poiché l&#8217;inaridimento dei territori limitrofi e la loro trasformazione in deserto fa si che la popolazione si concentri sulla stretta striscia di terra resa fertile dal Nilo. Queste popolazioni neolitiche si possono a tutti gli effetti considerare gli antenati diretti degli egiziani di epoca dinastica.<br />
Essi non appartenevano a un&#8217;unica razza, erano già il risultato di una mescolanza tra individui di tipo mediterraneo (i Cusciti-Camiti) e il tipo negroide, che proveniva anch&#8217;esso dalle razze del Paleolitico recente. Il primo nucleo dell&#8217;Egitto è costituito da contadini, ed è interessante notare che questo nucleo, alla base di tutto, era già presente in epoca neolitica, cioè intorno al VI millennio a.C.. Queste date servono solo a dare un&#8217;idea di massima, le uniche precise sono quelle fornite dal carbonio 14 per la cultura di el-Fayum (5500-5000 a.C.), e di el-Omari (4000 a.C.). Gli strumenti di questi primi egiziani erano in pietra, la selce si distingue per la precisione con cui è lavorata, e questo è un tratto che caratterizzerà sempre la lavorazione della pietra in Egitto.<br />
La maestria degli artigiani delle epoche successive può essere spiegata soltanto attraverso una lunga tradizione di tagliatori di selce di cui erano i continuatori, per non dire i discendenti, al punto che continuarono a creare le stesse forme. Questi primi abitanti della valle vivevano in capanne collettive, allevavano animali domestici (tra essi il bue, il montone e la capra) e avevano addomesticato il cane, che probabilmente li aiutava nel controllo del gregge e nella caccia, attività che, assieme alla pesca, dava un apporto non secondario all&#8217;alimentazione della comunità.<br />
Essi sapevano anche coltivare, conoscevano il grano e l&#8217;orzo e abbiamo anche ritrovato alcuni dei loro strumenti, zappe a pietra e falcetti di selce. Il grano era conservato in silos d&#8217;argilla e veniva frantumato con macine piatte, molto simili, come del resto i falcetti, a quelle che si useranno in epoca storica. Infine, già in questo periodo, si conciavano le pelli, si tessevano stuoie o stoffe, si cuciva, si intrecciavano cesti e panieri. Si fabbricava anche una ceramica molto grossolana e si facevano arpioni, braccialetti e aghi d&#8217;osso.<br />
C&#8217;era già un culto dei morti, che venivano interrati nelle vicinanze del villaggio, in fosse ovali, su un fianco e in posizione fetale. La cultura neolitica, insomma, pone le basi, fornendo tutti gli elementi materiali, alla civiltà egiziana vera e propria, e delinea il paesaggio umano della valle del Nilo, fondandovi i primi siti permanenti e dissodando i terreni di coltura. Si conoscono tre tipi di culture neolitiche in Egitto, due al nord, ai confini del delta, vicino al Fayum e nel Medio Egitto, il terzo a sud, nell&#8217;Alto Egitto. E importante notare che, già in questo periodo, il paese presentava due focolari di culture differenti, uno al nord e uno al sud, e questo potrebbe spiegare perché gli egiziani sono rimasti fedeli cosi a lungo alla divisione in due parti del loro paese, anche se, geograficamente, non si tratta di due zone nettamente distinte; tra l&#8217;altro, la zona marittima del delta, caratterizzata da un clima mediterraneo, probabilmente non era nemmeno abitata in quest&#8217;epoca, quindi la distinzione fra nord e sud era ancora meno giustificata, e si può perciò supporre che abbia avuto origini etniche o semplicemente storiche.</p>
<h2>PERIODO PREDINASTICO</h2>
<p>(4500 &#8211; 3000 a. C.) In Europa si distingue molto nettamente il periodo neolitico, in cui l&#8217;uomo usa soltanto strumenti di pietra, dall&#8217;Eneolitico, che è caratterizzato dall&#8217;apparizione del metallo, prima l&#8217;oro, poi il rame, e infine il bronzo. In Oriente, e soprattutto in Egitto, la distinzione è spesso delicata, in molti siti eneolitici non c&#8217;è traccia di metallo.<br />
Non per questo ci si deve immaginare un avvenimento traumatico (per esempio un&#8217;orda di invasori che mettano a ferro e fuoco il paese e assoggettino la popolazione locale forti del loro armamento di metallo, per spiegare il passaggio da un periodo all&#8217;altro. La transizione, infatti, è stata &#8220;dolce&#8221; e, anche se è possibile che il metallo sia stato portato dall&#8217;esterno, niente fa supporre che ciò sia avvenuto tramite un&#8217;invasione. L&#8217;apparizione del rame, d&#8217;altronde, non cambia in nulla la tecnica del taglio della selce, che rimane lo strumento principe, e tutto lascia supporre che l&#8217;uso del metallo si sia diffuso pacificamente: la civiltà eneolitica continua l&#8217;opera di quella neolitica.<br />
Ma, se il Neolitico egiziano aveva dei punti di contatto con il Neolitico in generale, nel periodo eneolitico l&#8217;Egitto si trova in una posizione diversa e si distingue sempre più dalle culture che lo circondano perché, nel momento del suo maggior sviluppo, l&#8217;Eneolitico si confonde con la civiltà &#8220;storica&#8221; che ne è il compimento. Il periodo eneolitico è la continuazione del Neolitico, e perciò presenta inizialmente due culture diverse, una a nord e l&#8217;altra a sud, ma la caratteristica dell&#8217;Eneolitico sta nel fatto che, dopo un certo tempo, queste due culture si fondono e da esse nasce la lunga civiltà Faraonica.<br />
Per quanto riguarda il periodo anteriore alla fusione, l&#8217;Eneolitico è conosciuto soltanto grazie ai siti dell&#8217;Alto Egitto, di cui il più antico è Badari. Le capanne sono ovali e di materiale leggero, l&#8217;arredamento costituito da stuoie, cuscini in cuoio, letti di legno. La necropoli, come quelle del Neolitico, è situata un po&#8217; discosto dal villaggio, le fosse sono ovali, come le case, e i morti vi sono posti in posizione fetale, circondati da vasi che contenevano sicuramente delle offerte. Le novità sono costituite dalla presenza di figurine femminili nude, in avorio o argilla, e dalla presenza di un&#8217;intelaiatura di vimini che isola il cadavere dal riempimento della fossa. L&#8217;industria badariana resta caratterizzata dall&#8217;impiego della selce, il rame è presente ma soltanto in piccoli pezzi ottenuti per martellamento, mentre per i tessuti viene impiegato il lino, ma anche il cuoio continua a essere utilizzato. Sanno lavorare il legno, la ceramica è in netto progresso rispetto al periodo precedente e, anche se le forme sono meno numerose di quelle che si trovano nel nord del paese, sono molto più belle: è l&#8217;epoca della ceramica egiziana. All&#8217;inizio dell&#8217;Eneolitico appare per la prima volta lo smalto verde-blu che sarà una delle caratteristiche dell&#8217;arte egiziana, anche se, in questo primo periodo il suo impiego è limitato.<br />
È interessante notare che a Badari non si trovano i vasi in pietra dura presenti, già nel Neolitico, nel Basso Egitto, mentre le palette di scisto sono già presenti e le vedremo evolversi fino in epoca storica. Infine, si sono trovati a Badari alcuni animali seppelliti avvolti in stuoie o stoffe, sciacalli, tori, montoni, gazzelle e ciò potrebbe prefigurare un culto di alcuni animali considerati sacri, che si ritroverà alla base della religione egiziana in epoca storica. A partire dal V millennio iniziano ad apparire una serie di cambiamenti: le capanne diventano rettangolari e anche le tombe, facendo così intendere chiaramente che venivano considerate come dimore, concezione che rimarrà nell&#8217;arco di tutta la civiltà egiziana. La lavorazione del rame, che fino ad allora era stato impiegato poco, si sviluppa: appaiono i vasi in pietra; la ceramica, che prima era a tinta unita, ora imita i vasi in pietra oppure ha decorazioni di tipo naturalistico.<br />
Queste modifiche sono frutto dell&#8217;unione delle due culture di cui abbiamo parlato; in effetti tutti gli elementi di novità che appaiono nell&#8217;Alto Egitto, preesistevano al nord. Le mazze a forma di pera, presenti nel nord sin dal Neolitico, si trovano anche a sud a partire dal V millennio, e soppiantano la forma a disco, e anche i vasi in pietra, sconosciuti a Badari, sono invece conosciuti al nord sin dal Neolitico. Ci sono quindi gli elementi per dire che le novità che si notano nella cultura meridionale provengono dal nord, ma ciò che ci preme far notare è che, anche se le due civiltà prima della fusione erano differenti, questo non vuol dire che fossero estranee.<br />
Entrambe sono a pieno titolo africane, ma quella situata a nord è avvantaggiata negli scambi, a ovest, tramite l&#8217;oasi di Siua, e a est tramite il Sinai, ed è probabilmente da lì che è giunto in Egitto il rame. Per spiegare la fusione tra nord e sud si è parlato di un&#8217;invasione e si è creduto di riconoscere individui stranieri nelle tombe dell&#8217;Alto Egitto databili a un periodo successivo, ma non è affatto sicuro che questi individui caratterizzati da teste piccole (brachicefali), non siano mediterranei e inoltre, anche se fossero stranieri, non sarebbero così numerosi da legittimare l&#8217;ipotesi di un&#8217;invasione o di una conquista.<br />
Nel predinastico recente, la fusione è ormai avvenuta e questa civiltà è molto più evoluta rispetto a quella che esisteva in Alto Egitto all&#8217;inizio dell&#8217;Eneolitico. Per le costruzioni vengono usati i mattoni crudi, i silos sono in terracotta, e quindi meno umidi, nelle necropoli le fosse sono rettangolari, a imitazione delle case, e testimoniano l&#8217;inizio di una vera e propria architettura funeraria: la tomba è costituita da una muratura in terra sormontata da un tetto e vi sono delle stanzette laterali che fungono da magazzini per le provviste del morto. Il defunto in un primo periodo fu chiuso in una cesta di vimini, poi in un vaso di terracotta e, da ultimo fu seppellito in una bara di legno. Sembra che le necropoli fossero situate soprattutto sulla riva occidentale del Nilo e che il morto avesse la testa rivolta a nord e il corpo a est; insomma, si assiste, almeno sul piano puramente materiale, alla creazione della religione funeraria egiziana. Un&#8217;industria lirica si perfeziona ulteriormente e la figura umana appare per la prima volta, sia sulla ceramica con il fondo marrone chiaro, sia in figurine d&#8217;avorio o d&#8217;argilla, sui manici di certi coltelli e anche su un affresco.<br />
Sui monumenti figurati e sulle palette di scisto, vediamo spesso apparire edifici o personaggi che portano delle aste sormontate da un animale o un oggetto, le stesse insegne che si ritroveranno in epoca storica come simboli dei Nomi. Sembra legittimo dedurne che, già alla fine dell&#8217;Eneolitico, l&#8217;Egitto conoscesse un&#8217;organizzazione sociale e inoltre la frequente presenza del falco e del bucranio sulle palette sembra indicare che la religione si è già costituita: culto di Horus per il falco e di Hathor per il bucranio. Gli abitanti della valle del Nilo hanno quindi in mano tutti gli elementi di quella civiltà che ora inizierà a svilupparsi a un ritmo molto più rapido.<br />
Per delineare la storia di questi secoli oscuri si può usare anche un altro tipo di fonti, meno precise e più difficili da interpretare; la continuità della civiltà egizia, non essendo mai stata interrotta bruscamente, potrebbe conservare, nei testi redatti in epoca storica, le tracce di tradizioni che risalgono a molto prima dell&#8217;unificazione avvenuta nel 3100. Questi testi, chiamati testi delle Piramidi, non si trovano nelle grandi piramidi di Giza, ma sulle pareti interne di piramidi molto più modeste appartenenti a re della V e VI dinastia (tra il 2350 e il 2200) e si è pensato che potessero riferirsi ad avvenimenti accaduti all inizio dell&#8217;Eneolitico nella zona nord (della quale non abbiamo alcuna testimonianza archeologica). Secondo questi testi l&#8217;Alto Egitto sarebbe stato il regno di Seth, mentre il delta sarebbe stato diviso in due gruppi di Nomi (in greco nomoi) contrapposti, uno a est e l&#8217;altro a ovest.<br />
Osiride, re del nord, li avrebbe unificati e poi Horus, il suo successore, avrebbe attaccato il regno di Seth, creando cosi una monarchia unificata che avrebbe regnato su tutto l&#8217;Egitto già prima del 3100. Questo stato di cose, però, non sarebbe durato a lungo, e presto si sarebbero creati due regni, uno con capitale nell&#8217;Alto Egitto, a el-Kab, e uno con capitale nel Basso Egitto, a Buto.<br />
L&#8217;egittologo tedesco Kurt Sedie, autore di quest&#8217;ipotesi, riteneva che il calendario solare fosse stato adottato durante il primo periodo d&#8217;unificazione, nel 4200 circa, e che la capitale dovesse trovarsi a Eliopoli (vicino al Cairo). Se questa ipotesi si rivelasse esatta, la storia della civiltà egizia si potrebbe così riassumere:<br />
1) dal 5000 al 3800 circa &#8211; periodo neolitico e inizio dell&#8217;eneolitico, l&#8217;Egitto ha due focolari di cultura, uno al nord, l&#8217;altro al sud;<br />
2) verso il 3700 &#8211; apparizione del metallo, il nord si unifica e, all&#8217;inizio del IV millennio conquista il sud;<br />
3) verso il 3600 &#8211; una monarchia venuta dal nord governa tutto l&#8217;Egitto, con capitale a Eliopoli, ma, ben presto, il paese si divide un&#8217;altra volta in due parti, una con capitale a sud, a el-Kab, una con capitale a nord, a Buto;<br />
4) intorno al 3000 &#8211; i re del sud assoggettano quelli del nord e Menes, re del sud, governa tutto l&#8217;Egitto.<br />
Questa ricostruzione degli avvenimenti è affascinante, ma sono in molti a sottolineare la fragilità degli argomenti in suo favore. Si pensa invece che l&#8217;unificazione sia stata compiuta dal sud, mentre il regno eliopolitano unito in epoca preistorica non sarebbe mai esistito. Tuttavia, poco prima del 3100, ci sono stati sette faraoni che hanno governato tutto l&#8217;Egitto e che costituiscono quella che oggi viene chiamata la &#8220;dinastia zero&#8221;. A Ieracompoli, che sembra fosse la capitale del sud in quel periodo, si sono trovati monumenti che raffigurano un re, chiamato il re Scorpione, che combatte gli egiziani. Sembra che il potere del re Scorpione si sia esteso fino a nord di Menfi, mentre il re che unificò l&#8217;Egitto sarebbe stato Narmer, il suo successore.<br />
Questo re è rappresentato su una paletta mentre combatte contro gli egiziani, ma, in questo caso, già indossa le insegne di re del sud e del nord e quindi riassume nella sua persona l&#8217;unità del paese: lo Scorpione e Narmer sarebbero gli ultimi faraoni della &#8220;dinastia zero&#8221;.</p>
<h2>PERIODO THINITA</h2>
<p>(3000 &#8211; 2700 a.C.) Non si sono trovate testimonianze certe dell&#8217;esistenza del famoso Menes, presunto fondatore della regalità faraonica, ed è anche possibile che il suo nome nasconda diversi re ma, per contro, esistono dei documenti che riguardano il periodo immediatamente precedente l&#8217;unificazione del paese. A Ieracompoli, che sembra fosse la capitale del sud in quel periodo, si sono trovati monumenti che raffigurano un re, chiamato il re Scorpione, che combatte gli egiziani. Sembra che il potere del re Scorpione si sia esteso fino a nord di Menfi, mentre il re che unificò l&#8217;Egitto sarebbe stato Narmer, il suo successore.<br />
Questo re è rappresentato su una paletta mentre combatte contro gli egiziani, ma, in questo caso, già indossa le insegne di re del sud e del nord e quindi riassume nella sua persona l&#8217;unità del paese: lo Scorpione e Narmer sarebbero gli ultimi faraoni della &#8220;dinastia zero&#8221;. Dei cinque secoli in cui avrebbero regnato le prime due dinastie sappiamo poco. La capitale era Thinis, presso Abido, dove sono state trovate le tombe dei faraoni della prima dinastia, mentre le grandi sepolture di Saqqara, che si credeva fossero sepolture reali, appartengono agli alti funzionari che erano imparentati ai faraoni.<br />
L&#8217;evoluzione storica dell&#8217;Egitto è la medesima sotto le due dinastie, ed è caratterizzata dallo sviluppo della scrittura e dall&#8217;organizzazione dell&#8217;apparato reale, fatti che sono collegati, poiché lo sviluppo della scrittura è stato favorito dall&#8217;estensione dei poteri reali e viceversa. I re sono adesso abbastanza forti da inviare delle spedizioni fuori dall&#8217;Egitto, nel Sinai, a cercare delle pietre preziose, o in Nubia e nel deserto arabico. La monarchia si rafforza a poco a poco, ma non ci è dato di sapere se, in questo periodo, è già cosi &#8220;assoluta&#8221; come nell&#8217;Antico Regno.<br />
Un fatto però è certo, lo stesso che caratterizzerà la regalità egiziana fino alla conquista greca: la sua natura religiosa, poiché il faraone è un &#8220;dio in terra&#8221;. Sia la cerimonia d&#8217;incoronazione che le feste religiose hanno un duplice valore, amministrativo e religioso, il sacro non è separato dal civile e il funzionario può anche essere, come del resto il faraone, un sacerdote. Sembra che la burocrazia si sviluppi in questo periodo ma anche se si sa che è organizzata in maniera fortemente gerarchica, non si sa quanto sia specializzata. Prosegue lo sviluppo economico del paese e in un paio di occasioni è certo che fu lo stesso faraone a occuparsi della creazione dei canali per l&#8217;irrigazione, della cui manutenzione si occupava uno dei funzionari più importanti, il nomarca (dal greco nomòs e archéo, &#8220;governo&#8221;), il governatore provinciale cui faceva capo tutta l&#8217;amministrazione locale.<br />
Queste prime dinastie rappresentano quindi l&#8217;epoca in cui la civiltà egiziana si dà la sua forma definitiva, mentre, nelle epoche precedenti, si erano raggiunti gli obiettivi materiali indispensabili al suo sviluppo: la conquista agricola del paese, l&#8217;elaborazione delle concezioni religiose, della lingua e della scrittura, l&#8217;apprendimento delle tecniche di lavorazione del metallo, della tessitura e della ceramica, ecc. In questo periodo la civiltà egizia si trasforma in un regno politicamente unito. L&#8217;archeologia e i testi religiosi permettono di ricostruire grosso modo la storia dell&#8217;unificazione sia del paese che dei due gruppi antagonisti che si sono poi fusi in un unico regno, ma né l&#8217;una né gli altri danno chiarimenti circa la nascita dello Stato faraonico cosi come appare nelle epoche successive. Si sa che, fin dalle prime dinastie, c&#8217;era un solo re, e che il paese era diviso in province con a capo un alto funzionario, ma questo è un risultato a cui non si conosce come gli egiziani siano arrivati.</p>
<p><strong>I Dinastia</strong><br />
(3100 +/- 150 a. C.) Le prime testimonianze archeologiche della I Dinastia si devono ad Amélineau. Con l&#8217;aiuto di fondi forniti da privati, egli iniziò alcuni scavi ad Abido nel 1895, proseguendo i lavori verso occidente fino a raggiungere un basso contrafforte del deserto, detto l&#8217;Umm el-Kacab, la Madre dei Vasi, dagli innumerevoli cocci che ricoprivano il terreno. In questa remota località, distante più di un chilometro e mezzo dai campi coltivati, s&#8217;imbatté in un gruppo di tombe di mattoni a forma di pozzo, che in seguito si rivelarono appartenenti ai re della I e della II dinastia. Egli ne contò sedici.<br />
Petrie, qualche anno più tardi, riuscì a disegnare la pianta delle tombe ed a ricuperare un gran numero di oggetti importanti fra i quali recipienti in pietra con iscrizioni, sigilli di giare, tavolette d&#8217;ebano e d&#8217;avorio, e varie stele stupendamente scolpite e di imponenti dimensioni.<br />
Nel 1897 Quibell, eseguendo scavi a Kom el-Ahmar, quasi di fronte a Edfu sulla riva opposta del fiume, fece una sensazionale scoperta. Era noto che qui sorgeva l&#8217;antica Nekhen, menzionata in certi titoli ufficiali dell&#8217;Antico Regno, detta poi dai Greci Ieracompoli dalla principale divinità del luogo, il dio falco Horo. La grande scoperta di questi scavi fu la famosa Tavoletta di Narmer. Non occorreva molto acume per individuare in questo oggetto un indiscutibile anello di collegamento fra il tardo periodo predinastico e l&#8217;inizio di quello protodinastico.<br />
Prima di Narmer è opportuno però parlare di un re ancor precedente che, in mancanza di un equivalente fonetico, viene chiamato il re Scorpione.<br />
Gli studiosi ritengono che Narmer non fosse altri che Menes in persona. Molti fatti collegano Menes a Menfi, primo fra tutti il fatto che, secondo gli storici, fu proprio lui a fondare la città.<br />
L&#8217;importanza di questa grande città durante la I dinastia fu rivelata dagli scavi condotti al margine del deserto occidentale, qualche chilometro più a nord.<br />
Dopo le scoperte di Abido gli studiosi erano convinti di esser venuti in possesso degli autentici sepolcri dei primi faraoni, il che pareva confermato dall&#8217;affermazione di Manetone che i re della I e della II dinastia provenivano da Tjene (Thinis), città nei pressi di Abido. Ma le maggiori dimensioni e la grandiosità delle tombe menfite facevano ora nascere il sospetto che fossero queste le vere tombe regali protodinastiche e la questione si faceva ancor più complicata con la scoperta di mastabe isolate, non meno imponenti e appartenenti allo stesso periodo, a Tarkhan, qualche chilometro a sud di Lisht, a Giza e anche più a nord, ad Abu Roash.</p>
<p><strong>II Dinastia</strong><br />
(3000-2700 a.C.) La II dinastia di Manetone, composta di nove re originari di Thinis, presenta problemi ancor più intricati della precedente. Dei nomi manetoniani quattro sono identificabili negli elenchi regali ramessidi, sebbene abbiano subito gravi deformazioni; ma occorre un notevole acume per dimostrare che il Tlas di Manetone deriva da un re Weneg, conosciuto solo attraverso frammenti di coppe immagazzinate nelle gallerie sotterranee della piramide a gradini.<br />
Le liste dei re ne enumerano undici, invece dei nove di Manetone, ma solo per quattro si è trovato sui monumenti conferma della loro esistenza.<br />
Esistono prove fondate di rapporti, amichevoli o meno, fra gli ultimi re della II dinastia e i paesi del Nord. Non solo alcuni sigilli attribuiscono a Peribsen l&#8217;epiteto di &#8220;conquistatore di paesi stranieri&#8221;, ma vi è anche motivo di credere che fu lui a introdurre il culto di Seth nel delta nord-orientale.<br />
Le cifre totali fornite da Manetone (253 anni per la I dinastia e 302 per la II) non sono naturalmente attendibili, e altrettanto improbabili sono i complessivi 450 anni che si ricavano dalla Pietra di Palermo per le due dinastie. Ma qualunque ne sia la durata, questo periodo bastò per dare alla civiltà dell&#8217;antico Egitto quell&#8217;impronta particolare che distingue in modo così marcato i suoi resti da quelli dei paesi vicini.</p>
<h2>Antico regno</h2>
<p>(2700 &#8211; 2200 a.C.) Come non c&#8217;è stato un taglio netto fra l&#8217;epoca eneolitica e le prime dinastie, non c&#8217;è neanche una netta separazione tra queste e l&#8217;inizio dell&#8217;Antico Regno, il cui fondatore, Djoser, secondo re della III dinastia, era figlio di Khasekhemuy, ultimo re della seconda; sono i perfezionamenti tecnici raggiunti, soprattutto nell&#8217;architettura, che permettono di parlare di una nuova dinastia.<br />
L&#8217;avvenimento più importante del regno di Djoser, quello che giustifica la classificazione dell&#8217;Antico Regno in un periodo diverso dai precedenti, è lo spostamento della capitale dalla zona di Abido a Menfi (l&#8217;Antico Regno viene a volte chiamato menfita). È durante il suo regno, probabilmente, che l&#8217;amministrazione reale si complica ed egli si fa perciò affiancare da un aiutante, un primo ministro di nome Imhotep Da diversi indizi, si sa che Djoser ha continuato l&#8217;opera dei re della prima dinastia, promovendo azioni militari verso la Nubia e proseguendo una politica che sarà poi quella di tutti i re dell&#8217;Antico Regno, visto che gli egiziani di questo periodo sembrano essere più preoccupati dai loro confinanti a sud che da quelli a nord-est.<br />
Un testo di epoca tarda fa risalire a lui la prima penetrazione egiziana in Nubia, ma sembra che già il re Djer (I dinastia) era arrivato fino alla seconda cataratta e quindi il testo si riferisce probabilmente all&#8217;annessione della Nubia più che a una sortita militare. Un&#8217;altra zona molto frequentata dagli egiziani in cui si recò anche Djoser, come è testimoniato da un&#8217;incisione rupestre, era il Sinai, dove c&#8217;erano miniere di pietre preziose, e forse anche di rame, indispensabili all&#8217;artigianato e alla religione egizia.<br />
La IV dinastia è quella dei costruttori delle grandi piramidi e dovrebbe essere tra quelle su cui si hanno maggiori informazioni e invece l&#8217;unico re di cui si conosce qualcosa e il fondatore, Snofru, figlio di Unis. I monumenti ci sono, perfetti, testimonianza irrefutabile di una civiltà molto avanzata sia sul piano tecnico che amministrativo, ma prove certe, su questi aspetti, non esistono.<br />
Un racconto egiziano del Medio Regno svela le origini leggendarie della V dinastia. Vi si narra che la moglie di un sacerdote di Ra avrebbe concepito con il dio i primi tre faraoni. È certo che il culto del dio solare Ra aveva, in quest&#8217;epoca, un importanza primaria, non solo a causa delle origini della dinastia, che proveniva da Eliopoli dove il dio era adorato, ma anche perché il clero di questa città contribuì alla presa del potere da parte della stessa dinastia. Comunque sia, da quel momento in poi i faraoni assunsero il titolo di figlio di Ra e l&#8217;impronta della religione sulla vita regale si evidenzia già dai nomi dei faraoni, in cui Ra appare quasi sempre.<br />
La religione solare apporta delle modifiche all&#8217;architettura dei numerosi templi che ed è in quest&#8217;epoca che furono compilati (se non proprio composti) i Testi delle Piramidi. Sembra che la V dinastia, per quanto riguarda la politica estera, fosse più interessata all&#8217;Asia, non si sa se perché di lì attaccata o semplicemente perché voleva estendere la propria influenza in quelle zone. Alcune spedizioni militari furono condotte nel Sinai, in Asia e in Libia.<br />
Per la VI dinastia si hanno numerose testimonianze dell&#8217;attività di Pepi I, soprattutto decreti per la fondazione di opere pie, molto importanti per studiare il diritto egiziano in un&#8217;epoca cosi antica. Come i suoi predecessori, Pepi sorveglia la Nubia e ordina numerose spedizioni contro gli asiatici, anche se sembra che il paese nemico non fu mai occupato, e che l&#8217;esercito egiziano vi compisse soltanto delle incursioni. Durante questo periodo continuò la pacificazione della Nubia e vennero inviate spedizioni commerciali a Biblo e nel paese di Punt, cioè lungo la costa africana del Mar Rosso, nella zona dell&#8217;attuale Eritrea.<br />
Con Pepi II inizia la decadenza dell&#8217;Antico Regno forse perché in vecchiaia (regnò oltre novant&#8217;anni!) egli non è più stato in grado di mantenere l&#8217;unità del paese, che, in effetti, si fondava soltanto sulla sua persona.<br />
L&#8217;Antico Regno, che termina con la VI dinastia, fu un periodo di grande prosperità per l&#8217;Egitto. Fu l&#8217;apogeo della regalità faraonica. Il re viene considerato a tutti gli effetti dio in terra, per cui lo si teme e gli si obbedisce, e sotto la sua guida sicura, l&#8217;Egitto conosce una prosperità economica che ritroverà solo difficilmente e a intervalli irregolari. Non esistono molte informazioni circa i contatti esterni che l&#8217;Egitto ebbe in questo periodo, ma il fatto che a Biblo vi fosse un tempio dedicato a divinità egiziane, indica che i contatti non si sono limitati alla conquista della Nubia, che resta pur sempre la grande impresa dell&#8217;epoca.</p>
<p><strong>III Dinastia</strong><br />
(2700-2630 a. C.) E&#8217; la prima dinastia della quale è possibile stilare una lista abbastanza precisa dei faraoni che la compongono. Inoltre è la prima della quale sono arrivate sino a noi prove certe sotto forma di manufatti monumentali in pietra. Il primo faraone della III dinastia fu Djoser, la cui importanza come fondatore di una nuova epoca è messa in risalto nel Canone di Torino dall&#8217;uso eccezionale dell&#8217;inchiostro rosso. La sua impresa maggiore fa la grande piramide a gradini di Saqqara.<br />
Il merito tuttavia più che a Djoser stesso va attribuita al suo celebre architetto Imhotep. Manetone, lo storico greco, gli attribuisce l&#8217;invenzione dell&#8217;arte della costruzione in pietra; il grande monumento funebre di Djoser fu infatti il primo costruito interamente con quel materiale. I diciannove assegnati a Djoser sembrano un periodo breve per portare a termine la sua piramide. Più credibili sarebbero i ventinove concessigli da Manetone, se nei suoi elenchi della III dinastia non contasse nove re, tutti con nomi non identificabili eccetto Tosorthros (Djoser), i quali avrebbero regnato per un totale di duecentoquattordici anni.<br />
Della III dinastia ci rimangono, oltre alla piramide di Djoser, le rovine di un tempio costruito dallo stesso faraone a Eliopoli, oltre alle rovine di altre due piramidi attribuite ai successori di Djoser. Alcuni studiosi inoltre attribuiscono alla III dinastia anche la piramide di Maydum, altrimenti attribuita a Snofru.</p>
<p><strong>IV Dinastia</strong><br />
(2630-2510 a.C.) La IV dinastia è forse la più conosciuta dell&#8217;intera storia egizia. I nomi dei suoi tre sovrani più famosi fanno parte del bagaglio culturale di ciascuno di noi. Cheope, Chefren, Micerino, grazie alle grandiose opere realizzate sono un caposaldo della storia antica.<br />
Con la IV dinastia si sviluppa appieno l&#8217;architettura della piramide che nella dinastia precedente era nata come evoluzione della mastaba. Le piramidi della IV dinastia nascono da un&#8217;idea di piramide pienamente formata e la magnificenza raggiunta da questi monumenti non sarà più eguagliata nei secoli successivi, addirittura sino ai giorni nostri, visto che la grande piramide di Cheope è ancora oggi la più grande opera mai costruita dalla mano dell&#8217;uomo e, come altezza di opera umana interamente in pietra, è superata solamente dalle torri della cattedrale di Colonia, costruita più di quattro millenni dopo.<br />
I nomi Cheope, Chefren e Micerino sono la versione ellenizzata tramandataci da Erodoto dei nomi reali dei tre sovrani (Khufwey, Khafra, Menkaura). Il fondatore della dinastia fu Snofru, il quale sposò una figlia di Huny, l&#8217;ultimo faraone della dinastia precedente.<br />
Snofru fu un grande costruttore di piramidi, gliene si attribuiscono ben tre, e di notevoli dimensioni. Sia Snofru che i suoi immediati successori furono sovrani molto potenti, non si spiegherebbe altrimenti la riuscita nella realizzazione delle loro grandi opere; dopo Micerino però le fortune della dinastia sembrarono decadere rapidamente. La terza piramide fu terminata frettolosamente e arredata all&#8217;interno da Shepseskaf, il solo altro re della IV dinastia riconosciuto legittimo dai contemporanei e dalla Tavola di Abido.<br />
Che qualcosa di grave sia accaduto verso quest&#8217;epoca si può dedurre dal fatto che Shepseskaf scelse per la sua ultima dimora la zona sud di Saqqara e si fece costruire non una piramide, ma una tomba che, a parte le pareti inclinate, ha la forma tipica dei sarcofagi di quel periodo. La gente del posto chiama questa tomba Mastabat el-Faraun. Questa tomba fu imitata poco tempo dopo a Giza in un monumento talvolta denominato la piramide incompiuta o la quarta piramide. Apparteneva alla madre di un re di nome Khantkawes; da quest&#8217;ultimo avrà origine la V dinastia.</p>
<p><strong>V Dinastia</strong><br />
(2510-2350 a. C.) Esiste a Giza un monumento talvolta denominato piramide incompiuta o quarta piramide. Gli scavi ne hanno rivelato l&#8217;appartenenza alla madre di un re di nome Khantkawes, il cui culto funerario fu mantenuto per tutta la V dinastia.<br />
Sembra accertato che da Khantkawes ebbe origine la V dinastia, anche se questa tesi urta contro la tradizione raccolta da una narrazione del tardo Medio Regno, secondo la quale i primi tre re della V dinastia sarebbero stati figli trigemini di un semplice sacerdote di Ra. Quali che siano le origini della V dinastia, non possono esistere dubbi sulla diversità e sull&#8217;originalità del suo carattere.<br />
Secondo la leggenda al figlio maggiore di Radjedef era stato predetto che sarebbe diventato gran sacerdote del dio sole Ra in On, la grande città conosciuta come Eliopoli dai Greci, ora un semplice sobborgo a settentrione del Cairo.<br />
Non si ha conferma nè appare probabile che Userkaf, primo re della dinastia, abbia mai esercitato tale ufficio, ma è certo che sotto il suo regno la casta sacerdotale di Eliopoli incominciò a esercitare un&#8217;influenza senza precedenti. Occorre tuttavia osservare che, sebbene divenuto più intenso, il culto del sole in questo periodo non fu esclusivo come lo sarebbe stato più di mille anni dopo sotto Akhenaten, perché altre divinità, fra cui le dee dell&#8217;Alto e del Basso Egitto, erano parimenti venerate. Al predominio del culto solare nella religione si rispecchia in un mutamento avvenuto nei titoli reali. Fino a questo momento il nome di Ra compare solo nei cartigli di Radjedef, Chefren e Micerino. Durante la V dinastia Ra diviene un elemento pressoché costante come risulta dall&#8217;elenco ben accertato dei nove re che la compongono: Userkaf, Sahura, Neferirkara (Kakai), Shepseskara (Izi?), Neferefra, Niuserra (In), Menkauhor, Djedkara (Isesi), Unis.<br />
Ma ciò che più colpisce è la presenza di un nuovo tipo di monumento che, per quanto ci risulta, fu invenzione originale della V dinastia e non fu più costruito dopo l&#8217;ottavo re: tempio per il culto solare.<br />
Indubbiamente i nuovi adepti del culto solare non si sentivano all&#8217;altezza di onorare il loro dio con la magnificenza che i sovrani della IV dinastia avevano dedicato alla glorificazione della propria persona perciò, onde evitare confronti poco lusinghieri, costruirono i nuovi templi più a sud, a qualche chilometro da Giza.<br />
Abu Gurab, un luogo che per molto tempo aveva portato il nome della piramide di Righa, rivelò i resti di un grande tempio del sole che si suppone copiato dal tempio di Ra-Atum ad Eliopoli. La pianta generale assomiglia a quella del consueto complesso funerario delle piramidi, con un edificio d&#8217;ingresso presso la valle, una rampa che conduce a un livello superiore e nel punto più alto invece della piramide e del tempio funerario un tozzo obelisco poggiato su un basamento quadrato a forma di piramide tronca. L&#8217;obelisco ricordava un&#8217;antichissima pietra che si trovava ad Eliopoli, detta beben, che simbolizza senza dubbio un raggio o i raggi del sole e forse etimologicamente significa &#8220;il radiante&#8221;. Si sa che dei nove re della V dinastia sei innalzarono templi del sole di questo genere ciascuno battezzato con un nome particolare come &#8220;Delizia di Ra&#8221;, &#8220;Orizzonte di Ra&#8221;, &#8220;Campo di Ra&#8221;, ma solo due sono stati individuati con certezza: quello di Userkaf e quello di Niuserra.<br />
Sulla Pietra di Palermo gli unici due riferimenti a imprese non religiose dei faraoni della V dinastia riguardano viaggi nel Sinai alla ricerca di turchesi e a Punt, luogo di provenienza dell&#8217;incenso e di varie spezie. A eccezione di una campagna libica e della guerra asiatica nella quale fu comandante supremo Weni, pare che tutte le avventure oltre il confine dell&#8217;Antico Regno avessero uno scopo utilitario: viaggi per procacciare i materiali con cui saziare la passione del sovrano per l&#8217;edilizia, accrescere il lusso della sua corte e soddisfare le esigenze delle divinità da lui adorate.</p>
<p><strong>VI Dinastia</strong><br />
(2350-2200 a. C.) Manetone fa iniziare la VI dinastia da un Othoès che s&#8217;identifica con il Teti successore di Unis degli elenchi di Abido e Saqqara. Sempre Manetone indica Menfi come luogo d&#8217;origine della VI dinastia, ed infatti tutte le piramidi dei suoi sovrani sono situate nella zona di Saqqara a poche miglia l&#8217;una dall&#8217;altra.<br />
Fu proprio la piramide del terzo re, Pepi I, chiamata Mn-nfr, &#8221; (Pepi è) insediato e bello&#8221;, a dare il nome alla grande città di Menfi in mezzo alla valle, di fronte a Saqqara.<br />
Non si sa perché Teti sia stato considerato il fondatore di una nuova dinastia, ma è pressappoco verso questo periodo che si manifesta in pieno l&#8217;importante trasformazione avvenuta nel carattere del regno egizio.<br />
Finita l&#8217;estrema centralizzazione del potere dei periodi precedenti, quando la più alta ambizione di un cortigiano era quella di ottenere una tomba all&#8217;ombra della piramide regale, la generosità del faraone riceveva ora un&#8217;ingrata ricompensa; le sue ricchezze incominciavano a esaurirsi mentre quelle dei nobili erano tanto aumentate ch&#8217;essi potevano quasi gareggiare con lui in potenza e importanza. Ovunque nelle vicinanze dei maggiori centri delle province erano sorti bellissimi cimiteri dove non solo i principi del luogo ma anche i loro dipendenti di grado più elevato cercavano di conferire alle proprie mastabe e alle tombe scavate nella roccia qualcosa dello splendore della capitale. Tuttavia benché avesse già preso salde radici tutta un&#8217;aristocrazia provinciale, non si deve supporre che il potere dei faraoni si fosse in alcun modo indebolito durante la VI dinastia.<br />
Essa al contrario conta fra i suoi sovrani alcuni dei più grandi nomi della storia egizia, a giudicare dal numero dei cartigli sparsi in tutto il reame e dall&#8217;eco, giunta fino a noi, delle loro imprese e del loro energico spirito d&#8217;iniziativa. E&#8217; vero che i monumenti alla loro memoria non possono stare alla pari come livello artistico con quelli della generazione precedente, e dimostrano anche scarsa originalità. L&#8217;esecuzione tecnica è scadente tanto che la maggior parte delle piramidi è crollata riducendosi a mucchi informi di rovine.<br />
E&#8217; anche scomparso quel religioso fervore che aveva indotto la V dinastia a dedicare quasi tutte le proprie risorse alla glorificazione del dio sole. I Testi delle Piramidi che coprono le pareti delle camere sepolcrali mirano solo ad assicurare nell&#8217;oltretomba il benessere del re defunto, identificato con Osiride.<br />
Grande è l&#8217;abbondanza di documenti della VI dinastia giunti sino a noi. Da questi si deduce la tendenza generale al decentramento perché, anche se nominava a governatori delle province, o nomarchi, i più influenti personaggi provinciali (come Ibi nel nomo della Montagna della Vipera ), il faraone continuava a voler partecipare alla costruzione dei templi locali e ad arrogarsi il diritto di esentarne i dipendenti dagli obblighi più gravosi.</p>
<h2>I° PERIODO INTERMEDIO</h2>
<p>(2200 &#8211; 2050 a.C.) A partire dal regno di Pepi II cominciarono a manifestarsi fermenti sociali e, per più di un secolo, l&#8217;Egitto fu preda di disordini, di anarchia a livello provinciale e, forse, anche di invasioni straniere. Questo periodo è molto oscuro, ed è caratterizzato dalla decadenza del potere centrale di Menfi e da rivolgimenti sociali.<br />
Mentre la prima si intravede nei documenti di cui disponiamo, gli altri cambiamenti ci sono noti soltanto tramite testi di epoche successive.<br />
Della decadenza del potere reale è, per alcuni, evidente fatto che, a partire dalla V dinastia, la carica di governatore del nomo diviene ereditaria, riducendo cosi l&#8217;influenza regale.<br />
Ma la ragione vera di questa decadenza potrebbe essere legata a fattori fisici: il clima, che prima era umido, verso il 2300 si inaridisce, e ciò comporta la diminuzione delle risorse alimentari egiziane mentre, allo stesso tempo, obbliga le popolazioni insediate nella steppa a rifugiarsi nella valle, determinando cosi un cambiamento economico-sociale.<br />
La decadenza della regalità, forse accelerata dalle incursioni dei beduini che il potere centrale non aveva più la forza di respingere, sembra essere stata alla base dei disordini sociali, che noi conosciamo tramite alcuni testi molto interessanti, anche se redatti in epoche successive da scribi incaricati dai sovrani della XII dinastia di celebrare la restaurazione dell&#8217;ordine e della stabilità. Essi avevano perciò tutto l&#8217;interesse a esagerare la gravità della situazione per mettere in evidenza l&#8217;opera pacificatrice dei re del Medio Regno; in realtà non si sa neppure se questa rivoluzione ha interessato tutto l&#8217;Egitto o se è rimasta localizzata soltanto nella zona di Menfi. Non si conosce quasi nulla degli altri avvenimenti dell&#8217;epoca.<br />
Le liste dei re e Manetone dividono i regnanti, di cui conosciamo soltanto il nome, in due dinastie, la VII e l&#8217;VIII. La prima avrebbe contato settanta re di Menfi che regnarono per settanta giorni; la seconda, conosciuta soltanto dalle liste reali, avrebbe avuto dai 18 ai 32 faraoni, di cui alcuni avrebbero regnato contemporaneamente con un governo di tipo oligarchico. Per lungo tempo si è creduto che, all&#8217;inizio dell&#8217;VIII dinastia, i nomarchi del sud dell&#8217;Alto Egitto, si fossero uniti fondando un regno indipendente, governato dal nomarca di Copto, che sarebbe durato una quarantina d&#8217;anni; ma nel 1946 W.C. Hayes ha dimostrato che questa dinastia copta non è mai esistita.<br />
Quando l&#8217;VIII dinastia termina, intorno al 2220, l&#8217;Egitto è diviso in tre parti: al nord c&#8217;è una forte presenza di invasori asiatici, al centro, a Menfi, resiste la vecchia monarchia centralizzata ma, nel Medio Egitto, Kheti, nomarca di Eracleopoli, prende il titolo di re dell&#8217;Alto e del Basso Egitto e ben presto controlla sia la zona di Menfi che il Fayum.<br />
Nel sud invece i re menfiti sono stati soppiantati dai nomarchi di Tebe, che hanno raggruppato intorno a sé i nomi (distretti) meridionali. Sembra che questa situazione sia durata abbastanza ed è interessante notare come, se non si tiene conto del delta, l&#8217;Egitto sembra essere tornato all&#8217;epoca preistorica, con un raggruppamento di nomi al nord, nel Medio Egitto (dinastia eracleopolitana), di cui conosciamo alcuni re (Kheti I, II e III e Merikara), e uno a sud, a Tebe, con a capo gli Antef o i Mentuhotep. Si giunse presto a uno scontro e la situazione rimase a lungo confusa tra alterne vicende di vittorie e sconfitte da entrambe le parti, fino a quando, nel 2060, troviamo l&#8217;Egitto nuovamente unito sotto Mentuhotep, discendente dei governatori tebani che governavano i nomi del sud; da questa data si fa iniziare il Medio Regno.<br />
Malgrado tutti i suoi difetti, Manetone fornisce un&#8217;intelaiatura entro la quale s&#8217;inquadrano abbastanza bene i risultati delle ricerche; si possono elencare cinque fasi storiche che si sovrappongono l&#8217;una all&#8217;altra:</p>
<p>   1.      rapida disintegrazione dell&#8217;antico regime menfitico seguita al lunghissimo regno di Pepi II;<br />
   2.      stragi e anarchia conseguenti allo sfacelo della monarchia e alla rivalità tra i feudatari provinciali, o &#8220;nomarchi&#8221;, probabilmente fomentate anche da infiltrazioni asiatiche nel delta;<br />
   3.      formazione di una nuova linea dinastica di faraoni fondata da Akhtoy (l&#8217;Achthoes di Manetone) in testa e Eracleopoli come capitale;<br />
   4.      sempre crescente importanza di Tebe sotto il dominio di una ancora più energica famiglia di principi guerrieri, dei quali i primi quattro portano il nome di Inyotef (Antef, nei vecchi testi di storia egizia), gli ultimi tre quello di Menthotpe (Mentuhotep);<br />
   5.      guerra civile tra i principi tebani e la dinastia di Eracleopoli, e vittoria finale di Menthotpe I che riunisce i due paesi preparando l&#8217;avvento del Medio Regno, di cui Ammenemes I (XII dinastia), uno dei più grandi sovrani dell&#8217;Egitto, sarà l&#8217;iniziatore.</p>
<p>Con Menthotpe I si può considerare concluso il I periodo intermedio. In che misura si sovrappongano le cinque fasi e quale ne sia la rispettiva durata è ignoto; a questa incertezza è dovuta l&#8217;impossibilità di ricavarne un quadro coerente. Il vero nodo della questione sta nella cronologia, e anche se i più recenti studi autorevoli in materia sono d&#8217;accordo nel valutare da duecento a duecentocinquanta anni la durata del periodo intercorso da Nitocris alla fine del regno di Menthotpe, la loro opinione è poco più di una congettura. Il Canone di Torino non offre aiuto essendo andata persa la cifra totale degli anni di regno dei sovrani eracleopolitani e dei loro successori, e la possibilità di una sovrapposizione con l&#8217;XI dinastia vi appare del tutto ignorata.</p>
<p><strong>VII e VIII Dinastia</strong><br />
(2200-2170 a.C.) E&#8217; impossibile precisare il momento in cui scoppiarono quei gravi disordini che segnarono la fine dell&#8217;Antico Regno, la cui realtà storica è fuor di dubbio, e vi è ragione di credere che perdurassero senza interruzione o a intervalli fino a buona parte della XI dinastia. Dobbiamo quindi supporre che la monarchia menfita sia andata sempre più indebolendosi finché non le fu più possibile tenere sotto controllo i monarchi delle province più lontane a monte lungo il fiume.<br />
Secondo Manetone la VII dinastia sarebbe formata da settanta re di Menfi, che avrebbero regnato per settanta giorni. L&#8217;VIII dinastia, di Menfi anche questa, comprenderebbe ventisette re per 146 giorni di regno. L&#8217;elenco di Abido mette al loro posto ben diciotto re prima di saltare direttamente agli ultimi sovrani della XI dinastia.<br />
E&#8217; probabile che in effetti tutti i regni corrispondenti alla VII e alla VIII dinastia di Manetone si condensassero in uno spazio di tempo relativamente breve, forse non più di un quarto di secolo.<br />
Cessano ora del tutto notizie dirette del delta. Le spedizioni al Sinai in cerca di turchesi sono finite e non verranno riprese che verso la XII dinastia. Se un sigillo cilindrico dall&#8217;aspetto barbarico con il cartiglio di Khendy e uno scarabeo recante il nome di Tereru appartennero realmente ai re così denominati nell&#8217;elenco di Abido, ciò dimostrerebbe che si doveva ricorrere all&#8217;artigianato siriano anche per simili oggetti di poco conto.</p>
<p><strong>IX e X Dinastia</strong><br />
(2170-2030 a.C.) La IX e la X sono entrambe di Eracleopoli, con diciannove re ciascuna e una durata, secondo Manetone, di 409 e 185 anni. Per tutto questo spazio di tempo si fa il nome di un solo re, Achtos, collocato nella IX dinastia. Di lui Manetone dice che fosse più crudele di tutti i suoi predecessori, ma poi finì pazzo e sbranato da un coccodrillo. Siamo completamente all&#8217;oscuro sulle circostanze che determinarono l&#8217;ascesa del &#8220;Casato di Akhtoy&#8221;. La città di origine, Eracleopoli, è l&#8217;odierna Ihnasya el-Medina, cittadina a occidente del Nilo di fronte a Beni Suef; 55 miglia a sud di Menfi. Niente vi è rimasto a rivelare l&#8217;importanza che ebbe nell&#8217;antichità, ma testimonianze rinvenute altrove confermano quanto ci tramanda Manetone sull&#8217;origine eracleopolitana della IX e della X dinastia.<br />
E&#8217; molto probabile, anche se mancano documenti sicuri, che il primo re della dinastia abbia adottato come nome di Horo quello di Meribtowe (&#8220;Diletto al cuore dei Due Paesi&#8221;), e per dare più forza alle proprie rivendicazioni non esitò ad assumere tutti i titoli faraonici.<br />
Un secondo Akhtoy, il cui prenome era Wahkara, è noto solo attraverso una bara finemente decorata proveniente da El-Bersha, sulla quale pare che i suoi cartigli siano stati scritti per errore al posto di quelli del vero titolare, l&#8217;intendente Nefri. L&#8217;esistenza di un terzo re dello stesso nome, Akhtoy Nebkaura, è attestata soltanto da un peso proveniente dagli scavi a Er-Retaba e da una citazione in una delle poche opere di narrativa egizia giunte complete fino a noi, nella quale si racconta la storia di un contadino dell&#8217;oasi periferica dello Wadi Natrun, derubato del suo asino e di tutta la mercanzia mentre si recava a Eracleopoli. L&#8217;eloquenza con la quale il contadino sporse le sue lagnanze al signore del ladro fu tale che fu trattenuto perchè si potessero scrivere le sue suppliche, rimproveri e invettive onde divertire il sovrano.<br />
Nel Canone di Torino erano in origine registrati non meno di diciotto sovrani del medesimo casato, e il nome di Akhtoy ricorre due volte, sempre inaspettatamente preceduto da Neferkara, mentre gli altri nomi sono in parte cancellati, inidentificabili, o perduti.</p>
<p><strong>XI Dinastia (1° parte)</strong><br />
(2134 &#8211; 2050 a. C.) L&#8217;XI dinastia di origine diospolitana, o tebana, conta sedici re su un misero totale di 43 anni di regno. Mentre a nord governava la X dinastia degli Akhtoy il territorio tebano cominciava a primeggiare fra le province del Sud. Il merito di ciò va a un nobile ricordato in seguito come Inyotef il Grande, nato da Iku, e menzionato su una stele come &#8220;principe ereditario&#8221;. Fu lui evidentemente, il fondatore della linea dinastica che in base alla nostra classificazione sostituisce la XI dinastia, e lo si identifica con quel &#8220;principe ereditario Inyotef&#8221; della Tavola di Karnak che è compreso nel disordinato elenco di re dallo stesso nome.<br />
L&#8217;ipotesi più semplice è che un solo antenato portasse quel nome e in ogni modo è lecito pensare che un Inyotef ( Inyotef il Grande ) abbia soggiogato alcune regioni meridionali non appartenenti al territorio della sua capitale, senza però aver osato assumere il titolo e le prerogative sovrane. Il primo Inyotef ad avere il nome racchiuso in un cartiglio non ha lasciato monumenti a lui contemporanei e, salvo la citazione alquanto dubbia della Tavola di Karnak, è noto solo attraverso un importantissimo rilievo che risale al regno di Nebhepetra Menthotpe scoperto nel Tempio di Tod. Il monarca vi è raffigurato nell&#8217;atto di fare un&#8217;offerta a Mont mentre dietro di lui sta la dea locale Tjenenti. Questa è seguita da tre re, sicuramente i predecessori di Menthotpe in ordine inverso a quello cronologico, ognuno dei quali reca nel cartiglio il titolo e il nome di &#8220;Figlio di Ra Inyotef&#8221;.<br />
Il successore fu Wah-ankh. Né lui, né i suoi successori esitarono ad arrogarsi l&#8217;orgoglioso titolo di &#8220;Re dell&#8217;Alto e Basso Egitto&#8221;, sebbene ancora molti anni dovessero trascorrere prima ch&#8217;esso rispondesse a verità.<br />
Il re successivo fu un altro Si-Ra Inyotef, il quale adottò un nome di Horo che significava &#8220;Forte, signore di un Buon Inizio&#8221; (Nakht-neb-tep-nufe). Inyotef III fu l&#8217;ultimo re di questo nome per vari secoli, e tutto ciò che si sa delle sue imprese è che restaurò ad Assuan la tomba in rovina di un principe divinizzato chiamato Hekayèb. Inyotef III fu seguito dal primo dei vari faraoni che cambiarono il nome Inyotef con quello di Menthotpe che significa &#8220;Mont è soddisfatto&#8221;. E il dio locale aveva ragione di essere soddisfatto perché il lungo regno di Menthotpe I (cinquantun anni) vide, dopo molti anni di lotta, la riunificazione di tutto l&#8217;Egitto sotto il governo di un unico sovrano. Nulla di certo si sa sulle campagne militari con le quali Menthotpe I riconquistò la Doppia Corona, mettendo fine all&#8217;anarchia che aveva dato luogo a due governi separati, uno nel Nord e l&#8217;altro nel Sud.<br />
Con Menthotpe I si può considerare concluso il I periodo intermedio.</p>
<h2>Medio Regno</h2>
<p>(2050 &#8211; 1786 a. C.) All&#8217;indomani del lungo periodo di sconvolgimenti che termina intorno al 2000 a.C., l&#8217;unità del potere in Egitto viene restaurata grazie ai nomarchi di Tebe.<br />
Cominciata dai governatori sin dai tempi in cui a nord c&#8217;era ancora la monarchia, questa restaurazione non fu opera di un solo faraone, ma di tutta l&#8217;XI dinastia, contemporanea della X (eracleopolitana), che era succeduta alla IX, sempre di Eracleopoli, instaurata da Kheti I. Mentre i sovrani si occupano soprattutto della zona del delta e riescono a cacciare i beduini, i governanti tebani rivolgono la loro attenzione alla Nubia.<br />
Cosi, grazie a queste due azioni parallele a nord e a sud, si gettano le basi per l&#8217;unità dell&#8217;Egitto, che verrà portata a termine dall&#8217;XI dinastia. L&#8217;impresa principale dell&#8217;XI dinastia fu l&#8217;unificazione del paese, ma la sua azione non finì lì. Venne limitata l&#8217;autonomia provinciale che si era sviluppata nel Primo periodo intermedio e fu restaurata l&#8217;autorità centrale mentre, all&#8217;esterno, ricominciavano le campagne contro la Nubia, dove gli egiziani penetrarono fino alla seconda cataratta e migliorarono la strada dell&#8217;Wadi Hammamat, che collegava l&#8217;Egitto al Mar Rosso e serviva da punto di partenza per le spedizioni in Sinai e nei paesi del Punt.<br />
Questa strada passava per il deserto arabico, dove i re dell&#8217;XI dinastia intrapresero campagne militari contro i nomadi che attraversavano il paese e controllavano i luoghi di approvvigionamento dell&#8217;acqua. Non si sa come avvenne il passaggio dall&#8217;XI alla XII dinastia, ma il fatto che, durante il regno degli ultimi faraoni dell&#8217;XI si trovi un visir di nome Amenemhat, lo stesso nome del fondatore della nuova dinastia, fa pensare che ci sia stata un&#8217;usurpazione del potere.<br />
La XII dinastia, che sale al trono intorno al 2000, è stata una delle più gloriose dell&#8217;antico Egitto. Sotto la sua amministrazione, non soltanto il paese mantenne la stabilità interna, ma si espanse anche all&#8217;esterno come non aveva mai fatto neanche ai tempi dei grandi faraoni della IV dinastia. Anche se questa dinastia è di origine tebana, la capitale viene posta nella zona di Menfi, da dove è più facile governare il paese.<br />
Amenemhat I (il fondatore della dinastia) si occupò soprattutto, sembra, dell&#8217;amministrazione. Per prendere il potere dovette probabilmente fare affidamento sulla nobiltà provinciale, che ebbe il vantaggio di una certa autonomia dal potere centrale. Forse si occupò della protezione della frontiera orientale dell&#8217;Egitto, ma questo sarà piuttosto un interesse dei suoi successori, in Nubia giunse fino a Korosko. Fu una cospirazione a mettere fine al suo regno, ma suo figlio, che in quel momento si trovava in Libia, riuscì a tornare in tempo per prendere il potere.<br />
Sesostri I proseguì in Nubia la politica di suo padre, giunse fino alla terza cataratta e prese possesso delle miniere d&#8217;oro di questa regione. Per raggiungere queste miniere dovette partire da Wadi Halfa e, per assicurare la sicurezza dell&#8217;impresa, fece costruire una fortezza a Buhen. Per evitare il ripetersi degli eventi sanguinosi che avevano funestato la fine del regno di suo padre, Sesostri associò al trono, lui vivente, il figlio maggiore, e così fecero i suoi successori. Non abbiamo informazioni circa i regni di Amenemhat II e Sesostri II.<br />
Sappiamo invece che Sesostri III fu uno dei grandi faraoni dell&#8217;Egitto. Il ricordo delle sue gesta, abbellito dal tempo trascorso, è alla base di molte delle leggende raccolte dagli storici greci. Grande conquistatore, giunse fino in Palestina, mentre, in Nubia, riprese l&#8217;opera di Amenemhat I e Sesostri I riuscendo con quattro campagne a riprendere il controllo della situazione: per difendere le sue conquiste, fece costruire diverse fortezze.<br />
Amenemhat III, approfittando della tranquillità assicurata dalle campagne militari paterne, si occupò soprattutto dello sviluppo agricolo ed economico dell&#8217;Egitto. La XII dinastia termina con i regni senza gloria di un re e di una regina, Amenemhat IV e Sebeknofru, di cui non sappiamo altro se non che la decadenza della dinastia, durante il loro regno, fu repentina. Il rapido riassunto delle gesta di questi faraoni non rende onore alla potenza della XII dinastia, all&#8217;interno come all&#8217;esterno, e alla prosperità che ne derivò per l&#8217;Egitto. Se Amenemhat I aveva dovuto allentare i legami della nobiltà, sotto Sesostri III la monarchia ha di nuovo un potere assoluto, tanto che la carica di nomarca è abolita.<br />
Una volta restaurata la propria potenza, i faraoni si occuparono della valorizzazione del suolo, e soprattutto del Fayum, dove crearono un&#8217;oasi ai cui confini edificarono le loro residenze. Furono grandi costruttori, e si devono a loro le fortezze che protessero i confini meridionali e orientali del paese; il palazzo di Amenemhat III a Hawara diede origine alla leggenda greca del labirinto.<br />
Per quanto riguarda i rapporti con gli altri paesi, i legami con la Siria e Biblo sembrano amichevoli e ci si può domandare, con una certa ragionevolezza, se la Fenicia, sotto la XII dinastia, non fosse amministrata da un governatore egiziano. Continuarono le spedizioni nel Sinai per reperire le materie prime, e ci furono anche delle spedizioni commerciali verso i paesi del Punt. A sud l&#8217;Egitto estese il suo territorio fino ad arrivare a Semna (70 km a sud di Wadi Halfa), dove un&#8217;ampia zona fortificata difendeva l&#8217;ingresso al paese dalle turbolente tribù sudanesi, e da dove potevano partire le spedizioni commerciali dirette nel cuore del Sudan, contatti testimoniati dai livelli archeologici più antichi delle costruzioni di Kerma, a sud della terza cataratta.<br />
I rapporti con Creta, che si ritenevano certi già da quest&#8217;epoca, sono ancora poco conosciuti perché si possano tenere in conto; si potrebbe pensare che la Fenicia abbia fatto da intermediaria.</p>
<p><strong>XI Dinastia (2° parte)</strong><br />
(2050 -1991 a. C.) Con Menthotpe I si può considerare concluso il I periodo intermedio. Al termine del glorioso regno di Menthotpe I niente lasciava prevedere che la potenza della sua famiglia si avviasse alla fine. Eppure, così era. Il Canone di Torino concede a Sankhkara Menthotpe II dodici anni di regno, ma fa dì lui l&#8217;ultimo re della XI dinastia cosa non del tutto esatta. Anche negli elenchi di Abido e Saqqara Sankhkara è considerato l&#8217;immediato predecessore di Shetepibra Ammenemes I, fondatore della XII dinastia e iniziatore del periodo a noi noto come Medio Regno.<br />
Secondo i frammenti del papiro di Torino a Sankhkara seguono sette anni privi di sovrani. E&#8217; probabile che sul trono fosse salito un terzo Menthotpe in seguito non considerato faraone legittimo. Questi, Nebtowera Menthotpe III, ci è noto, oltre che dal frammento di una coppa di pietra trovata a Lisht, solo attraverso iscrizioni scoperte in due cave dove inviò delle spedizioni. Tre graffiti del suo primo anno di regno e uno del secondo ricordano che un funzionario andò alla ricerca di ametiste nello Wadi el-Hudi, una trentina di chilometri a sud-est di Assuan.</p>
<p><strong>XII Dinastia</strong><br />
(1991-1786 a. C.) La XII dinastia (1991-1786 a. C.) consta, come vedremo, di molti re il cui nome proprio era Amenemhes (Amenemhat) o Senwosre (Sesostri) per lo più alternativamente. Sembra accertato che Amenemhe, visir durante la XI dinastia, non fosse altri che il futuro Ammenemes I, fondatore della XII Dinastia.<br />
C&#8217;è da supporre che a un dato momento egli congiurasse contro il suo regale signore e, forse dopo alcuni anni di disordini, salisse al trono al suo posto. Amenemhe significa &#8220;Amon è di fronte&#8221; e quest&#8217;allusione al dio Amon solleva un problema la cui soluzione è tuttora oscura. Fino a quel momento, la divinità principale del nomo tebano era stata il dio guerriero Mont dalla testa di falco, ma con l&#8217;avvento della nuova dinastia l&#8217;antropocefalo dio Amon prevalse rapidamente sul primo. Egli non tardò a essere identificato con il dio sole Ra e finì per diventare la suprema divinità nazionale sotto il nome di &#8220;Amon-Ra, re degli dei&#8221;.<br />
Secondo una plausibile teoria Amon era stato importato da Ermopoli, ma già da tempo s&#8217;identificava con il dio itifallico Min, divinità della natura adorata nel vicino nomo di Copto. Da qualche debole indizio pare che Amon fosse già noto a Tebe prima della metà della XI dinastia, cosicché non si può escludere la possibilità che il re che unì il proprio nome a quello del dio fosse di origine tebana. Certo è, ad ogni modo, che tanto lui quanto il figlio Senwosre I continuarono a tenere in gran conto Tebe erigendovi i propri monumenti, sebbene saggiamente adottassero come capitale una località più centrale fra il delta e l&#8217;Alto Egitto.<br />
Per le generazioni successive It-Towe (&#8220;La Dominatrice dei Due Paesi&#8221;), nome egizio della nuova capitale, rimase la residenza reale per eccellenza e non semplicemente quella della XII dinastia, anche se la sua importanza come città declinò dopo la fine del Medio Regno.<br />
Nessun dubbio sulla grandezza di Shetepibra Amenemhe (Ammenemes I), perché senza di lui i suoi discendenti non avrebbero potuto conservare il trono per due interi secoli. I numerosi monumenti e i lunghi anni di regno dei singoli sovrani sono segni sicuri della prosperità e della stabilità politica del paese. Abbondano i templi locali eretti o ampliati dai re della XII dinastia, sebbene di regola non ne siano rimasti che blocchi isolati, il resto essendo andato distrutto o rimosso per far luogo a costruzioni di epoca posteriore. Numerosissime sono le stele private, in particolare quelle trovate ad Abido, centro di pellegrinaggi perché ritenuto il luogo dove era sepolto il dio Osiride.<br />
La maggiore impresa del fondatore della dinastia fu la riorganizzazione completa del paese. Evidentemente si era stabilito un equilibrio fra il potere del sovrano e l&#8217;orgoglio dei principi, e in questo periodo l&#8217;Egitto fu più che mai uno stato feudale. Tuttavia non mancano prove delle minuziose precauzioni che il faraone era costretto a prendere per mantenere la propria autorità. Nel ventesimo anno di regno si associò al governo il figlio maggiore Senwosre I ed entrambi regnarono insieme per altri dieci anni. Questa prassi fu seguita da tutti i sovrani della dinastia. Questo però dava luogo a un imbarazzante problema.<br />
In materia di religione la logica non aveva un gran peso, e l&#8217;identificazione e lo sdoppiamento delle divinità aggiungeva un mistico fascino alla teologia.<br />
Per difendersi dalle incursioni degli Asiatici nel delta, durante la XII dinastia, vennero costruite le &#8220;Mura del Sovrano&#8221;. Si ignora dove si trovassero esattamente queste mura, ma il fatto di esser state citate più volte nei racconti dell&#8217;epoca basta a sottolineare il pericolo che ancora si temeva da quella parte. Per il momento tuttavia i rapporti erano generalmente amichevoli. L&#8217;impressione generale che se ne ricava è che la Palestina fosse allora occupata da piccole tribù o comunità governate da principi locali. Molto più a nord vi sono notevoli indizi di una penetrazione egizia durante il Medio Regno, e sono presumibili vere e proprie campagne militari per spiegare il gran numero di oggetti della XII dinastia trovati in Palestina.<br />
Due re di Biblo ricevettero doni preziosi da Ammenemes III e Ammenemes IV rispettivamente, e viceversa a Tod fu scoperto un ricco tesoro composto di oggetti d&#8217;oro, d&#8217;argento e lapislazzuli di evidente fattura mesopotamica o egea, recanti i cartigli di Ammenemes II, probabili doni dei sovrani di Biblo.<br />
Dal Medio Regno in poi la Nubia fu per eccellenza il paese produttore dell&#8217;oro. Ma non era questo l&#8217;unico prodotto di cui si andava alla ricerca in quei paraggi: molte altre merci pregiate provenivano dal Sudan e in gran parte erano acquistate per mezzo di scambi con gli indigeni, specialmente i Medjayu che abitavano oltre il confine alla seconda cateratta. E chiaro comunque che un&#8217;invasione dal Sud costituiva una perenne minaccia e che, sebbene le spedizioni nella Bassa Nubia e nelle vicine regioni fossero ormai frequenti, rimanevano sempre una specie di avventura e non esisteva quasi una vera e propria colonizzazione. Un papiro enumera ben tredici fortezze fra Elefantina e Semna all&#8217;estremità meridionale della seconda cateratta. Le esigenze degli architetti, scultori e orefici richiedevano un sempre più intenso sfruttamento dei deserti e dei territori attorno all&#8217;Egitto e, dovunque le rocce lo permettessero, venivano lasciate iscrizioni a ricordo degli inviati del re. Il &#8220;basalto&#8221; dello Wadi Hammamat, l&#8217;alabastro di Hatnub e la diorite della regione a nord-ovest di Abu Simbel erano sfruttati come sempre, mentre lo Wadi el-Hudi continuava a fornire le ametiste.<br />
Senwosre I aveva rivolto particolari cure alla fertilissima provincia del Fayum, collocando a Ebgig un misterioso monumento, alto circa quindici metri che è sempre stato descritto come un obelisco, ma che probabilmente reggeva una statua del re.<br />
Durante la XII dinastia al sistema d&#8217;irrigazione vengono apportate notevoli migliorie, è certo che da allora i dintorni del famoso lago di Meride, nel Faiyum, divennero un ameno luogo di villeggiatura per i faraoni che qui si dedicavano ai loro svaghi preferiti, la pesca e l&#8217;uccellagione.<br />
Si è notato che dopo il regno di Senwosre III non si trovano più le grandi tombe dei nomarchi che si trovavano all&#8217;inizio della dinastia, probabilmente questo monarca era riuscito, se non a sopprimere, per lo meno a trasformare radicalmente la struttura feudale dello stato. In ogni caso è difficile passare sotto silenzio il grande aumento del potere regale.<br />
La dinastia si estingue con Sebeknofru, che Manetone, probabilmente a ragione, dice sorella dell&#8217;ultimo degli Ammenemes. E&#8217; assai verosimile l&#8217;ipotesi di un dissidio familiare dal quale Sebeknofru uscì vittoriosa. Per la seconda volta nella storia egizia una donna sarebbe dunque riuscita a divenire &#8220;sovrana dell&#8217;Alto e del Basso Egitto&#8221;, ma una situazione così fuor della norma racchiudeva il seme di una catastrofe.<br />
Dopo Sebeknofru, come dopo Nitocris (VI dinastia), seguì una serie di sovrani i cui regni, per quanto ci è dato sapere, non superano i tre anni ciascuno. Qualunque ne sia stata la causa il glorioso Medio Regno finì per cadere in sfacelo.</p>
<h2>II° PERIODO INTERMEDIO</h2>
<p>(1786 &#8211; 1567 a.C.) Non si saprà mai perché Sebeknofru (o Sebeknofrura, come viene chiamata nei testi di data posteriore) sia stata considerata l&#8217;ultima sovrana della XII dinastia; sia il Canone di Torino sia l&#8217;elenco dei re di Saqqara e Manetone sono d&#8217;accordo su questo punto. Essendosi stabilita con una certa esattezza la data della fondazione della XVIII dinastia ad opera di Amosis I, dobbiamo accettare l&#8217;intervallo dal 1786 al 1567 a. C. come durata del II periodo intermedio, età ricca di problemi anche più astrusi di quelli del I.<br />
Si può osservare che il disegno generale di queste due epoche oscure è più o meno lo stesso. Entrambe iniziano con un caotico susseguirsi d&#8217;insignificanti reggenti locali; in entrambe, le invasioni dalla Palestina gettano la loro ombra sul delta e anche sulla valle del Nilo; e per entrambe la salvezza giunge infine da una rude stirpe di principi tebani che, dopo aver soffocato i dissidi interni, scacciano lo straniero e aprono una nuova epoca di grande potenza e prosperità.<br />
Secondo Manetone, la XIII dinastia era diospolita (tebana) e comprese sessanta re che regnarono complessivamente per 453 anni; la XIV dinastia conta a sua volta settantasei re originari di Xois, l&#8217;odierna Sakha al centro del delta, per complessivi 184 anni di regno o, secondo un&#8217;altra interpretazione, 484.<br />
Per quanto riguarda il periodo dalla XV alla XVII dinastia ci sono divergenze nelle opere di Eusebio e Sesto Africano, mentre dallo storico ebreo Giuseppe Flavio se ne ha un resoconto assai più semplice presentato come un estratto letterale dell&#8217;opera di Manetone. Esaminando i dati forniti da Sesto Africano si vede che la sua XV dinastia è costituita da sei monarchi stranieri, i cosiddetti re pastori o Hyksos, la cui dominazione durò 284 anni. Anche nella XVI dinastia si ritrovano i re pastori, trentadue di numero per un totale di 518 anni. Per finire, durante la XVII dinastia, re pastori e re tebani regnarono contemporaneamente in antagonismo, 43 per ciascuna stirpe e 151 anni complessivi. Addizionando queste cifre (e per la XIV dinastia attenendosi a quella minore), si ottengono 217 re per un periodo di 1590 anni, superiore di ben sette volte alla durata dello stesso periodo, accertata dalla data sotiaca fornita dal papiro di El-Lahun.<br />
Nella storia egizia la lunga durata di un regno è indice sicuro della prosperità del paese, si può quindi inversamente dedurne che, durante il periodo corrispondente nel Canone di Torino alle dinastie XIII e XIV di Manetone, il paese attraversava anni turbolenti e confusi e i suoi sovrani si assassinavano a vicenda e si succedevano con estrema rapidità.<br />
Il Canone cita anche in due, se non in tre casi, periodi d&#8217;interregno, uno dei quali della durata di sei anni. Sempre nel Canone di Torino, immediatamente dopo una riga che può esser ricostruita cosi &#8221; [Capo di un paese straniero] Khamudy &#8220;, ne segue un&#8217;altra che dice: &#8220;[Totale capi di] un paese straniero 6, uguale a 108 anni&#8230; &#8220;.<br />
Si tratta ovviamente degli usurpatori stranieri citati da Sesto Africano in corrispondenza alle dinastie XV, XVI e XVII di Manetone. La frase appena citata porta a concludere che il Canone abbraccia dinastie diverse che regnarono contemporaneamente in diverse regioni dell&#8217;Egitto, anche se questo era ignoto al compilatore. Sottraendo infatti 108 anni ai 211 che si possono al massimo concedere per il II periodo intermedio, si trovano un centinaio di re ammassati in poco più di un secolo, cosa evidentemente assurda, tanto più tenendo conto dei sopra citati 108 anni assegnati a sei regni. Ne consegue che i 108 anni dei re Hyksos non possono esser sottratti in questo modo e devono riferirsi a una dominazione che interessò solo una qualche regione del delta.<br />
L&#8217;alternativa più recente, accettata da tutti gli egittologi, è che il Canone comprendesse nel proprio elenco molti sovrani che regnarono nello stesso periodo ma presumibilmente in regioni del paese assai distanti l&#8217;una dall&#8217;altra. Ai dominatori Hyksos viene comunemente associata la XV dinastia. La XVI dinastia di Manetone pare interamente fittizia, e la XVII può servire solo per classificare i principi tebani in essa compresi. I Tebani che salvarono l&#8217;Egitto appartenevano a una famiglia strettamente unita nella quale le donne ebbero una parte straordinariamente importante, fosse per il fascino personale o perché considerate veicoli del sangue regale.</p>
<p><strong>XIII e XIV Dinastia</strong><br />
(1786 &#8211; 1567 a. C.) Esistono prove che per tutta la XIII dinastia (corrispondente più o meno alla sesta colonna del Canone di Torino) la capitale dei faraoni era ancora a Lisht, sebbene la corte si trasferisse talvolta a Tebe.<br />
Non esistono dubbi sui due primi sovrani della XIII dinastia, rispettivamente Sekhemra-khutowe e Sekhemkara, gli ultimi re citati dal papiro di El-Lahun e gli ultimi durante il cui regno i livelli del Nilo vennero registrati a Semna. Tra tutti e due regnarono non più di dieci anni dopo i quali c&#8217;è un periodo di sei anni senza re, documentato dal Canone di Torino. E&#8217; accertato che entrambi regnarono su tutto il paese, dal Faiyum alla seconda cateratta e oltre, e il fatto che il primo dei due prese come nome regale quello di Amenemhe-Sebekhotpe e il secondo quello di Amenemhe-sonbef dimostra come essi si aggrappassero disperatamente alla speranza di esser considerati legittimi successori della XII dinastia.<br />
La stessa speranza si manifesta in modo anche più patetico nel nome di Sankhibra, sesto re della dinastia, che volle per sé nientemeno che il titolo pomposo di Ameny-Inytef-Amenemhe. Immediatamente prima di lui c&#8217;è un &#8221; nuovo venuto &#8221; che porta il nome plebeo di Afnai (&#8220;Egli è mio&#8221;) e circa sei caselle dopo s&#8217;incontra un altro sovrano dal nome ugualmente plebeo di Rensonb, che non rimase sul trono più di quattro mesi. E&#8217; degno di nota il fatto che ben sei re di questo periodo scegliessero il nome di Sebekhotpe &#8220;Sobek è soddisfatto &#8220;, dove viene fatto riferimento al dio coccodrillo del Faiyum. La prima a onorarlo citandolo in un cartiglio era stata la regina Sebeknofru (XII dinastia).<br />
Secondo il Canone, a Sebekhotpe III successe un Neferhotep che regnò undici anni. Le testimonianze su costui, come sul suo predecessore, sono relativamente numerose. Varie iscrizioni su roccia presso la prima cateratta ricorderebbero una sua visita nella località, ed una lapide in steatite trovata nello Wadi Halfa dimostra che la sua autorità si estendeva almeno fin laggiù. Questo Neferhotep (pare sia esistito un secondo re con lo stesso nome che non si sa dove collocare) fu seguito da un Sihathor che rimase sul trono solo per tre mesi.<br />
Gli successe un fratello di Neferhotep (anch&#8217;egli nato dagli stessi genitori entrambi di stirpe non regale), Khaneferra-Sebekhotpe, quarto re di questo nome; la cifra dei suoi anni di regno si perde in una lacuna, ma si conosce una stele che risale all&#8217;ottavo anno . Evidentemente fu anche questi un potente monarca, a giudicare dal numero dei monumenti rimasti. E&#8217; mai possibile che questo re della XIII dinastia sia stato cosi intraprendente da mandare messi o soldati oltre la terza cateratta?<br />
A un quinto Sebekhotpe il Canone di Torino non assegna che quattro anni di regno. Gli successe un Wahibra-Iayeb con dieci anni di regno, quindi un Merneferra con ben ventitre anni di regno. Quasi nulla resta a ricordare questi due re, se si eccettui una stele, un architrave e qualche scarabeo, ma non devono esser stati sovrani insignificanti se riuscirono a serbare cosi a lungo la fedeltà dei propri sudditi. Dopo un Merhotep con il nome Inai, non altrimenti noto che per una stele e uno scarabeo, sulla scena della storia cala un&#8217;oscurità che ben poco permette di distinguere oltre ai soli nomi regali.</p>
<p><strong>XV Dinastia &#8211; Dominazione Hyksos</strong><br />
(1786-1567 a.C.) A proposito di questi stranieri lo storico ebreo Giuseppe Flavio nella sua polemica Contro Apione fornisce una diversa interpretazione del nome di Hyksos derivata da un altro manoscritto, secondo la quale esso significherebbe &#8220;prigionieri pastori&#8221;, dall&#8217;egizio hyk &#8220;prigioniero&#8221;. E&#8217; questa l&#8217;etimologia che preferisce, ritenendo, come molti egittologi, che la storia biblica del soggiorno degli Ebrei in Egitto e dell&#8217;esodo successivo traesse origine dall&#8217;occupazione degli Hyksos e dalla loro susseguente cacciata. In effetti, benché entrambe le etimologie abbiano fondate basi linguistiche, né l&#8217;una né l&#8217;altra è quella esatta.<br />
Il termine Hyksos deriva senza dubbio dall&#8217;espressione hik-khase, &#8220;capotribù di un paese collinare straniero&#8221;, che dal Medio Regno in poi venne usata per indicare gli sceicchi beduini. Sono stati trovati scarabei, appartenuti con certezza a re Hyksos, che recano questo titolo, ma con la parola &#8220;paese&#8221; al plurale. E&#8217; importante osservare, tuttavia, che il termine si riferisce unicamente ai sovrani, e non, come pensava Giuseppe Flavio, alla razza intera. A questo riguardo gli studiosi moderni sono spesso caduti in errore, avendo alcuni persino insinuato che gli Hyksos appartenessero a una razza particolare che dopo aver conquistato la Siria e la Palestina era infine penetrata con la forza nell&#8217;Egitto. Niente però giustifica una simile ipotesi. L&#8217;invasione del delta per opera di una nuova razza specifica è fuori questione; si deve piuttosto pensare a un&#8217;infiltrazione di Palestinesi lieti di trovare rifugio in un più pacifico e fertile paese. Alcuni di essi, se non la maggior parte, erano semiti.<br />
Dei sei monarchi Hyksos nominati anche da Sesto Africano, ma sotto una forma leggermente diversa, solo Apophis è individuabile con sicurezza nei geroglifici. Si conoscono tre re diversi che hanno come nome Apopi e come prenome rispettivamente Akenenra, Aweserra e Nebkhepeshra, quest&#8217;ultimo fu presumibilmente il meno importante, dato che non gli viene attribuito l&#8217;intero complesso di titoli faraonici goduto dagli altri due.<br />
Gli oggetti con i nomi di questi re sono scarsi, ma bastano a dimostrare che almeno Akenenra e Aweserra furono considerati legittimi sovrani dell&#8217;Egitto. Meno certa, ma tuttavia probabile, è l&#8217;identificazione del Iannas di Manetone con un &#8220;capo dei paesi stranieri Khayan&#8221; su molti scarabei, ma talvolta definito &#8220;il figlio di Ra, Seweserenra&#8221;.<br />
Nome e prenome si trovano riuniti in un solo cartiglio sul coperchio di una vaso di alabastro scoperto da Evans a Cnosso in Creta, e il prenome Seweserenra ricorre anche sul petto di una piccola sfinge comprata presso un mercante di Baghdad. Basandosi su questi deboli indizi qualche studioso ha prospettato l&#8217;ipotesi che Khayan si fosse costituito un vasto impero comprendente tutti i luoghi citati, ipotesi da rifiutarsi perché troppo fantasiosa, per quanto sembri lecito ritenere ch&#8217;egli sia stato al tempo stesso capo locale in Palestina e faraone in Egitto. Ad ogni modo, egli può a buon diritto essere considerato uno dei sei principali monarchi Hyksos.<br />
Lo stesso non si può dire di certi altri pretendenti al titolo di sovrano, il cui solo ricordo sono alcuni scarabei e sigilli cilindrici provenienti da regioni cosi lontane fra loro come la Palestina meridionale e l&#8217;avamposto di Kerma nel Sudan. Per uno o due di essi, come Anat-her e Semken, il diritto a esser considerato un re Hyksos si basa sull&#8217;uso del titolo di capotribù, ma anche coloro che come Merwoser e Maayebra chiudono il proprio nome in un cartiglio, o che come Yamu e Sheshi ostentano l&#8217;orgoglioso epiteto di &#8220;figlio di Ra&#8221;, non hanno maggior diritto di quello derivante dallo stile degli oggetti che li nominano. Nessun monumento, nessuna epigrafe su roccia resta a testimoniare la loro sovranità, e la vasta diffusione di oggetti facilmente trasportabili come gli scarabei non ha valore di prova.<br />
Di recente è in voga la teoria secondo la quale esistono due gruppi di Hyksos, l&#8217;uno composto dai sei re elencati da Manetone, l&#8217;altro comprendente i nebulosi personaggi appena citati. Di quest&#8217;ultimo gruppo è certo che nessuno raggiunse mai la dignità di faraone che qualcuno ha loro attribuito. Come si è già accennato, sembra inevitabile identificare i sei re Hyksos di Manetone con i sei &#8220;capi di paesi stranieri &#8220;ricordati nell&#8217;importantissimo frammento del Canone di Torino.<br />
L&#8217;intervallo fra la fine della XII dinastia e l&#8217;ascesa al trono di Amosis, fondatore della XVIII dinastia e vincitore degli Hyksos, fu di soli 211 anni. Se si situa nel quarto anno del regno di Amosis la fine dell&#8217;occupazione straniera e si sottraggono 108 dai risultanti 215 anni, non ne rimangono che 107 per le dinastie XIII e XIV di Manetone; che l&#8217;occupazione straniera comprenda anche un lungo tratto della XIV dinastia sembra escluso dal lungo regno di Neferhotep, il cui dominio si estendeva a nord fino a Biblo. Se ne conclude che difficilmente può esservi spazio per più di sei re Hyksos abbastanza potenti da sedere sul trono dei faraoni.<br />
Un&#8217;altra prova convincente è data dal fatto che tra i &#8220;primi sovrani&#8221; di Manetone ci sia un Apophis; risulterà infatti che questo era anche il nome del re Hyksos contro il quale combatté Kamose, fratello e immediato predecessore di Amosis. Cosicché i sei re abbraccerebbero non solo l&#8217;inizio, ma anche la fine della dominazione straniera.<br />
Ritornando allo storico Giuseppe Flavio e alle sue citazioni da Manetone, è chiaro ch&#8217;egli possedeva esatte informazioni su Avaris (Haware), il caposaldo che fin dall&#8217;inizio gli Hyksos avevano scelto come loro base. Secondo il racconto del cronista ebreo, la città si trovava in quella parte del delta orientale conosciuta come nomo Sethroita.<br />
Sull&#8217;esatta ubicazione di Haware, per dare ad Avaris il nome egizio, le opinioni divergono. La maggioranza degli studiosi ritiene che Avari fosse l&#8217;antica designazione di quella che divenne più tardi la grande città di Tanis, mentre altri propendono per una località vicino a Qantir, circa undici miglia più a sud.<br />
Ad Avari gli Hyksos adoravano lo strano dio animale Seth. Ne abbiamo già parlato come del nemico e assassino del buon dio Osiride, ma gli Hyksos preferirono ignorarne questo deplorevole aspetto, come del resto già si faceva da tempo immemorabile in quel remoto angolo del delta. Questa nuova versione di Seth ora scritto alla maniera babilonese corrispondente alla pronuncia Sutekh, aveva certo caratteri più asiatica che non il primitivo dio indigeno, e nell&#8217;abbigliamento e nell&#8217;acconciatura del capo si notava una netta rassomiglianza con il dio semitico Baal. E&#8217; provato che gli Hyksos lo anteposero a tutte le altre divinità egizie, ma non ha reale fondamento l&#8217;accusa che quest&#8217;ultime fossero da essi tenute in dispregio e il loro culto perseguitato.<br />
Gli Hyksos avrebbero occupato Avaris per più di cinquant&#8217;anni prima che uno di loro si sentisse abbastanza forte da assumere il titolo di faraone legittimo. E&#8217; importante osservare che la data della fondazione di Tanis fu ricordata a lungo: la Bibbia (Numeri 13.22) narra che &#8220;Hebron fu costruita sette anni prima di Zoan [Tanis] in Egitto &#8220;, il che confermerebbe l&#8217;identità di Tanis con Avaris, ma il valore dell&#8217;asserzione è molto discusso.<br />
Le fonti dell&#8217;epoca ci hanno rivelato una realtà poco veritiera sull&#8217;umiliante episodio della dominazione degli Hyksos: è nota la deformazione della verità dovuta a un certo tipo di letteratura divenuto convenzionale presso gli storici egizi, che di solito dipingono a tinte esageratamente fosche i periodi di miseria e anarchia perché maggior gloria ne derivi al monarca cui viene attribuita la salvezza del paese. Il racconto di Manetone rappresenta l&#8217;ultimo stadio di un processo di falsificazione iniziato una generazione dopo la vittoria di Amosis.<br />
Appena ottant&#8217;anni dopo la cacciata del nemico, la regina Hatshepsut descriveva l&#8217;invasione in maniera simile a quella del racconto di Sekenenra e Apophis, e gli stessi paralleli si troveranno in seguito sotto Tuthankhamon, Merenptah e Ramses IV.<br />
Non è da credere che un potente esercito d&#8217;invasori asiatici si sia abbattuto come un uragano sul delta e che, dopo aver occupato Menfi, abbia infierito sulle popolazioni indigene con ogni sorta di crudeltà. Le rare testimonianze lasciate dai re Hyksos rivelano al contrario un sincero sforzo di accattivarsi gli abitanti e di imitare gli attributi e i sistemi dei deboli faraoni che avevano scacciato dal trono. E&#8217; ovvio, del resto, che altrimenti essi non avrebbero adottato la scrittura geroglifica e assunto nomi composti con quello del dio sole Ra. L&#8217;affermazione ch&#8217;essi imposero tributi all&#8217;Alto e al Basso Egitto è per lo meno dubbia.<br />
La teoria di un&#8217;occupazione generale del paese da parte degli Hyksos è stata definitivamente smentita dalla grande iscrizione di Kamose, nella quale è chiaramente sottinteso che gli invasori non avanzarono mai più in là di Gebelen, e anzi, poco dopo, furono costretti a stabilire il loro confine meridionale a Khmun.<br />
La dominazione degli Hyksos non fu senza conseguenze per la civiltà materiale dell&#8217;Egitto. La più importante fu l&#8217;introduzione del cavallo e del cocchio che doveva avere una cosi gran parte nella futura storia del paese. Non è provato che queste novità abbiano contribuito in misura notevole alla vittoria degli Asiatici, ma certo furono di grande aiuto agli Egizi stessi nelle successive campagne militari. Anche nuovi tipi di pugnali e spade, armi di bronzo e il robusto arco asiatico devono esser contati tra i profitti di un episodio che altrimenti non potrebbe esser ricordato che come un disastro nazionale.</p>
<p><strong>XVI e XVII Dinastia</strong><br />
(1786-1567 a.C.) Appartengono a queste dinastie i principi tebani che finirono per respingere gli invasori Hyksos. Si tratta di una lunga serie di monarchi che probabilmente abbraccia tutta l&#8217;ultima metà del II periodo intermedio.<br />
Circa dodici sono i re da prendersi in considerazione, ed è una prova dell&#8217;influenza esercitata da Manetone se ancor oggi si discute seriamente su quanti di essi debbano essere assegnati alla XVI dinastia e quanti alla XVII. Ben di rado è possibile determinarne la sequenza precisa ed è impossibile far capo, come nella XI dinastia, a un progenitore comune.<br />
E&#8217; opportuno iniziare con un certo Rahotpe citato nell&#8217;elenco dei re di Karnak e forse anche nel Canone di Torino. E&#8217; possibile che il re successivo, al quale sono attribuiti sedici anni di regno, sia stato il Sebekemsaf al cui settimo anno risale il graffito visto da Lepsius a Wadi Hammamat. Un po&#8217; più avanti leggiamo di un Nebirierau la cui importanza è dovuta alla datazione di una grande stele che, pur trattando dei fatti privati di due funzionari, fu collocata per ordine del re nel tempio di Karnak come documento degno di esser conservato.<br />
Tra i monumenti ritrovati risalenti a questo periodo vi sono due tombe che appartenevano a due re, entrambi col nome di Sekenenra-Taco, cosa estremamente improbabile. Può anche darsi che il nome fosse Taco nei due casi, ma solo il secondo re doveva avere il prenome di Sekenenra. Con questo re si è quasi alla fine della XVII dinastia e si sta per giungere alla cacciata degli Hyksos.</p>
<h2>Nuovo Regno</h2>
<p>(1567 &#8211; 1080 a.C.) Dopo il Nuovo Regno termina la storia classica dell&#8217;Egitto, che non avrà più la potenza né la magnificenza delle epoche precedenti, e comincerà un lungo declino, una sorta di Terzo periodo intermedio all&#8217;infinito. Ma, prima dell&#8217;inizio di questa lunga agonia, ci fu un periodo molto interessante e ricco di avvenimenti, il Nuovo Regno appunto, che presenta diversi elementi di novità rispetto alle epoche precedenti.<br />
La regione tebana, raccogliendo l&#8217;eredità di una lunga resistenza contro gli oppressori, diviene il centro amministrativo, mentre, fino ad allora, la zona prediletta era stata quella di Menfi e del Medio Egitto. Lo spostamento della capitale risponde a una necessità geografica; l&#8217;espansione verso sud è giunta fino alla quarta cataratta, presso Napata, e l&#8217;Egitto si estende ormai dal diciassettesimo parallelo fino al Mediterraneo, su una lunghezza di più di 2260 Km.<br />
Per controllare e sfruttare un territorio cosi vasto, è normale che la capitale si insedi al centro, e ciò e ancora più necessario poiché, data la situazione attuale, l&#8217;Egitto reperisce la maggior parte delle risorse proprio dal suo impero africano: oro, materie prime (legno, pelli, avorio, gomma, pietre dure, ecc.), bestiame e, soprattutto, uomini per il suo esercito. Senza l&#8217;apporto africano la penetrazione egiziana in Asia sarebbe stata impensabile. Il Nuovo Regno differisce dagli altri periodi anche per la politica estera. Mentre la politica militare del Medio e soprattutto dell&#8217;Antico Regno era caratterizzata da una tattica difensiva (che non escludeva incursioni in territorio nemico), nel Nuovo Regno viene inaugurata una politica di conquista, o, per dirla con un altro termine, imperialista. Questo atteggiamento è una novità per l&#8217;Egitto.<br />
Dopo due secoli di invasioni da parte di popolazioni asiatiche, gli egiziani cercano di evitare questo pericolo estendendosi il più possibile a est; cercano di porre quanto più spazio possibile tra loro e i turbolenti nomadi asiatici, più o meno confederati, che sono a loro volta pressati dal regno di Mitanni, fondato da conquistatori ariani, posto tra l&#8217;Oronte e l&#8217;alto Eufrate. Questa nuova politica segna profondamente la civiltà egizia che, fino ad allora, nonostante le invasioni e le penetrazioni straniere, era sempre vissuta nello stesso luogo.<br />
Ora, penetrando profondamente in Oriente, viene a contatto con le grandi civiltà orientali e, pur restando se stessa, subisce modifiche. Gli usi, gli armamenti, persino la vita di tutti i giorni, cambiano. L&#8217;Egitto, che aveva sino ad allora manifestato un gusto molto sobrio, adotta un lusso tipicamente orientale, come ci testimonia la ricchezza inattesa, a volte fin troppo pesante, della tomba di Tutankhamon. L&#8217;arte di questo periodo guadagna in grazia e fascino ciò che perde in potenza, e questo è un altro aspetto del genio egiziano.</p>
<p><strong>XVIII Dinastia</strong><br />
(1548-1292 a.C.) Il destino aveva decretato che il vincitore definitivo degli Hyksos non fosse Kamose.<br />
Questa gloria doveva toccare al suo successore, Ahmose I (Amosis in Manetone), che le generazioni future avrebbero onorato come fondatore della XVIII dinastia. Vi sono testimonianze che il re Amosis trattava tutti i suoi soldati con grande generosità, come, del resto, si meritavano. Manetone gli attribuisce venticinque anni di regno, ed è una cifra che non deve scostarsi troppo dal vero. Il figlio e successore Amenophis I (Amenhotpe, nei geroglifici) continuò la politica del padre, ma con qualche differenza.<br />
Fin qui lo scopo principale era stato quello di restituire all&#8217;Egitto i suoi legittimi confini, ora nasceva il desiderio di &#8220;estendere i confini&#8221;, frase d&#8217;uso comune d&#8217;ora in poi, ma prima raramente usata, tranne una volta o due sotto la XII dinastia. La maggiore preoccupazione di Amenophis era la Nubia. Durante il regno di Amenophis c&#8217;imbattiamo per la prima volta nel titolo, che rimarrà poi stereotipo, &#8220;Figlio del re di Cush&#8221;. Alla morte di Amenophis I (1528 a. C. circa) il Nuovo Regno o l&#8217;Impero, come viene detto talvolta, era ormai saldamente instaurato e doveva proseguire per più di centocinquanta anni d&#8217;ininterrotta prosperità. Tebe ne era la città più importante, e Amon-Ra, la divinità principale di Karnak, faceva finalmente valere il suo diritto al titolo di &#8220;Re degli Dei&#8221; che da tanto tempo portava.<br />
La lotta contro gli Hyksos che coinvolse tutti gli Egizi, il formarsi di una classe sociale media costituita da veterani in pensione, il gusto della conquista e dell&#8217;avventura sono gli elementi nuovi di questo periodo, diversi da quelli del passato che vedevano una società casalinga e tradizionalista.<br />
La nuova politica introdotta in questo periodo non è gradita dalle classi dominanti tradizionali e ciò comporta una crisi dinastica, impegnata a discutere i diritti ereditari al trono tra la regina Hatshepsut e suo fratello Thutmosis III (tra il 1500 e il 1450 a.C.).<br />
La regina celebra, nel suo tempio funerario di Del El-Bahri, la sua nascita divina, le costruzioni templari e le pacifiche imprese commerciali (il viaggio al favoloso paese di Punt). Hatshepsut, che per essere accettata dal popolo si vestiva e si atteggiava come un uomo, impostò il suo governo sullo sviluppo del commercio abbandonando l&#8217;aspetto espansionistico. La rivalità col fratello, grazie all&#8217;appoggio del clero di Amon, si risolse in favore di Thutmosi III che, con la sua politica espansionistica, portò i confini dell&#8217;Egitto fino all&#8217;Eufrate a nord e alla quarta cateratta a sud.<br />
Lo smisurato ampliarsi del regno porta l&#8217;Egitto a contatto con imperi finora sconosciuti, che porranno termine alla vecchia monarchia egiziana, abituata a regnare da sola.<br />
Un nipote di Thutmosi III, Thutmosi IV (1425-1405 a.C.) sposò la figlia del re dei Mitanni e concluse molti trattati con il re degli Ittiti.<br />
Questo atteggiamento provocò una reazione di restauro dell&#8217;antica autorità del Faraone che si concretizzò con Amenhotep IV (chiamato anche Amenofi IV o Akhenaton, 1370-1352 a.C.) che, oltre ad affrettarsi a concludere trattati di alleanza con i popoli della Siria e a scegliere nel paese dei Mitanni, nemici secolari, la sua sposa Nefertiti, diede avvio, per sottrarsi al peso sempre più autorevole del sacerdozio di Amon, ad una profonda riforma religiosa, sostituendo il sole (Aton) a tutti gli altri Dei e dichiarandosi unico rappresentante in terra della divinità.<br />
Forte di questa nuova fede confisca i beni del clero di Amon, abbandona Tebe per una nuova capitale (Akhetaton), ostenta una frattura con il passato e costituisce una nuova classe dirigente. Amenhotep IV muta persino la lingua ufficiale, riconoscendo valore letterario al volgare parlato anzichè all&#8217;aulica, lingua ufficialmente in uso nella XII dinastia.<br />
Il popolo, toccato nella sua fede tradizionale, la nobiltà e il clero, colpiti nei loro interessi, lasciano solo il re che, nonostante avesse ben interpretato gli impulsi religiosi della sua epoca, voleva attuare una monarchia assoluta e teocratica ormai inaccettabile.<br />
Prima di morire il re tentò di giungere ad un compromesso, ma dopo pochi anni il giovane Tutankaton, unico figlio maschio di Amenhotep IV, mutò il suo nome in Tutankamon rinnegando così la religione monoteista voluta dal padre a favore della religione tradizionale tebana. Il giovane re riportò la capitale a Tebe, restaurò i culti nel loro primitivo splendore e restituì ai templi ancor più di quanto essi avessero perduto durante il periodo della riforma.<br />
Purtroppo Tutankamon morì dopo pochi anni di governo in maniera misteriosa lasciando una situazione politica molto confusa e difficile. Eie, il suo successore, morì anch&#8217;egli molto presto, dopo pochi mesi di regno senza lasciare eredi.<br />
L&#8217;intervento dei sacerdoti, che così evitarono di lasciare il Paese in preda a lotte di successione, permise a Haremhab, un abile e valoroso soldato, di salire al trono. Il suo governo affermò completamente il culto di Amon, facendo scomparire ogni ricordo del Faraone eretico, ristabilì l&#8217;ordine interno e punì i popoli che si erano ribellati all&#8217;Egitto dando inizio alla XIX dinastia.</p>
<p><strong>XIX Dinastia</strong><br />
(1292-1186 a.C.) Dopo essersi riavuto dalla rivoluzione religiosa l&#8217;Egitto fu un mondo diverso. Non è facile definire l&#8217;esatta natura dei mutamenti avvenuti, perché molte sono le eccezioni, ma è impossibile non osservare un sensibile deterioramento nell&#8217;arte, nella letteratura e nella cultura generale della popolazione.<br />
Negli scritti di questo periodo la lingua si avvicina di più alla lingua parlata e fa sue molte parole straniere. Le copie degli antichi testi sono incredibilmente trasandate, come se gli scribi non riuscissero più a intenderne il significato. A Tebe le tombe non mostrano più le vivaci e liete scene di vita quotidiana che caratterizzavano quelle della XVIII dinastia, ma si dedicano piuttosto a descrivere i pericoli che attendono nell&#8217;aldilà.<br />
Il soggetto preferito è il giudizio del cuore davanti a Osiride, e il Libro dei Cancelli illustra gli ostacoli che s&#8217;incontreranno nel viaggio notturno attraverso gli Inferi. Gli scarsi frammenti provenienti da Menfi presentano rilievi di un&#8217;eleganza alquanto maggiore. Altrove, le pareti dei templi sono ornate di vivaci scene guerresche, ma la fattura è relativamente rozza, e le didascalie sono spesso più adulatrici che istruttive. Malgrado tutto, l&#8217;Egitto di questo periodo offre ancora uno spettacolo di magnificenza e grandiosità che, per la maggior abbondanza di monumenti, è meglio conosciuto dal turista odierno che non le opere di gran lunga più raffinate delle epoche precedenti.<br />
Sotto Ramses II, o poco prima, incomincia ad assumere un&#8217;importanza di primo piano una fonte del tutto nuova d&#8217;informazioni storiche e culturali. Anche se il faraone viveva e reggeva il governo in una o l&#8217;altra delle capitali del delta, la sua suprema ambizione era sempre quella di esser sepolto nella necropoli avita di Tebe, e fin dagli inizi del regno una vasta corporazione di abili artigiani era di continuo impegnata a scavare e decorare la sua tomba a Biban el-Muluk.<br />
Questi uomini e le loro famiglie costituivano una particolare comunità che abitava nel villaggio di Deir el-Medina sulle alture del deserto sovrastanti il grande tempio funerario di Amenophis III, e ogni aspetto della loro vita e dei loro interessi è rivelato dai testi trovati colà o ancora sul posto del loro lavoro quotidiano. Dato che i papiri erano relativamente costosi, deperibili e rari, la maggior parte di quanto è rimasto è incisa su quei frammenti di calcare o di coccio che giacciono sul terreno abbondanti e facilmente reperibili che ora gli egittologi chiamano col nome, alquanto improprio, di ostraka. Oltre a frammenti letterari, religiosi e magici, vi sono registrazioni di scambi, pagamenti di salari in frumento o rame, noleggio di asini a scopo agricolo, procedimenti legali, presenze o assenze dal lavoro; vi sono lettere e modelli di lettere, appunti, insomma, di ogni genere.<br />
Con la XIX dinastia inizia la cosiddetta età ramesseide che durerà sino alla XXI dinastia, ossia dal 1320 al 1085 a.C. Con l&#8217;avvento al trono di Ramses I, l&#8217;Egitto assume una diversa consistenza sociale e politica. Viene rivalutato il culto di Amon, la città di Tebe diviene città sacra anche se la capitale viene spostata a Menfi ed a Tanis (la culla della dinastia).<br />
Tebe rimarrà il luogo dove i re vengono sepolti, ma non più quella dove essi regnano. Amon rimane il dio protettore della dinastia anche se viene affiancato dal vecchio dio solare Ra e dagli dei di Menfi (Ptah) e di Tanis (Seth). La vecchia classe cortigiana perde d&#8217;influenza a vantaggio della classe militare e a quella degli impiegati. Viene adottata come lingua ufficiale il neo-egiziano.<br />
Il re stesso diviene un personaggio paterno che interviene per lodare i suoi operai, i suoi soldati e, addirittura, i suoi cavalli. S&#8217;instaura quindi un vero e proprio culto del re a livello popolare e non più soltanto teologico e templare. Questa nuova base popolare, su cui si poggia il potere, viene espressa anche nella letteratura, nell&#8217;artigianato e nelle arti figurative che perdono parte della loro qualità, di gusto sicuro e squisito, a vantaggio di una più immediata capacità espressiva.<br />
I difficili rapporti con la Siria permettono ad altri imperi, soprattutto gli Ittiti, di esercitare, sulle stesse regioni, il loro predominio.<br />
Il nuovo re Sethi I, dovette affrontare in battaglia gli Ittiti, comandati dal loro re Mursilis, che costrinsero Sethi I a concludere un trattato che lasciava all&#8217;Egitto il solo possesso della Palestina meridionale. Nello stesso periodo, la regione del Delta del Nilo viene invaso dai &#8220;popoli del mare&#8221; (Cretesi, Achei e Fenici appoggiati dai Libi) che però Sethi I riesce a respingere mettendo suo figlio Ramses II al potere.<br />
Ramses II sarà il più celebre sovrano del tempo anche grazie alla lunghezza del suo regno (1299-1232 a.C.). Il nuovo re fu in grado di riprendere la lotta contro gli Ittiti non senza superare grossi pericoli come quando, nel 1296 a.C. a Kadesh, viene sorpreso dal re Muvatalli che aveva schierato più di 2000 carri da guerra. Per Ramesse II fu una grande impresa portare in salvo il suo esercito. Dopo aver sposato la figlia del re ittita Hattusilis II, si dedica a opere di pace come la costruzione di importanti centri di culto come quelli di Karnak, di Luxor e di Abu Simbel che gli valsero l&#8217;appellativo di &#8220;Costruttore&#8221;.<br />
La solidità del Paese durante il suo lunghissimo regno non impedì al suo figlio e successore Merenptah di affrontare un nuovo ed inatteso pericolo. Una stele narra la sua vittoria contro gli invasori che da oriente e da occidente tentavano di penetrare in Egitto e che venivano identificati come &#8220;popoli del mare&#8221;. Tali popolazioni, Sardi, Tirreni, Siculi, Danai e Filistei, rappresenteranno un costante pericolo anche negli anni successivi.<br />
Alla morte di Merenptah, il figlio Sethi II si trovò a dover affrontare un periodo di gravi turbamenti interni e, dopo alcuni anni di travagliato governo, morì lasciando il regno esposto ad una lunga serie di intrighi e rivoluzioni. Di questa situazione approfittò il principe siriano Irsu per impadronirsi del trono d&#8217;Egitto. I frequenti prelevamenti di fondi dal tesoro dei templi, per far fronte alle spese di governo, gli costarono la simpatia dei sacerdoti che gli opposero un altro pretendente al trono, Setnakht, il quale, dopo essere riuscito a vincere gli attachi del nemico e gli intrighi di palazzo, fondò la XX dinastia.</p>
<p><strong>XX Dinastia</strong><br />
(1184-1078 a.C.) Della XX dinastia Manetone non dice altro se non che consistette in tutto di dodici sovrani di Diospoli (Tebe), i quali regnarono 136 anni secondo Sesto Africano, o 178 secondo Eusebio.<br />
Pur così breve fu un periodo di eventi emozionanti, contò almeno un grande faraone e lasciò numerosi testi di notevole entità e ricchi di notizie. In quel lasso di tempo i nemici dell&#8217;Egitto andavano sempre più avvicinandosi ai suoi confini, forieri delle umilianti sconfitte che, poco più di un secolo dopo, ne avrebbero quasi annientato il prestigio. Gli inizi comunque parvero presagire un&#8217;epoca di eccezionale splendore; significativo è un brano che paragona questo a un precedente periodo di depressione in gran parte immaginario:<br />
La terra d&#8217;Egitto fu gettata alla deriva, e ognuno aveva una propria legge, e per molti anni non vi fu nessuno a governare, finché venne un tempo in cui lo stato egizio era formato da principi e capi di villaggio, e in alto e in basso gli uomini si uccidevano fra di loro. Poi venne un altro tempo fatto di anni vuoti, quando Arsu, un siriaco, si eresse a loro principe e rese tutto il paese tributario sotto il suo dominio.<br />
Il testo va avanti a parlare delle stragi che seguirono e della negligenza verso il culto degli dei, fino a che questi non ristabilirono la pace eleggendo re Setnakhte. Di preciso non c&#8217;è che un fatto: la comparsa di un condottiero siriaco che conquistò la supremazia su tutto il paese; la sua identità è stata oggetto di molte controversie, e l&#8217;ipotesi più interessante è che si tratti di un velato accenno a &#8220;colui che aveva fatto il re&#8221; Bay, vissuto alla fine della precedente dinastia. Ma l&#8217;unico scopo dello scrittore era quello di esaltare il nuovo re dell&#8217;Egitto.<br />
I regni dei dieci sovrani che compongono questa dinastia, esclusi Setnakhte, Ramses III, Ramses IX e Ramses XI, furono brevi cosicché la durata totale della dinastia risulta alquanto minore della cifra data da Manetone. L&#8217;usanza di cominciare la costruzione di una tomba a Biban el-Muluk all&#8217;inizio di ogni regno fu costantemente seguita, anche se non tutti gli ultimi Ramessidi furono poi sepolti nel luogo desiderato; e in tre casi le mummie furono per sicurezza trasportate in un secondo tempo nella tomba di Amenophis II.<br />
A differenza dei loro predecessori, però, i sovrani della XX dinastia inaugurarono nella Valle dei Re uno stile diverso; invece di essere nascosto, l&#8217;ingresso delle loro tombe assunse la forma di un maestoso, visibilissimo portale. Ciò fece delle loro tombe, quando il potere centrale si indebolì, dei luoghi di razzia facilmente accessibili.<br />
L&#8217;indirizzo generale della storia successiva fa pensare che questi insignificanti sovrani si allontanassero sempre più raramente dal delta dove avevano la loro residenza effettiva, per cui l&#8217;importanza e le ricchezze del gran sacerdote di Amon-Ra a Tebe andarono progressivamente aumentando. La costruzione di monumenti scemò notevolmente. Le avventure asiatiche erano finite, e l&#8217;ultimo documento di una spedizione nel Sinai risale a Ramses VI. Per contro l&#8217;amministrazione della Nubia continuava a seguire i vecchi criteri, ma le notizie al riguardo sono più scarse. Malgrado questo progressivo decadimento, gli annali del dodicesimo secolo prima dell&#8217;era volgare non sono del tutto privi di notizie.<br />
Sul finire della dinastia, il re era forse l&#8217;indiscusso sovrano nel Nord, ma nel Sud il grande pontefice di Karnak dominava con un potere superiore al suo. Gli ultimi regni della XX dinastia sono i più ricchi di testimonianze scritte che non qualsiasi altro periodo della storia egizia. La fonte di provenienza è la sponda occidentale del Nilo a Tebe, in particolare Medinet Habu e il vicino villaggio di Deir el-Medina.<br />
L&#8217;atmosfera che affiora giorno dopo giorno dai diari di lavoro della necropoli lascia soprattutto un&#8217;impressione di generale inquietudine. Per lunghi periodi di tempo gli operai della tomba reale rimanevano in ozio, e ci sono sinistre allusioni, per lo più risalenti agli ultimi anni del regno di Ramses IX, alla presenza di stranieri a Tebe, Libi o Meshwesh. Erano veri invasori o discendenti di prigionieri di guerra incorporati nell&#8217;esercito egizio e divenuti abbastanza forti da sollevarsi o almeno creare gravi tumulti?<br />
Mancano le prove per rispondere a questa domanda, ma sono per lo meno evidenti le disastrose conseguenze sulla popolazione indigena. Più di una volta le razioni furono distribuite ai lavoratori con due mesi di ritardo. Il bisogno unito all&#8217;avidità conduceva inevitabilmente al delitto. I personaggi regali e i nobili dei tempi passati erano stati sepolti con i loro beni più preziosi, e irresistibile era per i vivi la tentazione di spogliare i morti. Le ruberie nelle tombe erano state una pratica comune fin dai tempi più lontani, ma adesso, a quanto pare, questo modo di combattere la miseria si era cosi diffuso da richiedere energiche misure per consegnare i colpevoli alla giustizia.</p>
<h2>III periodo intermedio</h2>
<p>(1080 &#8211; 665 a.C.) Alla morte di Ramses XI, l&#8217;Egitto era nuovamente diviso in due: al nord il visir Smendes, a cui la moglie, probabilmente, aveva portato in dote il diritto al trono, al sud l&#8217;anziano Hrihor. I due poteri non erano ostili, sembra anzi che Hrihor si dichiarasse vassallo di Smendes. Ma è un vassallaggio a parole, visto che, come re dell&#8217;Alto Egitto e soprattutto in quanto vero capo del clero di Amon (alla cui testa aveva messo suo figlio Piankhi) Hrihor era il padrone assoluto della Tebaide e del sud del paese.<br />
Hrihor era già anziano quando prese il potere nel sud, perciò, se anche avesse avuto l&#8217;intenzione di occupare il nord, non ne ebbe il tempo. Alla sua morte, il paese risultava diviso tra un potere di fatto in Alto Egitto con a capo Piankhi, il figlio di Hrihor, e un re legittimo al nord, Smendes, capostipite della XXI dinastia, con capitale a Tanis, nel delta orientale del Nilo.<br />
Anche alla morte di Smendes, come a quella di Hrihor, nulla cambiò in Egitto; egli lasciò il suo potere a Psusennes I, il quale, non avendo figli, diede in sposa sua figlia Makare, che, secondo l&#8217;uso egiziano, deteneva il diritto al trono, al figlio di Piankhi, che era sempre grande sacerdote di Amon e manteneva il potere in Alto Egitto.<br />
Il figlio di Piankhi, Pinegem I, ereditò dunque il potere al sud grazie a suo padre, e al nord grazie a sua moglie e, quando salì al trono, sembrò che l&#8217;unità egiziana potesse essere nuovamente assicurata: le forze disgregatrici però, erano troppo potenti per essere contrastate così facilmente. Pinegem tentò, resistendo al nord, di mantenere la sua autorità al sud nominando il suo figlio maggiore grande sacerdote di Amon ma, alla morte del figlio, scoppiò la rivolta a Tebe. Il faraone nominò allora il suo secondo figlio alla testa del clero a Tebe, ma questi, Menkheperra, si impadronì del potere per i suoi fini, facendo cosi naufragare una volta per tutte i sogni paterni.<br />
Menkheperra, grande sacerdote di Amon, diventò re e così malgrado gli sforzi di Pinegem, l&#8217;Egitto fu di nuovo diviso, e questo andò a discapito di tutto il paese, poiché anche il clero di Amon non ebbe più il potere che aveva sotto la XVIII-XIX dinastia. Il tesoro si era impoverito, non potendo più disporre dei tributi stranieri che le guerre incessanti dei grandi faraoni dell&#8217;antichità, in altri tempi, portavano ai suoi magazzini, e quindi si dovette far conto solo sulle rendite dei terreni del tempio, che erano in gran parte assorbiti dallo stesso clero.<br />
Dopo la morte di Pinegem, la dinastia continuò ad essere divisa; mentre a Tanis, nel nord, regnò prima Amenemope e poi i suoi successori Siamon e Psusennes II, a Tebe succedettero a Menkheperra i suoi figli. Essi portarono gli stessi nomi dei re che regnarono nel nord, e si conosce, a sud, un Psusennes con un regno molto breve e un Pinegem contemporaneo di Siamon. Una particolarità dominò durante tutta la XXI dinastia: la divisione dell&#8217;Egitto, che esisteva di fatto, non fu mai dichiarata ufficialmente.<br />
I re taniti (da Tanis) furono i sovrani legittimi dell&#8217;Egitto mentre, a Tebe, i discendenti di Menkheperra, a differenza del padre, non si fregiarono del titolo reale.<br />
La scissione virtuale tra nord e sud non fu la sola crepa nell&#8217;edificio politico: nel Medio Egitto, a Eracleopoli, una famiglia libica prese il potere localmente e acquistò sempre più importanza fino a soppiantare i re taniti e a instaurare la XXII dinastia.<br />
Questa dinastia, d&#8217;origine libica, costituì una sorta di dittatura militare. Essendosi sempre più ridotto il numero di soldati egiziani, i mercenari libici, i mashauash, formarono, da soli, l&#8217;esercito egiziano e i loro capi disposero di un potere sempre più grande dato che il paese, diviso, era sempre più debole; rappresentavano la forza armata e ne approfittarono per usurpare l&#8217;autorità suprema. Ci si poteva attendere, durante il loro governo, una restaurazione dell&#8217;unità politica, come succede generalmente quando una minoranza armata prende il potere, ma cosi non fu.<br />
La XXII dinastia era divisa e debole come la XXI, e ciò per diverse ragioni; tanto per cominciare i libici si erano installati in Egitto sin dalla XX dinastia e, nel corso dei secoli, si erano assimilati, perdendo cosi, attraverso i ripetuti matrimoni misti, i caratteri razziali che costituivano parte della loro forza. In seguito, meno evoluti degli egiziani, adottarono la loro civiltà, e quindi non ebbero più quelle tradizioni proprie che, distinguendoli e isolandoli dai locali, gli avrebbero permesso di dominarli: erano egiziani di origine straniera, non stranieri. Inoltre la rottura fra nord e sud aveva cause troppo profonde perché vi potesse porre rimedio un potere usurpato come quello della XXII dinastia.<br />
La famiglia dei Sheshonq, alla quale appartenevano i re di questa dinastia, fornisce un eccellente esempio di questo processo di assimilazione. Stabilitisi nella regione di Eracleopoli, da sempre zona libica per eccellenza, i Sheshonq, il cui nome non è egiziano, dovevano essere, all&#8217;origine, puramente libici, ma diventarono egiziani ancora prima di salire al potere. Dopo essere stati capi militari, divennero sacerdoti e, a questo titolo, pretesero di essere sepolti a Abido come gli egiziani.<br />
Il potere della famiglia si estese fino a Bubastis, nel delta. Alla morte di Psusennes II, Sheshonq I diventò re e, per legittimare la sua dinastia, fece sposare suo figlio Osorkon con la figlia di Psusennes. La dittatura militare libica fu anche causa di disordini nel paese, soprattutto nella zona di Tebe, ed è persino possibile, anche se non se ne hanno le prove, che parte del clero di Amon si sia volontariamente esiliato nel Sudan.<br />
Inevitabilmente attirati verso il nord, vero centro di gravità dell&#8217;Egitto, i libici abbandonarono Eracleopoli e si installarono nel delta, da lì Sheshonq I organizzò una spedizione in Palestina e prese Gerusalemme, saccheggiandone il tempio. In questo modo ristabilì momentaneamente un certo prestigio egiziano in Asia, ma non si trattò di una conquista vera e propria, e il solo risultato pratico furono i proventi di un ricco bottino per i templi egiziani.<br />
La successione di Sheshonq I fu una faccenda molto complessa; la presa di potere dei libici non aveva cambiato in nulla la divisione virtuale del paese tra nord e sud e Sheshonq I, riprendendo la politica dei suoi predecessori, tentò soltanto di usare a suo favore l&#8217;influenza del clero di Amon, alla cui testa mise suo figlio. Anche i suoi successori tentarono di imitarlo ma, come per i re della XXI dinastia, i loro sforzi furono vani, e i figli che essi nominarono alla testa del clero di Tebe costituirono sempre delle dinastie parallele al sud. Per contrastare questa tendenza, i faraoni cercarono di diminuire l&#8217;influenza della casta sacerdotale di Amon, creando un nuovo titolo religioso, quello di «Sposa del dio» o di «Divina adoratrice di Amon», che veniva dato sempre e soltanto alle principesse; il risultato però, fu che esse acquisirono altrettanto potere di quello dei grandi sacerdoti, senza peraltro essere più fedeli al re.<br />
L&#8217;Egitto quindi restò diviso e, alla fine della XXII dinastia, Tebe si ribellò apertamente per ben due volte al re del nord: questo fatto fa supporre una crescente indipendenza dei re tebani nei riguardi della regalità.<br />
Sotto gli ultimi re della XXII dinastia, Sheshonq III, Pami e Sheshonq IV, l&#8217;anarchia continuò a crescere e l&#8217;Egitto mostrò una tendenza sempre maggiore al frazionamento, soprattutto nella zona del delta.<br />
La XXIII dinastia venne fondata prima che la XXII si fosse estinta, e le due dinastie furono in parte parallele. È possibile anche, a giudicare dai nomi portati dai faraoni della XXIII dinastia (Pedubast, Sheshonq V, Osorkon III, Takelot III) che fossero imparentati con quelli della XXII. La capitale della nuova dinastia fu Bubastis, dove la famiglia dei Sheshonq si era installata molto prima di prendere il potere, e così la divisione nord-sud si complicò ulteriormente, creando una nuova frammentazione est-ovest nel delta. Ma le divisioni non finirono lì; a fianco delle due dinastie parallele, sembra che le dinastie locali si siano moltiplicate, al nord, fino all&#8217;avvento della XXIV. Anche se questi piccoli re non erano ostili gli uni agli altri, il frazionamento del potere era pericoloso per l&#8217;Egitto, che si trovava nell&#8217;impossibilità di creare un esercito potente, e di assicurare i contributi economici e i lavori di manutenzione generale indispensabili alla prosperità del paese.<br />
Verso il 730 a.C., la situazione era molto confusa: nel delta il potere era diviso, da una parte tra i faraoni della XXII e quelli della XXIII dinastia, e dall&#8217;altra fra usurpatori per lo più libici che avevano preso il potere localmente. Nel Medio Egitto è praticamente impossibile capire chi faceva capo ai faraoni della XXII e chi a quelli della XXIII dinastia, e comunque, tra le due fazioni, non c&#8217;era nessuna ostilità. In Alto Egitto, infine, il grande sacerdote e la divina adoratrice di Amon, parenti dei faraoni del nord, regnavano autonomamente a Tebe, mentre si suppone che, in Sudan, i componenti del clero di Amon che si erano rifugiati lì, si fossero costituiti in principato autonomo con capitale a Napata, anche se è più verosimile che i sovrani di questo nuovo regno fossero sudanesi.<br />
L&#8217;Egitto era quindi più diviso che mai, ma presto si farà sentire una forte (e duplice) tendenza alla centralizzazione. Nel 751 circa Piankhy, un re dal nome egiziano (il che non vuol dire che avesse origini egiziane) salì al trono a Napata, in Sudan. Gli egiziani non erano mai stati molto numerosi in Nubia, e si erano completamente mescolati alla popolazione locale, per cui Piankhy governava un popolo di sudanesi, e sembrava non dovere nulla all&#8217;Egitto (da cui il nome di «etiope» dato alla sua dinastia). Mentre lui cercò di unificare l&#8217;Egitto partendo da sud, a Sais, nel delta, il re locale, Tefnakht, cominciò a ricostruire intorno a sé l&#8217;unità del paese. Sembra che abbia proceduto con la persuasione, più che con la conquista armata: fece riconoscere la sua autorità ai governanti locali e li confermò nei propri poteri come vassalli. Una volta unificato il nord, Tefnakht penetrò in Medio Egitto, dove si scontrò con Piankhy che era partito dal sud. Si conoscono le vicende di questa lotta tramite un solo documento, la stele di Piankhy, che dà una visione «sudista» dell&#8217;avvenimento, ed è una fonte molto partigiana. In questo documento il re si vantò di aver completamente sconfitto Tefnakht e di aver conquistato l&#8217;Egitto fino ai confini marittimi del delta. In effetti, se è possibile che abbia respinto Tefnakht e i suoi vassalli del Medio Egitto, è piuttosto improbabile che sia andato più lontano poiché, subito dopo la sua pretesa vittoria, non solo Piankhy tornò a Napata, ma esiste anche la prova che Tefnakht governò il delta ancora per qualche anno dopo la tanto vantata conquista etiope.<br />
Comunque sia, Tefnakht fu il fondatore della XXIV dinastia, che fu formata da due soli re: Tefnakht e Boccoris. Questa dinastia regnò nel nord mentre Piankhy, con la XXV dinastia etiope governò parallelamente al sud, estendendo forse il suo potere fino a Menti: l&#8217;unificazione era fallita.<br />
Nel nord, Boccoris succedette a suo padre Tefnakht. Egli passò per essere stato un legislatore, ma si sa ben poco su di lui, se non che sollevò una rivolta in Palestina contro gli Assiri, che l&#8217;appoggiò con un distaccamento egiziano, e che fu sconfitto. Morì durante i combattimenti per la conquista del delta da parte di Shabaka.<br />
Nel sud, Shabaka, successore di Piankhy, governava fino a Tebe, e, forse, fino a Menfi. Egli abbandonò Napata per stabilirsi a Menfi, dove la sacerdotessa divina adoratrice di Amon era ormai di discendenza sudanese. Da lì partì alla conquista del Basso Egitto, a cui il padre Piankhy aveva rinunciato, e sembra che quest&#8217;impresa gli riuscì, anche se non si ha nessun dettaglio circa questa conquista, nel corso della quale fu ucciso Boccoris. Shabaka si trasferì poi al nord e, al contrario di Tefnakht e Boccoris, non si oppose agli assiri. Scomparsa la XXIV dinastia, la XXV regnò in Egitto solo nominalmente, perché sembra che il paese non sia mai stato, in realtà, totalmente pacificato.<br />
I successori di Shabaka furono Shebitku e Taharqa. I due intrapresero una politica attiva in Asia e favorirono le rivolte palestinesi contro gli assiri, ma non furono più fortunati di Boccoris, e fu per pura fortuna che l&#8217;esercito assiro, vinta la coalizione palestinese, non distrusse Gerusalemme e l&#8217;esercito egiziano (sembra che un&#8217;epidemia di peste abbia dissuaso gli assiri dal combattere).<br />
Per poter sorvegliare la situazione nel Mediterraneo, Taharqa fu obbligato, come i suoi predecessori, a installarsi nel Basso Egitto, e risiedette a Tanis. Era perciò troppo lontano dall&#8217;Alto Egitto per poterlo governare efficacemente, ma fece uno sforzo per assicurarsene almeno la fedeltà. Rompendo con la tradizione non lasciò più tutti i poteri al clero di Amon, ma ne conferì una parte al «governatore del sud», Montuemhat; cosi separò deliberatamente il potere spirituale da quello temporale, per motivi politici.</p>
<p><strong>XXI Dinastia (Tanita)</strong><br />
(1078-945 a.C.) Per tutto il secolo XI e quelli precedenti l&#8217;era cristiana il fondamentale dualismo della terra dei faraoni si manifestò in modo nuovo e inatteso. Due capitali distinte si dividevano ormai il governo dell&#8217;Egitto, Tebe a sud e Tanis a nord; e, strano a dirsi, le relazioni fra le due metà del paese erano amichevoli e procedevano in uno spirito di collaborazione. Per il momento il trono era vacante. L&#8217;assenza di un faraone non poteva esser tollerata a lungo, e Nesbanebded non tardò a far valere i suoi diritti. Il suo nome significa &#8220;Colui che appartiene all&#8217;Ariete di Djedé&#8221; e Djedé è l&#8217;importante città al centro del delta chiamata Mendés dai Greci.<br />
Manetone pone a capo della sua XXI dinastia dei sette sovrani di Tanis, Smendes, una pronuncia di Nesbanebded che coglie abbastanza nel segno. Smendes, come originario di Djede, non può aver avuto alcun diritto personale al trono, e pare ovvio che egli dovesse il titolo regale non solo al suo forte carattere, ma anche alla moglie Tentamun; evidentemente fu questa donna l&#8217;anello di congiunzione fra Tebe e Tanis. Sotto Smendes in Egitto riprese una certa attività edilizia, con restauri e nuove costruzioni, segno di grande potere.<br />
Il nome di Tebe non ricorre più negli elenchi di dinastie di Manetone e tutte le date trovate nelle epigrafi si riferiscono evidentemente ai regni taniti. I sovrani non ambivano più a esser sepolti a Biban el-Muluk, e gli scavi archeologici a Tanis hanno riportato alla luce le tombe di Psusennes I e di Amenemope, rispettivamente secondo e terzo re della XXI dinastia, tralasciando Neferkara, il cui regno fu probabilmente effimero. Questi sepolcri comunque sono delle costruzioni misere e modeste se paragonati alle grandi tombe sotterranee a occidente di Tebe, per non citare le imponenti piramidi dei tempi più antichi.<br />
A Tebe il modello di governo lasciato in eredità da Hrihor ai suoi discendenti fu mantenuto con pochi mutamenti. Alla morte di Smendes, come a quella di Hrihor, infatti nulla cambiò in Egitto. Come già detto, seguirono lotte.<br />
L&#8217;alto sacerdozio a Tebe fu quindi successivamente ricoperto da Piankhi, Pinudjem I, Masaherta, Menkheperra e Pinudjem II, passando di padre in figlio eccettuato nel caso di Menkheperra, fratello del suo predecessore. Insieme al titolo sacerdotale questi pontefici assumevano quello di &#8220;Gran Comandante dell&#8217;Esercito&#8221; o &#8220;Gran Comandante dell&#8217;Esercito di tutto il paese&#8221;, chiaro indizio dell&#8217;instabile situazione dell&#8217;Egitto; i titoli di &#8220;Visir&#8221; o di &#8220;Figlio del re di Cush&#8221; erano aggiunti talvolta, probabilmente solo in ossequio alla tradizione.<br />
Mentre la sequenza dei sacerdoti tebani e i reciproci rapporti di parentela sono stati stabiliti con certezza, questo non è stato possibile per i sovrani di Tanis. Per i primi quattro si può probabilmente accettare l&#8217;ordine di successione fornito da Manetone: Smendes, Psusennes, Nephercheres e Amenaophthis ma il quinto nome, Osochor, è forse preso a prestito dalla XXII dinastia, mentre il successivo, Psinaches, non è stato individuato in alcun geroglifico.<br />
A questo punto comunque va inserito Siamun, il faraone che pose i suggelli al grande &#8220;nascondiglio&#8221; di Deir el-Bahri, e del quale si sa che regnò diciassette anni: Alla fine della dinastia Manetone nomina un secondo Psusennes, e questo è confermato dai monumenti. Si è, però, talvolta supposta l&#8217;esistenza di un terzo Psusennes, da non confondersi col secondo. La cronologia della XXI dinastia è ancor più controversa che non l&#8217;ordine di successione dei suoi monarchi. Sesto Africano attribuisce 26 anni di regno a Smendes, 46 a Psusennes I, 14 a Psusennes II, e periodi molto più brevi agli altri; ma le fonti più antiche tacciono su tutti e tre i regni.<br />
Fu durante la XXI dinastia che i sacerdoti di Amon predisposero quello che ai giorni nostri viene comunemente chiamato &#8220;nascondiglio di Deir el-Bahri&#8221;. Ammonticchiati in questo modesto sepolcro furono trovati sarcofagi, mummie, e vari arredi funebri, portati là dopo lunghe peregrinazioni dai successori di Hrihor.<br />
Quasi subito dopo i funerali, i potenti re delle dinastie che vanno dalla XVIII alla XX rimanevano esposti a violazioni e furti da parte dei rapaci abitanti della necropoli tebana, e fu solo in un ultimo disperato tentativo di porre fine a questi atti sacrileghi che intervennero i gran sacerdoti della XXI dinastia. Ormai potevano farlo con piena fiducia nella riuscita in quanto gli ornamenti d&#8217;oro e gli altri oggetti preziosi erano già da tempo scomparsi e ben poco rimaneva da salvare oltre alle bare e alle salme.<br />
Oltre alle mummie di nove re furono scoperte quelle di numerose regine, di qualche principe e personaggi minori. Su alcune bare e sui bendaggi delle mummie, sigilli in caratteri ieratici rivelavano la data dell&#8217;inumazione e i nomi delle autorità che l&#8217;avevano predisposta. Più importanti da un punto di vista strettamente storico erano i sarcofagi intatti di gran sacerdoti della XXI dinastia e delle loro donne. Fra le ultime salme sepolte erano quelle di Pinudjem II e di sua moglie Neskhons. Dopo di loro, nel decimo anno di regno del sovrano tanita Siamun, il &#8220;nascondiglio&#8221; fu sigillato, ma fu poi riaperto sotto il regno di Shoshenk I per seppellirvi un sacerdote di Amon di nome Djedptahefronkh.</p>
<p><strong>XXII Dinastia (Libica)</strong><br />
(945-730 a.C.) Non molti anni dopo il 950 a. C. lo scettro dei faraoni passò nelle mani di una famiglia straniera. I primi re di questa stirpe si attribuivano il titolo di &#8220;capi dei Meshwesh&#8221;, spesso abbreviato in &#8220;capi dei Ma&#8221;, e talvolta parafrasato in &#8220;capi degli stranieri&#8221;. Questi erano evidentemente molto affini a quei Libi respinti con tanta difficoltà da Merenptah e Ramses III. Ma non sarebbe giusto considerarli nuovi invasori; la teoria più plausibile è che fossero discendenti di prigionieri di guerra o di coloni stabilitisi volontariamente in Egitto, ai quali, come agli Sherden, erano state concesse terre in proprietà a condizione che prestassero servizio militare.<br />
Comunque sia, essi erano divenuti così numerosi ed importanti da potersi impadronire del governo, quasi senza provocare attriti. Come gli Hyksos d&#8217;altri tempi, ambivano ad apparire egizi di nascita, pur continuando ad ornarsi il capo delle piume che erano sempre state una caratteristica del loro costume. La famiglia dei Sheshonq, alla quale appartenevano i re di questa dinastia, fornisce un eccellente esempio di questo processo di assimilazione.<br />
Stabilitisi nella regione di Eracleopoli, da sempre zona libica per eccellenza, i Sheshonq, il cui nome non è egiziano, dovevano essere, all&#8217;origine, puramente libici, ma diventarono egiziani ancora prima di salire al potere. Dopo essere stati capi militari, divennero sacerdoti e, a questo titolo, pretesero di essere sepolti a Abido come gli egiziani.<br />
Il potere della famiglia si estese fino a Bubastis, nel delta. La dittatura militare libica fu anche causa di disordini nel paese, soprattutto nella zona di Tebe, ed è persino possibile, anche se non se ne hanno le prove, che parte del clero di Amon si sia volontariamente esiliato nel Sudan. L&#8217;origine straniera era anche tradita dai nomi barbarici: Sheshonq, Osorkon, e Takelot, per non citare che quelli portati da sovrani veri e propri. Questi tre nomi erano noti a Manetone perché si trovano nella sua XXII dinastia insieme ad altri sei re innominati. Gli egittologi, dal canto loro, hanno creduto bene di dover distinguere almeno cinque Sheshonq, quattro Osorkon e tre Takelot. L&#8217;intero periodo è dei più oscuri.<br />
In linea generale si può dire che il carattere di queste ultime dinastie si mantenne assai simile a quello della XXI. La capitale principale era nel Nord, a Tanis o a Bubastis, ma a Tebe i gran sacerdoti esercitavano ancora un indiscusso potere religioso, mentre i rapporti fra le due metà del paese oscillavano continuamente fra l&#8217;amicizia e l&#8217;ostilità. Fu un&#8217;epoca di confusione e ribellioni per la conoscenza della quale gli storici non dispongono che di scarse fonti.<br />
Particolare importanza sotto la XXII dinastia ebbe la città di Eracleopoli; molti membri di questa dinastia ricoprirono cariche sacerdotali in questa città e, durante tutto il regno, i governatori della Tebaide vennero spesso scelti fra i suoi abitanti. Potrebbe darsi che i Meshwesh, innalzatisi ora fino al potere regale, si fossero stabiliti nei secoli precedenti in quei paraggi, sulla via diretta che attraversava le oasi a partire dalla Libia, loro patria d&#8217;origine.<br />
Manetone dice originari di Bubastis i re della XXII dinastia e di Tanis quelli della XXIII, ed esistono probanti indizi che li ricollegano a queste fiorenti città del delta orientale. Ad ogni modo, inevitabilmente attirati verso il nord, vero centro di gravità dell&#8217;Egitto, i libici abbandonarono Eracleopoli e si installarono nel delta.<br />
Dopo Sheshonq I ci fu molto disordine nel paese. I faraoni cercarono di diminuire l&#8217;influenza della casta sacerdotale di Amon, creando un nuovo titolo religioso (&#8220;Sposa del dio&#8221;); il risultato però, fu che esse acquisirono altrettanto potere di quello dei grandi sacerdoti, senza peraltro essere più fedeli al re. L&#8217;anarchia continuò a crescere.<br />
Manetone assegna alla XXII dinastia una durata di soli centoventi anni, ma secondo i calcoli degli studiosi di cronologia si devono attribuirle due interi secoli, dal 950 al 730 a.C..</p>
<p><strong>XXIII Dinastia (Bubastica &#8211; Libica)</strong><br />
(818-730 a.C.) La XXIII dinastia di Manetone non comprende che quattro re, il terzo dei quali (Psammùs) non è stato identificato, e il quarto (Zét) è citato solo da Sesto Africano, probabilmente per errore.<br />
Sotto gli ultimi re della XXII dinastia, Sheshonq III, Pemay e Sheshonq V, l&#8217;anarchia continuò a crescere e l&#8217;Egitto mostrò una tendenza sempre maggiore al frazionamento, soprattutto nella zona del delta. La XIII dinastia venne fondata prima che la XXII si fosse estinta, e le due dinastie furono in parte parallele.<br />
È possibile anche, a giudicare dai loro nomi, che i faraoni della XXIII dinastia ( Petubasti, Osorkon IV, Takelot III, Rudamon, Osorkon V ) fossero imparentati con quelli della XXII.<br />
La capitale della nuova dinastia fu Bubastis, dove la famiglia dei Sheshonq si era installata molto prima di prendere il potere, e così la divisione nord-sud si complicò ulteriormente, creando una nuova frammentazione est-ovest nel delta.</p>
<p><strong>XXIV Dinastia (di Sais)</strong><br />
(730-715 a.C.) La XIII dinastia venne fondata prima che la XXII si fosse estinta, e le due dinastie furono in parte parallele. Ma a fianco di queste due dinastie parallele, sembra che le dinastie locali si siano moltiplicate, al nord, fino all&#8217;avvento della XXIV dinastia.<br />
Verso il 730 a.C. la situazione era molto confusa: nel delta il potere era diviso, da una parte tra i faraoni della XXII e quelli della XXIII dinastia, e dall&#8217;altra fra usurpatori per lo più libici, fondatori della XXIV dinastia, che avevano preso il potere localmente.<br />
Tefnakht fu il fondatore della XXIV dinastia, che fu formata da due soli re: Tefnakht e Boccoris.<br />
Questa dinastia regnò nel nord mentre Piankhy, con la XXV dinastia etiope, governò parallelamente al sud, estendendo forse il suo potere fino a Menfi.<br />
Boccoris, figlio Tefnakht, morì durante i combattimenti per la conquista del delta da parte di Shabaka (XXV dinastia) e con lui ebbe termine la storia di questa breve dinastia.</p>
<p><strong>XXV Dinastia (Nubiana o Kushita)</strong><br />
(760-656 a.C.) I dati registrati da Manetone per questo periodo, e riportati da Sesto Africano, sono di un interesse e di una brevità tale che è possibile citarli per esteso: &#8221; XXV dinastia di tre re etiopi:</p>
<p>    *      Sabacon che dopo aver catturato Boccoris lo bruciò vivo, e regnò a 8 (12) anni;<br />
    *      Sebichos, suo figlio, 14(12) anni;<br />
    *      Tarcos, 18 (20) anni; totale 40 anni&#8221;.</p>
<p>Si trova qualche affinità con la storia autentica, anche se naturalmente non si deve prendere in considerazione l&#8217;allusione, di marca tipicamente manetoniana, alla conquista e l&#8217;asservimento dell&#8217;Egitto a opera degli Assiri.<br />
E&#8217; strano tuttavia che Manetone non parli del grande guerriero sudanese o cushita Piankhy che verso il 730 a. C. cambiò all&#8217;improvviso l&#8217;intero corso delle vicende egizie. Era questi il figlio di un capotribù o re chiamato Kashta, e fratello, pare, di Shabako, chiamato da Manetone Sabacon. Partito da Napata, Piankhy scese il corso del Nilo e, nel corso di una campagna militare documentata da una famosa stele commemorativa a Gebel Barkal, sconfisse il rivale di origine siriana Tefnakht (XXIV Dinastia) e diede all&#8217;Egitto, dopo diversi decenni, una parvenza di unità.<br />
Ma per ottenere una prospettiva più o meno esatta della nuova situazione, occorre tornare indietro di circa settecento anni. Già sotto i Tuthmosidi era sorta una fiorente città o colonia egizia presso il massiccio roccioso del Gebel Barkal, non molto alto ma imponente perché isolato in mezzo alla pianura a circa un chilometro e mezzo dal Nilo. La capitale provinciale di Napata, situata a breve distanza dalla quarta cateratta a valle del fiume e ai piedi della «Montagna Sacra», come la chiamavano gli Egizi, era abbastanza lontana da potersi sviluppare senza gran pericolo d&#8217;interferenze. All&#8217;epoca di Tutankhamon la città segnava il limite amministrativo del vicereame nubiano. E&#8217; indubbio che la cultura egizia, seppure latente, continuava a esercitare la sua influenza e ad essa si univa un&#8217;appassionata devozione ad Amon-Ra, il dio della città madre, Tebe. Fu probabilmente questa devozione a provocare l&#8217;improvvisa incursione di Piankhy nella terra sconvolta dei suoi avversari libici.<br />
Frattanto un nuovo nemico era comparso in Oriente: gli Assiri.</p>
<p><strong>Egitto e Assiria</strong><br />
Da secoli i piccoli reami della Siria e della Palestina erano riusciti a sopravvivere senza grandi ingerenze straniere; ma adesso si trovavano di fronte la rinata potenza di un&#8217;Assiria ambiziosa e dispotica.<br />
Con una serie di campagne militari in Occidente Tiglath-pileser III (745-727 a.C.) aveva saccheggiato Damasco e deportato nell&#8217;Assiria gran parte degli abitanti; lo stesso aveva fatto in Israele, deponendo il re Pekah e sostituendolo con Hoshea nel 732 a.C..<br />
Per questi avvenimenti e per quelli dei cinquant&#8217;anni seguenti le uniche fonti sono l&#8217;Antico Testamento e le iscrizioni cuneiformi, mentre i testi egizi non nominano mai l&#8217;Assiria, anche se alla fine Tebe stessa doveva cadere temporaneamente vittima dell&#8217;assai più forte potenza asiatica. Tuttavia era chiaro che i signorotti della Palestina guardavano all&#8217;Egitto come difensore contro gli invasori settentrionali. Durante il breve regno del figlio di Tiglath-pileser III, Shalmaneser, prematuramente scomparso, Hoshea si sollevò in aperta ribellione; il tragico risultato fu la cattura e distruzione finale della Samaria, difesasi strenuamente per tre anni e caduta solo nel 721 a.C. quando il successore di Shalmaneser, Sargon II, «deportò gli Israeliti in Assiria» e «fece imprigionare e mettere in catene» Hoshea.<br />
Secondo il racconto biblico, questi «aveva inviato messi a So, re d&#8217;Egitto, e non pagava più il consueto tributo annuo al re d&#8217;Assiria».<br />
Gli studiosi sono concordi nell&#8217;identificare So con Sib&#8217;e, turtan d&#8217;Egitto, che secondo gli annali di Sargon era partito da Rapihu (Rafia, sul confine palestinese) insieme ad Hanno re di Gaza, allo scopo di vibrare un colpo decisivo. Sotto Tiglath-pileser questo stesso Hanno era fuggito davanti all&#8217;esercito assiro ed era «riparato in Egitto»; Sargon riferisce che la stessa cosa fece Sib&#8217;e:<br />
«come un pastore cui è stato rubato il gregge, fuggì da solo e scomparve; io catturai personalmente Hanno I e lo portai in catene nella mia città di Ashur; distrussi Rapihu, la rasi al suolo e la bruciai».<br />
Per ragioni fonetiche, oltre che cronologiche, So-Sib&#8217;e non può essere il re etiopico Shabako, per cui si suppone che questi nomi si riferiscano a un generale. Ciò sembra convalidato dal testo assiro che prosegue: «Io ricevetti il tributo del Pir&#8217;u di Musru», il che non può significare altro che «il faraone d&#8217;Egitto».<br />
La latente ostilità delle due grandi potenze, Assiria ed Egitto, tornò a divampare sotto Sennacherib che iniziò la sua terza campagna militare con la conquista delle città costiere fenicie. L&#8217;agitazione era però scoppiata più a sud; la popolazione della città filistea di Ekron aveva scacciato il proprio re, Padi, per la sua lealtà verso l&#8217;Assiria; Ezechia, re di Giuda, dopo averlo accolto, lo aveva fatto prigioniero, ma poi, preso dalla paura, aveva chiesto aiuto all&#8217;Egitto.<br />
A Eltekeh le truppe egizie ed etiopiche subirono una grave sconfitta; Padi fu ristabilito sul trono e molte città di Giudea furono saccheggiate, anche se Gerusalemme sfuggì alla cattura. Per evitarla Ezechia si era rassegnato a pagare un pesante tributo. Si è molto discusso se questo sia stato l&#8217;unico scontro di Sennacherib con l&#8217;Egitto, ma la lettura diretta della Bibbia porta a concludere che ce ne fu un altro; infatti, vi si legge che «Tirhakah, re dell &#8216;Etiopia» era uscito a combattere contro gli Assiri, ma durante la notte l&#8217;angelo del Signore ne colpì un gran numero, cosicché «al mattino erano tutti cadaveri». Nei due versetti successivi si afferma che Sennacherib ritornò allora a Ninive dove rimase finchè non fu assassinato.<br />
Nel fantasioso, ma divertente racconto che Erodoto fa di questo fallito attacco contro l&#8217;Egitto, la ritirata degli Assiri, dopo che già avevano raggiunto Pelusio, fu causata non dalla peste, come insinua l&#8217;Antico Testamento, ma da nidiate di topi che rosicchiarono le faretre e gli archi degli invasori.<br />
Dato che Taharqa non salì al trono che nel 689 a.C., non può esser questi il nemico sconfitto da Sennacherib a Eltekeh e, a meno di negare l&#8217;esattezza del racconto biblico, se ne deve concludere che il re assiro mirasse a far seguire la vittoria da un colpo decisivo impedito, però, dalle circostanze. Dunque i nemici non devono essersi incontrati.<br />
Da tempo si era fatta evidente la necessità di giungere a una conclusione fra i sovrani dell&#8217;Assiria e dell&#8217;Etiopia, ugualmente ostinati, ma di fatto fu un terzo contendente a riportare la vittoria decisiva. Come ai tempi di Piankhy, il Basso Egitto e una parte del Medio si erano frantumati in numerosi piccoli principati, sempre pronti a schierarsi con quella delle due grandi potenze che con maggior probabilità avrebbe rispettato la loro indipendenza. Uno di questi doveva di lì a poco conquistare la supremazia, ma per il momento fu l&#8217;Assiria ad avere il sopravvento.<br />
Esarhaddon, figlio di Sennacherib (680-669 a. C.), continuò con successo anche maggiore la politica aggressiva del padre. I documenti egizi tacciono, ma stele e tavolette in caratteri cuneiformi danno particolareggiati resoconti della campagna in cui, dopo aver soggiogato la Siria, egli costrinse Taharqa a ripiegare a sud. Nell&#8217;iscrizione meglio conservata, dopo aver elencato il bottino portato in Assiria, così prosegue:<br />
Deportai dall&#8217;Egitto tutti gli Etiopi, non lasciandone neppure uno a rendermi omaggio. In tutto l&#8217;Egitto nominai nuovi re, governatori, ufficiali, ispettori portuali, funzionari e personale amministrativo.<br />
Poco dopo esser partito per un altra campagna, Esarhaddon cadde ammalato ad Harran e morì, dando modo a Taharqa di riconquistare Menfi e occuparla, finché non ne fu di nuovo cacciato da Ashurbanipal durante la sua prima campagna (667 a.C.).<br />
Il nuovo re assiro scoprì che «i re, governatori e reggenti» nominati da suo padre in Egitto erano fuggiti e occorreva reintegrarli nelle loro cariche. Tebe fu occupata per la prima volta, ma solo per essere temporaneamente abbandonata:<br />
Il terrore della sacra arma di Ashur, mio signore, sconfisse Tarku nel suo rifugio e di lui non si seppe mai più nulla. In seguito, Urdamane, figlio di Shabako, sedette sul trono del suo reame. Fortificò Tebe ed Eliopoli e vi radunò le sue forze armate.<br />
Il racconto prosegue dicendo come Urdamane (nome dato dagli Assiri al re etiope Tanuatamun ) rioccupasse Menfi; solo dopo il ritorno di Ashurbanipal da Ninive e l&#8217;inizio della sua seconda campagna, l&#8217;etiope abbandonò prima Menfi e poi Tebe, e «fuggì a Kipkipi». Questa è l&#8217;ultima notizia sul suo conto fornita dai testi cuneiformi.<br />
Ashurbanipal afferma di aver completamente soggiogato Tebe e aver portato a Ninive un grosso bottino, ma pare che questa sia stata l&#8217;ultima sua comparsa in Egitto (663 a.C.).<br />
In poco meno di settant&#8217;anni l&#8217;avventura etiopica si era così conclusa e ogni contatto diretto fra i due reami cessò, a quanto pare, anche se in qualche modo si saranno mantenuti rapporti commerciali. Il confine settentrionale del regno di Napata era probabilmente Pnubs, a sud della terza cateratta; il tratto fra questa località e Aswan divenne forse una specie di «terra di nessuno» abitata da tribù selvagge.<br />
Da allora in poi l&#8217;interesse degli Etiopi incominciò a rivolgersi a sud anziché a nord, e fu stabilita una nuova capitale a Meroe alla confluenza dell&#8217;Atbara col Nilo, dove si poteva allevare bestiame e coltivare campi e dove esistevano anche abbondanti giacimenti di ferro. Malgrado la scissione politica fra Egitto ed Etiopia l&#8217;antica cultura faraonica tardò a scomparire; i templi continuarono a esser decorati con le stesse scene convenzionali a rilievo; le tombe reali conservarono la forma a piramide. Varie pregevoli stele, scritte in un egizio di mezzo abbastanza corretto, furono scoperte a Gebel Barkal insieme a quella di Piankhy. Qualche generazione dopo le iscrizioni geroglifiche, pur facendo ancor uso della lingua egizia, erano divenute così barbariche da essere incomprensibili.<br />
Nel frattempo dai geroglifici egizi era venuta formandosi una scrittura alfabetica usata per rendere graficamente la lingua indigena, e a lato di questa si era sviluppata una scrittura di tipo lineare in cui ogni segno corrispondeva al geroglifico originario.</p>
<h2>Bassa epoca (epoca tarda)</h2>
<p>(664-332 a.C.) Da lungo tempo si sentiva la necessità di unificare un mondo lacerato da continui conflitti e questa unificazione doveva ora esser tentata su vasta scala. L&#8217;iniziativa venne dalla parte più inattesa, la Persia.</p>
<p><strong>Egitto e Persia</strong><br />
La Persia è il paese situato sul lato orientale del Golfo Persico e si estende per lungo tratto nell&#8217;entroterra con Persepoli e Pasargade come capitali. Di questa regione montuosa e in parte inospitale era originaria la famiglia ariana degli Achemenidi dalla quale uscì il grande conquistatore Ciro II (558-529 a.C. circa).<br />
Il primo paese a essere invaso dai Persiani fu la Media dove Astiage, figlio di Ciassare, non poté opporre che una debole resistenza prima di esser cacciato dalla propria capitale, Ecbatana, a metà strada fra Susa e il mar Caspio. Fu poi la volta della Lidia. Prevedendo ciò che stava per accadere il suo re, Creso, aveva cercato di allearsi con l&#8217;Egitto, Babilonia e Sparta, ma prima che giungesse il loro aiuto, Sardi fu catturata (546 a.C.) e la Lidia cessò di esistere come regno indipendente. Le città della costa ionica rimasero alla mercè del sovrano persiano che le affidò ai suoi generali per esser libero di volgere altrove le proprie forze. Naturalmente il prossimo obiettivo era Babilonia, ma Ciro non aveva alcuna fretta di affrontarla. Vi regnava allora Nabonido, dotto sovrano e studioso di archeologia, dopo un esilio di dieci anni a Taima nell&#8217;Arabia dal quale era tornato nel 546 a.C. su invito dei propri sudditi che prima erano stati in dissenso con lui.<br />
Nel 539 a.C. Ciro occupò Babilonia risparmiando, con tipica saggezza, la vita del re e confinandolo nella lontana Carmania come governatore o esule. Un impero tanto vasto richiedeva naturalmente un&#8217;opera di consolidamento e per qualche anno si hanno scarse notizie di imprese militari di Ciro. Egli si rendeva però conto della necessità di conquistare l&#8217;Egitto, e affidò questo compito al figlio Cambise. Quanto a Ciro stesso, perì nel 529 a.C. combattendo per respingere un attacco di orde turaniche sulla frontiera settentrionale; in trent&#8217;anni si era elevato dai suoi umili inizi fino a divenire il più potente monarca che il mondo di allora avesse mai conosciuto.<br />
Le difficoltà connesse con la successione tennero impegnato Cambise per i tre anni successivi, ma l&#8217;assassinio del fratello Smerdi lo lasciò libero di proseguire l&#8217;impresa affidatagli dal padre. La Fenicia si era sottomessa spontaneamente, fornendogli una flotta preziosa per le future operazioni. Cambise mosse allora contro l&#8217;Egitto, da pochi mesi governato dal faraone Psammetico III.<br />
La battaglia di Pelusio fu combattuta con disperata tenacia (525 a.C.), ma alla fine gli Egizi ripiegarono in disordine a Menfi che si arrese solo dopo un lungo assedio. L&#8217;Egitto passò così in mano ai Persiani (XXVII dinastia di Manetone). In questo periodo sopravvenne un notevole cambiamento nella civiltà della terra dei faraoni fino allora rimasta più o meno uniforme. Come prima la popolazione indigena usava nel disbrigo dei propri affari la lingua d&#8217;origine, scritta in una forma estremamente corsiva, nota ai Greci come encoriale o demotica. Ma per quanto concerneva il governo l&#8217;Egitto era ormai la più remota provincia di un grande impero straniero. Il re persiano, suo supremo signore, risiedeva a Susa o Babilonia e lasciava l&#8217;amministrazione vera e propria in mano a un governatore locale, detto satrapo. Per tutti gli scopi burocratici veniva impiegata la lingua aramaica, idioma semitico del Nord che, dopo essersi diffuso in Mesopotamia a opera dei popoli ivi deportati, si era in seguito propagato al Sud grazie fra gli altri agli esuli Ebrei cui Ciro aveva concesso di tornare nella patria d&#8217;origine; in Palestina questa lingua aveva finito per sostituire completamente l&#8217;ebraico.<br />
Non si deve credere che in Egitto l&#8217;uso dell&#8217;aramaico fosse limitato agli Ebrei anche se si sarebbe portati a dedurlo dalle numerose e sensazionali scoperte di papiri scritti in questa lingua nell&#8217;isola di Elefantina, subito a nord della prima cateratta. Anche se le persone di cui questi papiri rivelano i molteplici e svariati interessi erano tutte o in massima parte Ebrei si dovrà osservare che esse appartenevano a una guarnigione di frontiera ed erano perciò al servizio del regime persiano.<br />
Comunque la prova più convincente che l&#8217;aramaico era la lingua ufficiale dell&#8217;amministrazione persiana è fornita da un gruppo di lettere per lo più dirette ai suoi subalterni in Egitto dal satrapo Arsame che rimase in carica per tutto l&#8217;ultimo venticinquennio del secolo V. Queste lettere provenivano senza dubbio dalla cancelleria del satrapo, con sede probabilmente a Menfi. Con il passare degli anni, lotte intestine, legate alla successione al trono, indebolirono il grande impero Persiano. Ne approfittò l&#8217;Egitto che, con Amirteos (XXVIII dinastia) riottenne l&#8217;indipendenza.<br />
Da questo momento fino alla conquista di Alessandro Magno nel 332 a.C., la politica estera dell&#8217;Egitto non mirò che a difendere la propria indipendenza da un impero ostinato a considerarla una semplice provincia ribelle. L&#8217;Egitto riuscì nel suo scopo, tranne che per il breve lasso di un decennio proprio alla fine di questo periodo. Un continuo ostacolo era comunque la rivalità fra le varie famiglie principesche del delta. Per notizie meno vaghe dobbiamo basarci interamente sugli autori greci. Da Senofonte si apprende che la Persia aveva radunato nella Fenicia un forte esercito destinato senza dubbio a sottomettere l&#8217;Egitto. Di conseguenza le città greche dell&#8217;Asia Minore, che si erano schierate al fianco dell&#8217;Egitto, si trovarono anch&#8217;esse in grave pericolo. Per soccorrerle Sparta, malgrado i forti obblighi verso Ciro, entrò in guerra contro la Persia, la cui potenza era ancora assai temibile (400 a.C.). Il conflitto durò vari anni. Nel 396 a.C. Sparta cercò di stringere con l&#8217;Egitto un&#8217;alleanza che le venne prontamente accordata.<br />
Non molto tempo dopo, nel 393 a.C., salì al trono Achoris, e poiché l&#8217;alleanza con Sparta si era dimostrata svantaggiosa, si affrettò a cercare aiuto altrove, e lo trovò per mezzo di un trattato con Evagora, l&#8217;abile e ambizioso re di Salamina di Cipro, che aveva già imposto la sua signoria a varie altre città dell&#8217;isola. L&#8217;amicizia di Evagora con Conone portò di conseguenza gli Egizi a una stretta collaborazione con Atene. Ma intanto sia la Persia che Sparta si erano stancate della guerra, e nel 386 a.C. fu conclusa la pace di Antalcida, che lasciava alla Persia mano libera in tutte le città greche dell&#8217;Asia Minore in cambio dell&#8217;autonomia di tutti gli altri stati ellenici.<br />
Così Achoris ed Evagora rimasero soli e Artaserse fu libero di affrontare l&#8217;avversario che preferiva. Per primo attaccò l&#8217;Egitto, che aveva avuto il tempo di tornare a essere un paese ricco e forte; Cabria, uno dei migliori generali dell&#8217;epoca, lasciò Atene per mettersi al servizio di Achoris. Su questa guerra si hanno scarse notizie, salvo il fatto che si protrasse fino al 383 a.C. e che il polemico oratore ateniese Isocrate ne diede un giudizio sprezzante. Evagora si dimostrò di grande aiuto spingendosi con le sue truppe entro il campo nemico e catturando Tiro e altre città della Fenicia; ma in seguito la fortuna l&#8217;abbandonò e, dopo aver perso una importante battaglia navale, fu assediato nella sua città di Salamina. Aveva tenuto in scacco la Persia per più di dieci anni, al termine dei quali i dissensi scoppiati fra i capi persiani li indussero ad accettare la sua resa a condizioni onorevoli (380 a.C.).<br />
Dopo esser rimasto a lungo fedele vassallo del re di Persia, Evagora cadde vittima di una cospirazione. L&#8217;Egitto si trovò così ancora una volta da solo contro la Grande Persia.<br />
Con la XXX Dinastia ebbe inizio l&#8217;ultima dinastia indipendente dell&#8217;Egitto.<br />
Il numero di monumenti lasciati dai sovrani della XXX Dinastia potrebbe dare l&#8217;impressione di un periodo d&#8217;ininterrotta pace e prosperità. Ma dagli storici greci, dei quali Diodoro è ancora una volta il principale esponente, viene alla luce una storia ben diversa.<br />
In Persia regnava ancora Artaserse II (404-358 a.C.) più deciso che mai a umiliare l&#8217;Egitto e a ricondurlo alla precedente sottomissione. Ma i preparativi per l&#8217;invasione procedevano con grande lentezza. Per prima cosa il Gran Re fece pressioni su Atene perché richiamasse dall&#8217;Egitto il valente generale Cabria, che dovette accontentarsi di un incarico militare in patria. Il grande esercito persiano, guidato dal satrapo Farnabazo e dal comandante dei mercenari greci Ificrate, non partì da Acre che nel 373 a.C.. Raggiunta Pelusio, fu chiaro che un attacco da quel lato era impossibile, ma che l&#8217;una o l&#8217;altra delle foci del Nilo meno fortificate offriva migliori speranze di successo. E fu proprio così; la barriera del ramo di Mendes venne forzata e molti egizi furono uccisi o catturati. Contro il volere di Farnabazo, Ificrate tentò di spingersi fino a Menfi, e mentre l&#8217;antagonismo fra i due comandanti ritardava l&#8217;azione persiana, le truppe di Nekhtnebef ripresero forza e circondarono gli invasori da tutti i lati. In buon punto sopraggiunse in aiuto degli Egizi la piena del Nilo; le parti del delta non completamente sommerse dalle acque si trasformarono in palude e i Persiani furono costretti a battere in ritirata.<br />
Per la seconda volta l&#8217;Egitto fu salvo. Il figlio di Nekhtnebef, Teos, giunse a tentare un attacco diretto contro la Persia. Alleatosi ad Agesilao e al generale Ateniese Cabria mosse contro la Fenicia. Durante questa campagna però Agesilao diede il suo appoggio ad Nekhtharehbe che diventò faraone, mentre Teos fu costretto all&#8217;esilio in Persia. La spedizione fallì. Nel 358 a.C. l&#8217;ascesa al trono di Artaserse III Oco infuse nuova vita al vacillante Impero persiano. Fu ristabilito l&#8217;ordine fra i satrapi dell&#8217;Asia Minore, ma lo sforzo richiesto fu tale da precludere ogni velleità di aggressione contro l&#8217;Egitto. Nondimeno verso il 350 a.C. Artaserse era pronto alla guerra. Non se ne conoscono i particolari, ma il fallimento fu completo col risultato che ovunque scoppiarono rivolte contro la dominazione persiana, con la Fenicia e Cipro in prima linea.<br />
L&#8217;obiettivo più importante rimaneva l&#8217;Egitto, essendo questo l&#8217;unico paese che poteva fornire in abbondanza oro e grano, e la sua riconquista era indispensabile. Prima però si dovevano fare i conti con la Fenicia e la Palestina. Sidone, al centro della rivolta, si era attirata le rappresaglie persiane con un violento e rovinoso colpo di mano contro gli occupanti. Temendone le conseguenze, si era rivolta per aiuto all&#8217;Egitto, ma Nekhtharehbe si era limitato a inviarle un piccolo contingente di mercenari greci comandati da Mentore di Rodi. Diodoro narra la storia dei pochi anni successivi con grande abbondanza di particolari. I preparativi di Artaserse furono imponenti e ancor prima dell&#8217;arrivo di massicci rinforzi dalle città della Grecia continentale e dell&#8217;Asia Minore egli riuscì a infliggere un terribile castigo a Sidone; il suo re, Tenne, si accordò proditoriamente con Mentore per consegnare la città al nemico, e di conseguenza gli abitanti incendiarono le navi e molti di essi cercarono volontariamente la morte tra le fiamme delle proprie case.<br />
Nell&#8217;autunno del 343 a.C., l&#8217;esercito persiano, con a capo il Gran Re in persona, partì per la sua memorabile campagna contro l&#8217;Egitto. Il primo assalto fu sferrato contro la città di Pelusio che oppose una tenace resistenza. La straripante potenza Persiana ebbe però la meglio e una dopo l&#8217;altra tutte le città del delta capitolarono.<br />
Nekhtharehbe, resosi conto che la situazione era disperata, fuggì in volontario esilio in Etiopia. L&#8217;Egitto era di nuovo una provincia persiana.<br />
Questa seconda dominazione non durò che una decina di anni, ma con essa era terminata la storia delle dinastie Egiziane. Dopo più di 4000 anni di storia l&#8217;Egitto aveva terminato di essere un paese indipendente con una propria stirpe regnante. Dario III, ultimo re persiano, nominalmente regnò in Egitto quattro anni, ma già prima di questo termine l&#8217;impero persiano aveva cessato di esistere e il mondo antico aveva iniziato una nuova era.<br />
Fra la XXXI e la XXXII Dinastia si colloca un poco conosciuto Khababash che assunse il ruolo di faraone. Un sarcofago di Api reca la data del suo secondo anno di regno, e il contratto nuziale di un sacerdote subalterno è datato nel primo anno. Maggiore interesse però offre una notizia ricavata da una stele del 311 a.C., quando il futuro Tolomeo I Sotere non era che satrapo d&#8217;Egitto. Nella forma questa lunga epigrafe è un&#8217;esaltazione delle grandi imprese di Tolomeo, ma ne è evidente il vero scopo a ricordare la restituzione di un tratto di terreno appartenuto da tempi immemorabili ai sacerdoti di Buto e confiscato da Serse, qui descritto come nemico e criminale. Khababash, dopo avere ascoltato le lagnanze dei sacerdoti che gli ricordarono come il dio Horo avesse per punizione scacciato dall&#8217;Egitto Serse e suo figlio, concedette quanto chiedevano, concessione riconfermata più tardi da Tolomeo. Ci sono due indizi per collocare storicamente Khababash: in primo luogo egli era evidentemente posteriore a Serse, e, secondariamente, pare che questa decisione fosse stata presa dopo avere esplorato le foci del Nilo attraverso le quali si poteva temere un&#8217;aggressione degli Asiatici, vale a dire dei Persiani. Un terzo indizio è dato dal fatto che il contratto nuziale era stato firmato dallo stesso notaio di cui si ha la firma sopra un altro documento del 324 a.C.. Da qui varie ipotesi, ma di certo si può dire soltanto che Khababash fu uno degli ultimi, se non proprio l&#8217;ultimo governante non persiano né greco che osò assumere il complesso dei titoli del faraone nato in Egitto, sebbene il suo nome sia decisamente straniero.<br />
Il grande evento che determinò il destino dell&#8217;Egitto e la sua forma di governo per i tre secoli successivi fu la conquista di Alessandro il Grande nel 332 a.C.. L&#8217;ascesa della Macedonia a potenza mondiale era incominciata ad apparire possibile fin dal 338 a.C., quando Filippo II (greco per modo di dire), dopo aver soffocato ogni resistenza con la sconfitta di Atene e Tebe a Cheronea, aveva fondato una Lega ellenica che doveva alleare tutta la Grecia sotto la sua egida. Ma nessuno avrebbe allora potuto prevedere le brillanti vittorie che, nello spazio di dieci anni, fecero del suo giovane figlio Alessandro l&#8217;indiscusso padrone di tutto il mondo orientale.<br />
E&#8217; probabile che neppure Alessandro sapesse bene che cosa si proponeva finchè non ebbe conquistato l&#8217;Asia Minore e costretto alla fuga Dario nella battaglia di Isso, una ventina di chilometri a nord dell&#8217;odierna Alessandretta (333 a.C.). E anche allora il suo primo pensiero non fu quello d&#8217;inseguire il monarca persiano, ma di assoggettare la Siria e l&#8217;Egitto. L&#8217;assedio di Tiro fu lungo e tedioso, ma, superato questo ostacolo, niente più gli intralciò il cammino fino a Gaza, che gli oppose una disperata resistenza. Nel 332 a.C. Alessandro raggiunse l&#8217;Egitto, il cui satrapo persiano si arrese senza colpo ferire.</p>
<p><strong>XXVII Dinastia (prima dominazione Persiana)</strong><br />
(525-404 a.C.) Manetone fa iniziare la sua XXVII dinastia con la battaglia di Pelusio (525 a.C.), durante la quale le truppe persiane agli ordini del nuovo imperatore Cambise, figlio di Ciro il Grande, sbaragliarono l&#8217;esercito del faraone Psammetico III.<br />
Il regno di Cambise doveva durare per soli tre anni ancora e tutte le spedizioni da lui architettate in questo periodo fallirono. Il progetto di un&#8217;aggressione contro Cartagine fu abbandonato perché i Fenici si rifiutarono di combattere contro gente del loro stesso sangue. Una campagna assai più ambiziosa contro gli Etiopi, cui partecipò Cambise in persona, si risolse in un completo fallimento per la mancanza di una preparazione adeguata, mentre un corpo di spedizione, mandato attraverso il deserto nell&#8217;oasi dove due secoli dopo Alessandro Magno avrebbe consultato l&#8217;oracolo di Amon (oasi di Siua), fu travolto da una tempesta di sabbia e scomparve. L&#8217;ira di Cambise per il fallimento di queste imprese fu senza limiti e si dice che gli provocasse una crisi di pazzia, ma perlomeno l&#8217;Egitto intero era stato conquistato.<br />
Nel 522 a.C., al ritorno di Cambise in Asia, l&#8217;Egitto rimase affidato al satrapo Ariande, che in seguito fu sospettato d&#8217;infedeltà e condannato a morte. Frattanto il &#8220;mago&#8221; Gaumata si era fatto credere il vero Smerdi ottenendo un vasto seguito in tutte le province persiane. I Magi appartenevano a una tribù della Media che aveva monopolizzato l&#8217;esercizio e i segreti della religione. Durante l&#8217;assenza di Cambise, essi avevano preso in mano il governo, installandosi a Susa. Sulla morte di Cambise si hanno notizie discordanti; probabilmente il fatto avvenne mentre egli tornava in patria per combattere contro il pretendente. Il trono passò a Dario I, figlio di Istaspe e appartenente alla famiglia di Ciro. Durante i suoi trentasei anni di regno (521-486 a.C.) l&#8217;impero persiano fu organizzato con consumata arte di governo, ma si sa relativamente poco sugli avvenimenti egizi di quel periodo.<br />
Si sa che fece compilare una raccolta di tutte le leggi egizie dagli inizi fino all&#8217;anno 44 di Amasis. Fece inoltre completare il canale fra il Nilo e il Mar Rosso. Neko II era stato costretto ad abbandonare il progetto, ma Dario non solo riparò il canale in tutta la sua lunghezza, ma riuscì anche a farvi passare ventiquattro navi cariche di tributi per la Persia. Dario nel governo dell&#8217;Egitto cercò saggiamente di atteggiarsi a faraone legittimo continuando l&#8217;opera dei predecessori saitici.<br />
Per quanto saggio e illuminato fosse il governo di Dario, il suo impero era troppo vasto per non dare ben presto segni di fragilità. Già nel 499 a.C. insorgevano le città della Ionia e l&#8217;aiuto ad esse prestato da Atene ed Eretria rendeva la guerra fra la Persia e la Grecia occidentale una semplice questione di tempo. La sensazionale sconfitta di Artaferne, nipote di Dario, a Maratona (490 a.C.) non poteva non causare gravi ripercussioni in tutto il Medio Oriente. Gli Egizi si sollevarono nel 486 a.C. e la ribellione non fu soffocata che nel secondo anno del regno di Serse, succeduto al padre verso la fine del 486. Serse si avvalse della sovranità sull&#8217;Egitto per secondare i propri piani; prima della battaglia di Salamina (480 a.C.), dove tentò una rivincita sui Greci, importanti compiti furono affidati a una grossa flotta egizia. A favore dell&#8217;Egitto stesso invece Serse fece poco o nulla.<br />
Ben poco di più si saprebbe sull&#8217;Egitto del secolo V a.C. se non ci rimanessero le testimonianze degli storici greci, che però riguardano solo i rapporti del paese con Atene. In seguito ai disordini sorti dopo l&#8217;assassinio di Serse e l&#8217;ascesa al trono di Artaserse I (465 a.C.), scoppiarono gravi agitazioni nel delta nordoccidentale dove un certo Inaro, figlio di Psammetico, insorse stabilendo il proprio quartier generale nella fortezza di Marea, non lontano dalla futura Alessandria. Durante il primo scontro coi Persiani Inaro ebbe la meglio e l&#8217;esercito nemico si ritirò a Menfi e vi si trincerò. Il soccorso dalla Persia tardò ad arrivare e Inaro chiese aiuto agli Ateniesi, che in quel periodo stavano battendosi vittoriosamente contro i Persiani a Cipro. Con il loro rinforzo i due terzi di Menfi furono catturati, ma il resto resistette finché il generale persiano Megabizo non respinse gli assedianti e li assediò in un&#8217;isola in mezzo alle paludi. Non fu se non nel 454 a.C. che Megabizo ebbe ragione di loro; Inaro, proditoriamente consegnato ai Persiani, fu crocifisso. Questo tuttavia non bastò a por fine alla rivolta. Un capotribù chiamato Amirteo si salvò dalla sconfitta e rimase nell&#8217;estrema parte occidentale del delta, chiedendo a sua volta aiuto agli Ateniesi; un certo numero di navi partì in suo soccorso, ma la morte del generale greco Cimone, avvenuta a Cipro, le costrinse a tornare indietro. Poco dopo fu dichiarata la pace tra la Persia e Atene e questa cessò d&#8217;ingerirsi negli affari egizi (449-448 a.C.).<br />
Eccettuato il delta occidentale, adesso la pace regnava in tutto l&#8217;Egitto.<br />
Gli stranieri vi erano bene accolti da qualunque paese venissero, specialmente i Greci. Questi avevano esteso i loro commerci a tal punto, che Naucratis non poté più mantenere la sua posizione di monopolio e la sua particolare importanza venne meno. Erodoto compì il suo viaggio in Egitto poco dopo il 450 a. C.. Senza dubbio ci fu qualche caso di xenofobia, forse anche una rivolta di poca importanza contro i governanti stranieri, ma, specialmente nell&#8217;Alto Egitto, sarebbero occorse differenze di razza e di religione perché il fermento divampasse in qualcosa di più serio.<br />
Fu quanto accadde nell&#8217;isola di Elefantina nel 410 a.C. Vivevano qui a stretto contatto gli adoratori di Yahu e i sacerdoti del dio dalla testa d&#8217;ariete Khnum. Questi ultimi approfittarono dell&#8217;assenza del satrapo Arsame per corrompere il comandante locale, Vidaranag, col risultato che il tempio ebraico fu completamente raso al suolo. Vidaranag fu punito, ma il tempio non venne riedificato per qualche tempo. I papiri aramaici, che riferiscono questo fatto, contengono anche una petizione inviata a Bagoa, governatore di Giudea, per ottenere il permesso di ricostruirlo, che alla fine gli fu concesso.<br />
Nei quarant&#8217;anni seguenti, che si conclusero con la morte di Dario II (404 a.C.) c&#8217;è un vuoto completo per quanto riguarda l&#8217;Egitto, che non doveva rientrare sulla scena del Medio Oriente se non dopo l&#8217;ascesa al trono di Artaserse II, in mezzo al tumulto degli eventi che la seguirono. Manetone fa terminare a questo punto la XXVII dinastia dei sovrani Persiani.</p>
<p><strong>XXVIII Dinastia</strong><br />
(404-399 a.C.) Conclusa con la morte di Dario II (404 a.C.) la XXVII dinastia, Manetone inizia la XXVIII, costituita, secondo i suoi elenchi, da un solo re, Amirteos di Sais, presunto parente dell&#8217;altro Amirteo che, dopo la cattura di Inaro, ne aveva continuato la lotta contro i Persiani.<br />
Negli storici greci si trova solo un&#8217;incerta allusione al nuovo faraone, che Diodoro erroneamente chiama &#8220;Psammetico, discendente del (famoso) Psammetico&#8221;. Secondo l&#8217;episodio da lui narrato dopo la battaglia di Cunassa del 401 a.C., in cui l&#8217;insorto principe Ciro fu sbaragliato e ucciso, un amico di questi, l&#8217;ammiraglio Tamo di Menfi, da Ciro nominato governatore della Ionia, riparò con l&#8217;intera flotta in Egitto per sfuggire alla vendetta del satrapo di Artaserse II, Tissaferne; ma Amirteos, se è a lui che si riferisce Diodoro sotto il nome di Psammetico, lo condannò a morte. La fine di Amirteos, e con lui della XXVIII dinastia, non è chiara, ma sembra in qualche modo legata a qualche sua azione illegale (contraria alla regola di Maat) che gli impedì di passare il trono alla sua discendenza.</p>
<p><strong>XXIX Dinastia (di Mendes)</strong><br />
(399-378 a.C.) La XXIX dinastia di Manetone, della quale si sono trovati monumenti a sud fino a Tebe, era originaria dell&#8217;importante città di Mendes e non consiste che di quattro sovrani rimasti complessivamente sul trono per vent&#8217;anni appena (399-380 a.C.); il primo e l&#8217;ultimo re portavano entrambi il nome di Nepherites, il cui significato etimologico è &#8220;I suoi Grandi sono prosperi&#8221;, ma mentre il primo regnò sei anni, il secondo non regnò che quattro mesi.<br />
Qualche egittologo è rimasto perplesso per un divario fra l&#8217;elenco di Manetone e quello della Cronaca Demotica. Nel primo, Achoris (in egizio Hakor o Hagor) precede Psammuthis (&#8220;Il figlio di Mut&#8221;), mentre nel papiro l&#8217;ordine è invertito; è probabile che il primo anno di regno dei due sovrani sia il medesimo e che pertanto entrambe le liste affermino il vero. Psammuthis, i cui soli ricordi rimasti sono a Karnak, con sovrimpresso il nome di Achoris, non regnò che un anno mentre l&#8217;altro re, che lasciò monumenti numerosi ritrovati in ogni parte dell&#8217;Egitto, riuscì a conservare il trono per tredici anni.</p>
<p><strong>XXX Dinastia (di Sebennytos)</strong><br />
(378-341 a.C.) La XXX dinastia di Manetone conta tre sovrani, di cui il primo e il terzo hanno nomi così rassomiglianti (Nectanebes e Nectanebos) che pare opportuno preferire la forma etimologicamente più differenziata di Nekhtnebef e Nekhtharehbe. E&#8217; ormai certo che il primo a regnare fu Nekhtnebef, anche se il loro ordine di successione è stato spesso discusso.<br />
Il numero di monumenti lasciati dai sovrani della XXX Dinastia potrebbe dare l&#8217;impressione di un periodo d&#8217;ininterrotta pace e prosperità. In realtà non fu così, la minaccia Persiana ai confini dell&#8217;Egitto costrinse i faraoni ad uno stato di allerta perpetuo, fatto di combattimenti, ritirate e contrattacchi continui. Con il secondo sovrano, Teos, sembrò addirittura possibile una clamorosa vittoria dell&#8217;esercito egiziano e dei suoi alleati, ma con l&#8217;ascesa sul trono di Persia di Artaserse III Oco la sorte dell&#8217;Egitto fu segnata. Con l&#8217;invasione del delta del Nilo da parte dei Persiani nel 343 a.C., ebbe termine, dopo più di 4000 anni, l&#8217;indipendenza dell&#8217;Egitto. Seguì un attacco contro la Fenicia (360 a.C.) durante il quale Teos fece pressione per avere il comando delle truppe egizie, ma Agesilao, indispettito per l&#8217;ilarità suscitata dal suo strambo aspetto e contegno, appoggiò invece il giovane Nekhtharehbe che una vasta fazione di seguaci opponeva come rivale a Teos. La spedizione fallì. Nekhtharehbe, eletto faraone, ritornò in Egitto e Teos fuggi in Persia dove terminò i suoi giorni in esilio.</p>
<p><strong>XXXI Dinastia (seconda dominazione Persiana)</strong><br />
(341-332 a.C.) Nell&#8217;autunno del 343 a.C., l&#8217;esercito persiano, con a capo il Gran Re in persona, partì per la sua memorabile campagna contro l&#8217;Egitto. Il primo assalto fu sferrato contro la città di Pelusio che oppose una tenace resistenza. Artaserse III aveva, però, progettato di entrare nel delta simultaneamente da tre punti diversi, e la penetrazione persiana avvenne presso una delle foci occidentali del Nilo. La stagione dell&#8217;inondazione era finita e non c&#8217;era perciò il pericolo che si ripetesse il disastro di trent&#8217;anni prima. Fin dall&#8217;inizio la sfortuna perseguitò i difensori, durante una sortita dalla vicina fortezza i mercenari greci agli ordini di Clinia di Cos furono gravemente sconfitti e il comandante ucciso. La guarnigione di Pelusio si arrese dietro la promessa di essere ben trattata. La stessa promessa fu fatta altrove, e di lì a poco Egizi e Greci facevano a gara a chi per primo si sarebbe valso della clemenza persiana. Il terzo corpo di spedizione sotto il comando di Mentore e dell&#8217;intimo amico e alleato di Artaserse, Bagoa, riportò altre vittorie.<br />
La cattura di Bubastis a opera delle forze unite fu un avvenimento importante, dopo di che le altre città del delta si affrettarono a capitolare. L&#8217;Egitto rimase alla mercè di Artaserse III, e Nekhtharehbe, resosi conto che la situazione era disperata, radunò quanto poté dei suoi averi e parti sul fiume &#8220;alla volta dell&#8217;Etiopia&#8221;, dopo di che più nulla si seppe di lui.<br />
Grazie all&#8217;abile strategia e alla sagacia politica del re, l&#8217;Egitto era di nuovo una provincia persiana. Duro fu il pugno di Artaserse sull&#8217;Egitto, l&#8217;immenso potere e il prestigio da lui guadagnati all&#8217;impero non erano tuttavia destinati a durare a lungo. Nel 338 a.C. egli fu avvelenato dal suo intimo amico Bagoa, e il figlio minore, Arses, prese il suo posto solo per cadere assassinato due anni dopo dalla stessa mano. Salì allora al trono Dario III Codomano, l&#8217;ultimo degli Achemenidi, appartenente a un ramo collaterale della famiglia, il quale si affrettò ad avvelenare Bagoa. Con Dario III termina la XXXI dinastia che successivi scrittori di cronache aggiunsero alla trentesima di Manetone.</p>
<p><strong>XXXII Dinastia (Conquista Macedone)</strong><br />
(332-323 a.C.) L&#8217;ascesa della Macedonia a potenza mondiale era incominciata ad apparire possibile fin dal 338 a.C., quando Filippo II, dopo aver soffocato ogni resistenza con la sconfitta di Atene e Tebe a Cheronea, aveva fondato una Lega ellenica che doveva alleare tutta la Grecia sotto la sua egida.<br />
Ma nessuno avrebbe allora potuto prevedere le brillanti vittorie che, nello spazio di dieci anni, fecero del suo giovane figlio Alessandro l&#8217;indiscusso padrone di tutto il mondo orientale. E&#8217; probabile che neppure Alessandro sapesse bene che cosa si proponeva finchè non ebbe conquistato l&#8217;Asia Minore e costretto alla fuga Dario nella battaglia di Isso, una ventina di chilometri a nord dell&#8217;odierna Alessandretta (333 a.C.). E anche allora il suo primo pensiero non fu quello d&#8217;inseguire il monarca persiano, ma di assoggettare la Siria e l&#8217;Egitto. L&#8217;assedio di Tiro fu lungo e tedioso, ma, superato questo ostacolo, niente più gli intralciò il cammino fino a Gaza, che gli oppose una disperata resistenza.<br />
Nel 332 a.C. Alessandro raggiunse l&#8217;Egitto, il cui satrapo persiano si arrese senza colpo ferire. Alessandro governò sull&#8217;Egitto fino alla sua morte, nel 323 a.C., anche se in Egitto soggiornò solo un breve periodo, impegnato com&#8217;era nella conquista del mondo. Il governo di Alessandro fu caratterizzato dalla fondazione di Alessandria, che ben presto divenne non solo la capitale d&#8217;Egitto ma anche dell&#8217;intero Mediterraneo, e dalla visita all&#8217;oasi di Siwa dove ricevette il riconoscimento del dio Amon a regnare come gli antichi Faraoni. Così, Alessandro, ricevette probabilmente un&#8217;incoronazione solenne a Menfi come tradizionalmente accadeva ai Faraoni.<br />
Nel 331 a.C. Alessandro partì per l&#8217;oriente affidando l&#8217;Egitto ad un vicerè. Nel 323 a.C., mentre stava preparando una spedizione in Arabia, morì di febbre a 33 anni. Il suo corpo venne riportato ad Alessandria dove venne sepolto. I suoi successori, Filippo Arrideo ed Alessandro IV regnarono sull&#8217;Egitto solo nominalmente, in quanto imperatori di un Impero Macedone che, subito dopo la morte di Alessandro il Grande, fu preda di numerose forze centrifughe che lo suddivisero tra i vari diadochi (governatori). L&#8217;Egitto, in particolare, fu uno dei primi a rendersi autonomo, grazie al suo diadoco, Tolomeo I Sotere, che diede inizio alla cosiddetta Dinastia Tolemaica, l&#8217;ultima che diede all&#8217;Egitto una parvenza di indipendenza.</p>
<h2>EPOCA TOLEMAICA</h2>
<p><strong>XXXIII Dinastia (dei Lagidi)</strong><br />
(323-31 a.C.) In seguito alla morte di Alessandro il Grande, nel 323 A.C. all&#8217;età di 32 anni, l&#8217;Impero Greco da lui creato si frantumò. Nessun generale o erede fu sufficientemente forte da mantenere la struttura dell&#8217;Impero intatta. Il trono di Egitto toccò a Tolomeo I, figlio di Lagus, un macedone di nascita borghese. Tolomeo I era stato anche amico di infanzia e un fidato comandante di Alessandro il Grande e aveva rivestito un ruolo di primo piano durante l&#8217;ultima campagna di Alessandro in Asia.<br />
Dopo la morte di Alessandro il Grande, nel 323 a.C., l&#8217;Impero Greco fu diviso tra i Diadochi (successori) dal reggente dell&#8217;impero Perdiccas. Tolomeo fu nominato satrapo d&#8217;Egitto e Libia. Forse con l&#8217;intento di rafforzare il proprio potere, Tolomeo I rubò il corpo di Alessandro il Grande, che era stato imbalsamato e doveva essere riportato in Macedonia. Tolomeo mandò un contingente armato ad intercettare il corteo funebre e riportò il corpo ad Alessandria dove fece erigere una tomba spettacolare. Questo atto politico rafforzò la rivendicazione di Tolomeo di succedere ad Alessandro come sovrano.<br />
Le difficoltà cominciarono quando Antigono I, un membro dei Diadochi, attaccò Seleuco I nel 326 a.C.. Seleuco I si era arrogato Babilonia nel 321 a.C. come sua parte dell&#8217;Impero. Antigono I si appropriò della città e Seleuco fuggì alla corte del suo amico Tolomeo I in Egitto. Questo fatto diede inizio all&#8217;epica lotta tra i Diadochi, che avrebbe consumato molte delle loro vite. Antigono, e suo figlio Demetrio I (337-283 a.C.), furono sconfitti a Gaza nel 312 a.C.. Seleuco I così si riprese la sua città di Babilonia segnando l&#8217;inizio di quello che sarebbe stato conosciuto come l&#8217;Impero Seleucide. Nel 308 a.C., Demetrio I riuscì a sconfiggere Tolomeo I di Egitto in una battaglia navale sulle coste di Cipro. Nel 305 a.C., Rodi fu assediata da Demetrio I che impiegò quasi 30000 operai per fabbricare le torri d&#8217;assedio. Malgrado il suo enorme sforzo, però, l&#8217;assedio fallì. Nonostante Tolomeo I fallì nell&#8217;impresa di conservare Cipro e parte della Grecia, egli tuttavia riuscì a resistere all&#8217;invasione sia in Egitto che a Rodi e occupò Palestina e Cirenaica.<br />
L&#8217;assedio di Rodi da parte di Demetrio I fu l&#8217;avvenimento che ispirò la costruzione del Colosso di Rodi. Il Colosso di Rodi fu completato da Chares di Lindus dopo 12 anni. Fu costruito in bronzo e ritraeva il dio Helios. Il materiale proveniva dal bottino abbandonato in seguito al fallito assedio di Demetrio.<br />
Nel 305 a.C., Tolomeo si autoproclamò Re di Egitto, fondando la Dinastia Tolemaica che durò circa 300 anni, fino alla morte di Cleopatra VII nel 31 a.C., in seguito alla quale l&#8217;Egitto divenne una provincia Romana. Tolomeo I cominciò ad essere conosciuto anche con il nome di Sotere (&#8220;il preservatore&#8221;). Nel frattempo, Seleuco I, sempre nel 305 a.C. dichiarò se stesso re di Babilonia, fondando la dinastia Seleucide di Siria. Lisimaco, un altro membro dei Diadochi, si autoproclamò re di Tracia.<br />
Nel 301 a.C., nella battaglia di Ipso in Frigia, le ambizioni di Antigono ebbero definitivamente termine. Antigono fu ucciso in battaglia, all&#8217;età di 81 anni, dalle truppe di Lisimaco e Seleuco I. Ciò nonostante, Demetrio I non desistette. Egli era determinato a prendere il trono di Macedonia ed il governo dell&#8217;Asia.<br />
Un&#8217;alleanza politica fu stretta tra Tolomeo I e Lisimaco. Tolomeo I diede la propria figlia Arsinoe II, avuta da Berenice, in sposa a Lisimaco attorno al 300 a.C.. In cambio, Lisimaco avrebbe dato la propria figlia Arsinoe I in sposa al figlio di Tolomeo I, Tolomeo II Filadelfo, nel 288 a.C.. In tal modo Lisimaco sarebbe diventato il potenziale nonno del futuro governatore d&#8217;Egitto, Tolomeo III.<br />
Nel 297 a.C., Cassandro (358-297 a.C.), re di Macedonia e figlio di Antipatre, uno dei Diadochi, morì. Era stato Cassandro ad uccidere Olimpia, madre di Alessandro il Grande, nel 316 a.C. e la vedova di Alessandro, Rossana, nel 311 a.C., assieme a suo figlio. Cassandro aveva sposato la sorellastra di Alessandro, Tessalonica, nel 316 a.C. e aveva fatto parte della coalizione che aveva battuto Antigono e Demetrio I a Ipso nel 301 a.C.. Con Cassandro fuori dai giochi, la porta di Grecia e Macedonia era aperta. Nel 295 a.C., Demetrio I invase la Grecia prendendo Atene dopo un altro lungo assedio, questa volta coronato da successo, durante il quale uccise il suo tiranno Lacario. Dopo aver assoggettato Atene, Demetrio I uccise tutti i suoi concorrenti e sedette al trono di Macedonia nel 294 a.C.. Con la maggior parte della Grecia e della Macedonia sotto il suo dominio, Demetrio I rivolse ancora la sua attenzione verso l&#8217;Asia ed i rimanenti membri dei Diadochi. Le sue ambizioni furono la scintilla che provocò la formazione di un&#8217;altra coalizione tra Lisimaco di Tracia e Pirro, re dell&#8217;Epiro, uniti a Seleuco I e Tolomeo I per bloccare il piano di Demetrio I di invadere l&#8217;Asia. Alla fine, nel 288 a.C., Demetrio fu cacciato dalla Macedonia da Lisimaco e Pirro. Demetrio fu abbandonato dalle proprie truppe e finalmente si arrese a Seleuco I nel 285 a.C., che lo tenne prigioniero fino alla sua morte nel 283 a.C..<br />
La dinastia Tolemaica, nata dalla disgregazione dell&#8217;impero di Alessandro Magno, era destinata a protrarsi, tra diverse traversie, per quasi trecento anni, fino alla definitiva assoggettazione da parte dei Romani. La caratteristica distintiva di questa dinastia fu il costume di sposarsi sempre tra consanguinei (fratello e sorella) per conservare la purezza del proprio sangue reale.</p>
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